Le Storie della Città del Fiume

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Le Storie della Città del Fiume


Capitolo Uno: Ragazzi

Matteo, lo sguardo puntato fuori dalla vetrina del ristorante, osservava l’oscurità che scendeva su Folsom Boulevard. Faceva notte sempre prima la sera, ora che l’estate di Sacramento stava sfumando nell’autunno. La luce tremolante dei lampioni si rifletteva sulle auto di passaggio, sia che fossero in cerca di un parcheggio, sia che stessero lasciando il centro città dirette verso le loro case.

Sul vetro campeggiava la scritta “Ragazzi” in un bellissimo corsivo dorato, incisa solo due mesi prima. Quel piccolo ristorante che aveva eredito alla morte dello zio era stato il biglietto grazie al quale avevano potuto lasciare l’Italia. Ma ora, osservando giorno dopo giorno le sedie restare vuote e la pasta, i pomodori e l’aglio andare sprecati, Matteo si sentiva sempre più preda di una preoccupazione assillante che gli torceva lo stomaco.

Alle sue spalle, nella cucina spaziosa e rimodernata, Diego era al lavoro: stava preparando le lasagne con la ricetta di sua madre, del pesce fresco arrivato via camion da San Francisco e alcuni nuovi piatti che si erano portati dietro da Bologna. L’odore di sugo e pasta appena cotti che si diffondeva nel locale era appetitoso.

Avevano dato la serata libera al resto dello staff, Max e Justin. Le tre persone che si erano presentate fino a quel momento non giustificavano il costo di un cameriere e un lavapiatti.

Matteo si fermò al tavolo della coppia accanto alla seconda vetrina. «Buonasera,» li salutò, rivolgendo loro il suo più splendente sorriso italiano.

«Salve,» rispose l’uomo, ricambiando la cortesia. Era un signore sui cinquant’anni con indosso una polo e un cappello floscio. «Serata tranquilla, eh?»

«I clienti di solito arrivano più tardi,» mentì Matteo senza fare una piega. «È un piacere avervi qui. Posso portarvi altro?»

«Ancora un po’ di vino, grazie,» rispose la donna. Gli porse il bicchiere e nel movimento fece tintinnare il braccialetto pieno di ciondoli che le avvolgeva il polso.

«Naturalmente.» Si congedò con un cenno della testa e andò in cucina.

Posò un bacio veloce sulla guancia di Diego.

L’uomo, suo marito nonché il cuoco del ristorante, lo allontanò con un gesto della mano e un grugnito. «Più tardi. Sto preparando la cena

«Lo vedo. Per un centinaio di coperti, eh? Non c’è nessuno in sala, di nuovo.»

Diego gli scoccò un’occhiataccia.

Matteo recuperò la bottiglia di vino dalla cantinetta e tornò nell’altra stanza per riempire i bicchieri dei clienti. «Cosa vi ha portato qui questa sera?» Forse hanno visto il nostro ann…

«Stavamo passeggiando in zona e ci è venuta fame. Mi manca il vecchio ristorante… come si chiamava, tesoro?»

Il marito si grattò il mento. «Little Italy, credo.»

«Esatto! Era un posto davvero carino. Tovaglie a quadretti, quelle belle bottiglie rotonde con sopra le candele… tutto molto italiano.»

Matteo gemette in silenzio. «Sono lieto che siate venuti, comunque,» si limitò a rispondere con un altro sorriso.

#

Quattro ore dopo aveva servito la cena a ben cinque clienti. Perlomeno avevano tutti bevuto in abbondanza. Era solo grazie al vino se il locale restava ancora a galla.

Diego chiuse la cucina e sedettero insieme al grande tavolo rotondo per famiglie che troneggiava al centro della sala. Avevano abbassato le tende e stavano contando l’incasso.

«Duecentotre dollari,» annunciò Matteo, infilando il contante e la ricevuta di versamento nella busta della banca per il deposito. «Un altro centinaio di serate così e l’affitto del mese è pagato.» Sospirò. Era stato così sicuro, quando avevano progettato di trasferirsi in California, che l’America sarebbe stata la loro terra promessa.

C’erano dei giorni in cui sognava di tornare in Italia. Certo, il governo era corrotto, le tasse troppo alte e le opportunità un lusso per pochi, ma pur con tutti i suoi difetti, era sempre casa.

Non era certo se quel posto lo sarebbe mai diventato. Gli americani avevano stranissime abitudini, come per esempio mangiare alle cinque del pomeriggio, mettere il ghiaccio in qualsiasi bevanda e spostarsi sempre in macchina anziché a piedi.

Diego sollevò lo sguardo dal piatto di lasagne mangiate a metà. Prese un sorso di vino e disse piano: «Ho un’idea.»

Matteo lo guardò. «Che tipo d’idea?» chiese in inglese. Fedele al suo piano di imparare a parlarlo quanto più fluentemente possibile, coglieva ogni occasione per esercitarsi. Diego, invece, era meno diligente.

«Un corso di cucina. Posso insegnare a questi americani a cucinare meglio

«Un corso di cucina? Qui nel ristorante?» Era un’idea folle. Non avevano nessuna esperienza d’insegnamento. Certo, Diego era un fantastico chef autodidatta, ma in che modo avrebbero potuto far decollare un progetto simile?

Avevano già speso un sacco di soldi in pubblicità – radio, giornali, persino volantini attaccati ai pali di tutta la città – e non erano ancora riusciti a capire quale fosse la formula magica che avrebbe portato orde di clienti sulla loro soglia. Perché un corso di cucina avrebbe dovuto essere diverso?

«Ho fatto questo.» Diego prese una brochure dalla sedia accanto alla sua e gliela porse.

«Imparare a cucinare,» lesse Matteo. «Lezioni con un cuoco italiano vedete quanto è facile.» Scoppiò in una risata. «Oddio, la grammatica ha bisogno di un ritocchino. Ma forse potremmo farc…»

«Non ‘potremmo’. Ce la faremo.» Diego sorrise. «Io ce la farò.»

Matteo lanciò uno sguardo alla moderna enoteca che avevano creato. Erano passati dal vecchio e ristorante fuori moda che avevano trovato quando erano arrivati, a un locale moderno, splendente e nuovo.

Avevano venduto la loro casa a Bologna e ipotecato tutto ciò che possedevano per realizzare quel sogno. Sarebbe stato imbarazzare perdere tutto ed essere costretti a tornare in Italia con la coda fra le gambe.

«Va bene,» disse, prendendo la mano del marito. «Sai che ti dico? Mandami il file e lo metto a posto. Li distribuiamo nel vicinato e vediamo cosa succede. Quando vorresti cominciare?»

Diego gli scoccò un sorriso. «Domenica prossima?»

«Tra una settimana, quindi.» Strinse fra le dita la piccola croce d’oro che sua madre gli aveva donato prima di morire e rivolse una preghiera al Cielo. «Stammi vicino, mamma. Mi manchi

Misero via i piatti sporchi e spensero le luci del ristorante. Matteo baciò il marito, poi se lo trascinò dietro lungo le scale che dal locale portavano al loro appartamento.

Sul tavolo, senza che nessuno lo notasse, il foglio risplendette un attimo per poi tornare normale carta.


Capitolo Due: La Rossa

Carmelina fece un’ultima puntata in bagno per dare il tocco finale ai suoi riccioli fulvi. Le stavano come al solito in disordine, ma superati i cinquanta si era ormai rassegnata e, in ogni caso, era la prima volta che usciva da quando Arthur era morto.

Non che si aspettasse una serata di divertimento. Stava andando a un incontro del Club delle allegre vedove: tre donne che, come lei, avevano perduto la loro dolce metà. Era stata Loylene a invitarla e Carmelina non aveva trovato il coraggio di rifiutare.

Loylene era un tesoro, ma pensava solo alla Tupperware e al calcolo delle calorie. Lei, invece, non ne aveva mai contata una in vita sua, e i suoi bellissimi fianchi larghi italiani ne erano la prova.

Marjorie era un po’ una rompiscatole e Carmelina si era chiesta spesso se il marito non fosse morto solo per sfuggire ai suoi assilli.

Violet la conosceva poco ma, come suggeriva anche il nome, era un fiore delicato che pigolava più che parlare.

Nell’uscire posò un bacio sulla foto di Arthur sopra la mensola, quella dove aveva il volto accigliato perché lei era in ritardo per la cena del loro ventesimo anniversario. E, tanto per non smentirsi, era in ritardo anche in quel momento. L’appuntamento al piccolo ristorante era per le cinque del pomeriggio e non mancavano che pochi minuti.

Si assicurò comunque di trovare il tempo per dare un’ultima controllata al rossetto.

#

Erano le sei meno un quarto quando entrò al One Speed Pizza, il piccolo locale in cui il club aveva scelto di riunirsi. Nonostante casa sua non fosse lontana che un paio di miglia, aveva impiegato quasi mezz’ora per arrivare a causa di un cantiere in H Street. E anche trovare parcheggio era stato un vero incubo. Magari a uscire prima…!

«Salve ragazze,» salutò, scivolando in tutta tranquillità al suo posto.

Ciascuna delle tre amiche indossava un velo nero, qualcosa che, a suo avviso, le faceva apparire appena un po’ macabre. Certo, aveva perso Arthur solo tre mesi prima, dopo trentacinque meravigliosi anni di matrimonio, ma aveva rinunciato al nero già dopo la prima settimana, mentre quelle donne vestivano a lutto da più di un anno.

Marjorie le scoccò un’occhiataccia. «Ti sei scordata il velo. E sei in ritardo di un’ora.»

«Quarantacinque minuti,» ribatté lei, prendendo il menù. «E il velo è in lavanderia.»

Loylene le rivolse un sorriso soddisfatto. «Oh, non c’è problema,» disse, aprendo la grossa borsa in tessuto di un color rosa pastello. «Ne ho portato uno in più, nel caso servisse.» Le passò un velo che aveva decisamente visto giorni migliori: era spiegazzato e punteggiato da frammenti di chissà cosa.

«Grazie, tesoro, ma non voglio approfittare. La prossima volta porterò il mio,» declinò lei, posandolo lì accanto.

Violet annuì e mormorò qualcosa di inintelligibile.

«Scusa?« Carmelina stava morendo di fame e non vedeva l’ora di finirla con i convenevoli e passare a ordinare la cena.

«Dice che è felice che tu ci abbia raggiunto.» Il tono severo di Marjorie, invece, non lasciava dubbi su come l’amica la pensasse in proposito.

«Possiamo ordinare?» domandò lei nel tentativo di passare oltre. «Il minestrone sembra buono. Immagino che non debbano fare altro che scodellarlo…»

«Prima il rituale,» affermò Marjorie risoluta, intendendo chiaramente che non si ammettevano discussioni.

«Il cosa?» chiese Carmelina.

«Il rituale,» ripeté Loylene, mentre estraeva dalla sua grossa borsa un piccolo contenitore verde della Tupperware. Aprì il coperchio, esibendo tanti piccoli pezzi di carta bianca ripiegati, e posò il tutto sul tavolo. «Ciascuna di noi prende un bigliettino, lo legge e poi descrive cosa piaceva a suo marito o…» Lanciò uno sguardo a Violet. «… al coniuge.»

Carmelina alzò gli occhi al cielo. «Ci vuole molto?» Sentiva lo stomaco gorgogliare.

«Comincio io,» disse Marjorie ignorandola. Prese un foglietto e lo lesse. «Vestiti.» Puntò lo sguardo nel vuoto per un lungo momento. Carmelina stava cominciando a preoccuparsi, quando gli occhi dell’amica rimisero a fuoco e la donna fece un sorriso triste. «I calzini in spugna. Martin li adorava.»

«Molto bene,» continuò Loylene, spingendo la scatolina davanti a Violet, che prese un bigliettino e lo lesse piano.

«Toast bruciati,» disse, senza nessun’altra spiegazione.

Lo stomaco di Carmelina brontolò ancora più forte.

«Bene,» andò avanti Loylene, imbronciata. Prese il suo pezzo di carta. «Ah! Programma televisivo. Hmm. È difficile. Ne guardava così tanti. In pratica David viveva davanti alla televisione.»

«Accumulatori seriali?» suggerì Carmelina, che era stata a casa sua.

«Gli eroi del ghiaccio,» esclamò invece trionfante la donna. «Tocca a te.»

Rassegnata, Carmelina prese un foglietto e si mise a fissarlo con sguardo assente. Stampate sulla carta c’erano le parole “giochino preferito”. Sollevò gli occhi: tutte e tre le amiche la stavano osservando impazienti. «I San Francisco 49ers. Squadra preferita,» mentì, poi rinfilò il biglietto in mezzo agli altri.

Il telefono di Violet vibrò. «Scusate, devo rispondere. È Sylvie.» E andò a parlare fuori.

«Sylvie?» chiese Carmelina.

Loylene annuì. «Sua moglie. Violet è un membro onorario. Sylvie non è morta, è solo molto occupata col lavoro.»

Carmelina scosse la testa. Era stata una pessima idea. «Possiamo ordinare, ora? Non mangio niente da colazione.» Fece un cenno alla cameriera.

«Prima dobbiamo condividere gli oggetti appartenuti ai nostri coniugi che abbiamo portato,» disse Marjorie, estraendo dalla borsa un vecchio paio di calzini da palestra con le strisce rosse.

«Oh, per l’amor del cielo, no!» Carmelina si scostò dal tavolo e ci gettò sopra il menù, ignorando l’espressione scioccata dell’amica. «Scusa tanto, Loylene, ma preferisco piangere a casa da sola piuttosto che fare tutto questo.» Dopodiché si precipitò fuori dal ristorante animata dalla giusta dose di legittima indignazione, o almeno fu ciò che si disse più tardi.

Mentre camminava verso la macchina, qualcosa le rimase impigliato alla scarpa.

Era un foglio di carta verde. Lo girò. “Corsi di cucina italiana – Venite a imparare dal migliore”. Si tenevano in un ristorante chiamato “Ragazzi” e le lezioni sarebbero cominciate la domenica. Guardò l’indirizzo. Era proprio dall’altra parte della strada.

Come aveva fatto a non notarlo?

Infilò il volantino in borsa e tornò a casa, dove l’aspettava un bel gelato.


Capitolo Tre: Sulla Strada

Marissa posò lo zaino sopra lo sciacquone per evitare che si sporcasse a contatto col pavimento del bagno. Le toilette delle caffetterie erano meglio di quelle dei benzinai, ma solo perché meno appiccicose.

Si assicurò che la porta fosse chiusa a chiave e iniziò la sua routine. Sgusciò fuori dalla maglietta e dai jeans e si diede una rapida lavata con la saponetta che aveva comprato al negozio all’angolo e che custodiva gelosamente dentro una busta a chiusura ermetica. Si sciacquò meglio che poté e si asciugò con la carta del distributore.

Si insaponò anche i capelli: le mancava lo shampoo, ma le saponette costavano meno.

Si guardò allo specchio, cercando di riconoscere il proprio volto. La pelle chiara era di nuovo pulita, e gli occhi castani erano luminosi, ma il riflesso che la osservava era ancora quello di un’estranea. Dopo tre mesi trascorsi sulla strada si sentiva una persona diversa.

Qualcuno bussò pesantemente alla porta. «Lo so che sei lì dentro,» disse un’acuta voce femminile. «Il bagno è destinato solo ai clienti paganti!»

«Un minuto ed esco!» rispose lei.

Raccolse le sue cose e si controllò un’altra volta, convincendosi di avere un aspetto decente. Appariva giovane e trasandata, magari, ma non dava l’impressione di essere una senzatetto.

Chiuse lo zaino e allungò la mano verso la porta. Qualcosa le era rimasto attaccato alla suola della scarpa. Si abbassò e prese il pezzo di carta verde dandoci appena un’occhiata. Stava per gettarlo quando la parola ‘gratis’ attirò la sua attenzione.

Era la pubblicità per un corso di cucina presso un ristorante nella zona est della città. La prima lezione era gratuita e avresti potuto mangiare ciò che cucinavi.

Lo ripiegò e se lo mise in tasca, scivolando fuori dal bagno e dalla porta sul retro prima che il direttore la beccasse.

#

C’erano solo pochi isolati a separare la caffetteria all’angolo tra la 19ma e J e il Centro LGBT presso cui il gruppo di supporto giovanile si incontrava ogni venerdì sera. Era uno dei pochi momenti, in quel periodo, in cui Marissa si sentiva ancora una ragazza “normale”.

Sedette sui gradini dell’edificio in stile vittoriano restaurato, chiedendosi quanto sarebbe passato prima che la notte cominciasse a far freddo. Aveva cominciato a vivere per strada subito dopo l’anno scolastico, quando i genitori l’avevano sbattuta fuori dalla loro casa a Granite Bay perché la madre l’aveva scoperta a baciare un’altra ragazza. La religione era una cosa seria per la famiglia Sutton, e tra le tante cose che erano taboo, essere una lesbica con i capelli a punta era la peggiore.

«Ciao ragazza lesbica!» la salutò Ricky Martinez dal marciapiede qualche decina di metri addietro.

«Ciao ragazzo gay,» rispose lei. «Sei in anticipo.» Ricky in genere arrivava un quarto d’ora dopo l’inizio, il ritratto perfetto del ritardatario cronico. «Ehi, mi piace la cresta.»

Il giovane le sedette accanto sulle scale, lasciando cadere a terra lo zaino, e lei gli passò una mano sulla cresta fucsia in segno di apprezzamento.

«Grazie. L’ho fatta da solo. Anche a Justin sembra piacere.» Justin era il ragazzo con cui Ricky stava uscendo. Dieci anni più vecchio di lui e ricco da far paura.

«Bene. Sto morendo di fame. Che ora è?»

Ricky controllò il suo cellulare. Maledizione, le mancava il telefono!

«Sette e cinque. È in ritardo. Ehi, mi piace quello.» Indicò il tatuaggio a forma di teschio che si era fatta incidere sul braccio. Era ancora un po’ arrossato.

Cominciavano ad arrivare alcuni degli altri ragazzi, tra i diciassette e i ventuno anni. «Grazie. Rex me l’ha fatto gratis.»

«Non devi fargli dei pompini, vero?»

Lei fece una risatina. «No. Lavoro per lui, pulisco il negozio, accolgo i clienti. Mi paga in nero.»

«Merda, me l’ero scordato.»

Marissa scosse la testa. «E con Justin tutto bene?»

Ricky estrasse una catenina d’oro da sotto la camicia. «Non male.»

Lei emise un fischio di apprezzamento. «Sai che sei la sua puttanella, vero?»

«Non mi paga. Mi ama.»

Lei gettò uno sguardo alla collana, un sopracciglio inarcato.

«Okay, non mi paga in contanti.»

Marissa sbuffò. «Spero che abbiano qualcos’altro oltre ai cupcake questa sera. La settimana scorsa lo stomaco ha continuato a brontolarmi per tutta la notte dopo l’incontro.»

«Oh, a proposito…» Ricky aprì lo zaino e ne tirò fuori una busta marrone. «Non sono riuscito a finirlo…»

Lei girò il viso. «Non voglio la tua cazzo di pietà.»

«Mai. Rispetto assoluto.»

Però stava davvero morendo di fame. «Sei sicuro?»

«Dai, prendilo. Se non lo mangi tu finirà nella spazzatura.»

Il suo stomaco fece un altro gorgoglio. «Da’ qua,» disse, strappandogli la busta dalle mani. All’interno c’erano un mezzo panino e una busta di patatine ancora chiusa. «L’hai comprato per me,» lo accusò.

Lui scosse la testa. «Mi hanno dato due buste per sbaglio.»

Marissa aveva dei seri dubbi in proposito, ma non disse nulla. Il suo stomaco sembrava essersi risvegliato alla vista del cibo. «Be’, niente da bere?»

«Sei davvero incredibile,» disse Ricky sorridendo, quindi tirò fuori una lattina di Wild Cherry Pepsi. Fredda. L’aprì e gliela porse.

Lei la tracannò. Oddio, è deliziosa! Dopodiché si gettò sul panino. Quando le capitava di mangiare, in genere era alla mensa dei poveri , dove il cuoco sembrava ignorare l’esistenza di sale, pepe e condimenti vari. E beveva un sacco di acqua tiepida.

«Lo sai che in cambio non ti farò una sega, vero?» gli disse, scoccandogli un’occhiataccia.

«Bleah…»

«Patti chiari, amicizia lunga.» Gli diede un rapido bacio sulla fronte. «Grazie.»

In quel momento, la porta del Centro si aprì rumorosamente e Bred, con un sorriso, fece loro cenno di entrare.


Capitolo Quattro: l’Everyday Grind

Il clacson di una macchina strombazzò proprio lì accanto e Marcos Ramirez fece un salto sulla sedia. Gli piaceva frequentare l’Everyday Grind e sedere all’ombra della grande quercia che torreggiava sopra la terrazza di legno di fronte al MAARS Building. Ma il traffico intenso di J Street, appena qualche metro più in là, ogni tanto gli dava sui nervi.

Malgrado ciò era una bella giornata. Aveva un nuovo cliente pagante, la River City Real Estate, una ditta della zona che aveva un bisogno disperato di aggiornare il proprio sito web risalente probabilmente al 2005. Okay, a dire il vero Marcos odiava quel tipo di lavoro. Gli mancavano i bei vecchi tempi quando il web design era considerato una specie di arte e costruivi i siti dal nulla con qualche riga di html e un minimo di esperienza nel disegno grafico. Al giorno d’oggi era tutto molto più meccanico, bastava trovare un tema in WordPress (o Blogger, oppure Joomla), aggiungere un paio di estensioni (o plugin, o widget) e infine caricare poche foto e boom, eccolo lì, il sito già bello che confezionato.

Inoltre, nessuno aveva pensato di avvisarlo che la maggior parte del tempo l’avrebbe impegnata a fare un sacco di cose noiose, come trovare nuovi clienti, fare campagne telefoniche, fatturare, monitorare entrate ed uscite. E pagare le tasse.

Oddio, quanto detestava le tasse.

Quel giorno, però, il sole splendeva, il Mercato degli agricoltori era in piena attività dall’altra parte della strada e lui aveva un autentico cliente pagante per il quale lavorare.

Inspirò a fondo, prese un sorso del caffelatte-super bollente-magro-decaffeinato-con due schizzi di sciroppo alla vaniglia senza zucchero, e si immerse nel lavoro.

Le due ore successive sembrarono volare. Nonostante quel tipo di mestiere fosse diventato un po’ noioso, Marcos sapeva il fatto suo. Trovò un template che gli piaceva e lo sviscerò, ridisegnandolo per adattarlo al logo e allo stile del suo cliente. Aggiunse uno dei suoi database preferiti e lo configurò per predisporlo ai campi che doveva importare dal vecchio sito. Poi scaricò i dati dal sito esistente e li trasferì sul nuovo.

In breve ottenne una prima bozza da inviare al suo contatto alla River City.
«Le avanza un dollaro?» gli chiese dal marciapiede una ragazza con corti capelli biondi separati in tante piccole punte.

«Un secondo.» Cercò nel portafoglio e le allungò un biglietto da cinque.

«Grazie,» disse lei con un sorriso splendente.

«Di niente!» Tracannò quel che restava del caffè ormai freddo e si alzò, stirandosi e ruotando il collo per sciogliere i muscoli che si erano intirizziti dopo essere rimasto per tanto tempo curvo sopra il portatile.

«Lavoro duro, eh?» gli si rivolse un uomo dal tavolo di fianco.

Era discretamente bello, forse di qualche anno più giovane dei suoi trentanove. Aveva lineamenti delicati, folti capelli biondi e occhi celesti, e indossava un bel completo grigio scuro con una camicia nera e una cravatta gialla.

«Sì, sono programmatore.»

«Ho sempre odiato quella roba,» fece l’uomo, sollevandosi dalla sedia per porgergli la mano. «Mi chiamo Dennis.» Il suo sorriso era appena un po’ troppo splendente.

«Marcos,» si presentò lui a sua volta, stringendo le dita attorno a quelle dell’altro. Bella stretta decisa. «E tu di cosa ti occupi?»

«Io? Sono un venditore. Mi trovo in città per partecipare alla Convention dell’American Cheese Society.»

Marcos sbuffò. «Stai scherzando?»

«Assolutamente no. Rappresento la Swisstown Cheese,» e gli porse il suo biglietto.

«Wow. Fantastico!»

«Grazie, credo.» Si passò una mano fra i capelli. «Posso chiederti una cosa?»
Marcos chiuse il portatile. «Certo,» disse. «Spara.»

«Cosa potrebbe fare un bravo ragazzo per trascorrere il pomeriggio a Sacramento?»

«Hmm, vediamo. Se ti piacciono i pub c’è la Sac Brew Bike: in pratica fai il giro dei pub pedalando insieme ad altri clienti. Se invece ti interessi di arte puoi visitare il Crocker. E ci sono anche diversi bei teatri, ma sono aperti principalmente di sera.»

Dennis stava sorridendo.

«Che ho detto?» chiese lui perplesso.

«Speravo in qualcosa di più… personale.»

Marcos sapeva di essere un bell’uomo. I suoi capelli sale e pepe lo rendevano solo più distinto e non sembrava neanche troppo patinato per la sua età. Era comunque inusuale che qualcuno fosse così diretto, perlomeno lì in strada.

Però gli piaceva.

«Okay… da te o da me?»

#

Marcos era steso sul letto, nudo e soddisfatto, avvolto nelle lenzuola bianche dell’hotel mentre da fuori i raggi del sole entravano obliqui attraverso la finestra, immergendo ogni cosa in un bagliore pomeridiano.

Dennis era andato via. Doveva prendere un aereo per tornare a Des Moines, o Green Bay, o qualunque fosse il posto dal quale veniva. Gli aveva detto di godersi la stanza visto che era pagata fino alle quattro.

Le vetrate davano sul Capitol Building e il parco, molto meglio della veduta sulla mensa dei poveri che si godeva dalla finestra del suo appartamento.

Che diavolo sto facendo della mia vita?

Il pensiero affiorò indesiderato. Il sesso con estranei attraenti era stato eccitante nei suoi vent’anni, a trenta aveva cominciato ad annoiarlo e ora che i quaranta erano dietro l’angolo doveva cominciare a mettere la testa a posto.

C’era stata una persona, quando aveva venticinque anni e viveva da solo dopo essersi laureato al Corbis Baptist College su al nord. Franco aveva la sua età: era italiano, intelligente e carino da morire, il classico tipo artistico al contrario di lui era quello logico. Faceva lo scenografo per un teatro locale chiamato “Gay Twenties”, e insieme avevano trascorso un anno da sogno.

Prima che Frank trovasse un nodulo sul collo, che era andato in metastasi e gli aveva invaso ogni parte del corpo.

Dopo quell’esperienza, Marcos aveva trovato più semplice restare solo.
Fece una doccia veloce per togliersi via l’odore di Dennis. Gli mancavano le docce lunghe, magari uno di quei giorni sarebbe tornato a piovere anche lì e avrebbero avuto più acqua.

Trovò la biancheria sopra il piccolo contenitore blu del riciclaggio della carta. Sorrise. Era stato un pomeriggio attivo. Mentre la prendeva, vide che c’era rimasto attaccato un volantino verde.

«Prima lezione di cucina gratuita,» lesse, grattandosi il mento. Non diceva se si trattava di un’iniziativa gay, ma probabilmente era stato Dennis a mettercelo e il ristorante era chiamato “Ragazzi”, che se non ricordava male voleva dire uomini. Giovani uomini.

Magari era un segno.

Si infilò i jeans e mise il foglio in tasca, poi uscì fischiettando dalla porta.


Capitolo Cinque: Tavolo per Quattro

Diego scoccò un’occhiata all’orologio. Erano quasi le due e il trambusto del pranzo (ben quattro clienti quel giorno) era ormai passato. A breve sarebbero dovuti arrivare i suoi allievi, ammesso che ce ne fossero.

Avevano stampato cinquecento volantini, dopo che Matteo aveva messo mano al suo inglese orribile. Diego sapeva che avrebbe dovuto impegnarsi per migliorarlo, ma c’era sempre un’infinità di altre cose a cui pensare: scovare gli ingredienti, preparare il menu, cucinare. Non si era reso conto, prima, di quale mole di lavoro il ristorante avrebbe comportato.

Pulì il bancone che separava la cucina dalla sala da pranzo. Matteo stava preparando le sedie per gli ospiti e aveva spostato tutti i tavoli da un lato della stanza. L’idea era quella di mostrare la preparazione della piadina, un impasto simile al pane tipico della loro regione di provenienza, l’Emilia Romagna.

Prese un sacco di farina importata dall’Italia – quella americana non era la stessa cosa, inutile raccontarsi storie – e anche una caraffa di lardo. Aveva imparato che gli americani preferivano usare il burro o la margarina, ma il lardo era semplicemente più buono. Un po’ di sale, del miele e per infine il lievito, ed ecco predisposti gli ingredienti.

Matteo aveva finito di preparare la sala. «Sei pronto?», chiese sia in italiano che in inglese.

Diego annuì. «Se dovessi aver bisogno…» Si portò la mano all’orecchio come a mimare una telefonata.

«Sì, chiamami se hai bisogno!» Dopodiché il suo uomo sparì in cima alle scale.

Diego lanciò un’occhiata nervosa ai propri appunti tradotti; non era sicuro di essere pronto a quel passo, ma era stata una sua idea e non poteva più tirarsi indietro ormai.

Il telefono vibrò. Era Max. Diego lasciò che la chiamata finisse in segreteria. Non si sentiva pronto ad affrontare anche quello. L’ultima volta che si erano incontrati… be’, Matteo sarebbe andato fuori di testa se l’avesse scoperto.

La campanella attaccata alla porta tintinnò e qualcuno fece il suo ingresso nel locale. «Benvenuta da Ragazzi!»

#

Carmelina era ferma davanti alla porta del ristorante, le dita strette attorno alla maniglia. Si trattava solo di una lezione di cucina. Niente di troppo impegnativo. Diavolo, avrebbe potuto sempre darsela a gambe come aveva fatto con il Club delle allegre vedove se non le fosse piaciuto.

Loylene aveva avuto ragione su una cosa: era arrivato il momento di andare avanti. Arthur avrebbe voluto che uscisse e vivesse di nuovo la propria vita.

Decisa, spinse la porta e l’aprì.

Il posto era carino, moderno e accogliente, con pareti in mattoni e colori in stile country.

«Benvenuta da Ragazzi,» la salutò un uomo da dietro il bancone della cucina. Sui quarantacinque anni, aveva un sorriso gentile e contagioso. Era carino. Gay, ma carino.

«Buongiorno,» riuscì a rispondergli lei alla fine, scervellandosi per tirar fuori qualche parola in italiano. Sua madre era nata in America, ma la nonna veniva dalla Sicilia e parlava sempre la sua lingua madre a casa.

«Parla italiano?» chiese l’uomo, uscendo dalla cucina per stringerle la mano. «Piacere, sono Diego.»

«Oh, ciao, Diego,» rispose lei in inglese, ma poi decise di provare. «No, non… non parla italiano. Mia… nonna

Lui annuì.

«Mia nonna era italiano.»

«Capito. Io non parlo bene inglese, ma ci provo.» Gettò uno sguardo verso un bloc-notes sul bancone. «Si sieda, prego.»

Lei ubbidì e occupò una sedia in prima fila. A giudicare dalla scarsa partecipazione fino a quel momento, la disposizione delle sedie appariva alquanto ottimistica.

La campanella alla porta suonò ancora e Carmelina si voltò per osservare il nuovo arrivato: un ispanico un po’ più giovane di lei, bello e con i capelli brizzolati. «È qui che si tiene la lezione di cucina?» chiese.

Lei annuì. «Io e Diego ci stavamo presentando.» Si alzò e gli porse la mano. «Sono Carmelina. Lui è Diego, il nostro insegnante.»

«Marcos.» Sedettero vicini e l’uomo squadrò ben bene Diego.

Carmelina rise. «Lascia perdere, credo sia occupato. Ho cercato il posto su google e a quanto pare lo gestisce insieme al suo ragazzo.»

Marcos arrossì. «Era così palese?»

«Mio fratello Cliff è gay. Dunque, vivi qui a Sacramento?»

L’uomo annuì. «Sulla R Street in centro. Tu?»

«River Park.»

Diego si schiarì la voce. «Cominciamo.»

Carmelina sospirò. Aveva sperato di poter mettere letteralmente le mani in pasta durante le lezioni.

Diego osservò la stanza e poi la porta. Non c’era nessun altro. «Venite!» disse, facendo loro cenno di alzarsi. «Siamo solo noi tre. Solo tre. Lavoriamo insieme.» Aprì la busta della farina e prese una ciotola.

Carmelina e Marcos si scambiarono un’occhiata. «Mi sporcherò le mani solo se lo farai anche tu.»

Lui le sorrise. «Speravo che lo chiedessi.»

Era l’inizio di una bellissima amicizia.

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Marissa si strofinò gli occhi e guardò l’orologio appeso alla parete dello spogliatoio. «Merda,» imprecò. Era quasi l’una e mezza. Avrebbe fatto tardi.

Infilò una maglietta e uno dei due paia di jeans che possedeva e si avviò con passo incerto verso il bagno.

«Sei tu, ‘Riss?»

«Avresti dovuto svegliami a mezzogiorno.» Fece capolino nella stanza principale e trovò Rex con un cliente che si stava facendo tatuare un unicorno arcobaleno sul bicipite. «Scusa,» aggiunse.

«Sembrava che tu avessi bisogno di dormire,» le rispose Rex guardandola. La cresta in stile indiano e tutti quei piercing gli davano un aspetto temibile, ma sotto sotto era un tenerone.

«Non posso parlare ora. Devo lavarmi e scappare.»

Entrò nel bagno del negozio, si lavò quanto meglio poté e ravvivò le punte ai capelli ossigenati. Cinque minuti dopo aveva già lasciato il negozio, salutando Rex con un gesto della mano.

Corse lungo la 16ma fino alla stazione della metro esterna e prese uno dei treni della Gold Line fino a East Sacramento.

Non sapeva perché ci tenesse tanto, non era che in fondo la cosa le avrebbe davvero portato qualche beneficio, ma le ultime due notti aveva sognato di mangiare italiano e ora ne aveva una voglia disperata.

