Le Storie della Città del Fiume

Le Storie della Città del Fiume

Eccolo i primi tre capitoli di “Le Storie della Città del Fiume.” Il resto della storia dovrebbe essere disponibile presto in in libro (eBook e stampante).


Capitolo Uno: Ragazzi

Matteo, lo sguardo puntato fuori dalla vetrina del ristorante, osservava l’oscurità che scendeva su Folsom Boulevard. Faceva notte sempre prima la sera, ora che l’estate di Sacramento stava sfumando nell’autunno. La luce tremolante dei lampioni si rifletteva sulle auto di passaggio, sia che fossero in cerca di un parcheggio, sia che stessero lasciando il centro città dirette verso le loro case.

Sul vetro campeggiava la scritta “Ragazzi” in un bellissimo corsivo dorato, incisa solo due mesi prima. Quel piccolo ristorante che aveva eredito alla morte dello zio era stato il biglietto grazie al quale avevano potuto lasciare l’Italia. Ma ora, osservando giorno dopo giorno le sedie restare vuote e la pasta, i pomodori e l’aglio andare sprecati, Matteo si sentiva sempre più preda di una preoccupazione assillante che gli torceva lo stomaco.

Alle sue spalle, nella cucina spaziosa e rimodernata, Diego era al lavoro: stava preparando le lasagne con la ricetta di sua madre, del pesce fresco arrivato via camion da San Francisco e alcuni nuovi piatti che si erano portati dietro da Bologna. L’odore di sugo e pasta appena cotti che si diffondeva nel locale era appetitoso.

Avevano dato la serata libera al resto dello staff, Max e Justin. Le tre persone che si erano presentate fino a quel momento non giustificavano il costo di un cameriere e un lavapiatti.

Matteo si fermò al tavolo della coppia accanto alla seconda vetrina. «Buonasera,» li salutò, rivolgendo loro il suo più splendente sorriso italiano.

«Salve,» rispose l’uomo, ricambiando la cortesia. Era un signore sui cinquant’anni con indosso una polo e un cappello floscio. «Serata tranquilla, eh?»

«I clienti di solito arrivano più tardi,» mentì Matteo senza fare una piega. «È un piacere avervi qui. Posso portarvi altro?»

«Ancora un po’ di vino, grazie,» rispose la donna. Gli porse il bicchiere e nel movimento fece tintinnare il braccialetto pieno di ciondoli che le avvolgeva il polso.

«Naturalmente.» Si congedò con un cenno della testa e andò in cucina.

Posò un bacio veloce sulla guancia di Diego.

L’uomo, suo marito nonché il cuoco del ristorante, lo allontanò con un gesto della mano e un grugnito. «Più tardi. Sto preparando la cena

«Lo vedo. Per un centinaio di coperti, eh? Non c’è nessuno in sala, di nuovo.»

Diego gli scoccò un’occhiataccia.

Matteo recuperò la bottiglia di vino dalla cantinetta e tornò nell’altra stanza per riempire i bicchieri dei clienti. «Cosa vi ha portato qui questa sera?» Forse hanno visto il nostro ann…

«Stavamo passeggiando in zona e ci è venuta fame. Mi manca il vecchio ristorante… come si chiamava, tesoro?»

Il marito si grattò il mento. «Little Italy, credo.»

«Esatto! Era un posto davvero carino. Tovaglie a quadretti, quelle belle bottiglie rotonde con sopra le candele… tutto molto italiano.»

Matteo gemette in silenzio. «Sono lieto che siate venuti, comunque,» si limitò a rispondere con un altro sorriso.

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Quattro ore dopo aveva servito la cena a ben cinque clienti. Perlomeno avevano tutti bevuto in abbondanza. Era solo grazie al vino se il locale restava ancora a galla.

Diego chiuse la cucina e sedettero insieme al grande tavolo rotondo per famiglie che troneggiava al centro della sala. Avevano abbassato le tende e stavano contando l’incasso.

«Duecentotre dollari,» annunciò Matteo, infilando il contante e la ricevuta di versamento nella busta della banca per il deposito. «Un altro centinaio di serate così e l’affitto del mese è pagato.» Sospirò. Era stato così sicuro, quando avevano progettato di trasferirsi in California, che l’America sarebbe stata la loro terra promessa.