Scese dal treno e percorse quasi di corsa la strada fino al ristorante, quindi, con appena dieci minuti di ritardo, spalancò la porta.

C’erano tre persone all’interno, tutte più vecchie dei suoi genitori.


Capitolo Sei: Piadina

Marissa si trovò sotto lo sguardo accusatorio dei tre dall’altra parte della stanza.

La donna con i capelli rossi aveva le sopracciglia aggrottate; il tizio brizzolato socchiuse gli occhi mentre la scrutava con attenzione e l’uomo dietro al bancone disse qualcosa di incomprensibile prima di indicarla con un dito.

Marissa capiva quando non era la benvenuta. Si girò e riprese la direzione dalla quale era giunta, lasciando che la porta le sbattesse alle spalle. Avrebbe scovato un altro modo per procurarsi la cena. Tutto era meglio che stare in quel posto asfissiante insieme a un branco di idioti che la guardavano storto. Se fosse andata in centro a piedi, avrebbe potuto usare i soldi della metro per prendersi qualcosa da mangiare.

Tirò fuori dalla tasca il volantino, lo accartocciò e lo gettò in un cestino dei rifiuti.

#

Marcos squadrò la ragazza con il giubbino giallo che era appena entrata. La conosceva.

Lei ricambiò con uno sguardo di sfida, tutta l’insolenza e la boriosità degli adolescenti sotto i capelli a punta ossigenati. E fu allora che ricordò: era la ragazza a cui il giorno prima aveva dato i cinque dollari.

Era sul punto di dirle qualcosa, quando la giovane tirò su col naso e corse via.

«Ops,» disse Carmelina, scuotendo la testa. «Quella poveretta sembrava terrorizzata.»

Marcos decise all’istante. «Torno subito,» disse, rivolgendo ai due compagni un fulgido sorriso.

Diego annuì. «Ti aspettiamo

«Credo abbia detto che ti aspettiamo,» tradusse Carmelina.

«Grazie,» disse, e corse dietro alla ragazza, uscendo nel sole caldo del pomeriggio e guardando a destra e a sinistra lungo la strada. Alla fine scorse il giubbetto giallo a un isolato di distanza.

Si precipitò al suo inseguimento. La giovane buttò qualcosa nell’immondizia. Il volantino verde.
Marcos lo recuperò. «Ehi, aspetta,» la chiamò, trottandole dietro. «Ragazza con il giubbotto giallo.»

Lei girò su stessa, l’espressione imbronciata. «Che c’è?»

«Dammi solo un secondo» rispose lui, fermandosi per riprendere fiato e aspettando che il respiro gli tornasse regolare prima di continuare. «Scusa, non sono più giovane come una volta.»

«Che vuoi?»

«Ti conosco.»

«Cosa?»

«Ieri. Ti ho dato cinque dollari. All’Everyday Grind.»

Lei lo guardò sconcertata. «Oh, sì. Grazie.» Dopodiché si voltò per riprendere la propria strada.

«Aspetta!»

La giovane gli scoccò un’occhiata da sopra la spalla. «Ho detto grazie. Che altro vuoi?»

Marcos le mostrò il volantino accartocciato. «Sei qui per il corso di cucina, vero?»

Lei osservò il foglio di carta, gli occhi stretti a fessura. «Forse.»

«So cosa significa vivere per strada. Ci sono stato per sei mesi dopo che i miei genitori mi hanno cacciato perché ero gay. Scommetto ti è successa la stessa cosa.»

Lei gli rivolse uno sguardo vago, ma rimase dov’era.

«Mi chiamo Marcos.» Le porse la mano.

«Marissa.»

«Torna dentro Marissa. Nella peggiore delle ipotesi mangi un pasto caldo, e nella migliore ti fai qualche nuovo amico.»
La ragazza abbassò lo sguardo sui propri piedi, che si muovevano nervosamente.

«Inoltre me lo devi, in un certo senso.» Le sorrise. «Per il biglietto da cinque.»

«Stronzo,» lo apostrofò lei, ma gli passò accanto e si diresse di nuovo verso il ristorante.
Marcos la seguì continuando a sorridere.

#

Carmelina stava rispolverando le sue vecchie conoscenze di italiano per chiacchierare un po’ con Diego. Andavano lenti, ma riuscirono ad affrontare i soliti discorsi d’occasione: come va? Bel tempo oggi!

Dentro di sé, però, stava cominciando ad averi seri dubbi su tutta quella storia delle lezioni di cucina. Durante gli ultimi tre mesi si era molto affezionata al tempo trascorso sul divano a guardare il suo DVR e le sue capacità relazionali si erano un po’ arrugginite.

Per di più, la partecipazione di quel giorno era davvero scarsa.

Carmelina era sul punto di fare le sue scuse e andare via quando la porta si aprì di nuovo e fece il suo ingresso la ragazza bionda, seguita da Marcos, che le strizzò l’occhio.

«Carmelina, lascia che ti presenti Marissa. È una… mia amica. Marissa, lei è Carmelina.»

La ragazza lanciò all’uomo uno sguardo indecifrabile.

«Piacere di conoscerti, Marissa,» la salutò lei, chiedendosi dove i due avessero potuto incontrarsi.

«E lui è Diego.»

Lo chef le porse la mano. «Piacere

«Vuol dire che è contento di conoscerti,» sussurrò Carmelina alla ragazza.

«Piacere mio.» Marissa strinse nervosamente la mano all’uomo.

«Bene, ora lavatevi le mani,» disse Diego, offrendo loro una scodella in metallo riempita con calda acqua saponata.

Si lavarono a turno le mani e le asciugarono con le salviette bianche che il cuoco favorì loro.

Uno chef italiano gay, un web designer americano gay e una giovane donna con un caratterino tutto pepe che sembrava essere arrivata direttamente dalla strada.

Be’, forse la serata sarà interessante, dopotutto.

#

Diego osservò il piccolo gruppo. Di certo era eterogeneo, e più sparuto di quanto avesse immaginato. D’altronde, però, anche gli alberi più immensi nascevano da un piccolo seme.

«Okay, siete pronti?»

Tutti annuirono.

Prese i fogli con la traduzione e cominciò.

«La piadina è una specie di pane, piatto tipico dell’Emilia Romagna, in Italia. Si può farcire con molte pietanze: salame, mozzarella e basilico conditi con olio d’oliva e persino con dolciumi, come la nutella o le confetture di frutta.»

Sollevò lo sguardo. I suoi allievi sembravano annoiati. Sta andando male, pensò.

Gli tornò in mente il modo in cui la madre gli aveva insegnato a cucinare, e la luce nei suoi occhi quando lo prendeva per mano e gli faceva sentire al tatto com’era davvero preparare una pietanza. Inspirò a fondo e ricominciò. «Mia mamma… me la preparava lei. Così.»

Prese la mano di Carmelina e la guidò mentre pesavano la farina.

Poi fece vedere a Marissa quanto lardo e latte aggiungere. La ragazza sorrise quando le mostrò come farlo assorbire dalla farina.

Marcos aggiunse il resto degli ingredienti, e mentre lavoravano il profumo della pasta fresca riempì il locale.

«Annusatelo,» disse, inspirando a fondo come dimostrazione.

La classe seguì il suo esempio.

«Oh, che buon profumo,» disse Carmelina. «Buono

«Si chiama impasto,» disse lui, sollevando la bacinella che lo conteneva. «Impasto. Ripetete.»

«Impasto,» dissero i tre all’unisono.

Il resto del pomeriggio passò in fretta e in men che non si dica stavano consumando tutti insieme un tipico piatto italiano.

A un certo punto, Diego scorse Matteo che faceva capolino dall’oscurità delle scale e gli fece ok con il dito.

Magari alla fin fine sarebbe stato capace di trasformarsi in un buon americano.


PIADINA ROMAGNOLA

Ingredienti :
Kg 1 Farina
Gr. 250 Strutto (temperatura ambiente)
1/2 litro di Latte (tiepido)
1 cucchiaio di sale (grosso-fine a piacimento)
1 cucchiaino di Miele
1 pizzico di bicarbonato
1 bustina lievito “pizzaiolo”

Impastare tutti gli ingredienti assieme.

Aggiungere un po’ d’acqua per formare un impasto piuttosto sodo. Oppure, al posto dell’acqua potete mettere il latte o addirittura il vino bianco secco. Distendere l’impasto col mattarello, sulla spianatoia formando un bel tondo di pasta più o meno sottile a seconda dei gusti. Cospargere di tanto in tanto il mattarello con la farina, altrimenti la pasta si potrebbe attaccare al legno e il sottile “lenzuolo” bucarsi. Mettere a cuocere la pasta sul piano di terracotta, sotto cui deve ardere un fuoco piuttosto allegro, perché la piadina va cotta in fretta. Man mano che la piadina si cuoce in superficie forma delle lievi bolle, che vanno schiacciate con le punte di una forchetta, le cui impronte restano anche dopo la cottura, a ricordare il lavoro delle donne davanti al calore del testo bollente. Armatevi anche di un coltello a lama lunga, che vi servirà a rigirare in senso orario e a rivoltare il disco di pasta.

Ricetta per gentile concessione di Fabrizio Montanari


Capitolo Sette: Legami

Matteo scese furtivamente le scale che collegavano il locale all’appartamento al secondo piano e dal buio sbirciò la sala del ristorante sotto di lui.

Diego era in piedi dietro il bancone, la maniche della camicia arrotolate e le forti braccia vigorose imbiancate da un velo di farina. Era completamente preso dai suoi allievi, mentre tutti insieme mangiavano il risultato del loro impegno di quel pomeriggio. Le piadine avevano un profumo celestiale e Matteo sentì il proprio stomaco brontolare.

Diego aveva il dono di trovarsi a proprio agio anche in presenza di estranei, una capacità che Matteo gli invidiava. Bastavano cinque minuti perché il suo uomo riuscisse a farsi amico chiunque. Probabilmente dipendeva dal fatto che era cresciuto in mezzo a un branco di sorelle ed era stato costretto a imparare in fretta l’arte della comunicazione.

Matteo, invece, era un figlio unico cresciuto senza padre. Per quanto apprezzasse la capacità di socializzare, si sentiva sempre a disagio quando si trovava in mezzo a estranei. Diventare il volto pubblico di Ragazzi era stata una grande sfida, pensò con un sospiro.

Alla fine, Diego accompagnò i suoi allievi alla porta, facendosi promettere che sarebbero tornati anche la domenica successiva. Marco aspettò che il compagno chiudesse a chiave la porta, poi trotterellò giù per le scale. «Com’è andata?» chiese, sia in italiano che in inglese, nella speranza di aiutare Diego a migliorare.

L’uomo gli diede un rapido bacio sulla guancia. «Abbastanza bene, tesoro,» rispose. «Speravo di avere più persone…»

Matteo si costrinse a sorridere. «Sì, solo tre allievi.» Lanciò un’occhiata al caos che regnava in cucina. «Avete fatto un casino!»

«Non importa. Siediti!» tagliò corto Diego, spingendolo sopra una sedia vicino al bancone. Gli mise davanti un piatto e ci appoggiò sopra una piadina ancora calda. «Mangiala mentre metto a posto. È davvero buona.»

Matteo sollevò il disco di pane ancora caldo e farcito di mozzarella ammorbidita, e ne staccò un morso mentre Diego puliva. Era deliziosa.

Il compagno sembrava davvero felice in quel posto. Lavorava canticchiando Come un pittore, e ogni tanto sollevava lo sguardo e gli scoccava un sorriso. È ancora bello come quando ci siamo conosciuti.

Matteo non aveva il coraggio di dirgli quanto la loro situazione finanziaria fosse disperata. Un altro mese, forse due, e probabilmente sarebbero stati costretti a tornare in Italia.

Tuttavia, quel momento non era ancora arrivato.

Appoggiò il piatto dentro il lavandino e si lavò le mani, poi si girò appoggiandosi al mobile.

«Cosa?» gli chiese Diego, che aveva appena finito di pulire.

«Abbiamo qualche minuto prima di cena.» Il movimento delle sue sopracciglia lasciò intendere ciò che le parole non dicevano.

«Ma non posso…»

Matteo si allungò e lo prese per mano, attirandolo a sé per un bacio. «Poi ti aiuterò io.»

Gli occhi di Diego brillarono e l’uomo si lasciò condurre al piano di sopra.

#

All’uscita dal ristorante, Marcos vide Marissa che fumava una di quelle sigarette elettroniche. «Ti brucia gli organi interni,» le disse, serio.

Lei gli scoccò un’occhiataccia e prese un’altra boccata. «Sono sane. Me l’ha detto il tizio al negozio dove l’ho comprata.»

Marcos sbuffò. «E tu credi a tutto quello che ti dicono?»

Lei scosse la testa e sorrise. «Solo a ciò a cui voglio credere.»

Che sorriso coraggioso. «Posso darti un passaggio fino al posto dove stai?»

Marissa sollevò lo sguardo verso il cielo. «No, fa ancora abbastanza caldo. Vado a piedi.»

«Spero di rivederti la settimana prossima. Sembrava che ti divertissi molto durante la lezione.»

Lei scosse di nuovo la testa. «È stato bello. Ma è probabile che sarò impegnata.» Prese un’ultima boccata dalla sigaretta elettronica. «Ehi, grazie per avermi convinta a entrare. Mi è piaciuto.»

Marcos annuì. «Se si tratta di soldi…»

«Devo andare,» disse lei e si avviò lungo la strada.

Marcos la guardò allontanarsi. Durante la lezione era sembrata rinascere e per un paio d’ore aveva abbassato le difese.

Riconobbe il se stesso di qualche anno prima in quel suo atteggiamento di falsa indifferenza: non voleva che nessuno capisse quanto fosse spaventata e incerta.

Qualcuno aveva aiutato lui e ora doveva trovare il modo di aiutare a sua volta Marissa.

#

I cronisti si stavano di nuovo scagliando contro il Presidente. Carmelina faceva fatica ad ascoltare: odiava le emittenti di Sacramento. Riuscivano solo a sparare cazzate conservatrici e in genere accendeva l’autoradio solo per ascoltare le notizie sul traffico e le previsioni del tempo.

Era un’altra bella giornata di sole, lì nella Central Valley. Il suo prato era ingiallito ormai da tempo a causa della siccità e la casa del suo vicino si era danneggiata quando da un albero morente era caduto un ramo lungo più di dieci metri sul tetto.

In passato era suo marito Arthur a prendersi cura delle piante e della casa, ma lui era morto solo da pochi mesi e le piccole incombenze si stavano già ammassando.

Fermò la macchina nel parcheggio dei Corti Brothers. Voleva assolutamente preparare le piadine da sola, quella sera a casa, prima di scordare come si faceva. Scorse la ricetta: il negozio di specialità italiane avrebbe di certo avuto tutto l’occorrente, anche se aveva intenzione di trovare un sostituto per il lardo. Aveva il culo già abbastanza grosso!

Fece il giro del negozio in tempo record e si mise in coda alla cassa. E fu allora che udì una voce familiare provenire da dietro le sue spalle.

«Carmelina Di Rosa!»

Carmelina si fece forza e si incollò un sorriso sul viso. «Vito Barino,» disse, voltandosi verso l’uomo. Era anche lui un vedovo, un contabile e un appuntamento terribile sotto ogni punto di vista. E le stava dietro sin dal giorno del funerale.

«Sono così contento di vederti.» Si salutarono con un bacio. «Senti, se martedì sei libera…»

«Ho lo spinning.»

«O mercoledì…»

«Cena con amici.»

«O…»

«Devo lavarmi i capelli. Ascolta, Vito, mi ha fatto piacere incontrarti.» Gli passò accanto per dirigersi verso la corsia veloce che avevano appena aperto. Vito si mosse per seguirla, ma un bell’uomo con i capelli scuri e un elegante abito italiano si mise fra loro.

«Mi scusi signor…»

«Barino.»

«Barino. Io e la signora Di Rosa usciamo insieme.»

Carmelina scoppiò quasi a ridere nel vedere l’espressione stupefatta del povero Vito, che incurvò le spalle, annuì e si allontanò.

Carmelina osservò il nuovo arrivato: alto, scuro e bello, trasmetteva tutto il calore e il fascino italiani. «Usciamo insieme, eh?» gli chiese, inarcando un sopracciglio. «Non so neanche come ti chiami.»

«Daniele. Allora, che ne dici?»

E perché no? «Potei lasciarmi convincere.»


Capitolo Otto: Fantasie al sapore di ravioli

Ben Hammond si rilassò contro lo schienale della sedia, la pizza mangiata a metà che si raffreddava nel piatto di fronte a lui e il portatile chiuso. La terrazza della Pizzeria Urbano era uno dei suoi posti preferiti per pranzare, specialmente finché le giornate erano ancora calde, prima dell’arrivo della stagione fredda (e magari anche delle piogge che avrebbero posto fine alla siccità).

Il cameriere gli riempì il bicchiere dell’acqua, ma lui lo notò appena. Il suo sguardo era puntato sulla ragazza con i capelli rossi dall’altra parte della strada. Era bellissima. Non avrebbe sfigurato per niente sulle passerelle di Parigi o Milano, con quelle gambe lunghe e un prendisole che le dava un’aria eterea. Come un angelo caduto dal cielo.

Ben scosse la testa: aveva perso già troppo tempo. Era a metà del suo anno sabbatico. La primavera precedente era stato licenziato dalla Intel con una generosa buonuscita e aveva deciso di diventare uno scrittore di successo. Stava componendo il Grande romanzo sui trans di colore, come gli piaceva chiamarlo quando gli riusciva di mettere ordine nei suoi pensieri e si decideva a scrivere davvero qualcosa.

Sbuffò. Tutti gli autori che conosceva erano dei gran perditempo quindi, sotto quel punto di vista, era anche lui uno scrittore fantastico.
Non raccontava una storia autobiografica nel suo libro, ma aveva dovuto, per forza di cose, attingere alla propria esperienza personale per tratteggiare Jesse, il protagonista. Jesse era a un bivio della propria esistenza, diviso tra la famiglia e il desiderio di vivere apertamente la vita come un uomo. Era qualcosa che lui stesso si era trovato ad affrontare cinque anni prima, quando ne aveva avuti trenta, e il ricordo lo faceva ancora soffrire. Sua madre non gli parlava più da allora, e suo padre aveva ceduto all’Alzheimer senza mai accettare che sua figlia era ora suo figlio.

Tuttavia, il mondo andava avanti e Ben si svegliava ogni mattina grato per la sua nuova identità e la sua nuova vita. Si guardava allo specchio e vedeva un uomo, la cui esteriorità rispecchiava finalmente ciò che l’interiorità aveva sempre saputo.

Ma il povero Jesse non era ancora arrivato a quel punto.

La ragazza dai capelli rossi… Magari era giunto il momento in cui anche Jesse vincesse le proprie resistenze e si avvicinasse alla ragazza dei suoi sogni. Sì, poteva funzionare.

La fine del capitolo a cui stava lavorando gli si affacciò alla mente, e Ben ne vide tutte le parole. Come un angelo caduto, la ragazza incedeva…

Aprì si scatto il portatile e cominciò a scrivere.

#

Finì la scena che il pomeriggio stava già sfumando nella sera. Era meticoloso quando si trattava di scrivere, mai una parola fuori posto, e cambiava e cambiava e cambiava finché tutto non gli appariva perfetto. Naturalmente, il processo ne era rallentato, ma si consolava pensando che in quel modo la seconda stesura sarebbe stata più facile.

Rimise il MacBook nello zaino e si stirò, portandosi le braccia dietro la testa. Scrivere era un lavoro stancante. Già solo stare fermo e ignorare il mondo circostante per immergerti nel tuo personaggio, in un momento che esisteva esclusivamente dentro la tua sesta, richiedeva pazienza e determinazione.

Guardò il display del cellulare: erano quasi le sei. Giusto in tempo per recarsi al suo lavoro serale, quello che gli permetteva un minimo di interazione sociale e gli forniva un po’ di soldi per permettersi qualche vizio oltre alle spese ordinarie.

L’Every Day Grind era a pochi passi. Aprì la porta e salutò con la mano Alexis e Toby, che erano dietro al bancone.

«Per il rotto della cuffia, eh?» fece il ragazzo, guardando l’orologio.

«Scusa… mi sono lasciato trascinare da un personaggio.» Tutti lì alla caffetteria sapevano che era uno scrittore: quando non lavorava a casa, lo si poteva trovare lì, davanti al suo portatile. Passò dietro a Danielle, che stava preparando un caffelatte, e andò nel retro per lasciare lo zaino e prendere il grembiule. Si sciacquò anche il viso, imponendo alla propria mente di staccarsi dalla storia e tornare al presente. I suoi personaggi non lo lasciavano mai, specialmente Jesse, ma doveva chiuderli fuori se voleva lavorare.

Si guardò allo specchio e, con sorpresa, si accorse che aveva un’aria felice. Era stato licenziato, aveva un lavoro part-time e scriveva come un disperato, però era felice.

#

Mancava un quarto d’ora alla chiusura quando la porta si spalancò.

«Ciao, Ben,» lo salutò Marcos Ramirez.

«Ciao Marcos. Il solito?» Il bel latino-americano aveva una gran cotta per lui, e Ben lo assecondava. In fondo, gli lasciava sempre delle mance notevoli. «Stai bene stasera. Un appuntamento?»

Marcos rise. «Solo se sei libero.»

«Mi dispiace, guapo, ma stasera ho un impegno con il mio computer.»

«Divertiti.»

«Vediamo, caffelatte-super bollente-magro-con due schizzi di sciroppo alla vaniglia senza zucchero, giusto?»
Marcos sorrise. «Ti sei scordato il decaffeinato.»

«Accidenti.» Era un giochino che facevano sempre. «Allora, che succede stasera?»

«Strano che tu lo chieda. Sto cercando una ragazza.»

Ben sghignazzò. «L’inferno si è congelato. Quattro dollari e venti, grazie.»

«Non in quel senso,» Marcos gli passò una biglietto da cinque. «Lo scorso fine settimana ho partecipato a un corso di cucina…»

«Stai davvero imboccando delle nuove strade, eh?» Gli porse il resto.

Marcos lo ignorò. «Sono andato a questo corso e c’era questa ragazza senzatetto. L’avevo già vista qui qualche volta e pensavo che magari tu sapessi dove potrei trovarla.»
Ben non era sicuro di come interpretare quella frase. «Ehmm, io non sono senzatetto.»

«Lo so. Però vedi gente di tutti i tipi. È alta circa un metro e settanta, capelli biondi tagliati corti, atteggiamento un po’ aggressivo…»

«Nome?»

«Marissa.»

«Vediamo.» Si massaggiò il collo. «Sì, c’è una ragazza che risponde alla descrizione e che viene il venerdì. Credo di averle sentito dire che partecipa agli incontri del gruppo giovanile al centro LGBT.»

«Ah, perfetto. Allora forse Brad la conosce… dirige lui il centro.»

«Contento di esserti stato utile. Che tipo di cucina?» Avrebbe potuto essere un buon modo per passare il tempo.

«Italiana. In un ristorante chiamato Ragazzi, a River City. La domenica alle due.»
Ben adorava la cucina italiana.

«Marcos? Ecco il tuo caffè,» chiamò Toby.

«Grazie, Ben,» ripeté l’uomo salutandolo con la mano mentre usciva dalla porta.

Ma Ben non se ne accorse neanche: stava sognando i ravioli.


Capitolo Nove: Scintilla

Brad Weston chiuse la porta dell’ufficio e si mise seduto, la mente ancora occupata da Meghan, la ragazzina transgender che era appena andata via. Ancora troppi giovani LGBT erano cacciati di casa perché decidevano di dichiararsi. L’attenzione del pubblico era un’arma a doppio taglio: personaggi come Laverne Cox e Caitlyn Jenner avevano ispirato molti adolescenti ad affermare la verità su loro stessi, ma era una verità che alcuni genitori non erano pronti a sentire.

Rispetto a quello precedente, quando ancora lavorava al Campidoglio per un senatore repubblicano, il suo ufficio era l’esatto contrario – più piccolo ma più caldo. Aveva lasciato quel lavoro un anno prima, dopo essere venuto in possesso di uno strano medaglione che gli permetteva di vedere ciò che la gente pensava veramente, un’esperienza tutt’altro che piacevole. Questo ufficio era più accogliente e pieno di libri.

Il centro LGBT di Sacramento era piccolo, un edificio in stile vittoriano tra la 20ma e la L, a un isolato dal cuore del quartiere gay.

Ogni giorno, sole o pioggia, Brad inforcava la bicicletta e pedalava fin lì dalla sua casa sulla R street. Non si era mai pentito di aver lasciato la politica, nemmeno per un momento. Quello che faceva adesso gli permetteva di toccare con mano le vite degli altri.

Sentì qualcuno bussare alla porta. «Avanti,» disse. Devon, il receptionist volontario, infilò dentro la testa. «C’è una persona per te,» esordì. «Dice di chiamarsi Marcos Ramirez.»

Brad sorrise. «È il nostro webmaster. Fallo passare. E lascia la porta aperta.» Mise a posto la scrivania: aveva un po’ la fissa dell’ordine.

Si chiese quale potesse essere la ragione di quella visita. Erano mesi che non aveva avuto bisogno di consultarlo.

Marcos entrò nell’ufficio, sorridente. «Ciao Brad. Come stai?»

«Bene, non posso lamentarmi. Tu?» Si salutarono con un abbraccio, poi Brad fece gesto all’amico di sedersi.

«La settimana scorsa ha avuto i suoi alti e bassi.»

«E come sta… Tony?»

Marcos rispose con un’alzata di spalle. «Abbiamo rotto due settimane fa.»

«Ah.» L’uomo era una specie di Casanova che non riusciva a far funzionare una storia per più di uno o due mesi. Brad si chiese chi potesse essere la persona che gli aveva spezzato il cuore. «Allora, cosa ti porta qui? C’è un problema con il sito?»

Marcos scosse la testa. «A dire la verità, mi servirebbe un favore.»

«Dimmi. Va tutto bene?»

«Sì, alla grande. Senti, sono stato a questo corso di cucina, la scorsa domenica. Mi ci sono trovato quasi per caso, ma mi è piaciuto parecchio.»

«Non avrei mai detto…»

Un treno passò sferragliando fuori dalla finestra. Una delle ragioni per cui l’affitto era basso. Aspettò che il rumore si affievolisse.

«… che tu fossi uno chef.»

«E non lo sono. In ogni caso, ho incontrato questa ragazza…»

Brad scoppiò in una risata. «Questa sì che è una novità!»

«Divertente! Comunque sia, è questo scricciolino carino… diciassette anni, forse. Capelli biondi e corti. Marissa.»

Brad lo guardò negli occhi. «Non mi stai chiedendo di divulgare informazioni private sui nostri ragazzi, vero? Sai che non posso farlo.»

Marcos annui. «Lo so. Ma è stata cacciata di casa e non se la passa bene. Ed è successo qualcosa durante il corso. Sì è come animata, come se fosse tornata a vivere. Ma temo che non venga più.»

«Mi dispiace, Marcos… ma non posso aiutarti.»

«Voglio solo sapere dove trovarla.» Marcos gli sfiorò il braccio e l’aria si accese.

Brad sbatté le palpebre per schiarirsi la vista. «Perché ti interessa tanto?»

L’amico distolse lo sguardo. «Non lo so, ma c’è qualcosa in lei. Anche io sono stato cacciato quando ero un ragazzino.»

«Non lo sapevo.»

«È stata dura, e ho pensato che se solo potessi aiutarla…»

«Sarebbe come aiutare te stesso da giovane.»

«Sì. Un’idea stupida, vero? Scusa se ti ho fatto perdere tempo.» Si alzò per congedarsi.

«Aspetta.» Brad aprì lo schedario e ne estrasse la pratica di Marissa. «Queste sono informazioni riservate e non posso condividerle con te. Voglio che sia chiaro.»

Marcos appariva confuso. «Sì, l’ho capito.»

«Penso di aver bisogno di un caffè. Faccio un salto all’Everyday Grind. Tornerò tra una decina di minuti.»

Marcos sorrise. Si alzò e lo abbracciò di nuovo. «Capisco.»

Brad lasciò il centro godendosi la bella giornata di fine settembre. Prese il suo solito caffelatte decaffeinato e tornò verso l’ufficio sentendosi meglio.

Quando arrivò, di Marcos non c’era traccia e il file era dove l’aveva lasciato.

Più o meno.

#

Brad lasciò la bicicletta sotto la scala, nel loro piccolo ma curatissimo giardino posteriore, e salì nell’appartamento, sperando che Sam avesse preparato la cena. Mangiavano spesso a casa negli ultimi tempi: il suo stipendio al Centro non era questo granché e Sam stava ancora cercando di far decollare la sua carriera. Il suo primo libro, Tra le righe, sarebbe uscito da lì a un mese. L’anticipo era stato abbastanza buono, ma dovevano stare lo stesso attenti.

Trovò il suo uomo in cucina. «Ciao, bellezza,» lo salutò, avvolgendogli le braccia attorno alla vita e posandogli un bacio sul collo.

Sam si girò per ricambiare. «Sto facendo i tacos. Ricetta della mamma.»

«Ottimo.» Andò ad appendere la giacca all’appendiabiti accanto alla porta d’ingresso. «È venuto Marcos, oggi.»

«Il web designer?»

«Esatto. Voleva sapere dove trovare una delle ragazze del centro. Posso aiutarti?»

«Certo,» rispose Sam. «Affetta quelle cipolle, per cortesia. E tu che hai fatto?»

Brad cominciò a tagliare. «È questa la cosa strana. Gli ho detto che non potevo aiutarlo per via della riservatezza e quelle cose lì, ma poi lui mi ha toccato il braccio.»

«Ohhh, dovrei essere geloso?»

«Di un vecchio come me?» ribatté Brad con un risata. «No, non intendevo in quel senso. Però ho sentito che dovevo assolutamente aiutarlo. Così ho lasciato la pratica sulla scrivania perché potesse consultarla e sono andato a prendermi un caffè.»

Sam mise da parte la padella e si voltò a guardarlo. L’odore delle cipolle che caramellavano impregnava l’aria. «Marcos è un bravo ragazzo, vero?»

«Sì,» rise lui. «Un po’ una troia, ma un bravo ragazzo.»

Sam fece una risatina. «Allora hai fatto la cosa giusta.» Lo abbracciò e lui annuì.

«Ora finiamo la cena e dopo prometto che ti ricompenserò per le tue buone azioni.»

Brad sorrise e riprese ad affettare con rinnovato impegno.


Capitolo Dieci: La stanza delle porcellane

Carmelina mise un po’ di fard sulle guance e controllò l’effetto allo specchio. Quella mattina era andata dalla parrucchiera e a farsi le unghie, e poi da Nordstrom per comprare una camicetta nuova. Non capitava tutti i giorni che un bell’italiano bussasse alla tua porta, dopotutto.

Lo stesso italiano che la stava aspettando in salotto da mezz’ora.

Controllò l’ora e si sentì afferrare da un’improvvisa ondata di nostalgia: l’orologio d’oro di Tiffany era stato un regalo di Arthur per il loro ventesimo anniversario di matrimonio. Si asciugò una lacrima col fazzoletto e scosse la testa. No, quella sera non aveva intenzione di cedere alla tristezza!

Controllò di nuovo l’ora. Erano le 7:10. Non male, aveva solo venti minuti di ritardo.

«Mi dispiace infinitamente di averti costretto ad aspettare,» disse entrando di fretta in salotto.

Daniele si alzò e le sorrise. Era davvero bellissimo. Doveva per forza esserci un inghippo da qualche parte!

«Non c’è problema,» le rispose rivolgendole uno sguardo ammirato. «Vali di sicuro l’attesa, ora però dovremmo andare…»

Carmelina prese la borsa. «C’è una cosa che devi sapere di me se continueremo a frequentarci: sono perennemente in ritardo.»

Daniele rise. «E io ho perennemente fame.»

Bugiardo, ma se sei magro come un chiodo!

L’uomo l’accompagnò alla propria auto, una Mercedes sportiva, con il tettuccio chiuso. Carmelina non aveva speso duecento dollari dal parrucchiere per ritrovarsi l’acconciatura a pezzi durante il tragitto verso il ristorante.

«Allora, che lavoro fai?» gli chiese accomodandosi dal lato del passeggero.

«Sono un fioraio,» rispose lui, prendendo una bellissima composizione dal sedile posteriore e appuntandogliela con gesto esperto sulla camicetta.

«Oddio, sei gay!» Le parole le uscirono dalla bocca prima che riuscisse a trattenerle, e il suo viso divenne dello stesso colore dei capelli. «Scusa, non volevo…»

Lui scoppiò in una risata. «Mi succede spessissimo, credimi. È l’attività di famiglia… l’ha cominciata mio nonno.» Accese il motore e si immise con perizia in strada.

«Era lui quello gay?» domandò lei, ritrovando la sua compostezza.

«È stato sposato per tutta la vita, ma chi lo sa? Il modo in cui guardava i giovanotti quando entravano…»

Lei lo guardò, sorpresa. «Davvero? È così triste…»

Daniele sghignazzava come una iena.

«Mi stai prendendo in giro, vero?»

«Sì, ti prendo in giro,» rispose lui in italiano.

«Non sei divertente, sai?»

«Me l’hanno già detto.» Stava ancora sorridendo.

«Come si chiama il tuo negozio?»

«Fiori amorosi,» disse lui. «Il mio cognome è Amoroso.»

Carmelina lo guardò ammirata. «Ci sono stata… sulla Elvas.»

Lui annuì. «Ti avevo notata. In genere lavoro nel retro.»

Amoroso. «Il tuo cognome vuol dire ‘amore’?»

La macchina svoltò sulla H, diretta verso il centro. Carmelina adorava quella parte della città, con le sue villette e i suoi bungalow. «Qualcosa del genere. Vuol dire ‘che ha a che fare con l’amore’. Parli italiano?»

«Quel tanto che basta per mettermi nei guai.» Ed eccone la prova… un appuntamento con un uomo che aveva ‘a che fare con l’amore’.

La situazione poteva solo peggiorare.

#

Arrivarono da Mulvaney Building & Loan con quindici minuti di ritardo, ma la caposala li fece subito accomodare. Invece di accompagnarli in terrazza, però, li guidò attraverso le cucine.

«Dove stiamo andando?» Era uno scherzo?