C’erano dei giorni in cui sognava di tornare in Italia. Certo, il governo era corrotto, le tasse troppo alte e le opportunità un lusso per pochi, ma pur con tutti i suoi difetti, era sempre casa.

Non era certo se quel posto lo sarebbe mai diventato. Gli americani avevano stranissime abitudini, come per esempio mangiare alle cinque del pomeriggio, mettere il ghiaccio in qualsiasi bevanda e spostarsi sempre in macchina anziché a piedi.

Diego sollevò lo sguardo dal piatto di lasagne mangiate a metà. Prese un sorso di vino e disse piano: «Ho un’idea.»

Matteo lo guardò. «Che tipo d’idea?» chiese in inglese. Fedele al suo piano di imparare a parlarlo quanto più fluentemente possibile, coglieva ogni occasione per esercitarsi. Diego, invece, era meno diligente.

«Un corso di cucina. Posso insegnare a questi americani a cucinare meglio

«Un corso di cucina? Qui nel ristorante?» Era un’idea folle. Non avevano nessuna esperienza d’insegnamento. Certo, Diego era un fantastico chef autodidatta, ma in che modo avrebbero potuto far decollare un progetto simile?

Avevano già speso un sacco di soldi in pubblicità – radio, giornali, persino volantini attaccati ai pali di tutta la città – e non erano ancora riusciti a capire quale fosse la formula magica che avrebbe portato orde di clienti sulla loro soglia. Perché un corso di cucina avrebbe dovuto essere diverso?

«Ho fatto questo.» Diego prese una brochure dalla sedia accanto alla sua e gliela porse.

«Imparare a cucinare,» lesse Matteo. «Lezioni con un cuoco italiano vedete quanto è facile.» Scoppiò in una risata. «Oddio, la grammatica ha bisogno di un ritocchino. Ma forse potremmo farc…»

«Non ‘potremmo’. Ce la faremo.» Diego sorrise. «Io ce la farò.»

Matteo lanciò uno sguardo alla moderna enoteca che avevano creato. Erano passati dal vecchio e ristorante fuori moda che avevano trovato quando erano arrivati, a un locale moderno, splendente e nuovo.

Avevano venduto la loro casa a Bologna e ipotecato tutto ciò che possedevano per realizzare quel sogno. Sarebbe stato imbarazzare perdere tutto ed essere costretti a tornare in Italia con la coda fra le gambe.

«Va bene,» disse, prendendo la mano del marito. «Sai che ti dico? Mandami il file e lo metto a posto. Li distribuiamo nel vicinato e vediamo cosa succede. Quando vorresti cominciare?»

Diego gli scoccò un sorriso. «Domenica prossima?»

«Tra una settimana, quindi.» Strinse fra le dita la piccola croce d’oro che sua madre gli aveva donato prima di morire e rivolse una preghiera al Cielo. «Stammi vicino, mamma. Mi manchi

Misero via i piatti sporchi e spensero le luci del ristorante. Matteo baciò il marito, poi se lo trascinò dietro lungo le scale che dal locale portavano al loro appartamento.

Sul tavolo, senza che nessuno lo notasse, il foglio risplendette un attimo per poi tornare normale carta.


Capitolo Due: La Rossa

Carmelina fece un’ultima puntata in bagno per dare il tocco finale ai suoi riccioli fulvi. Le stavano come al solito in disordine, ma superati i cinquanta si era ormai rassegnata e, in ogni caso, era la prima volta che usciva da quando Arthur era morto.

Non che si aspettasse una serata di divertimento. Stava andando a un incontro del Club delle allegre vedove: tre donne che, come lei, avevano perduto la loro dolce metà. Era stata Loylene a invitarla e Carmelina non aveva trovato il coraggio di rifiutare.

Loylene era un tesoro, ma pensava solo alla Tupperware e al calcolo delle calorie. Lei, invece, non ne aveva mai contata una in vita sua, e i suoi bellissimi fianchi larghi italiani ne erano la prova.

Marjorie era un po’ una rompiscatole e Carmelina si era chiesta spesso se il marito non fosse morto solo per sfuggire ai suoi assilli.

Violet la conosceva poco ma, come suggeriva anche il nome, era un fiore delicato che pigolava più che parlare.

Nell’uscire posò un bacio sulla foto di Arthur sopra la mensola, quella dove aveva il volto accigliato perché lei era in ritardo per la cena del loro ventesimo anniversario. E, tanto per non smentirsi, era in ritardo anche in quel momento. L’appuntamento al piccolo ristorante era per le cinque del pomeriggio e non mancavano che pochi minuti.

Si assicurò comunque di trovare il tempo per dare un’ultima controllata al rossetto.

#

Erano le sei meno un quarto quando entrò al One Speed Pizza, il piccolo locale in cui il club aveva scelto di riunirsi. Nonostante casa sua non fosse lontana che un paio di miglia, aveva impiegato quasi mezz’ora per arrivare a causa di un cantiere in H Street. E anche trovare parcheggio era stato un vero incubo. Magari a uscire prima…!

«Salve ragazze,» salutò, scivolando in tutta tranquillità al suo posto.

Ciascuna delle tre amiche indossava un velo nero, qualcosa che, a suo avviso, le faceva apparire appena un po’ macabre. Certo, aveva perso Arthur solo tre mesi prima, dopo trentacinque meravigliosi anni di matrimonio, ma aveva rinunciato al nero già dopo la prima settimana, mentre quelle donne vestivano a lutto da più di un anno.

Marjorie le scoccò un’occhiataccia. «Ti sei scordata il velo. E sei in ritardo di un’ora.»

«Quarantacinque minuti,» ribatté lei, prendendo il menù. «E il velo è in lavanderia.»

Loylene le rivolse un sorriso soddisfatto. «Oh, non c’è problema,» disse, aprendo la grossa borsa in tessuto di un color rosa pastello. «Ne ho portato uno in più, nel caso servisse.» Le passò un velo che aveva decisamente visto giorni migliori: era spiegazzato e punteggiato da frammenti di chissà cosa.

«Grazie, tesoro, ma non voglio approfittare. La prossima volta porterò il mio,» declinò lei, posandolo lì accanto.

Violet annuì e mormorò qualcosa di inintelligibile.

«Scusa?« Carmelina stava morendo di fame e non vedeva l’ora di finirla con i convenevoli e passare a ordinare la cena.

«Dice che è felice che tu ci abbia raggiunto.» Il tono severo di Marjorie, invece, non lasciava dubbi su come l’amica la pensasse in proposito.

«Possiamo ordinare?» domandò lei nel tentativo di passare oltre. «Il minestrone sembra buono. Immagino che non debbano fare altro che scodellarlo…»

«Prima il rituale,» affermò Marjorie risoluta, intendendo chiaramente che non si ammettevano discussioni.

«Il cosa?» chiese Carmelina.

«Il rituale,» ripeté Loylene, mentre estraeva dalla sua grossa borsa un piccolo contenitore verde della Tupperware. Aprì il coperchio, esibendo tanti piccoli pezzi di carta bianca ripiegati, e posò il tutto sul tavolo. «Ciascuna di noi prende un bigliettino, lo legge e poi descrive cosa piaceva a suo marito o…» Lanciò uno sguardo a Violet. «… al coniuge.»

Carmelina alzò gli occhi al cielo. «Ci vuole molto?» Sentiva lo stomaco gorgogliare.

«Comincio io,» disse Marjorie ignorandola. Prese un foglietto e lo lesse. «Vestiti.» Puntò lo sguardo nel vuoto per un lungo momento. Carmelina stava cominciando a preoccuparsi, quando gli occhi dell’amica rimisero a fuoco e la donna fece un sorriso triste. «I calzini in spugna. Martin li adorava.»

«Molto bene,» continuò Loylene, spingendo la scatolina davanti a Violet, che prese un bigliettino e lo lesse piano.

«Toast bruciati,» disse, senza nessun’altra spiegazione.

Lo stomaco di Carmelina brontolò ancora più forte.

«Bene,» andò avanti Loylene, imbronciata. Prese il suo pezzo di carta. «Ah! Programma televisivo. Hmm. È difficile. Ne guardava così tanti. In pratica David viveva davanti alla televisione.»

«Accumulatori seriali?» suggerì Carmelina, che era stata a casa sua.

«Gli eroi del ghiaccio,» esclamò invece trionfante la donna. «Tocca a te.»