«Sorpresa!»

Entrarono in una stanza che aveva le dimensioni di una larga dispensa, contornata da scaffali contenenti stoviglie di tutti i tipi: piatti bianchi e cestini di metallo, posate in argento e pentole di peltro oppure smaltate in colori brillanti, vassoi dalla forma di pesce e moltissime altre cose. In mezzo alla stanza c’era un tavolo apparecchiato per due su cui era posata una candela.

«Dove siamo? Nella dispensa?»

«Questa è la stanza delle porcellane,» disse la caposala. «È molto romantica.» Strizzò loro l’occhio e si allontanò.

«Ti piace?» volle sapere Daniele mentre le offriva la sedia.

Carmelina si guardò intorno, assorbendo tutto ciò che la circondava. «Non lo so ancora. È diversa.»

Lui le sedette di fronte con aria mortificata.

«Oh no, è molto carina! Ero solo sorpresa, tutto qui.»

L’uomo le rivolse un sorriso incerto. «Conosco lo chef. È molto difficile prenotare qui, con un preavviso così breve.»

Era davvero diversa, ma forse le avrebbe fatto bene un po’ di diversità nella sua vita. «È perfetta,» disse.

#

La serata proseguì come una fiaba. Daniele era bello, gentile e allegro. Parlarono delle loro famiglie italiane: un po’ folli, ma più unite delle maglie delle sciarpe fatte ai ferri che sua madre le regalava per Natale.

Lui non si era mai sposato, il che fece alzare una bandierina rossa, di cui però Carmelina si dimenticò via via che la serata proseguiva vivace.

Sin da subito e per tutta la cena, i camerieri entravano di tanto in tanto per prendere l’occorrente per la sala, ma lei decise che le piaceva molto quella cosa.

Si stavano guardando negli occhi sopra un’eccellente mousse di cioccolato quando Daniele le pose una domanda inaspettata. «Hai mai avuto figli?»

Carmelina sentì le spalle irrigidirsi nella consueta tensione e distolse lo sguardo, incerta se rispondergli o meno, riluttante a lasciare che la realtà si insinuasse strisciando in quella che era stata una meravigliosa serata. Lo conosceva a malapena, dopotutto. Ma quando lo guardò negli occhi non vi lesse alcuna malizia, solo curiosità.

«Ho avuto… una figlia. Quando avevo quindici anni.» ecco, l’aveva detto. «Non ero pronta. Ero così giovane e inesperta. L’ho data in adozione.» Abbassò lo sguardo sulle proprie mani. Persino dopo quarant’anni, sentiva ancora una stilettata di rammarico e vergogna per la decisione che aveva preso. Forse lui si sarebbe spaventato e se la sarebbe data a gambe.

Invece, appoggiò le mani su quelle di lei e Carmelina sollevò lo sguardo. «Dev’essere stato molto difficile per te.»

Lei annuì. «Non ne hai idea.»

«Mangia, il cioccolato rende tutto più sopportabile.»

Lei prese la cucchiaiata che Daniele le offriva e sorrise. Era delizioso. «Hai ragione.» Cosa sarebbe successo se non fosse andata a fare la spesa dai Corti Brothers?

Le piaceva quell’uomo. Le piaceva molto. Era trascorso molto tempo, ma… «Lo sai cos’altro rende tutto più sopportabile?» gli sussurrò all’orecchio protendendosi verso di lui.

Daniele arrossì, arrossì davvero, poi attirò l’attenzione del loro cameriere. «Il conto, per cortesia.»


 

Capitolo Undici: Segreti

Era venerdì sera e il traffico su J Street era abbastanza sostenuto. Marcos controllò due volte l’indirizzo, poi osservò di nuovo l’insegna sopra la porta.

“Tw-ink.” È un negozio di tatuaggi. Carino!

Be’ era anche l’unico indizio che avesse su dove potesse trovarsi Marissa, quindi tanto valeva andare fino in fondo. L’interno era esattamente come se lo aspettava: un vecchio garage al cui pavimento in cemento era stato applicato un isolante che lo rendeva lucido e delle decorazioni ispirate ai cartelli stradali.

«Arrivo tra un secondo,» disse l’artista, un uomo allampanato e con lunghi capelli che cominciavano a ingrigirsi, mentre lavorava su un elaborato dragone cinese dall’altra parte dello stanzone.

«Nessun problema. Do un’occhiata in giro.»

«Prego.»

I muri erano abbelliti da immagini raffiguranti i disegni dei tatuaggi: i soliti teschi, le donnine procaci e (ovviamente) i draghi, ma c’erano anche uomini senza camicia, cazzi, culi e bandiere arcobaleno. Tw-ink era decisamente il nome adatto a un posto del genere.

Marcos sedette e si mise a sfogliare un portfolio, stupefatto per la portata e la varietà dell’offerta. Non aveva nessun tatuaggio, né pensava di farsene fare, però era affascinato.

L’artista finì la sua opera e Marcos l’osservò pulire con delicatezza la pelle del cliente, poi asciugarla e applicare una pomata e una benda. «Dovrai toglierla tra circa quattro ore e poi lavarti con un sapone antibatterico neutro e senza profumi. Asciuga tamponando.»

Il cliente rise. «Non sono un novellino, sai?»

«Lo so, Zack, ma io te lo dico lo stesso. Se poi sei troppo stupido per ascoltarmi è un problema tuo. Impiegherà dalle due alle quattro settimane per guarire completamente.»

Il cliente lasciò il negozio e l’artista si voltò verso Marcos. «Benvenuto al Tw-ink. Sono Rex. In cosa posso aiutarti?»

Marcos declinò con la mano. «Non sono qui per un tatuaggio.»

«Sei sicuro? Potrei disegnare una Madonna che starebbe da dio sulla tua pelle.»

«Parli della cantante o della madre di Gesù?»

Rex rise. «Scegli tu.»

«Be’, grazie allora. Ci rifletterò. Sto cercando una una ragazza.»

Rex lo osservò attentamente. «Non l’avrei mai detto.»

«Non per me,» spiegò Marcos. La battuta stava diventando vecchia ormai. «È una ragazza senza casa che ho incontrato la scorsa domenica. Si chiama Marissa.»

Rex si accigliò. «Che ha fatto?»

«Oh, quindi la conosci?»

«Chi vuole saperlo?»

Marcos sospirò. «Ci siamo conosciuti domenica a un corso di cucina. Stava un po’ sulle sue e ho paura che non voglia tornare, il che sarebbe un vero peccato.»

L’espressine di Rex si rilassò. «Lasciami il tuo numero,» disse alla fine. «Se vuole parlarti potrà usare il telefono del negozio.»

«Mi sembra giusto.» Gli porse la propria carta. «Dille che sarei felice di pagare anche la sua quota, se volesse tornare.»

«Lo farò. È una brava ragazza.»

«Lo so.» Salutò con la mano e uscì dal negozio nella tiepida aria serale di settembre.

#

Diego scolò le ultime lasagne, le adagiò nella pirofila e le coprì con una dose abbondante di ragù alla bolognese e parmigiano. Coprì il tutto con un foglio di alluminio e lo fece scivolare nel frigorifero industriale per usarlo più tardi.

Quindi si lavò le mani, canticchiando allegramente fra sé. Stava davvero cominciando a piacergli stare lì.

Come se quel pensiero fosse stato il segnale, il suo telefono annunciò l’arrivo di un messaggio. Lo lesse mentre si asciugava le mani.

Era di Max. Devo vederti. Domani.

Diego aggrottò le sopracciglia e rispose dicendo all’uomo di non mandargli più degli sms. Non voleva che Matteo li leggesse. Domani alle tre da One Speed. Il locale si trovava esattamente dall’altro lato della strada. Non avrebbe avuto problemi ad assentarsi per cinque minuti tra il pranzo e la cena con una scusa o l’altra.

Va bene.

Diego aveva un brutto presentimento, ma non voleva che Matteo se ne accorgesse. L’avrebbe distrutto.

#

Matteo aspettava in coda alla El Dorado Savings. Aveva pensato che andare a metà mattinata gli avrebbe evitato le file, ma a quanto pareva in molti avevano avuto la sua stessa idea.

Gli piaceva quella banca perché gli ricordava il Vecchio West e Matteo aveva sempre avuto un debole per i cowboy americani. Un paio di mesi prima, immediatamente dopo il loro arrivo, aveva partecipato al suo primo Pride e aveva indossato un cappello da cowboy, una camicia a quadri, jeans e stivali. Non si era mai sentito più sexy, o più americano.

Raggiunse una delle casse e depositò i magri introiti del giorno prima. Sperò che almeno il corso di cucina di Diego riuscisse a portare qualche contante, ne avevano davvero bisogno.

«Potrei parlare con qualcuno relativamente a un prestito?» chiese alla cassiera, una bionda di nome Doris, presumibilmente tra i cinquanta e i sessanta anni.

Lei gli sorrise. «Le chiamo un responsabile.» Gli porse la ricevuta del deposito. «Attenda da quella parte, prego.»

Matteo sedette su una poltroncina di pelle screpolata davanti alla scrivania che la donna gli aveva indicato. A breve un uomo che aveva più o meno la sua età, con indosso una camicia bianca e un papillon, lo raggiunse dall’altra parte del tavolo. «Buongiorno,» lo salutò, stringendogli con fermezza la mano. «Sono Davis. Mi hanno detto che stava pensando di chiedere un prestito.»

«Sì. Io e mio marito siamo i proprietari di un ristorante che si chiama Ragazzi, e abbiamo i nostri conti in questa banca.»

«Sì. Mi lasci controllare un attimo la sua posizione» Davis guardò lo schermo. «Eccolo… oh…»

«Lo so, gli incassi sono stati un po’ bassi questo mese.»

Davis sorrise. «Certo, capisco. Passiamo tutti dei momenti no. Possedete qualche altra risorsa? Pensione integrativa? Qualche altra proprietà? Contanti?»

Matteo scosse la testa. «No. È per quello che ci serve il prestito. Le cose miglioreranno. Ci serve solo un po’ più di tempo…»

«Sa cosa le dico? Non avete un gran patrimonio, ma qui c’è il modulo per la richiesta di prestito. Lo compili e vedremo cosa possiamo fare.» Si alzò e gli strinse di nuovo la mano. «Le auguro una buona giornata.»

Non avevano un gran patrimonio? Perché diavolo avrebbero dovuto chiedere in prestito dei soldi se ne avessero già avuti? Aveva tutta l’aria di essere un no.

Ma non poteva lasciare che Diego lo scoprisse. L’avrebbe distrutto.


Diego si guardò intorno, contento per una volta di vedere che il ristorante era vuoto anche di sabato pomeriggio. Mancavano cinque minuti alle tre.

Matteo stava di nuovo guardando fuori dalla vetrina. Sembrava preoccupato.

«È ora…» gli disse in italiano, ansioso di farlo uscire in modo da poter arrivare in tempo da One Speed. Gli porse la busta in pelle per i depositi. «Per la banca.»

Matteo si voltò con un’espressione vuota. «Cosa?» Vide la busta e annuì. «Ripetilo. In inglese.»

Diego sospirò. «Is time. For the bank

«It’s time.» Matteo sorrise. «Ma stai migliorando. You’re getting better.» Prese la busta. «Non c’è nessuno. Sembrerebbe un buon momento per andare. Te la caverai?»

«Yes. Senti, mi prenderesti…» Vide l’espressione severa del compagno. «Take me a coffee? Everyday Grind?»

Matteo sorrise. «Ci sei quasi.» Lo salutò con un bacio sulla guancia e un gesto della mano prima di correre fuori. Diego lo osservò camminare lungo il marciapiede diretto verso la banca. Sarebbe stato fuori per un’oretta, se era fortunato.

Controllò l’orologio. Erano le 3:01.

Prese le chiavi e uscì a sua volta dal ristorante, girando il cartello su “chiuso” e chiudendosi la porta alle spalle. Era una giornata serena e frizzante.

Guardò da entrambi i lati di Folsom Avenue, poi attraversò per raggiungere l’altro ristorante. Era un bel posto, arredato in stile moderno come il loro. Diego si chiese, non per la prima volta, se fosse stato un errore aprire il loro locale così vicino all’altro. Non che d’altronde avessero avuto tanta scelta: era quello il ristorante che zio Augusto aveva lasciato a Matteo, quando l’anno precedente era morto.

Aprì la porta e si guardò intorno alla ricerca di Max. Neanche One Speed era pieno di gente ‒ cosa per la quale Diego ringraziò Dio ‒ però c’erano almeno dieci tavoli occupati.

«Buon pomeriggio,» lo accolse con un sorriso furbetto Shelley, l’addetta all’accoglienza. Aveva una specie di cotta per lui.

«Ciao,» la salutò lui, poi indicò Max. «Vedo…»

Lei annuì. «Accomodati pure,» e gli strizzò l’occhio, aumentando il suo senso di disagio.

«Grazie.» Non vedeva l’ora di chiudere quella faccenda.

#

Max parlava un buon italiano, ed era anche per quello che l’avevano assunto per aiutarli con l’immigrazione.

Diego, tuttavia, era arrivato a pentirsi di quella scelta. «Che vuoi?» sibilò, sedendogli di fronte.

«Sai, Diego, non dovresti rivolgerti così all’avvocato che sta cercando di aiutarti.» Spinse un raccoglitore verso di lui attraverso il tavolo.

«Che è?»

«Solo… l’informazione… di cui abbiamo parlato due settimane fa. La tua copia.»

Diego l’aprì. Conteneva una trascrizione della sua licenza matrimoniale. «Non vuol dire niente.»

«Guarda la pagina dopo.»

Un cameriere si fermò accanto a loro. «Buon pomeriggio, sono Alex. Cosa posso portarvi? Un po’ d’acqua, per cominciare?»

«Non per me,» fece Diego, in italiano.

«A posto così,» rispose Max anche per lui. «Potrebbe tornare tra una decina di minuti?»

«Certo,» rispose il ragazzo prima di allontanarsi.

Diego girò la pagina e sentì il sangue defluirgli dal volto. «Dove l’hai trovato?»

«Ho dovuto scavare un po’. Ma sono un tipo scrupoloso, lo sai.» Sorrise in un modo che gli fece accartocciare lo stomaco. «Potresti avere dei problemi con l’immigrazione se dovessero scoprirlo. E mi sembra di capire che neanche Matteo ne sia ancora al corrente.»

Diego scosse la testa. Non avrebbe mai immaginato che qualcuno l’avrebbe scoperto. «Che vuoi?»

«Niente di che.» Max si appoggiò allo schienale. «Mi hanno detto che fanno degli ottimi calzoni, qui.»

«Non ho fame.» Diego gli strappò di mano il menu. «Che vuoi?» urlò.

«Calmati, ragazzo mio.»

Diego si guardò intorno. Tutti gli altri clienti e anche i camerieri lo stavano osservando curiosi. Si accasciò sulla sedia, lanciando un’occhiata al telefono. Erano le tre e un quarto. «Matteo tornerà a minuti. Che vuoi?»

Max si umettò le labbra. «Trentamila dollari. Vaglia o contanti, quello che preferisci. E ti aiuterò anche a trovare un modo per mettere le cose a posto.»

Non posso farcela. «È Matteo che paga i conti. E non abbiamo tutti quei soldi.»

«Ti do fino a mercoledì.»

«Te l’ho appena detto, non…»

Max sollevò una mano per zittirlo. «Mercoledì.» Riprese il menu. «Ora vediamo… che posso ordinare? Qualcosa di costoso.»

Diego si precipitò fuori.

#

Marissa si guardò i polsi. Era la prima volta che l’ammanettavano… e tutto per colpa dei suoi stupidi genitori.

Era sabato, quindi avrebbero dovuto essere al club. Il padre a tirare qualche palla a golf e la madre alla SPA insieme alle altre mamme modello.

Marissa aveva pensato di entrare e uscire subito dopo con alcune delle sue cose: qualche vestito, le collane, i braccialetti e il suo orsetto Nathan.

Invece, eccola alla prigione della contea in I Street, in attesa di essere schedata. Le avevano lasciato prendere Nathan, ma nient’altro.

La poliziotta, sulla cui targhetta c’era scritto Doris, la squadrò da capo a piedi. «Nome?»

«Marissa Sutton.»

«Primo arresto?»

Marissa annuì. «Era casa mia.»

Doris sbuffò. «Ragazzina, lo dicono tutti. Numero di previdenza sociale?»

«Dico sul serio. Quei matti dei miei genitori hanno chiamato la polizia perché mi hanno trovata in camera mia. Non dovevano neanche esserci a casa.»

«È la verità?»

Marissa annuì. «Mi hanno cacciata qualche mese fa perché mi piacciono le ragazze.»

«Che brutta cosa.» Doris scosse la testa. «Però mi serve lo stesso il numero di previdenza.»

Marissa lo snocciolò.

«Età?»

«Diciassette. Diciotto il prossimo mese.» Si protese verso la donna. «Finirà sulla fedina penale?» Sua madre non la smetteva mai di dire quanto fosse brutto avere la fedina penale sporca.

«Non so dirtelo. Sembra più una lite familiare che un tentativo di furto, quindi magari te la caverai con poco.» Le porse la cornetta del telefono di servizio. «C’è qualcuno che vorresti chiamare?»

Marissa scosse la testa. Non voleva che Rex venisse a saperlo, avrebbe potuto cacciarla.

Sentì qualcosa di appuntito in tasca e lo estrasse dai jeans attillati. Era un pezzo di carta ripiegato.

Il numero di telefono di quel tizio del corso di cucina. Marcos. Non poteva chiamarlo, però. Lo conosceva a malapena.

D’altro canto, nella peggiore delle ipotesi avrebbe detto di no.

«Sì, qualcuno c’è.»


Chapter Twelve: Saturday in Hell

Diego glanced around, for once grateful that the restaurant was empty on a Saturday afternoon. It was five minutes to three.

Matteo was staring out of the window again, looking worried.

È tempo…” Diego said, anxious to send Matteo out the door so he could get to One Speed on time. He held out the leather deposit bag. “Per la banca?

Matteo turned, his expression blank. “What?” He saw the bag and nodded. “Again, in English?”

Diego sighed. “Is time. For the bank.”

It’s time.” Matteo smiled. “Ma stai migliorando. You’re getting better!” He took the bag. “It’s quiet. Looks like a good time to go. Will you be okay?”

“Sì! Senti, mi prenderesti…” he saw Matteo’s stern expression. “Take me a coffee? Everyday Grind?”

Matteo smiled. “Close enough.” He pecked Diego on the cheek and waved as he ran out the door. Diego watched as he walked down the street toward the bank. He’d be gone half an hour, if Diego was lucky.

He checked his phone. It was 3:01.

He grabbed his keys and let himself out of the restaurant, flipping over the “closed” sign and locking the door behind him. It was a clear, crisp day.

He looked both ways and then crossed Folsom Avenue to the other restaurant. It was a nice place, modern like Ragazzi. Diego wondered, not for the first time, if they’d made a mistake opening their place so close to this one. Not that they’d had much choice. It was the space Zio Augusto had left to Matteo when he’d passed away the year before.

Diego opened the door, looking around for Max. One Speed wasn’t packed—for which he was thankful—but it did have a good ten full tables.

“Good afternoon,” the hostess, Shelley, said with a sly smile. She had a bit of a crush on him.

“Hi,” he said, pointing at Max. “I see…”

She nodded. “Go right on in.” She winked at him, making him distinctly uncomfortable.

Grazie.” He was eager to get this over with.

#

Max spoke fluent Italian. It was one of the reasons they had chosen him as their immigration lawyer.

Diego was regretting that choice. “What do you want?” he hissed, sitting down across from Max.

“Seriously, Diego, that’s no way to talk with someone who’s trying to help you.” He slipped a folder across the table.

“What’s this?”

“Just the… information… that we were discussing two weeks ago. It’s a copy for your files.”
Diego opened it up. It contained a copy of his marriage license. “This means nothing.”

“Look at the next page.”

The waiter stopped by. “Hi, I’m Alex. Can I get you anything? A little water to start?”

Non per me.”

“We’re fine,” Max said in English. “Can you come back in ten minutes?”

“Sure.” He moved on.

Diego turned the page, and felt the blood leave his face. “Where did you find this?”

“It took a little digging, part of my due diligence.” He smiled, a sight that turned Diego’s stomach. “It could be bad for you with immigration if they found out. You haven’t told Matteo yet, I take it?
Diego shook his head. He hadn’t thought it would ever come out. “What do you want?”

“Not all that much.” Max sat back, looking at the menu. “The calzones are really good here, I hear.”

“I’m not hungry.” Diego ripped the menu out of Max’s hands. “What do you want?” he shouted.

“Calm down, my dear boy.”

Diego looked around. The other patrons and waiters were looking curiously in his direction. He sank back down, glancing at the time on his phone. It was a quarter after. “Matteo will be back soon. What do you want?”

Max licked his lips. “$30,000. Money order, cash, whatever. I’ll even help you figure out how to fix this.”

There’s no way. “Matteo pays all the bills. And we don’t have that kind of money.”

“I’ll give you until Wednesday.”

“I just told you. I don’t…”

Max held up his hand. “Wednesday.” He picked his menu back up. “Now let’s see, what do I want? Something expensive…”

Diego stormed out.

#

Marissa stared at her wrists. It was the first time she’d ever worn handcuffs… all because of her stupid parents.

They were supposed to be at the Club on Saturdays. Her Dad would play a couple of rounds of golf, and her Mom would lounge at the spa with the other model moms.

Marissa had planned to get in and out with some of her things—some clothes, her jewelry, and her teddy bear, Nathan.

Now she was here at the county jail on I Street, being processed. They’d let her take Nathan, but nothing else.

The officer gave her a once over. Her nameplate said Doris. “Name?”

“Marissa Sutton.”

“First time?”

Marissa nodded. “It was my own house.”

Doris snorted. “Girl, they all say that. Social Security number?”

“I’m serious. My psycho parents called the police when they found me in my own room. They weren’t even supposed to be home.”

“You serious?”

Marissa nodded. “They kicked me out months ago for liking girls.”

“That’s cold.” Doris shook her head. “Still gonna need your social.”

Marissa rattled it off.

“Age?”

“Seventeen. Eighteen next month.” She leaned forward. “Am I gonna have a record?” Her mother was always going on about how bad it was to have a record.

“Can’t say. Sounds more like a family dispute than a break-in, so maybe you’ll get off easy.” She handed over her desk phone. “Got anyone to call?”

Marissa shook her head. She didn’t want Rex to find out about this. He might kick her out.

She felt something sharp in her pocket. She pulled it out of her tight jeans. It was a folded up piece of paper.

It was the number for that guy from the cooking thing. Marcos. She couldn’t call him, though. She hardly knew him.

Then again, all he could say was no.

“Yeah, I’ve got someone.”


Capitolo Dodici: Sabato Infernale

Diego si guardò intorno, contento per una volta di vedere che il ristorante era vuoto anche di sabato pomeriggio. Mancavano cinque minuti alle tre.

Matteo stava di nuovo guardando fuori dalla vetrina. Sembrava preoccupato.

«È ora…» gli disse in italiano, ansioso di farlo uscire in modo da poter arrivare in tempo da One Speed. Gli porse la busta in pelle per i depositi. «Per la banca.»

Matteo si voltò con un’espressione vuota. «Cosa?» Vide la busta e annuì. «Ripetilo. In inglese.»

Diego sospirò. «Is time. For the bank

«It’s time.» Matteo sorrise. «Ma stai migliorando. You’re getting better.» Prese la busta. «Non c’è nessuno. Sembrerebbe un buon momento per andare. Te la caverai?»

«Yes. Senti, mi prenderesti…» Vide l’espressione severa del compagno. «Take me a coffee? Everyday Grind?»

Matteo sorrise. «Ci sei quasi.» Lo salutò con un bacio sulla guancia e un gesto della mano prima di correre fuori. Diego lo osservò camminare lungo il marciapiede diretto verso la banca. Sarebbe stato fuori per un’oretta, se era fortunato.

Controllò l’orologio. Erano le 3:01.

Prese le chiavi e uscì a sua volta dal ristorante, girando il cartello su “chiuso” e chiudendosi la porta alle spalle. Era una giornata serena e frizzante.

Guardò da entrambi i lati di Folsom Avenue, poi attraversò per raggiungere l’altro ristorante. Era un bel posto, arredato in stile moderno come il loro. Diego si chiese, non per la prima volta, se fosse stato un errore aprire il loro locale così vicino all’altro. Non che d’altronde avessero avuto tanta scelta: era quello il ristorante che zio Augusto aveva lasciato a Matteo, quando l’anno precedente era morto.

Aprì la porta e si guardò intorno alla ricerca di Max. Neanche One Speed era pieno di gente ‒ cosa per la quale Diego ringraziò Dio ‒ però c’erano almeno dieci tavoli occupati.

«Buon pomeriggio,» lo accolse con un sorriso furbetto Shelley, l’addetta all’accoglienza. Aveva una specie di cotta per lui.

«Ciao,» la salutò lui, poi indicò Max. «Vedo…»

Lei annuì. «Accomodati pure,» e gli strizzò l’occhio, aumentando il suo senso di disagio.

«Grazie.» Non vedeva l’ora di chiudere quella faccenda.

#

Max parlava un buon italiano, ed era anche per quello che l’avevano assunto per aiutarli con l’immigrazione.

Diego, tuttavia, era arrivato a pentirsi di quella scelta. «Che vuoi?» sibilò, sedendogli di fronte.

«Sai, Diego, non dovresti rivolgerti così all’avvocato che sta cercando di aiutarti.» Spinse un raccoglitore verso di lui attraverso il tavolo.

«Che è?»

«Solo… l’informazione… di cui abbiamo parlato due settimane fa. La tua copia.»

Diego l’aprì. Conteneva una trascrizione della sua licenza matrimoniale. «Non vuol dire niente.»

«Guarda la pagina dopo.»

Un cameriere si fermò accanto a loro. «Buon pomeriggio, sono Alex. Cosa posso portarvi? Un po’ d’acqua, per cominciare?»

«Non per me,» fece Diego, in italiano.

«A posto così,» rispose Max anche per lui. «Potrebbe tornare tra una decina di minuti?»

«Certo,» rispose il ragazzo prima di allontanarsi.

Diego girò la pagina e sentì il sangue defluirgli dal volto. «Dove l’hai trovato?»

«Ho dovuto scavare un po’. Ma sono un tipo scrupoloso, lo sai.» Sorrise in un modo che gli fece accartocciare lo stomaco. «Potresti avere dei problemi con l’immigrazione se dovessero scoprirlo. E mi sembra di capire che neanche Matteo ne sia ancora al corrente.»

Diego scosse la testa. Non avrebbe mai immaginato che qualcuno l’avrebbe scoperto. «Che vuoi?»

«Niente di che.» Max si appoggiò allo schienale. «Mi hanno detto che fanno degli ottimi calzoni, qui.»

«Non ho fame.» Diego gli strappò di mano il menu. «Che vuoi?» urlò.

«Calmati, ragazzo mio.»

Diego si guardò intorno. Tutti gli altri clienti e anche i camerieri lo stavano osservando curiosi. Si accasciò sulla sedia, lanciando un’occhiata al telefono. Erano le tre e un quarto. «Matteo tornerà a minuti. Che vuoi?»

Max si umettò le labbra. «Trentamila dollari. Vaglia o contanti, quello che preferisci. E ti aiuterò anche a trovare un modo per mettere le cose a posto.»

Non posso farcela. «È Matteo che paga i conti. E non abbiamo tutti quei soldi.»

«Ti do fino a mercoledì.»

«Te l’ho appena detto, non…»

Max sollevò una mano per zittirlo. «Mercoledì.» Riprese il menu. «Ora vediamo… che posso ordinare? Qualcosa di costoso.»

Diego si precipitò fuori.

#

Marissa si guardò i polsi. Era la prima volta che l’ammanettavano… e tutto per colpa dei suoi stupidi genitori.

Era sabato, quindi avrebbero dovuto essere al club. Il padre a tirare qualche palla a golf e la madre alla SPA insieme alle altre mamme modello.

Marissa aveva pensato di entrare e uscire subito dopo con alcune delle sue cose: qualche vestito, le collane, i braccialetti e il suo orsetto Nathan.

Invece, eccola alla prigione della contea in I Street, in attesa di essere schedata. Le avevano lasciato prendere Nathan, ma nient’altro.

La poliziotta, sulla cui targhetta c’era scritto Doris, la squadrò da capo a piedi. «Nome?»

«Marissa Sutton.»

«Primo arresto?»

Marissa annuì. «Era casa mia.»

Doris sbuffò. «Ragazzina, lo dicono tutti. Numero di previdenza sociale?»

«Dico sul serio. Quei matti dei miei genitori hanno chiamato la polizia perché mi hanno trovata in camera mia. Non dovevano neanche esserci a casa.»

«È la verità?»

Marissa annuì. «Mi hanno cacciata qualche mese fa perché mi piacciono le ragazze.»

«Che brutta cosa.» Doris scosse la testa. «Però mi serve lo stesso il numero di previdenza.»

Marissa lo snocciolò.

«Età?»

«Diciassette. Diciotto il prossimo mese.» Si protese verso la donna. «Finirà sulla fedina penale?» Sua madre non la smetteva mai di dire quanto fosse brutto avere la fedina penale sporca.

«Non so dirtelo. Sembra più una lite familiare che un tentativo di furto, quindi magari te la caverai con poco.» Le porse la cornetta del telefono di servizio. «C’è qualcuno che vorresti chiamare?»

Marissa scosse la testa. Non voleva che Rex venisse a saperlo, avrebbe potuto cacciarla.

Sentì qualcosa di appuntito in tasca e lo estrasse dai jeans attillati. Era un pezzo di carta ripiegato.

Il numero di telefono di quel tizio del corso di cucina. Marcos. Non poteva chiamarlo, però. Lo conosceva a malapena.

D’altro canto, nella peggiore delle ipotesi avrebbe detto di no.

«Sì, qualcuno c’è.»


Capitolo Tredici: Sabato Infernale

Brad fu tirato giù dal letto dal rumore insistente di qualcuno che bussava alla porta. Chi diavolo veniva a rompere alle dieci e mezza di sera? Prese la mazza da baseball che teneva accanto al letto.

«Chi è?» chiese Sam ancora mezzo addormentato.

«Non lo so. Vado a vedere.»

Sam sedette e Brad ricacciò indietro il desiderio di tornarsene a letto. Al diavolo il loro visitatore notturno: Sam era delizioso, con lo sguardo assonnato e i capelli biondi che puntavano in tutte le direzioni.

Altri colpi alla porta.

«Vuoi che venga con te?»

«No, ma tieniti pronto a chiamare il 911.» Abitavano in centro, dopotutto, e non era raro che succedesse davvero qualcosa, di tanto in tanto. «Arrivo!» urlò a chiunque fosse la persona che tempestava la porta. Si mise la vestaglia e scese le scale, dirigendosi verso l’ingresso. «Chi è?» domandò, la mazza già pronta a colpire.

«Brad, sono Marcos. Mi serve il tuo aiuto.»

Marcos… il web designer? Aprì la porta. «Come diavolo sai dove abito?» gli chiese, guardandolo fisso. «Lo sai che sono sposato, vero?»

Marcos gli rivolse un sorriso imbarazzato. «Lo so. Hai dato una festa per raccogliere fondi per il Centro lo scorso anno, qui a casa tua. Ricordi?»

«Oh, cavolo. È vero.» L’aveva completamente dimenticato. «In ogni caso, perché sei qui?»

«Devi aiutarmi. Ricordi quella ragazza, Marissa?»

«Sì, che è successo?» Cominciava a pentirsi di aver dato a Marcos quelle informazioni. Se a causa del suo gesto era successo qualcosa alla ragazza poteva anche perdere il lavoro.

«È nei guai. Mi ha chiamato dalla Prigione della Contea in I Street.»

Brady si grattò il mento. «Perché ha chiamato proprio te?»

«Non lo so. Avevo lasciato il mio numero nel posto dove bazzica perché glielo dessero. Immagino che non le sia venuto in mente nessun altro.»

«Forse. Sono in molti fra questi ragazzi a non avere nessuno. Dai, vieni dentro. Fa freddo fuori.» Lo fece entrare e chiuse la porta.

«Chi è?» Sam li guardava dalla cima alle scale con indosso solo la biancheria.

Marcos sollevò lo sguardo ed emise un fischio di apprezzamento.

«Il nostro web designer.»

Sam arrossì imbarazzato. «Oh, scusate. Vi lascio soli,» disse, prima di scomparire in camera.

«Siediti.» Brad guidò Marcos nel loro piccolo salotto.

«Congratulazioni, Brad. Niente male il maritino.»

Brad si schiarì la gola. «Marissa?»

«Oh, sì, scusa. Ha detto che l’hanno incastrata. Mi ha chiesto di andare a prenderla, ma non credo che mi permetteranno di portarla via, dato che è minorenne. Tu hai degli agganci alla polizia, vero?»

Brad annuì. «Come si chiama l’agente che l’ha in custodia?»

«Hmm… Donna? Dorothy?»

«Doris?»

«Sì. Credo fosse quello il nome.»

«Vengo con te e vedo che posso fare. E se te l’affidano? Che farai?»

Marcos scosse la testa. «Non lo so ancora. Come prima cosa, la porto a casa e la faccio dormire al caldo. Poi domani vedremo.»

Brad gli posò una mano sulla spalla. «Perché ti sei preso questa faccenda tanto a cuore?»

«Perché rivedo me stesso vent’anni fa.»

Brad annuì. «Okay, andiamo. Hai la macchina?»

#

Tre ore dopo, la polizia accettò di affidare la custodia di Marissa a Marcos, ma solo dopo che questi ebbe lasciato un deposito di mille dollari ed ebbe promesso di riportarla per l’udienza il mese successivo.

Infine la ragazza fu scortata fuori e le furono tolte le manette. Portava con sé un orsacchiotto, e Marcos si sentì stringere il cuore a quella vista.

«Stai bene?» le chiese.

Lei si strinse nelle spalle.

Marcos lo prese per un sì. «Andiamo. Dobbiamo riaccompagnare Brad a casa.»

«Il signor Weston?» chiese lei con gli occhi sgranati.

Brad sorrise. «Marcos mi ha chiesto di aiutarlo a farti uscire.»

«Grazie!» disse lei prima di gettargli le braccia al collo.

Marcos sbuffò. A lui niente ringraziamenti, eh! «Andiamo. Lo lasciamo a casa sua e poi ci occupiamo di te.»

«Puoi lasciarmi al Tw-ink,» disse Marissa in tono definitivo.

«Temo di no.»

La ragazza si voltò a guardarlo. «Perché no? Ti ho chiamato. Mi hai aiutato. Ora sto bene.»

Marcos le posò gentilmente le mani sulle spalle. «Non stai bene. Sei accusata di tentato furto con scasso, potresti essere condannata a sei mesi o un anno, addirittura. L’unica ragione per cui ti trovi fuori anziché dentro è che ho garantito che ti avrei controllata. Mi sono spiegato?»

La ragazza sembrò scossa, ma annuì. «Non c’è bisogno di essere tanto rude.»

«Scusa.» L’attirò a sé per un abbraccio veloce, ma lei rimase rigida fra le sue braccia. «Devi prenderla sul serio questa cosa.» La lasciò andare. «Ora andiamo. Il povero Brad ha superato da un pezzo l’ora della nanna.»

#

Mezz’ora dopo arrivarono a casa sua, un loft moderno in R Street. Marcos aprì la porta e la fece entrare, poi accese le luci.

«Wow, posto di classe.»

«Grazie. Mi piace. Vieni, ti faccio vedere la tua camera.» La guidò attraverso il salotto fino alla stanza degli ospiti, dove dormivano i suoi genitori quando venivano a trovarlo. Cosa che accadeva piuttosto di rado.

Marissa si guardò intorno. «Va… bene.»

Marcos vide che aveva gli occhi umidi. «Vado a prenderti delle lenzuola pulite.»

Ritornò qualche minuto dopo portando anche degli asciugamani. «C’è un bagno in fondo al salotto. Io ho il mio, quindi sarà tutto per te.»

Lei annuì. «E cosa vuoi in cambio?» Cominciò a sfilarsi la maglietta.

«Ehi, no. No! Non pensarci nemmeno.»

Lei gli rivolse uno sguardo vuoto, poi si lasciò cadere a sedere sul letto e cominciò a piangere.

Marcos le si mise accanto. «Ascoltami,» le disse, prendendole una mano. «Sei al sicuro qui. Sono gay, e anche se non lo fossi non nutrirei alcun interesse per qualcuno della tua età.»

Marissa tirò su col naso. «Allora perché mi hai portato qui?»

«Perché ci sono passato anch’io.» Prese in mano l’orsacchiotto. «Come si chiama?»

«Nathan.»

«Bel nome.» Glielo porse. «Ora lavati e poi fatti un bel sonno insieme a Nathan. Domani vedremo il da farsi. Okay?»

Lei annuì, poi si chiuse piano la porta alle spalle.

In che diavolo di impiccio mi sono cacciato?


Capitolo Quattordici: Una Pigra Domenica Mattina

Diego si era girato e rigirato nel letto tutta la notte, preoccupato all’idea che il marito scoprisse il suo segreto.

Matteo magari avrebbe capito, ma il problema era che anche la loro licenza di matrimonio era nulla e se il Governo l’avesse scoperto avrebbe potuto costringerlo a lasciarlo e tornare a casa. Oppure, ipotesi peggiore di tutte, avrebbero rimandato indietro anche Matteo e il loro sogno di costruirsi una nuova vita negli Stati uniti sarebbe naufragato.

Era successo contro la sua volontà.

Il suo nome era Luna e, fedele al nome che portava, era abbastanza lunatica. I suoi genitori desideravano vederlo accasato con una brava ragazza, e quando l’aveva incontrata all’università a Padova, gli era sembrata perfetta. Era bella, divertente, sfrontata, e lo faceva ridere. Quando gli aveva chiesto di sposarla, lui aveva accettato. Avevano scelto un matrimonio civile alla sola presenza dei testimoni, si consideravano entrambi ribelli, all’epoca.

A dire la verità, Diego non era mai stato pienamente convinto, ma gli era sembrato che fosse l’unico modo per mettere a tacere certi impulsi che non voleva accettare. Purtroppo non aveva funzionato e si erano lasciati pochi mesi dopo. Diego aveva firmato tutte le carte per la separazione, credendo che lei le avrebbe presentate, invece, Luna era ricomparsa dieci anni dopo, quando lui stava già insieme a Matteo, e gli aveva detto che erano ancora sposati a tutti gli effetti.

Aveva chiesto dei soldi per mantenere il segreto. Diego avrebbe voluto confessare tutto e togliersi il peso, ma Matteo aveva appena perso suo padre e non gli era sembrato il momento giusto. Così l’aveva pagata perché se ne andasse.

E ora il suo fantasma era tornato a perseguitarlo.

Mandò un’email a sua sorella Valentina, a Bologna, chiedendole un consiglio. Era l’unica a conoscere il suo segreto.

Se non fosse riuscito a trovare una soluzione entro martedì, avrebbe dovuto dirlo a Matteo.

#

Sam Fueller si appoggiò allo schienale della sedia e guardò il cielo fuori dalla finestra. «A quanto pare ci aspetta un’altra bella giornale autunnale.»

Brad aggrottò la fronte, intento a leggere il Sac Bee. «È già autunno? Pensavo che cominciasse a ottobre.»

«Comincia con l’equinozio d’autunno. La settimana scorsa. Che ti hanno insegnato a scuola?»

«Matematica, inglese e come trovare un uomo.»

«Brutta cosa che tu sia finito con me, allora,» disse Sam ridendo.

Brad sbuffò. «Passami lo sciroppo.»

La domenica mattina era dedicata a loro due. In genere si alzavano tardi, si concedevano una bella colazione fatta in casa – quel giorno, French toast farciti – e si godevano la reciproca compagnia. Poi Brad si sarebbe occupato di qualche lavoretto in casa, oppure sarebbe andato in centro, e Sam avrebbe scritto. Quella domenica non sarebbe stata diversa.
Finirono la colazione e Sam cominciò a impilare i piatti dentro al lavello. Quando Brad cucinava, Sam puliva. Era la regola.

Gli tornò in mente una cosa. «Ehi, quel tuo amico che è venuto ieri sera…»

«Marcos?»

Sam annuì. «Non hai detto che alla domenica pomeriggio va a un corso di cucina italiana?»

«Sì, credo di sì.» Brad appoggiò il resto dei piatti, lasciandosi dietro una scia appiccicosa su tutto il piano lavoro e oltre. «Sicuro che non vuoi che ti aiuti?»

«Tu cucini io pulisco. Quel che è giusto è giusto.» Cominciò a strofinare. «Ti ricordi il posto dove si tiene questo corso?»

Brad si appoggiò al bancone, concentrato. «Da qualche parte nella parte est della città. Rico’s… Regato’s…»

«Ragazzi?»

«Ecco, quello.» Brad sorrise. «Sono colpito. Hai studiato?»

Sam arrossì. «Una specie. Sto scrivendo di un personaggio che viene dall’Italia e sarebbe carino parlarne con un paio di veri italiani.»

«Bella idea! E magari imparerai anche a cucinare qualcos’altro oltre alle quesadilla.»

«E i taco. Faccio anche degli ottimi taco.»

Brad rise. «Oltre alla versione americana della cucina messicana.»

Sam fece spallucce. «Non si sa mai.»

«Dovresti andarci. Ti farebbe bene uscire un po’ di casa.»

Sam annuì. «Tu te la caverai senza di me?»

«Va’. Ci vediamo a cena.»

Sam sorrise. Era davvero l’uomo più fortunato di tutta Sacramento.

#

In un vecchio appartamento nella parte ovest della città, un altro scrittore si godeva il tepore del letto, sotto lo spesso piumone, le lenzuola bianche ammorbidite da un paio di giorni d’uso. Si sentiva calmo, sereno, sicuro. Poi si rese conto di essere di nuovo sul fianco, rannicchiato in posizione fetale.

Emise un grugnito.

Una volta aveva letto che le donne tendono a dormire sul fianco e forse era per quello quando il suo io cosciente si spegneva, il suo corpo ritornava alle origini. Come un piccolo tradimento.

Rotolò sulla schiena e rimase steso per qualche minuto, cercando di decidere se quella posizione lo facesse sentire più mascolino, poi decise che non c’era tutta questa differenza.

Sospirò.

Qualche volta invidiava le persone cisgender, perché non dovevano porsi problemi del genere.

Guardò la sveglia. Erano le undici di una domenica mattina, la sua giornata libera. Era importante per lui avere quell’ancora di salvezza, una volta a settimana. Si strofinò gli occhi. La sera prima si era ubriacato di scrittura, supportato da caffè amaro e un avanzo di muffin al cioccolato della pasticceria all’angolo. Non aveva idea se aveva scritto qualcosa di estremamente bello o una pila di merda. Non riusciva mai a rendersene conto a caldo.

Invece, stampava i capitoli separatamente e li mandava per posta alla sua amica Sandy, nel Delaware. Lei li avrebbe letti e dopo una settimana li avrebbe spediti indietro con i suoi appunti su un foglio separato, usando la busta preaffrancata che lui gli forniva.

L’intero processo dava il tempo alle sue parole di ‘decantare’ prima che tornasse a lavorarci sopra. I suoi amici che non scrivevano la consideravano un po’ una scemenza, ma a lui andava bene così e tutte le volte che un capitolo tornava indietro era come ricevere i regali di Natale.

Domenica. Doveva fare qualcosa. Qualcosa di cui gli aveva parlato Marcos.

Oh, ecco. I ravioli!

Spinse via il piumone e corse nella doccia. Il corso sarebbe cominciato alle due e lui aveva ancora qualche pagina da scrivere se voleva rispettare il programma che si era autoimposto.

La giornata prometteva di essere impegnata.


Capitolo Quindici: Il Gruppo

Marcos fissava la porta chiusa della camera da letto, chiedendosi cosa dovesse fare. Erano le dieci passate e Marissa non si era ancora fatta vedere. Non era andata via, di quello era certo. La sera prima aveva attivato l’allarme e, a meno che la ragazza non fosse un genio del crimine, non le sarebbe stato possibile uscire senza che lui se ne accorgesse.

Una cosa era certa: non era tagliato per essere un genitore. Non aveva davvero idea di come comportarsi. Avrebbe dovuto precipitarsi dentro e tirarla giù dal letto? Bussare e aspettare che rispondesse? Sbatacchiare pentole e coperchi in cucina? Oppure lasciarla in pace?

Non riuscendo a superare l’indecisione, tornò in salotto, convincendosi che fingere una certa nonchalance fosse al momento la strategia migliore. Prese una copia del Bee e si mise a sfogliarla per ingannare l’attesa, o almeno ci provò.

Verso le undici meno dieci, la sua pazienza venne premiata. La porta si socchiuse appena e quando Marcos si voltò verso di essa vide un occhio che lo scrutava attraverso lo spiraglio.

«Dove hai detto che è il bagno?» chiese Marissa.

«Di là», rispose lui, indicandole la direzione. «Hai fame?»

La ragazza aprì un po’ di più la porta. «Sì, qualcosa lo mangerei. Posso fare la doccia prima?»

Marcos annuì. «Ti piacciono le uova?»

«Perché no!» Il tono aveva avuto solo una traccia di scontrosità.

Un passo alla volta.

«Ti lascio alle tue cose,» le disse allora, andando verso la cucina e cominciando a preparare la colazione. Era qualcosa in cui si era molto esercitato. Avrebbe potuto riempire lo stadio con tutti gli incontri da una notte a cui l’aveva cucinata nel corso degli anni.

Stava rompendo le uova quando sentì lo scroscio della doccia e sorrise.

Marissa si ripresentò un quarto d’ora dopo, mentre lui stava servendo il cibo caldo nel piatto. Sgranò gli occhi per la sorpresa quando lo vide, ma tornò subito a nascondere le proprie emozioni. «Ha un bell’aspetto,» disse in tono piatto, prima di sedere al bancone e cominciare a mangiare come se fosse digiuna da settimane.

Marcos le si accomodò davanti. «Allora, hai voglia di raccontarmi cos’è successo ieri?»

«Niente di che,» rispose lei, arrabbiata, tra un boccone e l’altro. «Sono andata a casa per prendere un po’ delle mie cose e miei genitori sono rientrati dal club in anticipo.»

«E hanno chiamato la polizia?» E lui che pensava di avere dei pessimi genitori!

«Che vuoi che ti dica?» Fece un movimento ampio col braccio. «Mi hanno cacciata quando ho detto loro che non mi piacciono i ragazzi e mi hanno fatta arrestare quando sono andata a riprendere le mie cose. Li odio, cazzo!»

«Lo so.» Era difficile essere un adolescente di quei tempi.

Marissa finì di mangiare, poi sollevò lo sguardo e prese a studiarlo. «Devo telare,» disse. «Grazie per la colazione.» Cominciò ad alzarsi, ma Marcos l’afferrò per un braccio.

«Te l’ho spiegato ieri notte, non puoi andare via.»

La ragazza fece un sorriso di scherno. «E quindi, cosa? Sono in prigione?»

«Ti sei introdotta in un’abitazione privata senza permesso. Certo, era casa tua, ma se i tuoi decidono di denunciarti e la polizia ti trova per strada e non da me, possono metterti dentro fino al giorno dell’udienza.»

Il viso le sbiancò di colpo e la ragazza distolse lo sguardo.

«Dai, non è poi così male stare qui. Hai la tua stanza e posso accompagnarti a comprare quello che ti serve… vestiti, cosmetici… per sostituire quelli che hai dovuto lasciare. Dev’essere stato bello dormire di nuovo in un letto vero, no?»

Capiva perfettamente la battaglia che stava avendo luogo in quel momento dentro la sua testa, e ricordava quant’era stato difficile accettare aiuto quando si era trovato nella stessa situazione. «Questo appartamento è grande e solitario, a volte. Mi faresti davvero un piacere se decidessi di restare.»

Lei sollevò lo sguardo. «Dici sul serio?»

Marcos annuì. La bilancia cominciava a pendere dalla sua parte, era chiaro ormai. «Un’ultima cosa.»

«Cosa?» Gli occhi di lei mostravano di nuovo un velo di paura.

«Oggi andiamo di nuovo al corso di cucina.»

Marissa si rilassò. «Oh, quella stupidaggine.»

Però, sotto sotto, si sentiva che ne era contenta.

#

Il ristorante era vuoto.

Matteo era in piedi accanto alla porta d’ingresso e cercava di convincere con la sola forza del pensiero qualcuno dei passanti a entrare, ma i marciapiedi erano quasi vuoti e nessuno accettò il tacito invito.

Gettò uno sguardo all’orologio. Mancava un quarto alle due. Diego era corso di sopra per una doccia veloce prima dell’inizio del corso.

Matteo si sentiva molto fiero di lui. Anche se alla fine non ci fossero stati risultati apprezzabili, era meraviglioso vederlo prendere l’iniziativa e intraprendere qualcosa di positivo: era un cuoco bravissimo e l’idea che volesse condividere con gli altri il suo talento gli scaldava il cuore.

Matteo era da poco venuto a conoscenza della possibilità di accedere a un piccolo prestito per le aziende e aveva intenzione di parlarne con un amico mentre Diego era impegnato con i suoi allievi. Forse poteva ancora salvare il ristorante.

Da qualche giorno, anche Diego appariva più preoccupato del solito. Cercava di nasconderlo, certo, ma dopo vent’anni insieme Matteo era ormai capace di leggere i segnali.

Tanto per cominciare non dormiva bene, poi era brusco con il personale ed evitava di guardarlo negli occhi.

Forse aveva scoperto quant’era disastrosa la loro situazione finanziaria. Forse non era più possibile nasconderlo.

Matteo sospirò. Se non avesse trovato un modo per mettere a posto le cose, avrebbe dovuto dirgli la verità. Poi avrebbero escogitato insieme una via d’uscita.

Ancora perso nei suoi pensieri, sollevò la testa quando sentì qualcuno entrare. Era Carmelina, la rossa della settimana prima. «Salve,» le disse in italiano.

«Buon giornata!»

Quasi. «Salve, sono Matteo, il marito di Diego. Scenderà tra un minuto.»

«Parla inglese, grazie al Cielo.» La donna gli rivolse un sorriso caloroso. «Cosa prepariamo oggi?»

«Un antipasto, credo. Una delle ricette di sua madre.»

Prima che lei potesse rispondere, la porta si aprì di nuovo ed entrarono un uomo ispanico e una ragazza. Matteo si ricordava anche di loro. «Benvenuti da Ragazzi,» li salutò.

Il campanello suonò ancora una volta, avvisandoli dell’arrivo di altre due persone. Due uomini, un ragazzo biondo con gli occhi azzurri e un altro dalla pelle scura e bellissimi occhi castani. Aveva temuto che ci sarebbero state meno persone quella settimana, invece erano addirittura il doppio.

«Diego,» urlò. «Sbrigati. Il tuo gruppo ti aspetta.»


Capitolo Seidici: La Memoria del Cuore

Diego arrivò in fondo alle scale e si fermò a osservare il piccolo gruppo di persone che lo stava aspettando.

Carmelina, Marcos e Marissa erano tornati, anche se aveva avuto dei dubbi che la ragazza si facesse rivedere.

Poi c’erano due nuovi arrivi: un bel biondo alto che indossava una maglietta bianca ‒ pessima scelta se avessero dovuto cucinare la pasta al pomodoro ‒ e un afroamericano, anche lui carino e con un paio di occhiali che gli davano un’aria da intellettuale. Gli piacque immediatamente.

«Ciao, amici!» salutò in italiano, allargando le braccia.

Carmelina gli diede un bacio su entrambe le guance e

Marcos lo strinse in un abbraccio. «Nuovi?»

Matteo sorrise. «Abbiamo dei nuovi partecipanti?» tradusse.

«Sì. Sono Diego… I am Diego,» riprese lui, prima in italiano e poi in inglese.

Matteo annuì, mostrando la sua approvazione.

«Ciao, io sono Sam,» si presentò il biondo, stringendogli la mano con quell’energia tipica degli americani. «Sono uno scrittore e il mio prossimo libro ha come protagonisti degli italiani, quindi… eccomi.»

Diego capì quasi tutto.

Anche l’altro uomo gli porse la mano. «Io sono Ben. Anch’io scrivo, ma sono qui solo perché mi piace la cucina italiana.»

«Benvenuti!» Diego scavò nella memoria per cercare l’equivalente inglese. «Welcome!»

Matteo gli diede un rapido bacio sulla guancia. «Ho dei giri da fare. Buona fortuna con la classe.»

«Non mi serve.»

«Lo so,» ribatté l’altro mentre usciva.

Diego sospirò. Non aveva ancora trovato una soluzione al suo problema e il tempo stringeva. Ma non era il momento adatto per pensarci: aveva una lezione di cui occuparsi.

«Andiamo.» Fece strada verso il bancone e tirò fuori gli ingredienti: Parmigiano Reggiano, pane secco per fare il pangrattato, uova, un po’ di noce moscata, sale, buccia di limone e del brodo di pollo. «Oggi… Scusate…» Cominciò in italiano, per poi cambiare. «Oggi facciamo i passatelli.»

#

Marissa fissava il piano in marmo che aveva davanti.

Gli adulti erano tutti presi dalla lezione di cucina, mentre lei desiderava con tutta se stessa di trovarsi altrove. Se solo fosse stata maggiorenne, o se i suoi genitori non fossero stati dei tali stronzi…

«Marissa?» la chiamò Marcos, dandole un colpetto col gomito.

«Sì? Che c’è?» sibilò lei in risposta, sollevando lo sguardo.

La stavano guardando tutti.

«Diego ha chiesto se puoi aiutarlo.»

«Devo proprio?» fece lei, scocciata.

«Provaci. Se non ti piace, la settimana prossima non sarai costretta a tornare.»

Marissa fece un sospiro esasperato. «Bene. Che devo fare?»

«Vieni.» Diego le fece cenno di raggiungerlo dietro al bancone.

Lei obbedì con passo pesante, sperando che fosse chiaro a tutti quanto la cosa la infastidisse.

Diego le sorrise e le prese una mano, poi, rivolgendole uno sguardo interrogativo, quasi come a chiederle il permesso, l’avvicinò al formaggio grattugiato. Lo versarono dentro una larga scodella di metallo, poi aggiunsero il pangrattato e le uova. Dopodiché Diego mimò l’atto di mischiare gli ingredienti.

Marissa prese la frusta e cominciò a mescolare. Era divertente e trovò persino il modo di riversare tutta la sua rabbia nell’impasto, riducendolo a una massa compatta.

Diego passò gli ingredienti anche a Marcos, che lavorava con Carmelina, e alla coppia di nuovi arrivati, e nel giro di qualche minuto furono tutti impegnati a cucinare.

Poi, dopo aver aggiunto a ciascuna scodella un po’ di sale, noce moscata e buccia di limone grattugiata, disse loro di continuare a mescolare. «In italiano si dice impastare.»

Marissa affondò le mani nell’impasto e improvvisamente il mondo tutt’intorno sembrò scintillare e si trasformò.

Si ritrovò in una stanza sconosciuta, seduta a un tavolo di legno e sempre impegnata a impastare. Era una cucina calda e luminosa, totalmente diversa da quella fredda in acciaio della casa in cui era cresciuta. Eppure, si sentiva lo stesso quasi a casa.

Qualcosa bolliva sui fornelli, davanti a uno sfondo di piastrelle che rappresentavano la campagna toscana, e saturava l’ambiente di un profumo meraviglioso, forse brodo di pollo. Una musica che Marissa non aveva mai sentito, leggera e luminosa come la cucina, arrivava lieve da un’altra stanza.

E qualcosa di sconosciuto che non provava più da mesi le riempì l’anima: appagamento.

«C’è nessuno?» disse, chiedendosi se fosse sola e come avesse fatto ad arrivare lì. Forse la pasta…

«Arrivo subito, tesoro,» rispose una voce materna dall’altra stanza.

Marissa di sedette di nuovo e, con un sorriso sulle labbra, continuò a impastare.

#

Carmelina si trovò in un luogo in cui non era più stata dalla sua infanzia: la casa di sua nonna in T Street, sempre invasa dal profumo dei biscotti appena sfornati. Ed eccola di nuovo bambina mentre l’aiutava a preparare la cena. Sollevò lo sguardo e nonna Elena le accarezzò i capelli. «Sei una brava ragazza,» le disse con un sorriso.

«Grazie, nonna,» rispose lei, le piccole dita affondate nell’impasto appiccicoso.

«Ecco, aggiungi un po’ di questo.»

Le fece cadere un po’ di semola sulle mani e lei riprese a lavorare, impastando finché non fu perfetto.

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Marcos tornò indietro ai giorni del Centro Giovanile, quando Joe Salvatore gli aveva insegnato a cucinare nella grossa cucina industriale che usavano per la struttura. L’uomo era quello che viene comunemente chiamato un Orso, e appena uscito dall’adolescenza com’era, Marcos ne era innamorato cotto.

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Sam era nella sua casa a Tucson, insieme alla madre. Non si vedevano da più di un anno, ma erano subito riscivolati nelle dinamiche del loro rapporto con l’agio di una lunga pratica.
Ben, invece, era in compagnia di una bellissima donna, che rideva e scherzava mentre preparavano la cena in una piccola cucina che dava su un viale alberato.

#

Diego si guardò intorno osservando i suoi allievi: erano tutti concentrati sull’impastare, i volti sorridenti, e uno strano silenzio avvolgeva ogni cosa. Si schiarì la voce. «Ehmm…»
Niente.

Picchiò una pentola sul bancone. «Attenzione!»

Sollevarono tutti lo sguardo e Carmelina scosse la testa come se fosse confusa, poi si guardò intorno impacciata.

«Ripensavo a quando cucinavo insieme a mia nonna.»

«La cucina fa sempre affiorare i ricordi…» rispose lui in italiano. «Come si dice… La memoria del cuore.»

Marissa annuì, anche il suo sguardo perso in lontananza.

«Ora facciamo i passatelli.»


PASSATELLI

Dose per 4 persone; Non occorre la sfoglia.

Ingredienti:
120 g parmigiano reggiano grattugiato
120 g pane secco grattato
Scorza di limone grattugiata
3 uova
sale
un po’ di noce moscata
1 l brodo di carne

 

Era, regola fondamentale che la dose del formaggio grana fosse più abbondante di quella del pane grattugiato per avere una maggiore gustosità.

Lo grattugiavo il pane secco, la mamma il formaggio e la noce moscata. Tutto si poneva sulla spianatoia: si mescolava o impastava con le uova al fine di ottenere un composto sodo ben compatto. La mamma, prendeva lo stampo (un arnese bucherellato con due impugnature) e premeva con forza sull’impasto. Dal fori dello stampo uscivano i passatelli come tanti vermicelli; con il coltello li tagliava alla base e lì ammucchiava sul tagliere. E così fino al termine dell’impasto. Con un canovaccio li copriva in attesa che il brodo di manzo o di gallina messo nel paiolo sopra un fuoco ben ardente bollisse. Svelta scopriva i passatelli e con la mano li versava nel brodo bollente e, dopo otto o dieci minuti di cottura, staccava il paiolo dal gancio della catena del focolare e con gesto deciso versava la pasta nella zuppiera.

Un soave e delicato profumo che si alzava dalla zuppiera, ti entrava nelle narici e sedevi a tavola con tanta voglia di gustare una minestra così prelibata e tanto gradita.


Capitolo Diciassette: La mafia di X Street

Carmelina prese l’ultima cucchiaiata e si leccò le labbra. «Sono deliziosi, Diego. Come si dice deliziosi in italiano?» Non aveva mai assaggiato i passatelli fino a quel momento.

«Deliziosi

«Deliciossi

Diego rise e scosse la testa. «No. Ascolta: de-li-zio-si

«Ah, con la zzz. Grazie. Deliziosi

«Perfetto,» fece lui prima di cominciare a raccogliere i piatti e portarli al lavello.

«Sei davvero portata per le lingue,» le disse Marcos passando a Diego il proprio piatto.

«Mia nonna… era italiana. Si parlava spesso italiano a casa quando ero piccola.» Chiuse gli occhi e rivide la cucina della nonna con una nitidezza tale che le sembrò di esserci. C’era qualcosa nella ricetta che avevano preparato, o forse in quel luogo, che era magico. «È morta da trent’anni, ormai.»
Marcos annuì. «Anch’io ho perso mia nonna, pochi anni fa.»

«Ti è piaciuta la lezione, Marissa?» domandò Carmelina.

La ragazza all’inizio era stata un po’ scontrosa, ma poi sembrava essersi appassionata.

«Hmm?» rispose la giovane, gli occhi ancora chiusi mentre assaggiava il brodo e la pasta. «Oh, sì, mi è piaciuta.»

Marcos sospirò. «Ha litigato con i suoi genitori,» spiegò. «Sta qualche giorno con me, finché non capiamo cosa è meglio fare.»

«È bello da parte tua prenderla in casa.»

«Mi ricorda me stesso quando avevo la sua età. Anch’io sono stato cacciato perché ero gay. Lavoro da casa, quindi posso tenerla d’occhio.»

«Che mestiere fai?»

«Sono un web designer.»

«Non sono gay,» si intromise Marissa.

«Ah no?» chiese Marcos, all’apparenza sorpreso. «Devo aver dato per scontato…»

«Sono bi. Mi piacciono anche i ragazzi.»

Carmelina scoppiò a ridere. La ragazza le piaceva, decise. Aveva del fegato, come lei alla sua età. Carmelina non aveva dei nipoti. Aveva dato sua figlia in adozione perché a quindici anni era troppo giovane per prendersi cura di un neonato, però pensava a lei ogni giorno. Sfiorò la piccola croce che portava al collo e mormorò una breve preghiera.

Suo marito Arthur non aveva mai superato la morte del loro unico figlio, e neanche lei, benché lo nascondesse meglio. «Posso aiutarti a mettere a posto?» domandò a Diego. Non permetteva mai che gli ospiti lavassero i piatti a casa sua, ma le piaceva offrirsi di dare una mano.

«Cosa?» Diego sembrava confuso.

«Aiuto.» Indicò se stessa e mimò di lavare un piatto.

«Ah, no, grazie.» Sorrise. «Gli aiutanti arrivano tra poco.»

Carmelina annuì. Peccato che mancasse un’intera settimana alla lezione successiva. A meno che…

Si schiarì la gola. «Sentite, ho avuto una bellissima idea…»

#

All’altra estremità del bancone, Sam era impegnato in una fitta conversazione con Ben. Non gli capitava spesso di imbattersi in un altro scrittore.

«Quando scrivo, mi sembra quasi che Sacramento sia un altro personaggio,» diceva Ben. «Ci sono cresciuto in questa piccola città di provincia, e la conosco come le mie tasche.»

«Io invece ci abito da un anno, ma sta cominciando a piacermi. È un po’ come Tucson: una grande città con il cuore e l’anima del piccolo centro.»

«Esattamente! Ci sono tante di quelle cose che i nuovi arrivati non vedranno mai. Naturalmente il discorso vale anche per coloro che ci abitano da sempre: hanno un’idea ben precisa di cosa è Sacramento e di cosa può essere.»

«Non ci ho mai fatto caso.» Mise in bocca l’ultima cucchiaiata dei suoi passatelli. Gli ricordavano la cucina casalinga di sua madre. «Alcuni tra gli amici di Brad dicono che questa città non combinerà mai nulla di buono.»

«Le cose stanno cambiando. Midtown, la ‘zona commerciale’, è cresciuta tantissimo negli ultimi dieci anni.» Aveva pronunciato il nome del distretto come se fosse tra virgolette.

«Lo so. Me ne sono reso conto anche io negli ultimi dodici mesi. Ehi, ecco dove ti ho visto. Sei uno dei baristi all’Everyday Grind, non è vero?»

«Colpito e affondato. Venivi sempre a prendere quel caffè complicatissimo.»

Sam rise. «È il preferito del mio compagno. All’epoca lavoravo per lui. Lunga storia.»

Qualcuno si schiarì la gola.

Sam si girò e vide Carmelina che si rivolgeva a tutti loro. «Sentite, ho avuto una bellissima idea. Perché giovedì non venite tutti a cena da me? Mi piacerebbe provare questa ricetta e anche le piadine della settimana scorsa.»

Marcos si girò verso Marissa, la quale si strinse nelle spalle. Adolescenti. «Noi ci stiamo.»

«Anch’io,» disse Ben. «Giovedì è il mio giorno libero.»

Lo sguardo di Carmelina si posò su Sam.

«Credo di sì… Dove abiti?»

«River Park.»

«E sarebbe…?» Doveva ancora imparare a conoscere tutti i quartieri della città.

«Circa dieci minuti da qui.»

«Devo chiedere a Brad. Ma se lui è libero, mi piacerebbe accettare.»

#

Matteo parcheggiò il suo scooter in X Street. Dalla strada sopra la sua testa proveniva il ronzio delle automobili e il rombo più pesante dei camion.

Il mercato contadino che si teneva ogni domenica sotto la sopraelevata era ormai finito. A Matteo era sempre sembrato strano che si vendessero frutta e verdura sotto il fumo costante degli automezzi che sfrecciavano poche decine di metri più sopra. D’altronde erano molte le cose che gli americani facevano e che a lui sembravano strane.

Eppure, voleva diventare uno di loro.

Entrò nella zona in penombra e non appena i suoi occhi si furono abituati al buio scorse l’uomo che era venuto a incontrare. Il suo nome era Jordan e si era presentato la settimana prima al ristorante, dicendo che avrebbe potuto aiutare nel caso Ragazzi si fosse trovato in difficoltà economiche. Matteo non aveva idea di come avesse fatto a saperlo, anche se la sala vuota di venerdì sera avrebbe potuto essere un indizio piuttosto chiaro.

L’uomo era appoggiato a uno dei pilastri e fumava una sigaretta.

La situazione cominciava ad assumere una sfumatura un po’ mafiosa.

«Jordan.»

«Matteo. Grazie per essere venuto.» Si strinsero la mano.

«Avevi una… proposta da farmi?»

«Sì.» Gli diede una busta gialla. «È tutto qui dentro.»

«Niente di illegale, spero.»

«Diciamo… non troppo illegale. Dacci un’occhiata e poi chiamami.»

«Va bene.»

L’uomo si voltò e sparì tra le ombre.


Capitolo Diciotto: La lotteria

Marcos salutò Carmelina con un abbraccio. C’era qualcosa di quella signora italo-americana senza peli sulla lingua che lo attirava. Sembrava il tipo di persona che non accettava un ‘no’ come risposta e che non aveva tempo da perdere con le cavolate. «Ci vediamo giovedì.»

Si erano scambiati i numeri di cellulare e lei aveva promesso di mandargli un sms con i particolari per la cena a casa sua.

Si guardò intorno alla ricerca di Marissa, temendo che la ragazza avesse approfittato della sua distrazione per darsi alla fuga. La trovò in cucina che parlava a bassa voce con Diego, e fu sorpreso di vederla abbracciare con affetto lo chef. A quando pareva, era capace di entrare in sintonia con tutti meno che con lui.

Sospirò. Purtroppo non avevano scelta: avrebbero dovuto adattarsi alla compagnia reciproca, per un po’, e Marissa avrebbe dovuto imparare a comunicare anche con lui. «Sei pronta?»

«Sto arrivando.» Gli passò accanto per raggiungere la strada con il suo solito modo di fare estremamente affascinante.

Marcos sospirò di nuovo.

Camminarono in silenzio fino alla sua Prius, parcheggiata in una delle viuzze laterali dietro al ristorante. Non appena sbloccò le portiere, Marissa sprofondò nel sedile dalla sua parte e incrociò le braccia al petto, lo sguardo puntato ostinatamente oltre il parabrezza.

Marcos salì a sua volta e si allacciò la cintura. Tutta quella storia del broncio doveva finire. «Non sono un tuo nemico, lo sai, vero?» disse a voce alta.

«Cosa?»

«Ascolta, lo capisco sai? Devi dimostrare a tutti che sei un tipa tosta, che non ti serve niente e nessuno, eccetera eccetera.»

La ragazza distolse lo sguardo.