Rassegnata, Carmelina prese un foglietto e si mise a fissarlo con sguardo assente. Stampate sulla carta c’erano le parole “giochino preferito”. Sollevò gli occhi: tutte e tre le amiche la stavano osservando impazienti. «I San Francisco 49ers. Squadra preferita,» mentì, poi rinfilò il biglietto in mezzo agli altri.

Il telefono di Violet vibrò. «Scusate, devo rispondere. È Sylvie.» E andò a parlare fuori.

«Sylvie?» chiese Carmelina.

Loylene annuì. «Sua moglie. Violet è un membro onorario. Sylvie non è morta, è solo molto occupata col lavoro.»

Carmelina scosse la testa. Era stata una pessima idea. «Possiamo ordinare, ora? Non mangio niente da colazione.» Fece un cenno alla cameriera.

«Prima dobbiamo condividere gli oggetti appartenuti ai nostri coniugi che abbiamo portato,» disse Marjorie, estraendo dalla borsa un vecchio paio di calzini da palestra con le strisce rosse.

«Oh, per l’amor del cielo, no!» Carmelina si scostò dal tavolo e ci gettò sopra il menù, ignorando l’espressione scioccata dell’amica. «Scusa tanto, Loylene, ma preferisco piangere a casa da sola piuttosto che fare tutto questo.» Dopodiché si precipitò fuori dal ristorante animata dalla giusta dose di legittima indignazione, o almeno fu ciò che si disse più tardi.

Mentre camminava verso la macchina, qualcosa le rimase impigliato alla scarpa.

Era un foglio di carta verde. Lo girò. “Corsi di cucina italiana – Venite a imparare dal migliore”. Si tenevano in un ristorante chiamato “Ragazzi” e le lezioni sarebbero cominciate la domenica. Guardò l’indirizzo. Era proprio dall’altra parte della strada.

Come aveva fatto a non notarlo?

Infilò il volantino in borsa e tornò a casa, dove l’aspettava un bel gelato.


Capitolo Tre: Sulla Strada

Marissa posò lo zaino sopra lo sciacquone per evitare che si sporcasse a contatto col pavimento del bagno. Le toilette delle caffetterie erano meglio di quelle dei benzinai, ma solo perché meno appiccicose.

Si assicurò che la porta fosse chiusa a chiave e iniziò la sua routine. Sgusciò fuori dalla maglietta e dai jeans e si diede una rapida lavata con la saponetta che aveva comprato al negozio all’angolo e che custodiva gelosamente dentro una busta a chiusura ermetica. Si sciacquò meglio che poté e si asciugò con la carta del distributore.

Si insaponò anche i capelli: le mancava lo shampoo, ma le saponette costavano meno.

Si guardò allo specchio, cercando di riconoscere il proprio volto. La pelle chiara era di nuovo pulita, e gli occhi castani erano luminosi, ma il riflesso che la osservava era ancora quello di un’estranea. Dopo tre mesi trascorsi sulla strada si sentiva una persona diversa.

Qualcuno bussò pesantemente alla porta. «Lo so che sei lì dentro,» disse un’acuta voce femminile. «Il bagno è destinato solo ai clienti paganti!»

«Un minuto ed esco!» rispose lei.

Raccolse le sue cose e si controllò un’altra volta, convincendosi di avere un aspetto decente. Appariva giovane e trasandata, magari, ma non dava l’impressione di essere una senzatetto.

Chiuse lo zaino e allungò la mano verso la porta. Qualcosa le era rimasto attaccato alla suola della scarpa. Si abbassò e prese il pezzo di carta verde dandoci appena un’occhiata. Stava per gettarlo quando la parola ‘gratis’ attirò la sua attenzione.

Era la pubblicità per un corso di cucina presso un ristorante nella zona est della città. La prima lezione era gratuita e avresti potuto mangiare ciò che cucinavi.

Lo ripiegò e se lo mise in tasca, scivolando fuori dal bagno e dalla porta sul retro prima che il direttore la beccasse.

#

C’erano solo pochi isolati a separare la caffetteria all’angolo tra la 19ma e J e il Centro LGBT presso cui il gruppo di supporto giovanile si incontrava ogni venerdì sera. Era uno dei pochi momenti, in quel periodo, in cui Marissa si sentiva ancora una ragazza “normale”.