«Quando qualcuno a cui vuoi bene ti tradisce, fa un male dell’anima. Non so esattamente cosa ti sia successo, ma vedo quanto sei forte. Quando i tuoi genitori ti hanno sbattuta fuori, ti sei rialzata e sei andata avanti. Dovresti esserne fiera.»

Nessuna risposta, tranne un sospiro pesante.

«Quando è successo a me, non sapevo dove andare. Rimasi qualche giorno a casa di un amico, finché i suoi genitori non ebbero da ridire e io mi ritrovai sulla strada.» Chiuse gli occhi, tornando con la memoria a quel brutto periodo. Solo, a cercare il cibo nei cassonetti dei rifiuti e a dormire nei ricoveri, sui gradini delle case o nei vicoli. «Ho pianto ogni notte per un mese intero e poi è arrivata la rabbia. Era così ingiusto quello che mi avevano fatto che giurai che mai e poi mai avrei permesso a qualcuno di avvicinarsi di nuovo.»

La ragazza tornò a guardarlo. Era un passo avanti, così decise di continuare. «Chiusi il mio cuore in modo che nessuno potesse ferirmi di nuovo.» E c’era riuscito così bene che arrivato vicino ai quarant’anni ed era ancora solo.

Marissa a quel punto lo guardava apertamente.

«Una volta che chiudi a chiave il tuo cuore hai la certezza che nessuno riuscirà più a ferirti, però finisci con il ritrovarti da solo.»

«Li odio.»

«I tuoi genitori?»

Marissa scosse la testa. «Non sono i miei genitori. Quando mi hanno sbattuta fuori, mia madre… Jessica… ha detto che avrebbe voluto che non mi avessero mai adottata.» La sua voce tremava per l’emozione.

«Merda! Non lo sapevi?»

L’occhiataccia che ricevette fu una risposta più che sufficiente.

«Guarda, non sono riuscito a tirar fuori granché dalla mia vita,» disse Marcos. «Ma una cosa l’ho imparata: non puoi cambiare ciò che le persone ti fanno, però puoi decidere come rispondere.» Marcos aveva fatto un sacco di scelte sbagliate e aveva praticamente rovinato ogni storia che aveva cominciato. Quella volta però non aveva sbagliato, ne era certo.

«Immagino di sì.»

«I tuoi genitori adottivi sono stati una bella sfiga, niente da dire su questo. Puoi lasciarti sopraffare dalla rabbia e dalla tristezza e chiudere fuori il mondo…» Le sfiorò una spalla. «Ma a chi fai più male, così? A te o a loro?»

Marissa rimase a lungo a silenzio e Marcos la lasciò riflettere: doveva arrivarci da sola.

Alla fine la ragazza borbottò qualcosa.

«Che hai detto?» le chiese allora lui con gentilezza.

«Erano i miei genitori che non avrebbero dovuto lasciarmi!» La sua voce si incrinò e lo stesso fece il cuore di Marcos.

«No, non avrebbero dovuto.» Si sganciò la cintura e le passò un braccio attorno alle spalle, stringendola a sé.

Le braccia di lei lo circondarono e la ragazzina scoppiò a piangere.

Marcos la tenne contro di sé e le massaggiò la schiena, sapendo che in quel momento si trovava esattamente dove il destino voleva che fosse.

#

Matteo era seduto a uno dei tavoli di fondo dell’Everyday Grind, una tazzina con l’espresso in mano e lo sguardo fisso sulla busta gialla che aveva ricevuto da Jordan. Non aveva idea di cosa potesse contenere.

Come un biglietto della lotteria. Fino a che non l’avesse aperta avrebbe potuto immaginare che contenesse di tutto, magari qualcosa che avrebbe potuto salvare Ragazzi e la loto vita negli Stati Uniti.

C’erano un mucchio di differenze rispetto all’Italia. Matteo amava il suo lavoro e le persone, ma gli italiani avevano una considerazione diversa della famiglia rispetto agli americani. Questi ultimi vivevano la loro vita senza radici, spostandosi di luogo in luogo e di lavoro in lavoro. Era un modo di intendere la libertà e Matteo li apprezzava anche per quello, ma così facendo gli americani spesso perdevano il senso della famiglia, della comunità e dei rapporti.

Nonostante questo, però, Matteo amava tantissimo la sua nuova casa.

Il pensiero tornò sul contenuto della busta. Magari Jordan lavorava per la Mafia e avevano pensato di usare Ragazzi per riciclare il denaro sporco.

Magari era ricco e aveva deciso di investire su di loro, come quegli ‘investitori informali’ di cui parlavano sempre in TV.

O magari era un filantropo e gli aveva appena regalato una busta piena di contanti, come nei reality. Si guardò intorno un po’ imbarazzato per controllare che qualcuno non lo stesse riprendendo. Ma nessuno gli prestava la benché minima attenzione.

Qualunque cosa stesse per succedere, lui e Diego si amavano e in qualche modo ne sarebbero venuti fuori insieme.

Prese la busta e l’aprì, rovesciandone il contenuto sul tavolo. Poi rimase a guardare con gli occhi sgranati.

La superficie era ricoperta da più di un centinaio di buoni sconto del 20% di Bed Bath and Beyond, il famoso negozio di articoli per la casa. Un biglietto della lotteria.

Jordan era matto.

Scoppiò a ridere per non mettersi a piangere.


Capitolo Dicianove: Caramello

Non andava bene.

Sam tornò indietro di un paio di pagine, cercando di capire in quale punto la storia avesse cominciato a uscire dai binari. Stava introducendo un nuovo personaggio italiano nel suo thriller politico dal titolo Rosso come la notte, e c’era qualcosa che… non tornava. Un elemento nella trama non girava a dovere, e Sam sapeva anche a cos’era dovuto: era troppo immerso nella stesura. Gli serviva una pausa.

Lanciò un’occhiata all’orologio. Era l’una e un quarto. Si appoggiò alla sedia e allungò le braccia sopra la testa, stirandosi e valutando cosa fare a quel punto. Andare al 15L per un hamburger al volo? Oppure un caffè e uno scone all’Everyday Grind?

O magari avrebbe potuto preparare un paio di panini e fare una sorpresa a Brad giù al Centro.

Sentì sbattere la porta d’ingresso.

Sbirciò da sopra la spalla, dal suo ufficio nella parte frontale della casa. «Brad?»

«Sì, sono io. Ho pensato di fare un salto e di portarti a pranzo fuori per festeggiare. Ho appena ottenuto il finanziamento Hoffsledder. Sei libero?» Entrò nella stanza e lo salutò con un bacio sulla guancia.

«Tempismo perfetto,» rispose, ignorando l’espressione confusa di Brad. «Mi sono bloccato sull’ultima scena e una pausa mi farebbe proprio bene.» Chiuse il portatile. «È il progetto a cui hai lavorato negli ultimi mesi?» continuò poi, entrando nel bagno di servizio per pettinarsi. Si guardò allo specchio e decise che era abbastanza presentabile da potersi mostrare in pubblico.

«Proprio quello,» rispose Brad dal corridoio. «Che ne dici del Federalist? Ho proprio voglia di una bella pizza.»

«Aggiudicato.»

Brad gli arrivò dietro e gli fece scivolare le braccia attorno alla vita, provocandogli l’ormai noto brivido mentre gli mordicchiava il collo. Stavano insieme da quasi un anno, ormai, e bastava ancora che il compagno lo toccasse per farlo eccitare.

«Quanta fame hai?» gli domandò Brad, con quel sorriso.

Sam si girò e lo baciò. «Potrei aspettare qualche minuto se tu avessi in mente di fare altro…»

#

Un’ora dopo arrivarono al Federalist, una serie di container navali saldati l’uno all’altro per formare uno dei ristoranti più frequentati e meno formali di Sacramento.

Brad ordinò e poi presero posto a uno dei tavoli da pic-nic. «Raccontami del finanziamento,» disse Sam. Mostrava sempre molto entusiasmo per il suo lavoro, ed era una delle cose che Brad apprezzava maggiormente in lui.

«Si tratta di centomila dollari destinati all’ampiamento dei programmi di formazione per i centri giovanili LGBTIQ. Abbiamo superato altri venti centri per ottenerlo.»

«Fantastico! Sono davvero orgoglioso di te.»

«Potremo fare tantissime cose con quei soldi.» Ma poi Brad si rese conto di essere stato così preso dalle proprie novità che non aveva neanche chiesto a Sam com’era andato il suo corso di cucina. «E tu invece? Non mi hai detto nulla della tua avventura di ieri.»

«Avventura?»

«La cosa del ristorante.»

Sam sorrise. «È stato fantastico. Non so perché non siamo mai andati a cena lì. I proprietari sono una coppia gay, italiana.»

«Davvero? Come si chiama?» A Brad piaceva sostenere i locali gestiti da gay.

«Ragazzi. Il cibo che abbiamo preparato era eccezionale, e mentre cucinavamo è successa una cosa stranissima.»

Brad si accigliò. «Il proprietario ci ha provato?»

«No. Siamo gelosi, eh?,» disse Sam con una risata. «Niente del genere. Stavamo preparando questo impasto quando, per un attimo, giuro che mi è sembrato di essere di nuovo nella cucina di mia madre a Tucson.»

Brad sbuffò. «Chissà che ci mettono nei loro piatti.»

«Non fare lo scemo. È stato un momento magico.»

«Forse il tuo subconscio sta cercando di dirti qualcosa. Tipo che dovresti chiamare tua madre.»

«Sì, probabilmente hai ragione. Uh, a proposito, sei libero giovedì sera?»

Brad controllò la sua agenda. «Sembra di sì. Perché?»

«Siamo stati invitati a cena per assaggiare un po’ di quella pasta magica.»

#

Per essere un lunedì pomeriggio, il Grind era particolarmente affollato. Ben asciugò il bancone per la milionesima volta dopo che un cliente aveva rovesciato il suo cappuccino di soia alla vaniglia.

«Mi dispiace tantissimo,» disse l’uomo.

«Tranquillo, succede continuamente,» rispose Ben con un sorriso rassicurante. «Ne vuole un altro?»

«Sì, grazie. Mi serve qualcosa per scaricare un po’ di tensione. È stata una giornata d’inferno.»

Ben rise. «Capisco cosa intende. Solo un secondo.» Gli preparò un altro caffè e glielo porse con una specie di inchino. «Spero che l’aiuti a finire la giornata in bellezza.»

«Grazie!» Sollevò il bicchierone in segno di ringraziamento e se andò con passo leggero e rilassato. Ben sorrise. C’era qualcosa di speciale nel suo lavoro: le persone entravano stanche, tristi e depresse, e lui operava una piccola magia sul loro umore.

Preparò un’altra cinquantina di bevande e il pomeriggio sembrò volare. La coda cominciò ad assottigliarsi e alla fine rimase un solo ordine: un caffelatte magro, tazza grande con una spruzzata di caramello. Sorrise. Il caramello ero uno di quegli sciroppi sottovalutati e Ben apprezzò subito la persona che lo aveva richiesto.

Lo preparò e decorò la superficie con un cuore fatto di schiuma e caramello ‒ sì, era davvero un artista ‒ poi controllò il nome. «Il caffelatte magro, tazza grande con il caramello per Ella.» Appoggiò la tazza sul bancone, sollevò lo sguardo e il cuore gli si fermò nel petto.

La ragazza era alta quasi quanto lui, con lunghi capelli scuri, occhi castani e un’espressione gentile. Non era bella nel senso canonico del termine, ma trasmetteva calore e affetto.

Era la ragazza dei suoi sogni. Davvero. La stessa ragazza che aveva visto nella sua testa il giorno prima da Ragazzi.

Lei gli rivolse un sorriso e prese il caffè. «Magro, giusto?»

«Sì.» Le parole sembravano averlo abbandonato.

«Per Ella?»

«Sì.»

La ragazza aggrottò leggermente le sopracciglia, e lui si rese conto che la stava fissando.

«Okay. Buona giornata,» lo salutò prima di andare via.

«Aspetta!»

Lei si girò a guardarlo, l’espressione più divertita che infastidita. «Dimmi.»

«Anche a te. Buona giornata. Sei davvero carina. Spero di vederti ancora.»

«Certo che sì. Mi sono appena trasferita in questa via. A presto.» E uscì dalla porta.

Ben la osservò allontanarsi. «‘Sei davvero carina’? Davvero?» Ben era disgustato da se stesso. «Ragazzo mio, sei un vero idiota.»


Capitolo Venti: Cambiamenti

Carmelina spinse da parte un’altra pila di scatoloni, sporcandosi i jeans e cominciando a starnutire quando fu investita da una nuvola di polvere. Era una vita che non entrava nel deposito di Rancho Cordova. Devo davvero decidermi a pulire questo posto.

Lei e suo marito avevano affittato il magazzino dieci anni prima, quando si erano trovati nella situazione di dover svuotare il garage per far posto alla Jaguar nuova, che era lì ancora adesso, ad accumulare polvere.

Arthur, a dire la verità, avrebbe voluto vendere tutto. «Quando pensi che la riprenderemo in mano tutta questa roba, in ogni caso?» le aveva chiesto.

Se chiudeva gli occhi, Carmelina riusciva ancora a vederlo come se le stesse davvero davanti, con le folte sopracciglia aggrottate e l’espressione a metà tra l’imbronciato e il divertito.

Si appoggiò qualche secondo a catasta di roba e abbassò la testa, sentendosi afferrare dallo sconforto. Perché mi hai lasciata così presto?

Non era giusto. C’erano delle coppie che trascorrevano insieme tutta la vita. Che aveva fatto lei per meritare una cosa del genere?

Desiderò averlo di nuovo accanto.

Se i desideri fossero babbà, saremmo tutti Bud Spencer, le diceva sempre sua madre. Rise tra sé e ricominciò a cercare. Doveva essere lì da qualche parte.

Spostò degli altri scatoloni, rifiutandosi di lasciarsi distrarre dalle etichette: tortiere, spatole e argenteria. Non le servivano altri attrezzi per la cucina.

La testiera del letto di sua madre, un mastodonte in mogano intarsiato con disegni di edera e rondini, era appoggiata contro l’ennesimo mucchio di scatole. Carmelina prese un respiro profondo e tirò il pesante mobile, spostandolo di qualche centimetro, ma poi fu costretta a fermarsi.

Usando il telefono per fare luce, vide qual era il problema: si era impigliato in uno dei piedi del dondolo in metallo che avevano stivato lì dietro.

Spinse il dondolo finché non riuscì ad allontanarlo dalla base della testiera e provò di nuovo a tirare, senza tuttavia riuscire a smuovere l’enorme pezzo di legno. Poi però il letto cedette all’improvviso, mandandola a sbattere col sedere per terra.

Si alzò, vergognandosi della propria imbranataggine, e si guardò intorno per controllare che nessuno avesse assistito a quell’imbarazzante caduta. Per fortuna il corridoio era vuoto.

Alla fine trovò una fila di scatole che un tempo erano state bianche e su cui era scritto ‘documenti’. Erano in ordine alfabetico. Cinque in tutto. Le controllò una a una finché non trovò quella marcata A-D, che era, ovviamente, l’ultima. Aprì il coperchio con mani tremanti.

Ed eccola.

La cartellina portava l’intestazione del Centro Cattolico per le Adozioni. La tirò fuori e soffiò via la polvere da una pila di scatole che gli arrivavano ad altezza dei fianchi. Ci appoggiò sopra la cartellina e l’aprì con cautela. Il foglio all’interno era arricciato ai lati e ingiallito dal tempo. Accese di nuovo la torcia del telefono e lesse il vecchio modulo.

Era datato 21 febbraio 1975 e portava la sua firma, quella di quando aveva quindici anni. Ricordava come se fosse successo ieri il giorno in cui sua madre l’aveva accompagnata negli uffici dell’Agenzia per le adozioni affinché firmasse per rinunciare ai diritti su sua figlia. C’era stato odore di gesso, il pavimento era di linoleum verde e le pareti di un bianco sterile. Quel giorno era diventata adulta.

E ora?

Sua madre era morta, e lo stesso suo marito. Aveva l’impressione di essere rimasta sola al mondo.

Si strinse il foglio al petto, cercando di ricacciare indietro le lacrime. La visione che aveva avuto durante il corso di cucina l’aveva scossa. Era stato come se sua nonna avesse allungato una mano dal Cielo per darle uno scappellotto. Da qualche parte, là fuori, c’era un essere umano che era carne della sua carne e sangue del suo sangue.

Doveva solo trovarlo.

#

Riuscì a far rientrare tutto nel deposito, anche se quando finì era sporca e sudata. Controllò l’ora: erano le quattro e un quarto. Una volta a casa sarebbe stato troppo tardi per telefonare all’agenzia, sempre ammesso che esistesse ancora.

Tirò giù la saracinesca e la chiuse col lucchetto. Era arrivato il momento di liberarsi di tutta quella robaccia. E anche della Jaguar in garage. Il momento di fare dei cambiamenti.

C’era una persona che forse poteva aiutarla.

Prese il telefono e digitò il numero. «Ehi, ciao. Mi serve davvero una spalla amica questa sera. Che dici se ci vediamo tra un paio d’ore? Sì, certo. Va bene da Downtown and Vine alle sei?»

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Carmelina arrivò al locale alle sei e mezza, con appena trenta minuti di ritardo. Era contenta di essere migliorata di un quarto d’ora dall’ultima volta che si era incontrata con Loyenne.

Il posto era carino, moderno, con una bella atmosfera accogliente e una rastrelliera piena di vini in bella mostra all’ingresso. In genere era anche piuttosto tranquillo, il luogo ideale dove scambiare due chiacchiere.

«Sei in ritardo,» le disse Loyenne, salutandola con un bacio sulla guancia.

«Lo so. Scusa. Sono andata a Rancho Cordova per prendere delle cose…»

«La droga la trovi anche qui in città, sai,» la interruppe la sua amica, con un sorrisino scaltro. «O almeno così dicono i ragazzi.»

«Non stavo cercando della droga. Io e Arthur… noi avevamo… io ho un deposito là.»

«Marjorie è ancora arrabbiata per come te ne sei andata durante al riunione del club,» continuò l’altra mentre leggeva il menu.

«Mi dispiace anche per quello, ma non riuscivo…»

«Lo so.» Loylenne le diede qualche colpetto affettuoso sulla mano. «I primi mesi sono i più duri.»

Carmelina trattenne una risata. «Sì. Proprio duri.»

«Oh, ti ho portato l’ultimo volantino della Tupperware. C’è un bellissimo…»

Quella volta fu Carmelina che, con un gesto della mano, frenò l’entusiasmo dell’amica per i suoi oggetti di plastica. «Loylenne, mi serve il tuo aiuto. Sbaglio o conoscevi qualcuno al Centro Cattolico?»


Capitolo Ventuno: Mamma

Matteo era seduto nel ristorante buio e guardava la strada vuota al di la della vetrata. Controllo l’ora sul suo Panerai d’epoca, l’orologio che una volta apparteneva a suo padre. Era da poco passata l’una di notte.

Diego era di sopra e dormiva profondamente.

Matteo si era girato e rigirato per un tempo lunghissimo prima di decidersi ad alzarsi. Doveva parlare con suo marito, e al piu presto.

Prese la catenina che portava al collo e fisso la croce d’oro. Era piccola nel suo palmo. La croce di sua madre, l’orologio di suo padre, ancore che attraversavano il tempo.

Chiuse gli occhi e ripenso al giorno di vent’anni prima in cui tutto era cambiato.

#

Matteo fermo la sua Fiat Ritmo nel cortile della casa dei suoi genitori a Imola, una cittadina a circa venticinque chilometri da Bologna. Si trattava di una modesta casa di due piani, con un piazzale asfaltato per le auto e un piccolo giardino recintato sul davanti. Sul retro si trovava il tanto ammirato orto nel quale la madre coltivava i suoi famosi e deliziosi pomodori Cuore di bue, spesso grossi quanto un suo pugno.

Rimase per qualche secondo seduto in macchina, lo sguardo fisso sulla porta di casa. Ogni cellula del suo corpo gli urlava di girare sui tacchi e tornarsene da dov’era venuto. Lui e Diego ne avevano discusso e avevano deciso che fosse giunto il momento, ma poteva ancora cambiare idea. Poteva parlare con i suoi un altro giorno.

Poi la porta si apri e a quel punto fu troppo tardi. Sua madre, Elena Bianco, scese in ciabatte nel cortile e gli fece cenno di entrare in casa, un ampio sorriso che le illuminava il viso.

Matteo prese un profondo respiro e spense il motore. Usci dalla macchina indossando a sua volta un sorriso e la mamma lo avvolse immediatamente tra le braccia per stringerlo a se.

“Tesoro mio,” disse, baciandolo su entrambe le guance. “Che meravigliosa sorpresa. Dai, entra! Entra! Ci stavamo per l’appunto mettendo a tavola.”

Matteo scosse la testa. “Mi dispiace, mamma, non volevo interrompervi. Posso tornare un’altra volta…”

Lei lo zitti. “Non essere sciocco. Ce n’e abbastanza per tutti e tre.” Lo spinse dentro e richiuse la porta alle loro spalle. “Ormai non ti vediamo quasi piu.”

Oddio, che profumino! “Sono…”

Lei annui. “Le lasagne della nonna, si. Vieni, dammi la giacca.”

Matteo lascio che gli togliesse il cappotto e lo appendesse all’attaccapanni di legno accanto alla porta, poi si guardo intorno. Era cambiato pochissimo dall’ultima volta che era tornato a casa: le pareti avevano lo stesso colore giallo chiaro e le finestre erano coperte dalle solite tende bianche. Il corridoio era costeggiato da diverse immagini della famiglia: la nonna Elsa da una parte, Matteo e sua sorella davanti alla Sagrada Familia dall’altra, una foto che era stata scattata quando aveva dodici anni.

“Andiamo. Tuo padre sara contento di vederti.”

Matteo si senti stringere lo stomaco. Forse ancora per poco. Be’, posso aspettare fino a dopo cena. Erano le lasagne della nonna, dopotutto.

#

Matteo fini l’ultimo trancio di quelle meravigliose lasagne infarcite di ragu e guardo di sottecchi i suoi genitori, mentre la madre si alzava per raccogliere i piatti.

“Mi fa piacere vederti, figliolo.” Pietro, suo padre, gli diede una pacca sulla spalla. “Dovresti venire piu spesso a trovarci. Bologna non e mica tanto lontana.”

Sotto certi punti di vista, e un altro mondo. Annui e prese il coraggio a quattro mani. “Mamma, papa, devo parlarvi.”

La madre si giro verso di lui, lasciando il rubinetto del lavandino aperto. “Va tutto bene, caro?”

Il padre gli copri la mano con la propria, grande. Lavorava nei cantieri navali su a Venezia e le sue mani erano ruvide e piene di calli. “Che succede?”

Matteo accantono la paura. “C’e una cosa che… che volevo dirvi da… molto tempo.”

Elena gli sedette di fronte. Aveva un’aria stranamente serena, come se nulla potesse turbarla.

Matteo guardo anche il padre, il quale aveva aggrottato la fronte.

“Io … sono…” Cerco un modo per addolcire il colpo, ma non ne trovo. “Non c’e un modo semplice per dirlo. Sono gay.”

Il padre ritrasse la mano dalla sua come se si fosse scottato. “Non pronunciare eresie del genere in questa casa,” disse a denti stretti. La sua voce era un ringhio sommesso. La madre accarezzo piano il braccio del marito, ma l’uomo non volle sentire ragioni. “Non e vero. Dimmi che non e vero.”

Matteo scosse la testa. “Non posso.”
“Mio figlio non sara mai un finocchio!” grido Pietro, calando con forza un pugno sul tavolo e facendolo tremare come se ci fosse un terremoto.
Per un istante Matteo penso che il padre l’avrebbe colpito, invece l’uomo aggiro il tavolo e si precipito fuori di casa, sbattendosi la porta alle spalle.

Matteo si accascio, prendendosi la testa fra le mani. “Cazzo.” Non aveva il coraggio di guardare la madre.

La seggiola scricchiolo quando Elena ando a sederglisi accanto. Gli prese le mani e gliele allontano gentilmente dal viso.

Lui la guardo e fu sorpreso nel vederla sorridere. “Mamma?” sussurro.

Sua madre gli scosto un ciuffo ribelle dalla fronte. “Sono fiera di te, tesoro.”

“Non sei arrabbiata?”

Lei scosse la testa, sollevandogli il mento con la mano. “Lo sapevo da parecchio.”

“Ma papa…”

“Lo sapeva anche lui. Fa solo… piu fatica ad accettarlo. Ma lo fara.”

“Lo spero.”

“Ti ho cresciuto perche tu fossi una persona forte. Non si devono evitare le cose solo perche potrebbero essere difficili.”

Matteo l’abbraccio e pianse piano sulla sua spalla. Sarebbe andato tutto bene, in un modo o nell’altro.

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Matteo si guardo intorno nel ristorante che lui e Diego avevano creato insieme in quella nuova citta. Era il loro sogno e non avrebbe mai permesso che si infrangesse, non senza lottare.

Quella sera, dopo la chiusura, avrebbe parlato a Diego. Sarebbe andato tutto bene, in un modo o nell’altro.



Capitolo Ventidue: Ritorno a scuola

Con lo sguardo puntato fuori dal finestrino del lato passeggero, Marissa osservava la McClatchy High School ‒ un edificio imponente come il Partenone o la Corte Suprema degli Stati Uniti, con uno striscione appeso tra le enormi colonne dell’entrata che diceva “Benvenuti nella tana dei Leoni”. Aggrottò le sopracciglia: non era sicura di essere pronta. Neppure al Bella Vista si era integrata benissimo, però almeno lì aveva degli amici.

Uno dei lati positivi del vivere per strada, pensò sarcasticamente, era che non dovevi frequentare nessuna dannata scuola.

«Sei pronta?» le chiese Marcos, stringendole affettuosamente una spalla.

Lei rispose con un’occhiataccia. «Ho scelta?»

L’uomo rise. «Tutti ce l’abbiamo. Io ho fatto la mia: cercare di aiutarti. Ora tocca a te.»

A Marissa piaceva avere un letto in cui dormire mentre pensava a cosa fare. E non era costretta a restare: avrebbe potuto andarsene in qualsiasi momento, se avesse deciso che quella vita non faceva per lei. Da lì a un mese avrebbe compiuto diciotto anni e a quel punto avrebbe potuto mandarli tutti a quel paese. «Sì, okay. Andiamo.»

Recuperò il suo nuovo zaino rosa dal sedile posteriore, storcendo un po’ il naso davanti al colore: Marcos aveva idee molto particolari riguardo a cosa piacesse alle ragazze. Come tocco personale, Marissa aveva disegnato con lo smalto nero un teschio con le ossa incrociate sulla tasca davanti; ma se anche Marcos l’aveva notato, non ne aveva fatta parola.

Controllò i capelli specchiandosi nel finestrino: ancora a punta e biondi, come piacevano a lei. Aveva anche abbondato più del solito con l’eyeliner, l’unico cosmetico che avesse chiesto a Marcos di comprarle. «Okay, sono pronta.»

Si voltò e lo trovò a fissarla con un sorriso idiota.

«Che c’è?»

Marcos scosse la testa, poi si girò e lei lo seguì all’interno della scuola con un sospiro.

Era arrivato il momento di cominciare il suo ultimo anno.

#

La preside Laverne Krebbs li fece accomodare nel proprio ufficio.

Marcos sorrise, contento di vedere che il personale della scuola era cambiato. «Grazie per averci ricevuti così in fretta, preside Krebbs,» disse, sedendosi davanti alla scrivania coperta da pile ordinate di cartelle.

La donna gli porse la mano. «Piacere di fare la vostra conoscenza…» controllò un foglio che aveva davanti. «Marcos e Marissa. È il padre?»
Marissa sbuffò. «Difficile.»

«Ciò che Marissa vuole dire è che sono il suo tutore. Sta da me temporaneamente, finché i Servizi sociali non me l’affideranno in via definitiva.»

«Capisco,» disse la donna spostando un po’ di fogli. «Vivete nel distretto e in precedenza Marissa ha frequentato la Bella Vista a Fair Oaks.»

«Sì, abbiamo chiesto una copia del suo curriculum. Ha concluso l’anno con ottimi voti.» Hmm, diciamo decenti. Marcos non era sicuro del perché si sentisse tanto nervoso. Non era lui che doveva cominciare la scuola, dopotutto. Però aveva frequentato anche lui la McClatchy, e gli alunni erano stati spietati con lui quando avevano scoperto che era gay. «Avrei… una domanda.»

«Dica.» La preside intrecciò le mani davanti a sé e gli rivolse tutta la propria attenzione.

«Marissa è…» Guardò la ragazza e lei annuì, tenendo per sé i propri commenti sarcastici, per una volta. «È bisessuale. Io sono venuto a scuola qui nei primi anni novanta e all’epoca la vita era… difficile per i ragazzi LGBT.»

La donna sorrise. «Le cose un po’ cambiate, Mr. Ramirez. Tanto per cominciare, ora la scuola ha una preside lesbica e sposata.» Indicò la foto di se stessa insieme a un’altra donna nell’angolo della scrivania.

«Davvero?» Marissa prese la foto. «Figo!»

«E abbiamo anche la nostra GSA interna.»

«GSA?» domandò Marcos.

«Gay Straight Alliance. Un gruppo di studenti che riunisce gli studenti LGBT e i loro alleati. I seguaci della Chiesa Battista di Westboro cercarono di protestare un paio d’anni fa e i ragazzi organizzarono una contromanifestazione in difesa dei diritti LGBT. Da quel momento la WBC non si è mai più fatta vedere.»

Le cose sono cambiate davvero. Marcos ricordò quella volta in cui alcuni giocatori di football stronzi gli avevano infilato la testa nel water e poi avevano tirato l’acqua. Si arrabbiava ancora quando ci pensava. «E se dovessero esserci dei problemi?»

«Marissa può venire direttamente da me.»

Marcos annuì. «Quando può cominciare?»

«Considerato che devo solo verificare il vostro indirizzo, che ne dite di domani? Può parlare anche subito con uno dei nostri consulenti per decidere le materie.» Si rivolse direttamente a Marissa. «Sei indietro di qualche settimana, ma se ti impegni recupererai molto in fretta.»

«Che dici?» le domandò a sua volta Marcos.

La ragazza rimase qualche secondo in silenzio, osservando le proprie unghie dipinte di nero. «Ci proverò,» disse alla fine.

Marcos annuì. «Bene.»

«Danny, potresti accompagnare Marissa Sutton dal consulente?»

Il segretario sporse la testa dentro la stanza. «Certo. Vieni, ti faccio strada.»

Marissa si alzò e lo seguì verso la porta. Poi si voltò e corse ad abbracciare Marcos. «Grazie,» sussurrò.

Lui l’avvolse tra le braccia e strinse forte.

Quando alla fine la ragazza si staccò, si girò e uscì senza guardarsi indietro.

Marcos la seguì con lo sguardo, senza parole.

«I ragazzi di quell’età sono un groviglio di contraddizioni,» disse la preside Krebbs con un sorriso. «Ne ha di suoi?»

«No. È la mia prima volta.»

Lei annuì. «Sarà dura. Ha una sua personalità già formata. È sicuro di farcela?»

«Lo spero.» Si morse il labbro. «Mi ricorda così tanto com’ero io alla sua età. E fa paura.»

«Noi possiamo aiutarla, un po’. Il distretto ha un programma per gli studenti che si trasferiscono. Le assegneremo uno studente che l’accompagnerà i primi giorni, le mostrerà dove sono le cose e l’aiuterà ad ambientarsi.»

«Sarebbe fantastico.» Marcos abbassò lo sguardo sulle proprie mani, chiedendosi come caspita sarebbe riuscito a cavarsela in quella situazione.

«Un’altra cosa, Mr. Ramirez.»

Marcos alzò gli occhi.

«Io ne ho due, e danno un sacco di lavoro anche senza tutta la storia dell’affido. Si faccia un favore e cerchi aiuto. Un amico con figli o magari qualche libro sulla genitorialità.» Gli diede un buffetto sulla mano. «Sta facendo una cosa molto bella.»


Capitolo Ventitre: Ora o mai più

Diego sbatté le ultime pentole sporche dentro il lavandino, guadagnandosi un’occhiataccia da Matteo, che si trovava ancora in sala. Il servizio era ormai giunto al termine e lui si sentiva lo stomaco in subbuglio. Aveva rimandato quanto più a lungo possibile, ma era davvero arrivato il momento di parlare con suo marito.

Peccato che anche Matteo si stesse comportando in modo strano quella sera. Anzi, già da alcuni giorni, a voler essere esatti. Rispondeva bruscamente e faceva di tutto per evitare il suo sguardo. Diego conosceva il suo uomo come la sua cucina: sapeva dove il cibo bruciava in fretta e dove cuoceva a fuoco lento.

Matteo gli stava nascondendo qualcosa.

Fece un verso scontento di gola. Anche lui aveva i suoi segreti.

Si mise a lavare le pentole, visto che anche quella sera, per risparmiare, avevano mandato via presto gli aiutanti. Strofinò la superficie delle padelle con furia, cercando di farle brillare.
Matteo infilò a testa in cucina. «Fa’ meno rumore, abbiamo ancora dei clienti.» Il tono della sua voce era più nervoso del solito.

Diego spostò lo sguardo sulla sala e vide due uomini che lo stavano osservando a loro volta. Evidentemente aveva fatto più baccano di quanto credesse. Li salutò con un cenno della mano e rivolse loro il suo miglior sorriso. «Scusate!»

Uno dei due clienti sorrise e ricambiò il gesto.

«Farò del mio meglio,» disse poi rivolto al compagno.

Matteo sembrò sul punto di aggiungere qualcosa, ma si limitò ad annuire e a tornare in sala.

Non era da lui trattenersi. Diego era abituato alle sue sfuriate, che in genere restituiva con gli interessi. Eppure, quella notte, le cose stavano andando in modo diverso. Diego si accigliò, sempre più preoccupato.

L’unica cosa che voleva davvero era chiudere la cucina e andare di sopra, a letto. Ma aveva aspettato troppo. O quella sera o mai più.

#

Matteo aspettò con impazienza che anche l’ultima coppia lasciasse il ristorante. Fecero con calma, ovviamente, ordinando diverse bottiglie di vino italiano, cosa per la quale fu loro grato, insieme agli antipasti, ai primi piatti, i secondi e il dolce ‒ una cena da quattro portate, in pratica. Era il loro decimo anniversario, gli aveva detto uno dei due, e una parte di Matteo era felice che avessero deciso di festeggiarlo da Ragazzi.