Sedette sui gradini dell’edificio in stile vittoriano restaurato, chiedendosi quanto sarebbe passato prima che la notte cominciasse a far freddo. Aveva cominciato a vivere per strada subito dopo l’anno scolastico, quando i genitori l’avevano sbattuta fuori dalla loro casa a Granite Bay perché la madre l’aveva scoperta a baciare un’altra ragazza. La religione era una cosa seria per la famiglia Sutton, e tra le tante cose che erano taboo, essere una lesbica con i capelli a punta era la peggiore.

«Ciao ragazza lesbica!» la salutò Ricky Martinez dal marciapiede qualche decina di metri addietro.

«Ciao ragazzo gay,» rispose lei. «Sei in anticipo.» Ricky in genere arrivava un quarto d’ora dopo l’inizio, il ritratto perfetto del ritardatario cronico. «Ehi, mi piace la cresta.»

Il giovane le sedette accanto sulle scale, lasciando cadere a terra lo zaino, e lei gli passò una mano sulla cresta fucsia in segno di apprezzamento.

«Grazie. L’ho fatta da solo. Anche a Justin sembra piacere.» Justin era il ragazzo con cui Ricky stava uscendo. Dieci anni più vecchio di lui e ricco da far paura.

«Bene. Sto morendo di fame. Che ora è?»

Ricky controllò il suo cellulare. Maledizione, le mancava il telefono!

«Sette e cinque. È in ritardo. Ehi, mi piace quello.» Indicò il tatuaggio a forma di teschio che si era fatta incidere sul braccio. Era ancora un po’ arrossato.

Cominciavano ad arrivare alcuni degli altri ragazzi, tra i diciassette e i ventuno anni. «Grazie. Rex me l’ha fatto gratis.»

«Non devi fargli dei pompini, vero?»

Lei fece una risatina. «No. Lavoro per lui, pulisco il negozio, accolgo i clienti. Mi paga in nero.»

«Merda, me l’ero scordato.»

Marissa scosse la testa. «E con Justin tutto bene?»

Ricky estrasse una catenina d’oro da sotto la camicia. «Non male.»

Lei emise un fischio di apprezzamento. «Sai che sei la sua puttanella, vero?»

«Non mi paga. Mi ama.»

Lei gettò uno sguardo alla collana, un sopracciglio inarcato.

«Okay, non mi paga in contanti.»

Marissa sbuffò. «Spero che abbiano qualcos’altro oltre ai cupcake questa sera. La settimana scorsa lo stomaco ha continuato a brontolarmi per tutta la notte dopo l’incontro.»

«Oh, a proposito…» Ricky aprì lo zaino e ne tirò fuori una busta marrone. «Non sono riuscito a finirlo…»

Lei girò il viso. «Non voglio la tua cazzo di pietà.»

«Mai. Rispetto assoluto.»

Però stava davvero morendo di fame. «Sei sicuro?»

«Dai, prendilo. Se non lo mangi tu finirà nella spazzatura.»

Il suo stomaco fece un altro gorgoglio. «Da’ qua,» disse, strappandogli la busta dalle mani. All’interno c’erano un mezzo panino e una busta di patatine ancora chiusa. «L’hai comprato per me,» lo accusò.

Lui scosse la testa. «Mi hanno dato due buste per sbaglio.»

Marissa aveva dei seri dubbi in proposito, ma non disse nulla. Il suo stomaco sembrava essersi risvegliato alla vista del cibo. «Be’, niente da bere?»

«Sei davvero incredibile,» disse Ricky sorridendo, quindi tirò fuori una lattina di Wild Cherry Pepsi. Fredda. L’aprì e gliela porse.

Lei la tracannò. Oddio, è deliziosa! Dopodiché si gettò sul panino. Quando le capitava di mangiare, in genere era alla mensa dei poveri , dove il cuoco sembrava ignorare l’esistenza di sale, pepe e condimenti vari. E beveva un sacco di acqua tiepida.

«Lo sai che in cambio non ti farò una sega, vero?» gli disse, scoccandogli un’occhiataccia.

«Bleah…»

«Patti chiari, amicizia lunga.» Gli diede un rapido bacio sulla fronte. «Grazie.»

In quel momento, la porta del Centro si aprì rumorosamente e Bred, con un sorriso, fece loro cenno di entrare.