L’altra parte, tuttavia, quella che restava saldamente incatenata dietro ai sorrisi gentili e alle maniere impeccabili da caposala, stava praticamente urlando loro di togliersi dai piedi.

Di là in cucina, Diego si era un po’ calmato. Matteo gli lanciò uno sguardo preoccupato. Non era da lui fare tutto quel casino con le stoviglie. Qualcosa doveva averlo fatto davvero arrabbiare.

Finalmente, la coppia finì la cena e pagò il conto, facendo tintinnare la campanella della porta quando uscirono. Il ristorante era vuoto. Matteo chiuse a chiave e portò gli ultimi piatti a Diego, che li prese e li sciacquò per poi metterli dentro la lavastoviglie e far partire il ciclo di lavaggio.

Matteo si guardò intorno. La cucina era immacolata. «Wow, hai fatto in fretta, stasera.» Magari avrebbe potuto rimandare il momento ancora per un po’.

«Possiamo parlare in italiano?»

«In italiano? Certo.» Erano soli, e Diego si era esercitato a sufficienza negli ultimi tempi. Meritava una serata libera.

Sospirò. Ora o mai più.

«Dobbiamo parlare,» dissero entrambi nello stesso momento.

Matteo rise. «Mi sa di sì.»

«Non qui,» disse Diego con un’espressione seria in viso. «Andiamo di sopra. Staremo più comodi.»

Matteo annuì e seguì il marito su per le scale, chiedendosi cosa potesse mai avere da dirgli.

#

Diego si lasciò cadere sul divano foderato di arancione che avevano comprato da Naturewood. Era difficile trovare begli oggetti d’arredamento in quella nazione: gli americani sembravano terrorizzati dai colori.

Matteo gli sedette di fianco, le mani raccolte in grembo e le labbra strette in una linea sottile. Alla fine, chiese: «Di cosa volevi parlarmi?»
Diego scosse la testa. Gli serviva altro tempo. «Comincia tu.»

Matteo assottigliò gli occhi, ma annuì. «Non ti ho detto una cosa importante.» Sospirò. «Mi dispiace, avrei dovuto parlartene. Ma pensavo… speravo di poterla mettere a posto.»

La mente di Diego era in tumulto. Che gli era successo? «C’è un altro?» sussurrò, così piano che dubitò Matteo l’avesse sentito.

Il movimento di repulsa e l’espressione orripilata che attraversò il viso del marito, però, bastarono a tranquillizzarlo. «No! Mai! Era questo che pensavi?»

Era stata la prima cosa che gli era venuta in mente, ma Diego non voleva dirglielo. «No, certo che no. È solo il modo in cui l’hai detto.» Gli posò una mano sulla spalla. «Che c’è, allora? Non dovremmo avere dei segreti.» Si prese mentalmente a calci per essere tanto ipocrita.

Matteo distolse lo sguardo, le narici frementi.

«Dai, dimmelo.» Gli appoggiò l’altra mano sul ginocchio.

«Siamo quasi completamente a secco.»

Diego sbuffò. «Solo questo?» Si era aspettato qualcosa di molto peggio.

Matteo lo guardò come se fosse impazzito. «Di questo passo non riusciremo a sostenere i costi per più di un altro mese. Potremmo perdere ogni cosa.»

Diego annuì. «Credi che non abbia visto i tavoli vuoti? Ma sono solo soldi. Ci inventeremo qualcosa. Lo facciamo sempre.» Sperava che fosse vero.

«Ho già provato a ottenere un prestito. Nessuno vuole aiutarci.»

Diego gli prese il viso fra le mani. «Ricordi cosa è successo Italia, quando il tuo lavoro ti stava uccidendo?»

Matteo lo guardò fisso per qualche secondo. «Lo zio Beppo è morto e ci ha lasciato il ristorante.»

«Credi che il destino ci abbia condotto fin qui solo per vederci fallire?»

Matteo abbassò il viso e chiuse gli occhi. Quando li riaprì, Diego vi lesse una nuova determinazione. «Sì, hai ragione. Hai sempre ragione.» Lo abbracciò stretto.

Diego sentì una sferzata di rimorso. Non voleva raccontargli il suo segreto, specialmente non in quel momento, quando erano così vicini.

«Anche tu avevi qualcosa di dirmi,» lo spronò però l’altro, lasciandolo andare e guardandolo negli occhi.

Diego sospirò. Era il momento.


Capitolo Ventiquattro: Punto di rottura

«Dimmi.» Matteo era rimasto sorpreso dalla tranquillità con cui Diego aveva accolto la sua confessione, ma avrebbe dovuto immaginare che il marito avesse già intuito qualcosa. Gli prese la mano e gliela strinse, cercando di rassicurarlo.

Diego aggrottò la fronte. «Non so da che parte cominciare…» Matteo riusciva a sentire il battito accelerato del suo cuore. «Ho… ho fatto una cosa brutta e non te l’ho mai detto.» L’aveva…? No, Diego non l’avrebbe mai fatto ‒ Matteo ne era sicuro come era sicuro di respirare. Gli prese l’altra mano. «Dimmi.»

Diego chiuse gli occhi e il dolore che gli scavò il viso improvvisamente coperto di rughe lo fece apparire di colpo dieci anni più vecchio. «Ti ho mentito,» sussurrò.

Matteo gli lasciò andare le mani. «Riguardo a cosa?» La sua voce risultò sottile e tesa alle sue stesse orecchie.

Diego distolse lo sguardo. «Max mi ha cercato e ha detto di aver trovato qualcosa sul mio passato che non mi sarebbe piaciuto affatto.» Sospirò. «Ho rimandato l’incontro quanto più a lungo possibile, sperando che così rinunciasse.»

«Max… Cuccinelli? L’avvocato dell’immigrazione?» Matteo non capiva cosa c’entrasse con loro. «Che ha trovato?»

Diego si alzò e andò in camera da letto. Tornò con un foglio di carta e glielo porse. «Ci siamo visti sabato e me l’ha mostrato, e questa mattina l’ho trovato infilato sotto la porta del ristorante.» Evitava il suo sguardo.

Matteo prese il foglio con mano tremante.

Era un atto di matrimonio.

Moglie: Luna Mazzocco.
Marito: Diego Bellei.

Sollevò lo sguardo sull’uomo che gli stava davanti. «Che vuol dire?»

Diego alla fine si decise a guardarlo, gli occhi arrossati. «L’avevo sposata. Prima di te.»

Matteo si sentiva girare la testa. «Okay. Ma non è…»

«Siamo ancora sposati. Io e Luna.»

Il foglio gli scivolò di mano e planò al suolo. «Non è possibile,» disse. Non aveva senso. «Sei sposato con me.» Il pavimento sembrava ondeggiare troppo velocemente sotto i suoi piedi.

Diego scosse la testa. «Non ha mai firmato i documenti del divorzio. Non lo sapevo.»

«L’hai appena scoperto?» Matteo tornò a respirare. «Sono passati solo un paio di giorni. Avevi paura a dirmelo.»

«Lo so da quando è morto tuo padre.»

Quelle parole lo colpirono come un treno. Da quando Pietro Bianco era morto, cioè da diciotto anni. Diego gli aveva mentito per diciotto anni.

Raccolse da terra l’atto di matrimonio e l’osservò con sguardo vacuo. Poi lo porse a Diego, come un gesto di accusa. «Perché non mi hai detto niente…» La sua voce era cupa di rabbia. «…per quasi vent’anni?»

Diego allungò una mano verso di lui, ma Matteo la respinse. «Avrei voluto dirtelo così tante volte…»

«Sai che vuol dire?» La sua voce era quasi un bisbiglio.

«Mi dispiace, Matteo. Tanto.»

«Vuol dire che non siamo mai stati sposati, Diego. Non puoi essere sposato con due persone.» Diego si irrigidì e Matteo capì di aver colpito duro. Ma non gliene importava, era troppo arrabbiato.

Il segreto in sé… avrebbe potuto accettarlo. Ma la menzogna… «Me ne vado. Non riesco nemmeno a guardati da quanto sono arrabbiato.»

Diego non rispose, si limitò a fissarlo con quei suoi occhioni teneri.

Matteo afferrò le chiavi dal piccolo tavolo in noce che era vicino all’ingresso e corse giù per le scale. Vedeva rosso tanto era furioso. Come ha potuto farmi questo? Continuava a ripetersi nella sua testa. Aprì la porta e la sbatté così forte contro il muro che il vetro si frantumò con uno schianto.

Ci pensa lui a pulire questa volta, pensò cupamente mentre si precipitava nel buio della notte.

#

Diego guardò Matteo andare via, incapace di fermarlo. Tutte le sue scuse, tutte le sue spiegazioni erano state polverizzate dalla rabbia incandescente dell’altro. E Diego sapeva di meritarlo. Il suo uomo metteva la lealtà e la sincerità sopra a qualsiasi altra cosa, e lui le aveva violate entrambe. Per anni.

Crash.

Il rumore del vetro che andava in frantumi lo fece precipitare giù per le scale. Matteo aveva fatto qualcosa di stupido ed era finito davanti a una macchina di passaggio. Oddio, no! Ti prego, no!

Invece, trovò la porta principale ridotta in frantumi, alcuni che ancora penzolavano dalla cornice. La scritta Ragazzi era a terra sul marciapiede, il vetro sotto di essa a pezzi.

Diego rimase fermo a guardarla per qualche secondo, chiedendosi come avrebbero fatto a rimetterla insieme.

Era completamente distrutta.

Cercando con una stretta ferrea di controllare le proprie emozioni, andò a prendere scopa e paletta.

Pulì al meglio ciò che poté, gettando i pezzi di vetro in un bidone di plastica che stava in cucina. Non sapeva cosa fare con la porta, ma per lo meno si trattava di qualcosa di tangibile che poteva essere riparato.

Chissà dov’era andato Matteo. Diego provò a chiamarlo, ma l’uomo aveva lasciato il telefono nell’appartamento quando era corso fuori. Quindi non gli restava altro da fare che aspettare. E aggiustare quello che poteva.

Portò il bidone vicino alla porta sul retro per poterlo mettere fuori il mattino successivo. Poi trovò uno scatolone grande abbastanza da coprire il buco e lo fissò col nastro adesivo alla cornice. Guardò fuori lungo il marciapiede, sperando di vedere Matteo, ma era deserto.

Chiuse la porta a chiave, come se servisse a qualcosa. Non poteva accendere l’allarme: doveva solo augurarsi che tutto andasse bene fino al mattino successivo.

Aspettò un’altra ora seduto davanti alla porta, sperando di veder tornare Matteo e ripercorrendo ancora e ancora nella sua testa tutte le cose che avrebbe potuto fare diversamente. Tutto, però, lo riconduceva a quel giorno di diciotto anni prima, quando non aveva detto la verità.

Alla fine si arrese, salì le scale e andò in camera.

Il mattino successivo era ancora solo nel letto, ma trovò Matteo in soggiorno, profondamente addormentato sul loro divano arancione.


Capitolo Venticinque: Incontri

Marissa osservò la Prius di Marcos che si allontanava, silenziosa come una bicicletta. Non ci era abituata. Gli amici dei suoi genitori guidavano tutti dei SUV: grossi scatoloni neri che facevano assomigliare le mattine nel loro quartiere a una rumorosa parata di automobili. Bastò il pensiero e strapparle un verso di disgusto.

Rimase ancora una volta stupita davanti all’imponente colonnato su cui si apriva l’ingresso della scuola. Le metteva soggezione, ma non quanto le persone che si trovavano all’interno. Era davvero un’ingiustizia dover ricominciare tutto da capo.

I suoi amici al Bella Vista si erano almeno accorti che era sparita?

Avrebbe potuto scappare di nuovo se l’avesse voluto, non c’era nessuno a fermarla. Nathan era con lei, nascosto in fondo allo zaino, dove nessuno avrebbe potuto vederlo. Solo quello contava.

«Marissa?»

Girò su se stessa e si trovò davanti un ragazzo dall’aria un po’ secchioncella, che la osservava con un sopracciglio inarcato. «Chi vuole saperlo?»

«Jason.» Il ragazzo le porse la mano. «La preside Krebbs mi ha detto di cercati e mi ha dato questa…» Le mostrò sul telefono una foto che la ritraeva, scattata da Ragazzi. Doveva avergliela data Marcos, accidenti a lui.

«Non mi serve aiuto.» Era carino però, in un modo un po’ intellettualoide, con i capelli scompigliati e gli occhiali dalla montatura in metallo.

«Oh, a dire la verità speravo che fossi tu ad aiutare me, non il contrario.» Sorrise, e i denti coperti dall’apparecchio scintillarono alla luce del sole. «Andiamo, la scuola sta per cominciare e tu devi trovare le tue cose.» Le fece di seguirlo e lei ubbidì dopo qualche secondo, chiedendosi che cosa intendesse.

Che diavolo poteva volere da lei?

#

Carmelina cercò i vari ingredienti della lista che le aveva dato Diego tra le corsie del supermercato dei Fratelli Corti. Il suo carrello prese a riempirsi in fretta con i prodotti tipici italiani, e la donna cominciò a chiedersi se la sua fosse stata davvero una buona idea.

Arthur non aveva mai amato la compagnia, anche se lei aveva segretamente desiderato vederlo più socievole, ma ora che la sua serata culinaria si stava rapidamente avvicinando, Carmelina immaginava orde di affamati calare sulla sua piccola cucina.

Stava esagerando: non sarebbe stato così terribile. Erano tutte persone civilizzate: Marcos e Marissa, Sam e Brad, e infine Ben. Solo loro sei. Matteo e Diego avevano declinato perché c’era il ristorante da tenere aperto.

Se quella sera l’appuntamento con Daniele fosse andato di nuovo bene, avrebbe potuto invitarlo e sarebbero stati in sette.

Prese qualche barattolo di passata di pomodoro e il tè alla vaniglia di cui era diventata ghiotta, e spuntò le ultime due voci dalla sua lista.

Era in coda per la cassa, quando sentì squillare il cellulare. Era un numero della zona, ma non apparteneva a nessuno dei suoi conoscenti. Fu tentata di aspettare che scattasse la segreteria, ma lo schermo emise uno strano luccichio. Come se fosse stato un segno. Così rispose. «Pronto?»

«Carmelina Di Rosa?» La voce era quella di una donna anziana.

«Chi vuole saperlo?»

«Sono Sorella Clara della Childen’s Home Society. La disturbo?»

Era la telefonata che stava aspettando. «No. Aspetti solo un secondo.» Districò il proprio carello dalla fila, colpendo quello della signora alle sue spalle e guadagnandosi un’occhiataccia. «Mi scusi,» sussurrò, ma mano sopra il microfono del telefono. «È un’emergenza.»

Trovò un angolino tranquillo nella corsia dei vini. «Mi scusi. Eccomi.»

«Non c’è problema,» rispose la suora. «Dev’essere molto impegnata.»

A Carmelina sembrò di cogliere una sfumatura di invidia nel tono di voce dell’altra. «Mi scusi di nuovo. Cosa voleva dirmi?»

«Loylene Davies mi ha chiesto di telefonarle.»

«Sì. Speravo che lei potesse aiutarmi a trovare qualche informazione riguardo all’adozione di mia figlia.»

Ci fu una lunga pausa. «Sì. È la stessa cosa che ha detto Loylene. In genere non ci è permesso fornire questo tipo di informazioni, ma…» Altra pausa.
Carmelina stava cominciando a spaventarsi.

«Signora Di Rosa, potrebbe raggiungermi nel mio ufficio per poterne discutere?»

Dovevano sapere qualcosa.

Carmelina cominciò a tremare. «Sono…Sì, certo. Posso venire subito…»

«Mi dispiace, ma sono impegnata fino a venerdì. Le dieci andrebbero bene per lei?»

«Sì, certo.» Scrisse l’indirizzo sul retro del libretto degli assegni. «Grazie infinite per avermi chiamata. Non mancherò.»

Riagganciò e rimase a fissare le crepe del vecchio pavimento in linoleum.

«Cristo santo.»

#

Ben era di nuovo in ritardo per il lavoro. Si era perduto nella stesura del suo ultimo capitolo e benché non si trovasse che a pochi metri dall’Everyday Grind, non sarebbe riuscito a superare la soglia in orario.

Si mise lo zaino in spalla, deciso a non fare troppo tardi. Corse lungo il marciapiede, zigzagando attorno a una coppia gay con un veloce «Scusate,» e andò a sbattere dritto contro qualcun altro.

«Ehi, attenzione,» disse una voce femminile. «Mi ha quasi fatto versare il cappuccino al caramello!»

Ben sollevò lo sguardo. Era lei.

«Ella,» sussurrò.

«Hmm, sì?» La guardò sistemarsi un ciuffo dei lunghi capelli scuri dietro l’orecchio. «Ci conosciamo?»

«Ben. Da dentro.» Si sarebbe preso a schiaffi: riusciva sempre a fare delle figuracce quando le era vicino. «Volevo dire del Grind. Sono il barista.»

«Non più se non porti immediatamente qui il culo,» disse Toby, facendo capolino.

«Arrivo subito.»

Ella rise. «Oh, certo. L’ultima volta mi hai disegnato un cuore sulla schiuma.»

«Scusa. Mi piace l’arte.»

«Anche a me.» Gli occhi di lei sembravano risplendere. «Mi ha fatto piacere rivederti.» Poi si girò per andare via.

Non di nuovo. «Aspetta!»

La ragazza si fermò e lo guardò da sopra la spalla. «Dimmi.»

«Vorresti… vorresti uscire con me questa sera?» L’aveva detto, ma era stato difficilissimo.

«Devo dirti di no.»

Ben sentì il proprio cuore andare in frantumi e pensò per un attimo che sarebbe morto di imbarazzo. Si voltò per entrare nel locale, la testa bassa.

«Ben.»

Lui sollevò lo sguardo.

«Chiedimelo di nuovo la prossima volta.» Gli rivolse un sorriso furbetto, poi sparì dietro l’angolo. Ben andò al lavoro e per tutto il giorno esibì un sorriso che gli andava da orecchio a orecchio.


 

Capitolo Ventisei: A qualsiasi costo

Diego indossò il camice bianco da chef, lo abbottonò e arrotolò le maniche. Da lì a qualche minuto lo aspettava una consegna di prodotti freschi e poi l’assalto dell’ora di pranzo. Oddio, non proprio un assalto, ma il mercoledì precedente era stato abbastanza impegnativo. Uno studente di italiano che frequentava un corso lì vicino li aveva scoperti e aveva portato con sé alcuni amici per assaggiare dell’autentico cibo italiano e parlare con un vero italiano. Avevano promesso di tornare quella settimana con una compagnia ancora più numerosa.

Diego sorrise, ripensando al loro entusiasmo per la lingua e per il paese che lui si stava lentamente lasciando alle spalle. Gli studenti confondevano pronomi e tempi verbali con la stessa frequenza con cui li azzeccavano, ma era comunque bello vedere quanto la sua lingua madre li appassionasse.

Se le cose non fossero migliorate, tuttavia, ben presto si sarebbe di nuovo trovato in quella patria che aveva fatto di tutto per lasciare, e per giunta da solo. Un pensiero, quello, che gli fece svanire il sorriso dalle labbra.

Diego non aveva idea di dove fosse Matteo. Quando si era alzato, lo aveva visto addormentato sul divano, ma quando era uscito dalla doccia aveva trovato l’appartamento deserto.

Avrebbe voluto telefonargli, farlo sedere e parlare di quello che era successo, ma conosceva suo marito. L’errore di Diego era stato davvero grave e Matteo aveva bisogno di un po’ di tempo per ragionare le cose nella sua testa prima di essere pronto ad ascoltare ciò che lui aveva da dirgli.

Eppure, era un’agonia trattenersi dal chiamarlo.

Un aspetto positivo però c’era: finalmente il suo segreto era alla luce del sole e Diego non si sentiva più schiacciato da un peso che lo aveva tormentato per anni.

A un certo punto, però, Max sarebbe venuto e avrebbe preteso i suoi soldi e lui non aveva idea di cosa avrebbe fatto a quel punto.

Si mise in mano una noce di gel e se lo passò tra i capelli ancora umidi, acconciandoli con le dita. Soddisfatto del risultato, scese in cucina ad aspettare il fattorino.

#

Il sole che splendeva all’esterno era quasi deprimente.

Matteo girovagava tra le tombe dell’East Lawn Memorial Park, non troppo lontano da Ragazzi, desiderando che il cielo si scurisse per intonarsi al suo umore cupo. Era lì che ogni tanto si recava quando aveva bisogno di pensare; lo faceva sentire più vicino ai suoi genitori. Con ogni probabilità era leggermente inquietante e anche un po’ sciocco essere così sentimentale: sua madre e suo padre erano morti e di certo i loro spiriti non frequentavano quel luogo, che si trovava a quasi quindicimila chilometri da quello in cui riposavano.

Eppure, stando lì gli sembrava di riuscire a separare meglio la sua vita quotidiana dai suoi pensieri.

Ricordava ancora, con una nitidezza e un’intensità tali da togliergli fiato, quella domenica del 1997. Il corpo di suo padre era stato inumato nel cimitero a qualche chilometro a nord di Imola. Era una limpida giornata di febbraio, le nuvole bianche provenienti dall’Adriatico che solcavano il cielo azzurro dell’Emilia Romagna, la brezza che portava nell’entroterra l’odore salmastro del mare. Sua madre era in piedi alla sua sinistra, vestita di nero, e piangeva dietro il velo; Diego era alla sua destra e gli stringeva con decisione la mano come a volergli trasmettere tutta la sua forza. Matteo era uscito distrutto dalla morte del padre e l’amore di Diego era stata l’unica cosa che gli avesse permesso di andare avanti.

Il suo sguardo fu attirato da una lapide ai suoi piedi.

Elena Pestrin
26/3/1903-17/2/1997
Il Cuore della casa

Matteo si avvicinò, senza parole. Elena era il nome di sua madre e il 17 febbraio il giorno della morte del padre. Che strana coincidenza!

Si inginocchiò davanti alla lapide di marmo rosa e la ripulì dalla terra e dalle erbacce. Ci appoggiò sopra una mano e un raggio del colore dell’oro gliel’avvolse. Strillò quando la luce cominciò a risalirgli lungo il braccio, avvolgendolo nel suo bagliore.

#

Era seduto accanto al letto d’ospedale di sua madre, l’unico rumore nella stanza il beep lento ma regolare dei macchinari. Non mancava più molto, ormai.

Il suo cuore era in brutte condizioni da anni, ma negli ultimi tempi le aveva reso quasi impossibile persino camminare da sola. Ciò non le aveva comunque impedito di restare a casa sua e preparare, ogni domenica, il pranzo per la famiglia: lei, Matteo e Diego.

La settimana precedente, tuttavia, quando lui e Diego erano arrivati, l’avevano trovata a terra in cucina, un piatto di pomodori appena tagliati sparsi tutt’intorno sulle piastrelle.

La porta della stanza si aprì e Diego entrò con in mano due bicchierini di caffè presi al distributore automatico. «Come sta?» chiese a bassa voce, porgendogliene uno.

«Come al solito.» Matteo assaggiò il caffè e lo mise da parte, protendendosi per appoggiarle una mano sul braccio sottile. «Non so se ce la faccio, Diego,» sussurrò.

«Lo so.» Diego gli sfiorò la spalla «L’affronteremo insieme.» Gli occhi fissi sul letto. «Matteo, guarda!»

Lui seguì lo sguardo del compagno: sua madre aveva gli occhi aperti e lo stava fissando.

Matteo sentì il cuore partigli al galoppo. Era stata incosciente per giorni, ma ora forse… forse… La donna aprì la bocca per parlare ma lui non riuscì a capire cosa volesse dirgli. «Sono qui, mamma.» Si avvicinò e le posò un bacio sulla guancia, prendendole la mano tra le sue. «C’è anche Diego.»

Lei annuì.

«Va tutto bene. Non sforzarti di parlare.»

La madre, però, aprì di nuovo la bocca, provando a dire qualcosa.

Matteo si avvicinò ancora.

«D…evi v-volergli bene,» gli sussurrò lei con voce roca. «A qualunque costo.»

Matteo si allontanò, gli occhi pieni di lacrime. Lei gli strinse la mano, una supplica nello sguardo.

«Lo farò, mamma. Sta’ tranquilla.»

Lei sorrise debolmente e chiuse gli occhi, riaddormentandosi. Tre ore dopo era morta.

#

Matteo si svegliò. Era sdraiato sull’erba, sotto un cielo perfettamente azzurro. Impiegò un attimo prima di fare mente locale.

Sua mamma gli mancava da morire.

«Gli voglio bene, mamma,» sussurrò. «Solo che non so se basta.»


Capitolo Ventisette: Avanzi

Carmelina si pulì le mani sul grembiule che Arthur le aveva regalato l’anno prima, quello che la faceva apparire come una modella di costumi da bagno. La farina si alzò nell’aria in uno sbuffo bianco.

La donna guardò il vialetto oltre la finestra: era ancora vuoto. Grazie a tutti i santi del Cielo, Daniele non era il tipo da arrivare in anticipo.

Non era sicura di cosa le fosse saltato in mente quando aveva deciso di preparare una cena casalinga per il bell’italiano. Forse le mancavano i giorni in cui lo faceva per Arthur. Forse era la magia che il corso di cucina sembrava aver portato nella sua nuova vita da single. Forse le piaceva soffrire e basta.

Qualunque fosse la ragione, un fatto era certo: nella sua cucina regnava il caos.
La pasta che aveva preparato con le proprie mani era stesa ad asciugare sul piccolo tavolo di legno nell’angolo, ed era quasi pronta per essere buttata nell’acqua bollente.

Le verdure erano affettate e la salsiccia per il ragù aspettava dentro a una padella il suo turno per essere cucinata. Mancavano ancora venti minuti. Poteva farcela.

Oh, e doveva ancora grattugiare il formaggio…

#

Diciannove minuti e trenta secondi dopo, stava versando il ragù sulla pasta appena scolata. La mescolò e poi ci lasciò cadere sopra una spolverata di parmigiano.

Ed ecco anche la macchina di Daniele, che si fermava nel vialetto proprio in quel momento. A Carmelina piacevano gli uomini puntuali.

Si baciò la punta delle proprie dita, poi le posò sul mosaico di ceramica dai colori intensi dietro i fornelli, innalzando una piccola preghiera ad Arthur. Si tolse il grembiule sporco e lo lanciò dentro alla lavatrice, controllò i capelli sullo sportello del microonde e andò ad aprire la porta al primo squillo del campanello. “Ciao, benvenuto,” salutò con la sua voce più sexy, anche se le uscì un po’ di roca di quanto avrebbe voluto.

Daniele era più bello di quanto ricordasse, nel suo completo casual. Specialmente quando ricambiò il sorriso. «Per te,» disse, tirando fuori da dietro la schiena un mazzo delle rose più rosse che Carmelina avesse mai visto.

«Oh, sono meravigliose. Dai, entra. Fa’ come se fossi a casa tua.» Prese i fiori e quando le loro mani si sfiorarono ricordò come l’uomo l’aveva accarezzata qualche sera prima, in macchina, dopo essere usciti dal ristorante. Avevano raggiunto solo la seconda base, o magari la terza, non lo sapeva. Non aveva mai afferrato completamente quella metafora sul baseball, ma quella sera sperava di fare touchdown, quello era indubbio. Era trascorso troppo tempo dall’ultima volta.

Daniele la seguì in cucina, dove lei sistemò le rose dentro un vaso di cristallo. «Sono davvero splendide.»

«Metti un’aspirina nell’acqua e vedrai che dureranno più a lungo.»

«Giusto, sei il Signor Fioraio. Sei proprio sicuro di…»

«No, non sono gay,» finì lui, con una risata che le strappò un brivido.

«Siediti. Ho fatto le cose un po’ di fretta oggi… è stato un delirio.» Prese un paio dei suoi piatti più belli e li appoggiò sul tavolo.

«Il profumo è ottimo.»

«Una delle ricette di Nonna Elena.» Accese una candela e versò a entrambi un bicchiere di vino rosso dalla bottiglia che aveva aperto poco prima. «Scusa un attimo.»

Tornò in salotto, accese l’impianto stereo e impostò la playlist ‘romance’. Si era fatta aiutare a prepararla dal figlio del suo vicino, ignorando volutamente il disagio che il ragazzino aveva dipinto in faccia. A quanto pareva, nessuno aveva voglia di pensare che anche le cinquantenni potessero avere una vita piccante, e in un certo senso capiva anche perché.

La casa fu riempita dalle note di un brano soft jazz.

Ma proprio mentre stava facendo il suo ingresso in cucina, Carmelina scivolò su qualcosa e andò a finire in braccio a Daniele. Lo guardò mortificata.

Poi chiuse gli occhi quando lui si chinò per baciarla.

Le sue labbra erano calde e Carmelina sentì il cuore accelerare i battiti. Quando si separarono, riaprì gli occhi e li fissò in quelli di lui.

«Hai fame?» le chiese Daniele con un sorriso malizioso.

«Neanche un po’.» Non di pasta, perlomeno.

Lui la sollevò tra le braccia e lei scoppiò a ridere, sentendosi di nuovo un’adolescente.

«Dov’è la camera?»

Gliela indicò.

«Sei sicura di volere…?» domandò lui, guardandola negli occhi, come se cercasse qualcosa.

Carmelina annuì. «Speravo proprio che tu me lo chiedessi.»

#

Un’ora dopo, Carmelina era seduta appoggiata alla testiera imbottita del letto, ancora avvolta dal piacere. Daniele, con il suo corpo snello e perfetto, nient’affatto male per un quarantenne, era steso al suo fianco. Carmelina non si sentiva in quel modo da… Oddio, non era sicura di essersi mai sentita in quel modo.

Daniele si mise sul fianco e la guardò. «Ti è piaciuto?» le chiese, gli occhi scintillanti.

Lei allungò le braccia sopra la testa per stirarsi. «Tesoro, molto più che piaciuto.» Si chinò e lo baciò, assaporandone il profumo mascolino.

Aveva amato Arthur. L’aveva amato davvero, ma il sesso non era mai stato in quel modo.

Si scostò e lo fissò nel suo sguardo castano. «Sei sicuro di non avere niente di strano?»

Notò qualcosa sul polso di lui. Incuriosita, lo sollevò per guardarlo meglio alla luce. Era un piccolo tatuaggio a forma di croce. Carmelina inarcò un sopracciglio con aria interrogativa.

Daniele fece una smorfia. «Non è niente,» disse, tirando via la mano come se si fosse scottato.

Lei gli sorrise. «Non devi avere segreti con me. Credo che ormai abbiamo superato quel confine, non ti sembra?» Era un tipo religioso? Non sembrava, però era italiano, quindi…

«Devo andare,» esclamò all’improvviso l’uomo, alzandosi dal letto per rimettersi i pantaloni.

«Non è necessario,» fece lei, chiedendosi se per caso avesse fatto qualcosa per allontanarlo. Si alzò a sua volta e indossò la camicia da notte, sentendosi improvvisamente nuda ed esposta. «Dobbiamo mangiare. Possiamo scaldare la cena nel microon…»

«Un’altra volta.» Daniele finì di vestirsi e le diede un rapido bacio sulla guancia. «Ti chiamo domani.» Dopodiché si precipitò fuori dalla stanza, lasciandola senza parole.

Che diavolo ho detto?

A quanto pareva avrebbe finito col mangiare gli avanzi da sola.


Capitolo Ventotto: La Luna

L’ho trovata, diceva il messaggio di sua sorella.

Diego fissò incredulo lo schermo del telefono. Era un notte senza luna, l’appartamento illuminato solo dalla luce che proveniva dai lampioni all’esterno.

Aveva temuto l’arrivo, da un momento all’altro, di un messaggio da Max, il suo ex avvocato presso l’immigrazione, che gli chiedeva i soldi del ricatto. Invece, ne aveva ricevuto uno da Valentina.

Controllò l’orologio. Erano da poco passate le undici di sera lì in California, il che significava che in Italia erano le sette del mattino. Matteo era già a letto.

Avevano lavorato per tutto il pomeriggio e la serata fianco a fianco nel ristorante e Matteo lo aveva a stento guardato, figurarsi poi rivolgergli più di tre parole in croce. Motivo per cui, al momento, Diego sedeva da solo sul divano del salotto, terrorizzato alla sola idea di andare a letto.

La settimana precedente aveva chiesto un consiglio a Valentina su cosa fare e lei era stata straordinariamente diretta: digli tutto. Diego sapeva di aver rimandato finché davvero non c’era stata più scelta, col risultato che ora rischiava di perdere ogni cosa.

Chi hai trovato? rispose, con mani così tremanti da avere difficoltà a digitare i tasti.

I tre punti intermittenti apparvero per un secondo sullo schermo, poi sparirono.

Diego riusciva a immaginare perfettamente la sorella che, avvolta dal suo elegante abito di Valentino e pronta per andare al lavoro, guardava seria lo schermo, mentre decideva come dirglielo. E se dirglielo.

Cosa???

Qualche momento dopo i puntini apparvero di nuovo e, alla fine: Ho trovato Luna. Vuole parlarti.

Diego lasciò cadere il telefono come se bruciasse. Dopo tutti questi anni… Luna era sempre stata incostante e iperattiva. Non era neanche possibile immaginare il danno che avrebbe potuto fare se le avesse permesso di entrare di nuovo nella sua vita.

Che ha detto? chiese, dopo aver ripreso il cellulare.

Tre punti.

Aspettò, digrignando i denti per il nervosismo. C’era qualcosa di magico nel modo in cui i pensieri potevano viaggiare in quel modo da un capo all’altro del mondo. Qualcosa di magico e di frustrante.

Dice… deve vederti…

Il messaggio finiva con quell’incertezza.

Cos’è che non mi dici?

Ci fu una lunga pausa durante la quale Diego fissò il telefono, come se in quel modo potesse costringere la sorella ad andare avanti. Stava cominciando a comporre il suo numero quando i puntini apparvero di nuovo.

“Devi dormire,” disse Matteo in italiano dalla soglia della camera.

Diego sollevò lo sguardo. “Hai ricominciato a parlarmi?”

Matteo si accigliò, la fronte aggrottata. Se per rabbia o stanchezza era difficile a dirsi.

Diego abbassò lo sguardo proprio nel momento in cui arrivava il messaggio della sorella. “Cazzo!”

Dice che avete un figlio.

#
Matteo versò il caffè della moka in due tazze di ceramica su cui era stampata la scritta Sacramento – the River City, con sotto una foto del Delta King. Facevano parte della collezione di suo zio e, benché fossero un po’ vistose, Matteo non aveva avuto il cuore di liberarsene.

Posò la caffettiera e sedette al piccolo tavolo della cucina di fronte a Diego. L’uomo, spettinato e con profonde borse sotto gli occhi, guardava nel vuoto con un’espressione distante e desolata.

“Quindi hai un figlio,” disse Matteo, ancora incapace di digerire la notizia.

Diego scosse la testa. “Non lo so. Luna dice di sì, ma come faccio a crederle?”

“Non puoi. Prima devi scoprire la verità.”

Diego annuì, poi lo guardò. “Quindi mi parli.”

Lui rispose con un lieve sorriso. “Sono ancora arrabbiato.”

“Mi perdoni, però?”

A quel punto, fu il turno di Matteo di fissare il vuoto. “Quando mia madre è morta,” disse alla fine, “mi ha detto di amarti. A qualunque costo.” Vide l’ombra della speranza illuminare lo sguardo di Diego, così sollevò una mano in ammonimento. “Lo farò sempre. In questo momento, però, sono ferito.”

“Lo so. Avrei dovuto dirtelo…”

“Devo chiedermi cos’altro non mi hai detto? Quali altri segreti mi tieni nascosti?” Lo uccise dire quelle parole, ma non c’era via d’uscita. Doveva.

Si aspettava che Diego si opponesse, che dicesse che non c’era nient’altro. Che lo supplicasse.

“Hai ragione,” disse invece l’uomo.

Matteo spostò lo sguardo su di lui, che si osservava le mani con un espressione distante sul viso.

“È vero. Ti ho mentito e ho rovinato tutto.” Fermò lo sguardo sulla fede nuziale che stava facendo ruotare attorno al dito. “L’ho fatta diventare una menzogna.” Se la tolse e l’appoggiò fra loro sul tavolo. “Non ti merito.”

Quelle parole furono come un pugno in pieno stomaco. Matteo cercò di immaginare la propria vita senza Diego e fallì miseramente. E in quel momento, capì.

Diego fece per alzarsi ma Matteo lo afferrò per un braccio.

“Lasciami,” sussurrò l’uomo, quasi un sibilo.

“Diego, guardami!”

Diego sollevò lentamente lo sguardo su di lui.

“Sì, hai fatto casino. Mi hai mentito e ci vorrà molto tempo prima che possa perdonarti.” Prese l’anello e lo tenne in aria fra di loro. “Ho fatto una promessa quando te l’ho dato. Nel bene e nel male.” Si sfilò la fede e la mise sul tavolo accanto a quella di Diego. “Magari non siamo davvero sposati, ma la promessa è ancora valida.”

Diego lanciò un’occhiata dubbiosa alle due vere. “Che stai cercando dire?”

Matteo gli prese le mani. “Ricordi cosa mi hai detto ieri quando ti ho rivelato il mio segreto riguardo ai soldi?”

Diego scosse la testa.

“Hai detto ‘Credi che il destino ci abbia condotto fin qui solo per vederci fallire?’”

Diego lo guardò per qualche secondo, ammutolito, poi scoppiò a ridere e subito dopo a piangere. “Mi dispiace tanto, Matteo,” disse alla fine.

“Andrà tutto bene,” sussurrò lui. “Ce la caveremo.” Lo attirò a sé.

“E Max? E Luna? E… mio figlio?”

Matteo aggrottò la fronte, ricordandosi di tutte le forze che cospiravano contro di loro. “Troveremo un modo,” disse. “Lo troviamo sempre.”

E come se fosse la risposta a quell’affermazione, un nuovo messaggio apparve sul telefono di Diego.

Dove sono i miei soldi?


Capitolo Ventinove: Tra le righe

Il suono del campanello echeggiò per la casa.

Sam sbuffò. «Puoi andare tu?» Era proprio nel mezzo di una scena importante del suo secondo libro e siccome anche Brad stava lavorando da casa quella mattina… Che andasse lui, una volta tanto.

Il suo personaggio, Paolo Pausini, aveva appena scoperto fino a che punto arrivasse la corruzione all’interno dell’ambasciata italiana a Washington DC. Sam stava attingendo ai ricordi del poco italiano studiato al liceo, il libro aperto sulla scrivania, per cercare di rendere i dialoghi almeno un po’ realistici. Per sua sfortuna, però, non ricordava quale fosse l’imperativo della forma di cortesia.

Brad attraversò il corridoio con passo pesante, probabilmente scocciato di aver dovuto interrompere il proprio lavoro.

Qualche volta Sam pensava che il compagno non prendesse troppo sul serio la sua carriera di scrittore. Quasi fosse un hobby, qualcosa da poter interrompere in qualsiasi momento. Solo perché lavorava da casa non voleva dire che avesse il tempo di fare continuamente delle commissioni, o passare tutta la giornata a pulire.

Ultimamente gli davano un po’ fastidio i commenti velati di Brad. Niente più che accenni, a dire la verità, tipo quello di qualche ora prima riguardo la polvere sopra la mensola del caminetto. Se almeno avesse parlato chiaro…

«Sam, vieni!»

E rieccola, la mancanza di considerazione per il suo tempo e la sua concentrazione. «Sono impegnato,» rispose.

«No, davvero, vieni!»

Sam allontanò la sedia dal tavolo con un rumore sordo e una tale foga che per poco non la rovesciò. «Non scherzo, Brad, devi lasciarmi…» Le parole gli morirono in gola quando vide cos’era ciò che Brad stringeva in mano. «Oddio. È arrivato?»

Brad annuì e gli porse il libro.

Sam glielo strappò quasi di mano, poi lo voltò per guardare la bellissima copertina: una foto del Campidoglio che faceva da sfondo a un giovane sexy e con lo sguardo appassionato. “Leggete Tra le righe, di Samuel Fueller” ripeté a voce alta. Il suo primo libro.

«Samuel, eh?» chiese Brad esibendo un mega sorriso.

«Cristo Santo, è arrivato,» disse lui, ancora incapace di crederci. Si lasciò cadere sopra una delle poltrone di pelle del salotto e sfogliò le pagine. Era vero. Era un autore pubblicato con tutti i crismi.

Infilò il dito nella pagina con la dedica. «Questa è per te,» disse, allungando il libro a Brad e recitando le parole a bassa voce via via che l’altro leggeva.

L’ho capito sin dal primo momento. E tu mi hai letto nel cuore.

Brad sollevò lo sguardo sorridendo e lui seppe di avergli fatto piacere. «Sono fiero di te, Samuel.»

Sam afferrò uno dei cuscini con un gesto minaccioso. «Non me la farai passare più, vero?»

«Neanche per sogno.»

La battaglia di cuscini che seguì fu epica.

#

Noe, la direttrice di Zocalo, gli strinse la mano. «Le faremo sapere.»

Ben aveva visto un annuncio sul Sacramento Bee, la sera precedente, in cui si diceva che il ristorante cercava un cameriere e aveva deciso di provarci. La paga era un po’ più alta rispetto all’Everyday Grind e sperava che anche i turni fossero più regolari. «Grazie. Mi è sempre piaciuto venire qui.»

Zocalo era stato uno dei primi locali che aveva scoperto quando si era trasferito in centro. Una vecchia concessionaria di auto risalente agli anni Venti era stata trasformata in un locale caldo e luminoso, pieno di piante, vasi di rame a forma di armadillo lavorati a mano e con un caldo fascino messicano.

Era seduto al bancone a forma di L del bar e beveva la sua Coca guardandosi intorno. Il locale era abbastanza pieno per essere la tarda mattinata di giovedì e l’aria era satura del chiacchiericcio dei clienti.

Fu allora che vide Ella.

Era seduta a uno dei separé insieme a un uomo di qualche anno più grande e guardava dal lato opposto a dove si trovava lui, ma il profilo era inconfondibile. Chiedimelo di nuovo la prossima volta.

A quanto pareva aveva fatto tardi e lei usciva già con qualcun altro.

Ben la osservò con il desiderio dipinto in viso. Si rendeva conto di avere un atteggiamento da stalker, ma non poteva farne a meno: c’era qualcosa in lei che lo affascinava.

Ella rise per qualcosa che aveva detto il suo accompagnatore. L’uomo aveva occhi e capelli scuri, e delle sopracciglia perfette. Qualcosa nel suo aspetto gli dava fastidio: non era la persona adatta e lei. Ben ne era certo.

Quando poi l’uomo si alzò e gli passò vicino per andare alla toilette senza nemmeno degnarlo di uno sguardo, Ben capì che era la sua occasione. Si alzò e scivolò a sedere al posto rimasto libero.

Ella sgranò gli occhi.

«Ciao,» la salutò timidamente.

«Accomodati, pure,» fece lei inarcando un sopracciglio.

Ben sorrise. «Scusa. Ero venuto per un colloquio di lavoro, ti ho vista e…»

Lei aspettò in silenzio che proseguisse.

«Sono Ben. Del Grind.» Non stava andando per niente bene.

La ragazza accennò un sorriso. «Lo so.»

«Mi avevi detto di chiedertelo di nuovo,» azzardò lui, tutto d’un fiato. «Lunedì. Poi ti ho vista qui con lui, quell’uomo. Non va bene per te, Ella.» Chiuse la bocca, consapevole che ormai stava blaterando. «Penserai che sono un impiastro.» Abbassò la testa sul tavolo, umiliato. Poi sentì una mano sulla sua e la risollevò.

Ella sorrideva. «Sei carino, sai? Anche se mi stavi seguendo.»

Lui scosse la testa. «No, te lo assicuro. Sono venuto davvero a fare un colloquio. Poi ti ho vista. È il destino.» Le fece vedere il biglietto da visita di Noe per dimostrarle che stava dicendo la verità. «Allora che ne dici? Vuoi uscire con me?» Decise di giocare tutte le sue carte anche se non sapeva cosa avrebbe fatto se lei avesse detto di no. L’altro tizio stava per tornare, per giunta.

Ella ci pensò qualche secondo. «Non sarebbe carino dirti di no dopo tutto quello che ti ho fatto passare.»

Ben sorrise. «Dici davvero?»

«Che ne dici di domani sera?»

«Perfetto!» Lavorava il venerdì sera, ma avrebbe trovato il modo. «Alle sette?»

Qualcuno si era fermato dietro di lui e incombeva sopra la sua spalla. L’uomo con cui Ella era uscita. Ben fece per alzarsi, pronto a fuggire.

«Ben? Lascia che ti presenti mio fratello Max.»


Capitolo Trenta: Il club dei reietti

Marcos si guardò intorno nel piccolo appartamento con aria sconcertata. Marissa abitava lì da pochissimi giorni ed era arrivata con poco più che i vestiti che aveva indosso, eppure, per qualche ragione, ogni superficie della sua in precedenza immacolata casa era coperta da qualcosa che le apparteneva.

Il lavandino e il piano della cucina erano ingombri di così tanti piatti che sarebbero bastati a sfamare il cast dell’America’s Next Drag Queen, ed erano solo i resti della colazione di quella mattina.

Il tavolo della sala da pranzo era coperto da fogli e compiti mezzi svolti, letteratura inglese, a occhio e croce. Ne sollevò uno sentendosi come un archeologo impegnato a studiare una civiltà finora sconosciuta.

Il divano del salotto era sommerso dalle coperte che Marissa aveva preso la sera prima dall’armadio della biancheria, perché ‘aveva più freddo di un eschimese’, e che poi non aveva rimesso a posto. Marcos si era trattenuto dal commentare che gli eschimesi sono famosi per la loro tolleranza al freddo estremo.

Ma il vero pezzo forte era la stanza degli ospiti: se n’era impossessata completamente.

Guardò il pandemonio che regnava all’interno e scosse la testa. Sembrava quasi che un ragno modaiolo vi avesse preso residenza e l’avesse tappezzata con le sue ragnatele. Vestiti di ogni forma e colore erano gettati alla bell’e meglio sul letto, penzolavano dalle pale appese al soffitto, erano strizzati fuori dall’armadio come un dentifricio arcobaleno e nascondevano alla vista sia il comò che il comodino. In mezzo a tutto quel caos stava seduto Nathan, uno sguardo innocente nei suoi occhi vitrei, come a voler declinare ogni responsabilità.

Dove li aveva presi tutti quegli abiti? Marcos ricordava di averle comprato qualcosa e ora gli stava venendo il sospetto di aver portato a casa una busta piena di Triboli sotto forma di vestiti.

Richiuse con attenzione la porta per impedire loro la fuga, ignorando lo sguardo inquisitore dell’orsacchiotto. Quando Marissa fosse tornata avrebbero dovuto scambiare due paroline riguardo a tutto quel disordine.

Nel frattempo, però, aveva un lavoro da finire: il Centro lo stava pagando per aggiornare il loro sito web e lui aveva già qualche giorno di ritardo sulla scaletta.

Accese il computer e guardò l’agenda.

Cena da Carmelina.

Diamine, l’aveva completamente dimenticato!

Gli piaceva molto il corso di cucina e una delle ragioni era la strana donna italo-americana dai capelli rossi che lo aveva conquistato. Avevano riso come matti durante l’ultima lezione e non vedeva l’ora di rivederla.

Gli piaceva molto.

Non si trattava di un interesse romantico o sessuale, Cristo, no! Marcos era in tutto e per tutto gay, eppure trovava che il senso dell’umorismo caustico della donna fosse molto rinfrescante.

Gettò uno sguardo all’orologio. Mancava un quarto alle dieci. Se si fosse dato da fare avrebbe potuto lavorare per cinque ore buone prima che l’autobus portasse a casa Marissa.

#

Era l’ora di pranzo e Marissa sedeva da sola a un tavolo nell’angolo della mensa. Tutt’intorno gli altri studenti erano impegnati a messaggiare oppure a scattarsi foto a vicenda. Le mancava il suo iPhone, che era andato perduto quando i suoi genitori l’avevano cacciata di casa. Senza un telefono si sentiva una specie di pariah.

Un’ombra si stagliò sul tavolo e Marissa sollevò lo sguardo su Jason, che le stava di fronte, in piedi e con il vassoio del pranzo in mano. “Posso unirmi a te?”

Lei annuì. “Siediti. Potremmo dare il via ufficiale al Club dei reietti della McClatchy High.”

Nonostante l’avesse detto con una nota di amarezza nella voce, Jason non sembrò notarlo. Sorrise e le sedette accanto. “Grande idea. Potremmo inventarci un bel logo, stampare qualche maglietta e spedire una newsletter…”

Era stato subito chiaro cosa volesse Jason da lei: un’amica e magari un assaggio di popolarità.

Era gay, ma non del tipo “Miglior amico gay”. Non era brillante o alla moda come i gay popolari, o atletico come quelli sportivi. Non era neanche particolarmente sagace, al contrario del suo amico Ricky. La vita a scuola era difficile per i ragazzi come lui, gay o etero che fossero. Immaginava di far parte anche lei del gruppo, ormai.

“…e i weekend potremmo incontraci al Cafe Bernardo, come fanno Marcy Minks e suoi amici…”

“Ehi, calmati,” lo interruppe lei. “Era solo una battuta.”

Jason si accigliò. “Oh, okay,” disse, prima di rimettersi a spiluccare gli spinaci. Marissa si sentì una merda per averlo zittito in quel modo. Era il suo unico amico lì a scuola, dopotutto.

“Che mi dici della Gay Straight Alliance?” gli chiese dopo qualche secondo, sperando di tirarlo su di morale.

Lui però scosse la testa. “Ci vanno solo i ragazzi popolari”

Marissa sbuffò. “È idiota preoccuparsi della popolarità.” Ai suoi tempi anche lei ne era stata ossessionata, ma il periodo che aveva trascorso sulla strada le aveva fatto vedere molte cose sotto una luce diversa. “Sai una cosa? Hai ragione. Dovremmo farlo. Dovremmo crearci da soli il nostro gruppetto. Uno nel quale solo noi decideremo chi ammettere. Potremmo chiamarlo Gli sconosciuti, oppure I rinnegati. O…”

“‘Il club dei reietti’ era bello.”

“‘Il club dei reietti’… Anche a me piace.”

Jason si mise a posto gli occhiali sul naso e le rivolse un sorriso timido. “Grazie, Marissa. Sono contento che tu sia venuta in questa scuola.” Si guardò intorno. “Ma come lo facciamo conoscere?”

La campanella suonò proprio in quel momento e gli studenti cominciarono ad alzarsi e sciamare fuori dalla mensa.

“Così,” rispose lei con un sorriso, prima di salire sul tavolo. “Ehi!” urlò. La stanza si fece improvvisamente silenziosa mentre cinquecento ragazzi si voltavano a guardarla. “Sono Marissa e questo è Jason. Se non ci conoscete è perché siete troppo presi da voi stessi per guardare oltre il vostro naso.”

“Scenda subito da lì, signorina Sutton,” le urlò il professor Mitchell, agitando minacciosamente una mano.

“Se, come noi, vi sentite snobbati, raggiungeteci qui domani, a questo tavolo, per il primo incontro ufficiale del ‘Club dei reietti’!” Scese prima che l’insegnante la rimproverasse di nuovo. L’uomo la guardò male ma non disse nulla.

Jason sorrideva da orecchio a orecchio. “È stato incredibile.” Poi si rabbuiò. “E se non venisse nessuno?”

“Ci penseremo domani.”


Capitolo Trentuno: A pranzo con max

Diego era al Lucca, in centro, e aspettava l’arrivo di Max. Aveva lasciato a Justin la gestione della sala del Ragazzi e uno chef suo amico ‒ chi diceva che non se ne erano fatti? ‒ si era reso disponibile a sostituirlo in cucina per un’oretta.

La direttrice di sala lo aveva fatto accomodare a un tavolo del terrazzo sul retro, da solo. Gli piaceva quel posto, era rilassante e metteva i clienti a proprio agio.

“Le porto qualcosa, nel frattempo?” chiese Lauren, la cameriera.

Diego diede una scorsa la menù. “Le sfogliatelle di zucchine fritte, grazie,” rispose, indicandole sulla carta.

“Subito. Acqua?”

Diego scosse la testa. “Meglio conservarla per… Com’è che dite?”

“La siccità?”

Annuì. “Meglio un po’ di vino.”

“Bianco o rosso?”

“Del Prosecco. E tre bicchieri.”

“Arriva,” fece lei con un sorriso luminoso.

Proprio mentre la donna si stava allontanando, la direttrice di sala tornò con il suo ospite. “Eccoci, signor Cucinelli. Il signor Bellei la stava già aspettando.”

“Ciao, Max,” lo salutò lui, alzandosi e porgendogli la mano.

L’uomo la strinse riluttante. “Buongiorno.”

“Siediti,” continuò Diego in italiano. “Ho ordinato del Prosecco e delle sfogliatelle di zucchine fritte come antipasto.”

“I soldi…”

“Porta pazienza. Se proprio devi ricattarmi, lascia almeno che prima mi goda un bel pranzo.” Inspirò a fondo e sollevò lo sguardo verso il cielo terso. “Che bella giornata, non è vero?”

Max lo guardò senza rispondere.

Diego fece finta di non accorgersene e riprese a studiare il menù. L’altro, invece, studiava lui con espressione accigliata.

Era divertente.

Arrivarono il Prosecco e gli antipasti. Con la coda dell’occhio, Diego vide che Max aveva notato il terzo bicchiere.

“Ti conviene decidere cosa vuoi mangiare. La cameriera arriverà a momenti per prendere l’ordinazione.”

Max aggrottò la fronte e prese il menù. Lo aprì e vide la busta contenuta a suo interno. “Alla fine ti sei deciso.” Strappò il bordo e ne estrasse un foglio di carta.

Sbiancò, poi il suo viso si fece rosso di rabbia. “Che diavolo vuol dire?” Sollevò il biglietto. Sopra, in perfetta calligrafia, c’era scritto Va’ a farti fottere!, seguito da una faccina sorridente.

“Credo che parli da solo,” disse un’altra voce da sopra la sua spalla. Diego si voltò e vide Matteo in piedi dietro di lui. “Ma nel caso non lo sapessi, vuol dire che devi andare a fare in culo.” Gli rivolse il suo sorriso più luminoso. “Non ci servono più i tuoi servizi.”

Max si alzò e gettò con rabbia il tovagliolo sul tavolo. “Quindi conosci il suo segreto. Non importa. Posso sempre chiamare quelli dell’immigrazione.”

Matteo lo afferrò per il colletto della camicia e lo sbatté contro il muro. “E io posso sempre denunciarti all’ordine degli avvocati per tentata estorsione.” Portò il viso a pochi centimetri da quello dell’uomo. “Mettimi alla prova.” Si fronteggiarono per qualche secondo, poi Max distolse lo sguardo.

Matteo lo lasciò andare e l’uomo si precipitò fuori.

Diego sorrise. “È stata una scena fantastica.”

Matteo gli sedette accanto, sorseggiando il Prosecco. “Anche strapazzarlo un po’ lo è stato, però potrebbe ancora causarci dei problemi.”

“Però…” Diego appoggiò la mano su quella del suo uomo. “Grazie lo stesso per l’aiuto. So di aver fatto casino, ma ora…”

L’aria fu attraversata da un rumore stridulo, un tonfo e poi delle grida.

Diego si alzò di scatto e corse verso la fonte di quei rumori, seguito da Matteo. Non poteva…

Raggiunse l’ingresso del ristorante.

Un SUV nero era fermo sul marciapiede e Max Cucinelli era steso in mezzo alla strada, svenuto.

O peggio.

#

Carmelina era già quasi pronta per la serata a casa sua, durante la quale avrebbero cucinato i piatti imparati al corso di cucina da Ragazzi.

Aveva lasciato tre messaggi a Daniele, ma lui non l’aveva richiamata nemmeno una volta. Che andasse al diavolo. Era troppo presto per rimettersi in gioco. La recente notte di passione avrebbe dovuto bastarle fino al prossimo sbarco di marinai a San Francisco.

Sorrise nell’immaginarsi un’annoiata casalinga di Sacramento in giro per i moli a caccia di bei ragazzi. O magari gliene sarebbe bastato anche solo uno.

Aveva predisposto due postazioni: una per i passatelli e una per le piadine. Erano le cinque meno un quarto e i suoi ospiti sarebbero arrivati tra quarantacinque minuti.

Ricontrollò gli ingredienti: farina, lardo, latte, sale, miele, lievito per le piadine e parmigiano, pane secco e uova…

“Oh, merda.”

Si era scordata le uova!

Controllò dentro il frigorifero. La confezione ne conteneva solo uno e non aveva il tempo di correre al negozio per prenderne delle altre.

Dave. L’inquilino che viveva nell’altra metà della villetta a schiera aveva sempre un frigo ben fornito. Lo chiamò al telefono, sperando che rispondesse.

“Salve, straniera,” la salutò l’uomo. Carmelina sentì il sorriso nella voce.

“Ciao. Avresti delle uova da prestarmi? Ho gente a cena…”

“Cristo no, cercatele da sola le tue maldette uova!”

Carmelina sorrise. “Arrivo subito.” Riattaccò e corse fuori a bussare alla porta del vicino.

“Chi è?”

“Apri, maledizione.”

La porta venne spalancata. “Entra,” l’accolse Dave con un sorrisone.

“Mi piacerebbe, ma aspetto delle persone.” Nonostante fosse ormai vicino ai cinquanta, era ancora molto bello: i capelli cominciavano magari a ingrigirglisi sulle tempie, ma conservava quell’entusiasmo giovanile che lo rendeva davvero affascinante. Era proprio vero che erano sempre i migliori a scegliere l’altra sponda.

“Quindi cos’è che fai, mentre io me ne sto tutto solo in questa catapecchia?” Le porse il cartone con le uova. “Usa quelle che ti servono e riporta indietro il resto.”

“Poi te le pago.”

Le fece un cenno di diniego con la mano. “Non ti preoccupare.”

“Senti… hai impegni per questa sera?” gli chiese lei d’impulso.

“No, sto recuperando un po’di serie in Tv. Sono quasi in pari con America’s Next Drag Queen.”

“Perché non ti unisci a noi? Devo cucinare con alcuni amici..”

“Non lo so…”

“Andiamo. Sarà divertente, e non ho intenzione di accettare un rifiuto.”

“Posso venire vestito così?” Indossava un paio di vecchi pantaloni della tuta grigi, la sua ‘divisa’ da ufficio.

“Certo. Però mi sento in dovere di avvisarti che verrà anche un bel ragazzone single. Magari potresti voler fare bella impressione.”

Quanto le piaceva accoppiare la gente!


Capitolo Trentadue: Tripla postazione

Il telefono squillò.

Qualcuno che vuole annullare, pensò Carmelina. C’era sempre qualcuno che annullava. Prese la cornetta, fissandosi un ciuffo di ricci rossi dietro l’orecchio. “Pronto?”

“Carmelina?” Un accento italiano. Per un attimo pensò che Daniele l’avesse chiamata per scusarsi dell’uscita frettolosa della sera prima. Era già pronta a dirgliene quattro, quando l’uomo aggiunse: “Sono Matteo.”

La rabbia svanì in un soffio. “Ciao bello. Come state… come stai?” lo salutò in italiano.

“Bene… è stata una giornata com… difficile.”

“Va tutto bene?” Carmelina conosceva la coppia da poco più di due settimane, ma le erano sempre apparsi molto allegri, quindi era strano sentire quel tono abbattuto nella sua voce.

“Spero di sì. Scusa se ti disturbo, ma mi chiedevo se non fosse troppo tardi per accettare il tuo invito.”

“Per questa sera?”

“Sì.”

“Certo che potete venire. Più siamo, meglio è.” Arthur si sarebbe arrabbiato come una biscia ad avere tutta quella confusione in casa, ma Arthur non c’era più, ormai.

“Grazie mille. Abbiamo bisogno di stare tra amici questa sera.”

“Bene, allora venite subito.”

“Arriviamo.”

Riattaccò il telefono chiedendosi cosa mai potesse essere successo. Però le serviva una terza postazione. Magari una in cui preparare le vecchie ricette della nonna.

In quel momento arrivò anche il trillo del campanello. Si comincia!

#

Marcos si guardò intorno. La casa di Carmelina non era enorme, ma trasmetteva una sensazione di calore e comfort. Le pareti verde oliva erano coperte da un’eclettica collezione di quadri che andavano dal classico al geometrico. Il caminetto di mattoni era sormontato da una mensola, su cui erano appoggiate una serie di cornici con le foto di Carmelina e di un bell’uomo un po’ più anziano, probabilmente il suo defunto marito. Albert? Archie? Non ricordava. Forse era stato molto più grande di lei.

I pavimenti in legno risplendevano e l’arredamento coniugava i tessuti tradizionali con uno stile contemporaneo.

“Dov’è il bagno?” chiese Marissa.

“Di là,” rispose la donna, indicando un punto lungo il corridoio. “Come vanno le cose con lei?” gli chiese poi, quando la ragazza si fu chiusa la porta alle spalle.

Marcos scosse la testa. “Non è per niente facile. L’udienza per effrazione è il mese prossimo. Nel frattempo sto cercando di farle vivere una vita quanto più normale possibile.”

Carmelina gli rivolse uno sguardo indagatore. “Se ne sta approfittando, vero?”

Lui annuì. Doveva aver assunto un’espressione davvero afflitta, perché lei scoppiò a ridere e gli diede una leggera pacca sulla spalla. “So quanto possa essere difficile gestire un’adolescente. Io ero indiavolata.”

“E tua madre come si comportava?” Non faceva fatica a immaginare in quali guai potesse essersi cacciata.

“Faceva rispettare le regole. I ragazzi devono avere dei paletti.”

“Più facile a dirsi che a farsi.”

“Forse. Ma vedrai che più avanti ti ringrazierà. Andiamo, ho preparato una postazione dove potrai migliorare le tue abilità di preparatore di piadine.”

Marcos guardò oltre la propria spalla verso la porta del bagno. “Marissa…”

“Lasciala a me. Ci penso io a lei… ti meriti una serata libera.” Lo fece accomodare davanti a un tavolo all’estremità di una lunga cucina. “Ohh, il piano è ancora sporco. Aspetta che lo pulisco.” Prese uno straccio e gettò un’occhiata fuori dalla finestra. “Ohh, credo che il tuo aiutante sia arrivato.”

“Aiutante?”

Ma lei era già corsa verso la porta principale.

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Dave allungò la mano verso il campanello, ma si bloccò. In un altro momento sarebbe entrato dal retro, ma da quando Arthur era morto gli sembrava… indiscreto dare per scontata quella familiarità. E, a voler essere proprio onesti, se ne stava più per conto suo in generale. Dirigeva una società che si occupava di risorse umane e ultimamente gli era stato possibile svolgere la maggior parte del suo lavoro via telefono o internet. Si sentiva al sicuro a casa sua.

Erano passati mesi dall’ultima volta che Carmelina aveva cercato di accoppiarlo con qualcuno. Il loro gioco a rimpiattino era stato interrotto dalla morte di Arthur, ma a quanto pareva ora la donna stava riprendendo le vecchie abitudini, e lui era contento di vederla uscire dal suo isolamento. Ma doveva farlo per forza a sue spese?

Cinque lunghi anni…

Carmelina si era imbattuta in qualche fallimento davvero epico durante i suoi tentativi di trovargli un compagno. Impossibile dimenticare quello stronzo repubblicano di Danny. Forse avrebbe fatto meglio a tornare a casa.

La porta si aprì improvvisamente e Carmelina lo accolse con un sorriso. “Mi sembrava di aver visto qualcuno sbirciare dentro. Dai, entra.”

Dave sospirò. Ci aveva messo un secondo di troppo a di cambiare idea.

#

I successivi ad arrivare furono Sam e Brad.

“Carmelina, lui è Brad, il mio partner,” disse Sam, presentandole un bellissimo uomo di qualche anno più grande dell’amico.

“Ha una bellissima casa,” si complimentò Brad, mentre entrava. “Grazie per l’invito.”

“È un piacere. Diamoci del tu, okay? Sam dice che dirigi il centro LGBT.”

“Insieme al comitato, ma sì, ci vado praticamente ogni giorno.”

“Signor Weston!”

Brad si voltò appena in tempo per ricevere un enorme abbraccio da Marissa.

L’allontanò da sé e la osservò. “Hai un ottimo aspetto. Tutto bene con Marcos?”

La ragazza annuì. “Abbastanza. Anche se c’è un cazzo di freddo in casa sua…”

“Un che?” chiese Brad inarcando un sopracciglio.

“Un caspita di freddo.”

“Meglio. E scommetto che comunque è più caldo della strada.”

“Immagino di sì.”

Carmelina sorrise davanti all’atteggiamento sfacciato della ragazza. “Marissa, vorresti aspettarmi in cucina? Vorrei insegnarti un piatto speciale che mia nonna mi preparava sempre.”

Fece sedere Brad e Sam al tavolo dei passatelli in sala da pranzo. Si sentiva come un’organizzatrice di matrimoni, con la sua lista per la disposizione dei posti. Prima ogni coppia avrebbe preparato il suo piatto, e poi avrebbero mangiato tutti insieme al lungo tavolo pieghevole che aveva apparecchiato sul retro. Fortuna che faceva ancora caldo per essere il primo di ottobre.

Ben arrivò poco dopo, e lo mise a lavorare insieme a Sam e Brad. Aveva dei piani per Dave e Marcos e non voleva che nessuno li disturbasse.

Alle sei e un quarto arrivarono anche Matteo e Diego. Quest’ultimo le porse una pregiata bottiglia di prosecco, che lei accettò con vero piacere.

Prese una forchetta e un bicchiere e li batté insieme per attirare l’attenzione. “Bene, ci siamo tutti. Prima cominciamo e prima potremo mangiare.”


Capitolo Trentatré: La preparazione delle piadine

Dave pensò che, in definitiva, avrebbe fatto meglio a restare a casa.

La serata era cominciata abbastanza bene: lui e Marcos ‒ che era davvero un bel ragazzo e di qualche anno più giovane ‒ avevano cominciato la preparazione seguendo le indicazioni di Carmelina, che a quanto pareva si era ispirata a un corso di cucina a cui lei e l’altro uomo avevano partecipato insieme.

Avevano mescolato gli ingredienti ‒ farina, lardo, latte sale e altro ‒ tra una chiacchiera e l’altra e quando le loro mani si erano sfiorate, Dave aveva sentito un brivido corrergli lungo la schiena. Era passato molto tempo dall’ultima volta in cui era uscito con un uomo o qualcuno lo aveva toccato in quel modo.

Poi, però, la situazione aveva cominciato ad appiattirsi.

Avevano esaurito la lista degli argomenti più comuni: il tempo, chi avrebbe vinto le primarie, cosa guardavano in TV. Sotto quel punto di vista, tra l’altro, avevano davvero poco in comune: Marcos preferiva Supergirl, Arrow e The Flash, mentre a lui piacevano Project Runway, America’s Next Drag Queen, Top Chef e Face Off.

A quel punto cominciarono a lavorare in silenzio, mentre le persone agli altri tavoli ridevano, scherzavano e in generale sembrano divertirsi. Dave si concentrò sull’impasto ‒ trovare la giusta consistenza e poi stendere una piadina dopo l’altra, cospargendo il piano di lavoro con abbastanza farina da impedire alla pasta di attaccarsi.

Controllò l’orologio. Erano quasi le sette di un giovedì sera. Avrebbe potuto essere a casa a guardare Modern Family. Si sarebbe fatto una bella tazza di cioccolata calda, avrebbe indossato le pantofole a forma di coniglio e la vestaglia e si sarebbe accomodato sul suo bel divano davanti alla sua bella TV nella sua bella casa…

“Perché vivi da solo?”

La domanda lo fece riemergere dai propri pensieri. Si voltò verso il compagno di lavoro, chiedendosi se si trattasse solo di un altro argomento di conversazione, l’ennesima spunta sulla lista delle necessarie interazioni sociali. Marcos però sembrava serio.

“Perché vuoi saperlo?” Nessuno lo batteva quando si trattava di cambiare argomento.

L’altro sospirò a disagio. “Perché anch’io vivo solo. Se vogliamo escludere la mia nuova pupilla.” Indicò Marissa con un cenno del capo. “È un appuntamento combinato, no?”

Dave annuì. “Credo proprio di sì.”

“Stavo con il ragazzo giusto una volta, ma le cose sono andate diversamente da come mi aspettavo e da allora ho svolazzato di fiore in fiore. Non dovresti piacermi. Gli appuntamenti al buoi non funzionano mai, o sbaglio? Ma poi ho pensato ‘perché no’? Solo che sono un fifone sul fronte romantico ed era più facile chiedere qualcosa su di te.”

Dave lo guardò perplesso. Aveva sentito bene? “A me? Vuoi invitare me a uscire? Perché?”

Marcos annuì. “Sembri un bravo ragazzo, e sei carino. E il fatto che ti piaccia Carmelina depone a tuo favore.”

“Ma non vi siete appena conosciuti?” Non riusciva a distogliere lo sguardo da quello color cioccolato di Marcos. Era passato un po’ di tempo, ma riconosceva i segni: si stava invaghendo.

“Forse. Ma siamo gemelli. Separati alla nascita.”

Dave scoppiò in una risata. “Sì, capisco. Avete la stessa lingua lunga.”

Marcos gli lanciò un pezzo di piadina.

“Ehi! Non giocate col cibo,” li rimproverò Carmelina dall’altra parte della cucina. “Poi dobbiamo mangiarla quella roba.”

Marcos sorrise. “Quella donna ha gli occhi anche dietro la…”

“Ti ho sentito!”

“E delle enormi orecchie,” sussurrò Dave.

Carmelina li guardò storto.

Dave rispose salutandola con un movimento lieve delle dita e lei gli rivolse un’altra occhiata finto-arrabbiata prima di tornare a voltarsi. Magari questo tizio non è poi così male, dopotutto, pensò Dave. “È morto cinque anni fa,” disse dopo qualche secondo.

“Chi?”

“John. L’amore della mia vita.” Inspirò a fondo. “Complicazioni da HIV.”

Marcos fischiò piano. “Cavolo. E tu?”

“Io no. Sono stato fortunato. L’abbiamo scoperto a uno stadio ancora iniziale e dopo siamo stati molto attenti. L’ultimo anno l’ho assistito io a casa nostra.” Sospirò. Benché fossero passati cinque anni era ancora difficile parlarne. Non ci sarebbe mai stato un altro John.

Marcos appoggiò la mano sporca di farina sulla sua. “Mi dispiace. So com’è perdere qualcuno.”

Rimasero seduti in silenzio per qualche secondo, ma il silenzio fra loro era diventato complice.

“E di te che mi dici?” chiese alla fine lui, ricominciando di nuovo a stendere le piadine. A occhio e croce avevano abbastanza impasto per farne una decina.

“Che vuoi sapere?”

“Perché sei single?”

“Perché me lo chiedi?” gli occhi di Marcos risplendevano.

“Perché voglio chiederti di uscire, scemo.” La TV poteva aspettare e in fondo era a quello che serviva il DVR.

A quel punto fu Marcos a ridere. “Mi piacerebbe,” disse alla fine. “Un appuntamento vero?”

“Sì, un appuntamento vero. Ti sembro uno che racconta balle?”

“Neanche un po’. È solo che…”

“Cosa?”

“È da una vita che non ho un appuntamento vero. Ho paura che potrei essere un po’ arrugginito.”

Dave sorrise. “Nessun problema. Ho del lubrificante. Sarai bello unto in un baleno.”

Marcos sbuffò. “No, davvero. Sono serio… e fuori esercizio. Devi andarci piano con me.”

“Anche io sono fuori esercizio. È da cinque anni che non esco e gli ultimi tempi con John non sono stati di certo un appuntamento.” Chiuse gli occhi, sommerso dal ricordo di quelle dolorose, ultime settimane. Il cocktail di medicine aveva smesso di funzionare e una dopo l’altra si erano manifestate tutte le infezioni.

Aveva visto quella disgustosa malattia portarsi via molti suoi amici quando era ancora giovane e non si era aspettato che potesse succedere ancora. Dopo, era rimasto solo per molto tempo.

John avrebbe voluto che ricominciasse a vivere.

Riaprì gli occhi e si costrinse a sorridere. “Che ne dici di sabato sera?”

“Aggiudicato. Ti piace la cucina italiana?”

Dave annuì. “Sono qui, no?”

“Vivi qui accanto?”

Dave annuì di nuovo. “Carmelina mi ha affittato l’altra metà della sua villetta.”

“Passo e prenderti alle sei.”

“Perfetto.”

Avrebbe avuto il tempo di scavare nell’armadio e vedere se possedeva ancora qualcosa di decente da indossare.


Capitolo Trentaquattro: La preparazione dei passatelli

“Allora, come procede la stesura dell’eccelsa storia dei trans afroamericani?” domandò allegramente Sam.

Ben si strinse nelle spalle. “Questa settimana è volata senza che me ne accorgessi e non ho praticamente fatto nulla.” Gli piaceva Sam, era un ragazzo molto solare. “Tu invece? Qualche novità?”

“Oddio, eccoci!” borbottò Brad, rassegnato.

“Sono contento che tu me l’abbia chiesto,” rispose Sam, frugando nello zaino ai suoi piedi e tirandone fuori qualcosa con aria molto soddisfatta. “L’ho ricevuto proprio questa mattina.” Gli passò un libro.

Leggere tra le righe.” Ben lo girò. Il bel viso da bravo ragazzo americano di Sam gli sorrideva dalla quarta di copertina. “È fantastico!” Lui aveva pubblicato qualche racconto su alcune riveste, ma mai niente di simile. Un giorno, però, avrebbe finito il suo romanzo!

“È il libro di cui ti avevo parlato. Il thriller politico ambientato a Sacramento.”

Ben sorrise: l’entusiasmo di Sam era coinvolgente. “Dovrò prenderne una copia,” disse, tornando a porgerglielo.

“È tuo. Guarda la prima pagina.”

Ben l’aprì.

A Ben. Da uno scrittore a un altro. Continua a crederci! Sam

 

“È fantastico. Grazie, amico! Lo comincerò questa sera stessa.”

“Bravo, gonfia ancora di più il suo ego,” disse Brad, ridendo.

“E tu invece che fai nella vita, Brad?” gli chiese allora Ben. Se Sam era un libro aperto, Brad era un codice crittato.

“Niente di importate come può esserlo la scrittura,” rispose l’uomo accarezzando la schiena del compagno. “Dirigo il Centro LGBT.”

“Non è vero che non è importante! Conosco un sacco di persone che sono state aiutate dal Centro. Quando ero più giovane…” Fu interrotto dallo squillo del telefono. Era Ella. “Scusate, ragazzi. Devo rispondere.”

“Fai pure,” disse Sam. “Noi intanto cominciamo. Credo che Carmelina voglia che facciamo i passatelli.”

Ben uscì in giardino. “Pronto?”

“Ben?” La voce di Ella era affranta.

“Ehi, che succede?”

“Potresti venire al Sutter? È per mio fratello. C’è stato… un incidente.”

“Dove sei?”

“Al Pronto Soccorso. Mi dispiace disturbarti, ma non conosco nessun altro in città.”

“Sono a dieci minuti di strada. Aspettami lì. Arrivo subito.”

“Grazie, Ben,” disse lei prima di riattaccare.

Aveva chiamato lui. Ella aveva un problema e aveva chiamato lui!

Raggiunse Carmelina in cucina, dove era impegnata a preparare un dolce insieme e Diego, Matteo e Marissa. “Devo scappare,” disse, salutandola con un bacio sulla guancia. “Il fratello di un’amica è in ospedale.”

Lei lo abbracciò. “Mi dispiace. Vuoi prendere qualcosa da mangiare. Sono certa di avere degli avanzi in frigorifero.”

“No, ti ringrazio. Devo proprio andare.”

Fece un cenno con la mano al resto della compagnia e uscì di corsa.

#

“Che cosa strana,” disse Sam.

Brad annuì. “Se n’è andato così, da un momento all’altro.”

Carmelina emerse dalla cucina, seguita da Matteo. “Ben si scusa ma è dovuto andare via. Un suo amico è in ospedale.”

“Povero. Spero non si tratti di nulla di grave.” Brad odiava gli ospedali.

“In ogni caso, vi ho portato i rinforzi. Matteo si unirà al vostro gruppo e vi aiuterà con i passatelli. Io tengo Diego per me.”

“Ah, ecco. Lo chef te lo tieni tu, eh!” Sam gli fece linguaccia.

“Il bello di essere la padrona di casa.” Sorrise al volo e sparì di nuovo in cucina.

“Che state preparando di là?” domandò Brad.

“Mi ha fatto giurare di mantenere il segreto,” rispose Matteo. “Cosa devo fare?”

Si divisero i compiti. Sam grattava il formaggio. Brad sbriciolava il pane, perdendosi ben presto in un piacevole ritmo, e Matteo sbatteva le uova. Nel frattempo, chiacchieravano fra loro.

“Allora com’è l’Italia?” chiese Sam. “Mi piacerebbe tantissimo visitarla. Ho anche inserito un personaggio italiano nel romanzo che sto scrivendo.”

“Non farlo cominciare a parlare di scrittura,” disse Brad rivolto a Matteo.

L’italiano sorrise. “L’Italia è un bellissimo posto, ma non è più la nazione che era vent’anni fa. L’economia è un disastro, la Comunità Europea ha peggiorato le cose, sotto certi aspetti, e le tasse sono un salasso. È davvero duro… difficile aprire un’attività.”

“Sono certo che non sia così terribile,” disse Brad, nonostante avesse toccato con mano le difficoltà dell’economia italiana quando aveva lavorato per il Senatore.

Matteo si rabbuiò. “Ho lavorato per quindici anni come impiegato amministrativo a Bologna prima di venire qui, e negli ultimi tredici lo stipendio è rimasto praticamente uguale.”

Sam fece un fischio. “E come fa la gente ad andare avanti?”

“Sacrifica molte cose e chi può va via.”

Lo disse con tristezza, così Brad pensò che fosse meglio cambiare argomento. “Come va il ristorante?”

Matteo sollevò lo sguardo. “Hmm, non bene. Era il locale di mio zio, ma dopo la ristrutturazione molta gente non tornata.”

“Peccato. È così carino.” Sam si voltò verso Brad, che stava mescolando gli ingredienti dentro una scodella. “Perché non sosteniamo la nostra comunità?”

Brad si strinse nelle spalle. “Perché siamo un gruppo molto eterogeneo. La sola cosa che abbiamo in comune sono le nostre differenze.” Mischiò il pangrattato e il formaggio, poi aggiunse le uova, la noce moscata e le buccia di limone. “Qualche volta le lesbiche non capiscono i gay che non capiscono i bisessuali che non capiscono i transessuali. Mettici in mezzi gli asessuali, gli intersessuali e le persone di genere fluido, e diventa un miracolo se mai ci troviamo d’accordo su qualcosa.” Prese un pezzo di impasto e lo assaggiò. “Cavolo, è buono!”

Matteo sorrise. “È una ricetta… di mia madre. Una di quelle che preferisco.”

“Non sapevo che sareste venuti anche voi, questa sera,” disse Sam, assaggiando a sua volta. “Cavolo, è buono!”

“C’è stato un incidente questo pomeriggio.” Matteo si rattristò di nuovo.

“Tutto bene?”

“Sì, noi sì. Però è stato un brutto spettacolo, così abbiamo deciso di prenderci la serata libera. E in ogni caso non avevamo nessuna prenotazione.”

La risata di Marissa risuonò in cucina. Sembrava più felice di quanto Brad la vedesse da settimane. Spostò uno sguardo incuriosito su Matteo. “Sembra che quel vostro corso di cucina sia stato un toccasana per Marissa.”

Matteo annuì. “Lo penso anch’io. Diego dice che se la cova bene in cucina.”

Brad sorrise. L’uomo parlava un inglese discreto, ma qualche volta scivolava sui verbi. “Mi è venuta un’idea che potrebbe essere utile a entrambi.”

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Capitolo Trentacinque: La preparazione delle frittelle di mele

“Non è ancora ora di cena e gli ospiti cominciano già ad andarsene,” si lamentò Carmelina scuotendo la testa, mentre osservava la macchina di Ben che si allontanava. Sperò almeno che il suo amico stesse bene.

“Ben è… trans?” le chiese Marissa sollevando lo sguardo su di lei.

“Sì. Ti dà fastidio?”

“Perché dovrebbe?” rispose la ragazza riprendendo a pulire le mele.

Il mondo è cambiato, pensò Carmelina. Anche nella sua scuola c’erano stati maschi e femmine. Ragazzi e ragazze bianchi. Be’, non proprio. C’era stato quel Johnson, l’unica persona di colore che lei avesse visto fino all’età di diciassette anni.

Ora, invece, le scuole avevano una popolazione eterogenea: c’erano studenti provenienti dalla Russia, dal Guatemala, studenti gay, bi, intersessuali e trans. Era meraviglioso, ma doveva ammettere che qualche volta quel nuovo mondo la confondeva. Non aveva ancora capito cosa significasse intersessuali. Oppure santorum[1]. Buffo, però, c’era un politico di destra che portava lo stesso nome. Avrebbe dovuto googlarlo non appena ne avesse avuta l’occasione.

Sedette al tavolo della cucina insieme a Diego e Marissa. L’italiano le stava mostrando come tagliare le mele in fette sottilissime, prima di lasciarle cadere in una marinatura di zucchero, rum e bucce di limone. “Sei un bravo insegnante,” gli disse Carmelina.

Lui sorrise. Dio, era adorabile! “Grazie,” rispose, e tornò a rivolgersi a Marissa. “Devi… come si dice…” Fece il gesto di ruotare con le mani.

“Rigirare,” lo aiutò Marissa.

“Sì, devi rigirare, così,” aggiunse lui, mostrandole come fare.

Anche Marissa era una ragazza adorabile. Come avessero fatto i genitori a cacciarla di casa andava al di là della sua comprensione. Dare sua figlia in adozione era stato un supplizio.

L’indomani Carmelina avrebbe scoperto qualcosa sul destino della sua bambina. Aveva cercato di non pensarci per tutto il giorno, ma aveva fallito clamorosamente. Innervosita, mise di nuovo da parte il pensiero e di mise a preparare la pastella. “È la ricetta che mia… nonna…” Lo disse prima in italiano e poi in inglese. “…mi ha insegnato quando avevo dieci anni. Me le preparava sempre quando andavo a trovarla.”

“Come si chiamava?” chiese Marissa, concentrandosi sull’affettare le mele.

“Nonna Elena.”

Diego sorrise. “Anche la mamma di Matteo si chiamava Elena,” disse in italiano.

Aveva capito bene, la mamma di Matteo si chiamava Elena? “È un bellissimo nome. Non si sente più tanto spesso, però mi piacciono i nomi antichi.” Appoggiò la mano sopra quella di Marissa, e la ragazza le sorrise.

Si era persa la giovinezza di sua figlia, ma forse, forse, aveva la possibilità di fare ammenda.

#

Marissa sentì un’ondata di affetto per Carmelina. Quella donna era circondata da un calore che sua madre non aveva mai posseduto. Per la prima volta da moltissimo tempo si sentì a casa.

Diego le aveva detto che aveva un talento speciale per la cucina. Un dono lo aveva chiamato lui, ma il senso era stato chiaro. Marissa non era mai stata brava in niente, o perlomeno era ciò che i suoi genitori le avevano ripetuto fino alla nausea. “Perché non sei come tuo fratello Oliver?” Il perfetto Oliver. L’atletico e intelligente fratello maggiore Oliver. Non-ho-mai-una-volta-deluso-i-miei-genitori Oliver.

Qualche volta le mancava.

Carmelina le stava parlando.

“Cosa?” chiese lei, riportando lo sguardo sul viso della donna.

“Ti piace vivere con Marcos?”

Ci pensò su un attimo. “Non è male. È bello avere di nuovo una stanza tutta mia. Però non gli piace quando vaporizzo.”

“Quando fai cosa?”

“Vaporizzo. Presente le sigarette elettroniche? Compri questa specie di penna che produce vapore e una fiala di un liquido al tuo gusto preferito. A me piace il mirtillo.”

Carmelina scoppiò a ridere. “Non ho idea di cosa tu stia parlando, ma non sei un po’ troppo giovane per fumare?”

Marissa si accigliò. “È la stessa cosa che dice Marcos. Però non ero troppo giovane per vivere in strada.”

“Sei stata brava a prenderti cura di te stessa,” le fece notare Carmelina. “Il che non significa che non tu non fossi troppo giovane.” Sospirò. “Quando avevo la tua età anch’io pensavo di sapere tutto. Al liceo sono andata a letto con un bellissimo ragazzo di nome Jimmy Callahan. Giocava nella squadra di football e io ero sicura che saremmo stati insieme per sempre.” Il suo sguardo diventò distante, come se guardasse un passato lontano. “Diceva di amarmi, ma poi si trasferì. Una settimana dopo la sua partenza, scoprii di essere incinta.”

“Hai dei figli?”

Carmelina aggrottò la fronte. “Sì e no. L’ho data in adozione… la mia bambina. Ero troppo giovane per crescere un figlio. O perlomeno era quello che credevo.” Aveva gli occhi umidi e li asciugò con un panno per i piatti. “Quando ti guardo, però, mi chiedo se ho preso la decisione giusta.”

“Saresti stata una brava mamma.” Marissa ne era convinta.

Diego annuì. “Una mamma bellissima.”

“Potresti essere la mia mamma, per ora. Se vuoi.” La sua vera madre non era stata all’altezza del compito.

“Mi piacerebbe.” Poi Carmelina l’abbracciò, a lungo.

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Diego guardò le due donne. Portavano entrambe la sofferenza nel cuore.

Anche lui ne sapeva qualcosa di famiglie e cuori doloranti.

Sua madre era ancora viva e abitava a Bologna insieme a sua sorella, ma non era più la donna di un tempo. La sua mente era colata via nel corso degli anni, come l’acqua da un rubinetto che perde. Uno dopo l’altro, i ricordi erano gocciolati nel lavandino e poi scomparsi dentro lo scarico.

L’ultima volta che l’aveva vista, non ricordava più nemmeno il suo nome. Gli aveva appoggiato la mano, fragile, sulla guancia. “Papà, sei tu?” aveva sussurrato.

Lui aveva annuito e le aveva dato un bacio.

Sapeva cosa significava quando il cuore sanguinava.

“Le mettiamo a cuocere, adesso?” chiese, indicando la scodella piena di rum e mele.

“Tra un po’. Dai loro il tempo di marinare.”

“Marinare?”

“Impregnarsi di rum. Per il… sapore.”

“Ah, sì, ho capito.”

Il giorno successivo, lui e Matteo avrebbero dovuto pensare a cosa fare con l’immigrazione. Li aspettava una giornata difficile.

Per quella sera, però, era bello stare lì e perdersi in quella bellissima cucina.

Insieme alla famiglia.

FRITTELLE DI MELE 

3 mele renette
50 gr di zucchero
2 cucchiai abbondanti di rum
1 buccia di limone grattugiata
100 gr di farina
240 ml acqua
Olio vegetale
Zucchero a velo

Pulire le mele e tagliarle a fettine di meno di un centimetro di spessore. Mescolare in una ciotola lo zucchero, il rum e la buccia grattugiata del limone e aggiungervi le mele tagliate. Lasciar riposare per circa un’ora.

Preparare la pastella con farina e acqua – mettere l’acqua in una scodella e aggiungere gradualmente la farina a cascata, mescolando con una forchetta finché non viene assorbita completamente. La pastella deve risultare piuttosto densa.

Versare circa 1,5 cm di olio in una padella con il fondo alto e scaldare a fuoco vivo.

Asciugare le fette di mela con un tovagliolo di carta, immergerle nella pastella e quando l’olio è molto caldo metterle a cuocere finché non diventano di un bel colore dorato da entrambi i lati.

Asciugarle con della carta assorbente e spolverarle di zucchero a velo.

Servirle calde.

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[1] La campagna per l’accettazione del neologismo “santorum” iniziò con un concorso lanciato nel maggio 2013 dal giornalista Dan Savage (in Italia i suoi articoli sono pubblicati da L’internazionale). Savage chiese ai suoi lettori di creare una definizione per la parola “santorum” come risposta alle dichiarazioni che il senatore Rick Santorum aveva rilasciato riguardo all’omosessualità e il matrimonio fra persone dello stesso sesso. Dopo aver annunciato la proposta vincitrice (La sostanza schiumosa composta da lubrificante e materia fecale che talvolta è il sottoprodotto del sesso anale), creò due siti internet spreadingsantorum.com e santorum.com, che in breve tempo salirono in cima alla classifica delle ricerche su vari motori di ricerca tra cui Google, Yahoo! Search e Bing, soppiantando il sito personale del Senatore. Nel 2010 Savage disse che avrebbe cancellato il sito se il Senatore Santorum avesse donato 5 milioni di dollari a un gruppo che si batteva per il riconoscimento del matrimonio tra membri dello stesso sesso. Nel settembre 2011 il Senatore Santorum chiese a Google di rimuovere la parola dall’indice delle ricerche, ma la compagnia rifiutò dicendo che la rimozione di materiale dai risultati di ricerca avviene solo per un numero molto limitato di casi.

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Capitolo Trentasei: I guai non vengono mai da soli

Le piadine erano fatte e in forno per mantenerle calde. Il brodo dei passatelli stava bollendo e le mele erano quasi pronte quando Carmelina sentì un odore strano. “È fumo?”

I suoi ospiti erano tutti in cucina e chiacchieravano tra di loro.

“C’è odore di fumo,” ripeté Carmelina a voce più alta. “Lo sente anche qualcun altro o me lo sto sognando?”

Sam, che era accanto alla porta che portava sulla sala da pranzo e il salotto, sbirciò dietro l’angolo. “Oh cazzo, ti va a fuoco il tavolo!”

Senza neanche fermarsi a riflettere, Carmelina afferrò la scodella piena d’acqua che era dentro il lavandino. “Toglietevi!” disse, correndo nell’altra stanza e usandola per sommergere il tavolo.

Le fiamme che stavano avvolgendo la tovaglia divamparono ancora più alte. “Cavolo, era l’acqua del pollo!”

Brad si lanciò sulla coperta che era appoggiata sul divano e la usò per soffocare le lingue di fuoco.

“No, quella no!” urlò Carmelina, ma era già troppo tardi: il fuoco era spento e la coperta fatta a mano che aveva ereditato da sua nonna Elena tutta bruciacchiata.

Brad la guardò perplesso. “Era… speciale?”

Carmelina inspirò a fondo. “Me l’aveva… Non importa. Grazie per aver spento il fuoco.”

Sam apparve portando in mano un rotolo di carta assorbente e cominciò ad asciugare il casino. “Sembra che la candela si sia consumata e lo stoppino abbia dato fuoco alla tovaglia.”

Quella perlomeno non valeva niente! Prese un sacco dell’immondizia e ce la ficcò dentro insieme alla coperta, dicendo una rapida preghiera rivolta alla nonna.

“Il tavolo non sembra troppo rovinato,” intervenne Matteo, pulendolo con una spugna insaponata. “Puoi farlo… com’è che si dice? Riparare?”

“Sì, riparare.” Anche se forse era arrivato il momento di prenderne uno nuovo.

“Ehm… Carmelina?” la chiamò Marissa dalla cucina.

“Che succede?”

“C’è qualcosa che non va con il forno. Le piadine non si scaldano.”

Sam sorrise. “Vai, ci pensiamo noi qui. Dove tieni i prodotti per la pulizia?”

“Sotto il lavandino del bagno,” rispose, tornando scoraggiata in cucina. Il forno era freddo.

“Okay, domani lo farò controllare. Per ora spostiamo le piadine nell’altro. Vuol solo dire che ci vorrà un po’ di più.”

Marissa l’abbracciò. “Non c’è problema. Capiranno.”

“Grazie, tesoro.”

“Carmelina!” la chiamarono dall’altra parte della casa.

“Arrivo! Qualcuno può aprire le finestre per far uscire l’odore di fumo?” disse correndo verso il bagno che si trovava in fondo al corridoio.

“Faccio io!” rispose Diego.

“Che succede qui?” chiese a Dave, che indicò il water traboccante acqua.

“Hai chiuso la valvola?”

“Non volevo toccare niente.”

“Oh, per l’amor del cielo.” Camminò in mezzo alla piccola pozza e la chiuse da sola. “Vai a prendere lo stantuffo nell’altro bagno. È sotto il lavandino.”

Dave annuì mansueto e tornò dopo qualche secondo reggendo in mano l’attrezzo. Glielo passò e lei cominciò a darsi da fare. L’aria nella casa cominciava a scaldarsi ora che le finestre erano aperte per far uscire il fumo.

Cercò di fare del suo meglio per sturare il bagno, stantuffando a più non posso, ma il maledetto non voleva saperne. Alla fine gettò la spugna, letteralmente, facendo cadere per terra due vecchi asciugamani per assordire l’acqua e poi cacciandoli nella doccia in attesa di poterli lavare.

Fece uscire Dave e chiuse la porta. “Che nessuno usi questo bagno,” annunciò. “Andate nel mio.” Alzò l’aria condizionata: faceva un caldo assurdo per essere ottobre. Attraverso le finestre aperte riusciva a sentire il ronzio degli impianti dei vicini.

Si chiuse nel suo bagno e si sciacquò alla meno peggio, osservandosi nello specchio. Non c’era due senza tre, no?

“Qualche altro problema?” chiese quando tornò in cucina.

“Credo di no,” rispose Sam. “Il tavolo è pulito.”

“Grazie a dio. E a voi. Questa serata non sarebbe potuta andare peggio di…”

La casa piombò nell’oscurità e nel silenzio.

“Echeccazzo!” Si coprì la bocca con la mano. Che maleducata… aveva degli ospiti dopotutto. “Nessuno si muova.” Aspettò che i suoi occhi si abituassero al buio, mentre la luna rischiarava leggermente l’ambiente. “Nel cassetto ho delle candele e una torcia.” Si mosse attraverso la stanza finché non trovò il mobile e ne estrasse la lampada con un gesto trionfante. Premette il pulsante e fu ricompensata da un brillante fascio di luce, che però si affievolì quasi subito. “Porca puttana!”

“Che dici? Forse non è destino?” disse Dave, appoggiandole una mano sulla spalla.

“Non dire sciocchezze. Dammi solo un minuto.” Aveva salvato serate peggiori di quella. Trovò i fiammiferi e accese un paio di candele. “Eccoci.” Ne sollevò una e si guardò intorno alla ricerca dei propri ospiti. La casa stava diventando davvero troppo calda. “State bene?”

Tutti annuirono.

“Dave, potresti controllare se anche i vicini sono al buio?”

“Certo, dammi una candela.”

“Eccola. Se siamo fortunati, la corrente tornerà subito e potremo andare avanti con la nostra cena,” disse in tono rassicurante.

“Carmelina!” la chiamò Dave dal soggiorno.

“Che è successo ancora?” Si fece strada attraverso le persone che le stava attorno e raggiunse l’altra stanza.

“Non entrare!” l’avvisò Dave nello stesso momento in cui Carmelina si trovò faccia faccia con un animaletto piccolo e peloso. “C’è una puzzola!”

Indietreggiando lentamente, Carmelina rientrò in cucina proprio quando l’animale si voltava per spruzzare nella sua direzione.

Ci fa una fuga generale.

Si radunarono sul prato davanti alla casa. La puzzola era scappata appena dopo il fattaccio e Carmelina aveva chiuso la porta su tutta la fetida faccenda.

Lanciò un’occhiata alla strada buia e poi al cielo stellato. Era una notte meravigliosa. La serata poteva essere ancora salvata. “Qualcuno ha voglia di pizza?”


Capitolo Trentasette: Suor Clara

Carmelina si sciacquò il viso con l’acqua fredda.

Osservò la propria immagine riflessa nello specchio poco familiare. Era invecchiata parecchio negli ultimi anni: le piccole rughe attorno agli occhi si erano fatte più estese e profonde, e la pelle aveva perso già da un po’ la luminosità della giovinezza.

Succedeva a tutti, si disse. E la morte di Arthur non l’aveva certamente favorita in quel senso.

Si truccò, togliendosi almeno dieci anni, e si acconciò i capelli. Dopo un altro controllo allo specchio decise di essere abbastanza presentabile per incontrare una suora.

“Tutto bene là dentro?” le chiese David dal corridoio.

“Tutto a posto, grazie.” Il suo vicino e affittuario l’aveva ospitata nella sua parte di casa dopo il disastro della sera prima. “Ehi, dove diavolo tieni il dentifricio?”

“Cassetto centrale, proprio davanti a te.”

Le piaceva stuzzicare David. Aveva notato come lui e Marcos avevano legato prima che la serata deragliasse completamente. Sperava…

No. Meglio non attirare la sfortuna. David meritava di essere di nuovo felice.

Cinque minuti dopo era pronta per uscire.

Il cuore le batteva all’impazzata nel petto. Una parte di lei desiderava non scoprire nulla su sua figlia, ma un’altra parte, più grande, aveva bisogno di sapere.

“Sarò di ritorno questo pomeriggio e poi deciderò cosa fare per mettere a posto il caos che ho in casa.” Salutò l’amico con un bacio sulla guancia.

“Va davvero tutto bene?” Erano rimasti svegli a lungo dopo la cena, a parlare della sua decisione.

Carmelina annuì. “È arrivato il momento di sapere.”

David la strinse in un lungo abbraccio. “Buona fortuna,” le sussurrò, restituendole il bacio.

#

Attraversò la città in macchina come stordita.

Percorse S Street dall’inizio alla fine alla ricerca dell’indirizzo, passandoci davanti tre volte prima di accorgersi che il convento si trovava in una scialba palazzina di mattoni a due piani, nascosta dietro una fila di alberi mezzi spogli, le foglie giallognole disperse in mucchi sparsi lungo il marciapiede.

Parcheggiò sulla strada ed entrò nell’edificio attraverso un arco dorato, trovando all’interno, seduta dietro una vecchia scrivania, una giovane donna con degli occhiali dalla montatura blu e un abito informale.

Il convento era completamente diverso da come se l’era figurato. Le suore dovevano indossare abiti neri e bianchi, vivere in bellissime chiese candide circondate da prati fioriti e fare il formaggio con le loro stesse mani. L’immagine la fece sorridere.

Quel posto, invece, aveva lo stesso odore e aspetto della segreteria di una scuola superiore.

“Buongiorno. Posso aiutarla?” Il cartellino con il nome diceva che la giovane donna si chiamava Mary Elena. Aveva un bel sorriso.

“Sono qui per vedere Suor Clara. Ho un appuntamento.”

“Segua il corridoio in cima alle scale. Stanza 201. L’avviso che sta arrivando.”

“Grazie. Begli occhiali!” Salì le scale chiedendosi se non si fossero alzate da quando era stata giovane. Con il passare del tempo, apprezzava sempre di più la tecnologia moderna con i suoi ascensori e le scale mobili.

La stanza 201 aveva una porta di legno, con quella larga finestra di spesso vetro lavorato che tanto piaceva cinquant’anni prima.

Carmelina bussò piano proprio sul vetro.

“Avanti.”

Aprì la porta con cautela. “Suor Clara?”

La donna annuì. “Aspetti che le faccio spazio.”

Il piccolo ufficio era ingombro di carta: pile di raccoglitori sulla scrivania e sulle due sedie che le stavano di fronte, oltre che sulle tre mensole stipate lungo una delle pareti laterali.

In mezzo al tavolo era appoggiato un computer davvero molto vecchio, di quelli con lo schermo color seppia che mostravano solo numeri, lettere e altri caratteri.

“Prego, si accomodi.”

Carmelina sedette sulla dura sedia di legno. “Grazie per aver accettato di incontrarmi. Avevo paura che non volesse dirmi niente.”

Suor Clara era vestita in un modo più tradizionale, con un lungo abito nero e il soggolo bianco, ma senza il velo. “Da quando è uscito quel film… abbiamo cercato di offrire un’immagine diversa di noi. Non siamo senza cuore.”

Carmelina sapeva a quale film si riferiva. Quello sulla povera donna inglese a cui era stato strappato il figlio perché lo aveva concepito fuori dal vincolo matrimoniale. “Non ho mai pensato che foste senza cuore. Rigide, sì, ma non senza cuore.” Si accarezzò il fianco, ricordando le sculacciate che aveva dovuto subire quando frequentava la scuola cattolica. Non era mai stata quella che si suol dire una studentessa modello.

Suor Clara sorrise, appena un po’. Poi riassunse la solita espressione severa. “Sono andata a cercare negli archivi della chiesa e quello che ho trovato è parte della ragione per la quale ho deciso di chiamarla.” Prese una cartellina e gliela passò. “Qui c’è tutto ciò che sappiamo.”

Carmelina l’aprì. C’era una copia del modulo di adozione, qualche vecchia foto e alcuni foglietti scritti a mano. “Si chiama Andrea,” disse piena di meraviglia. “Dov’è adesso?”

L’espressione della suora di fece dolente. “Mi dispiace molto di dover essere io a dirglielo.” Lanciò una breve occhiata al cielo fuori dalla finestra, come se cercasse le parole più adatte “Andrea è stata uccisa da un automobilista ubriaco sedici anni fa, proprio qui a Sacramento.” Le passò la copia di un articolo di giornale.

Carmelina sentì il proprio cuore fermarsi.

Non era vero. Non poteva essere vero. Sua figlia, quella cui aveva rinunciato per darle la possibilità di vivere una vita migliore con una brava famiglia… “No.”

“Mi dispiace tantissimo. Dev’essere terribile venire a saperlo così. L’articolo dice che è stato immediato…”

“Devo andare.” Stava cercando di non piangere. Non in quel posto. Non davanti alla suora. “Posso tenere i documenti?”

Suor Clara annuì. “Sono suoi. C’è una persona qui con cui potrebbe parlare, se volesse. Padre Dyson è molto bravo in queste sit…”

Ma Carmelina era già uscita nel corridoio e correva giù per le scale.

“Va tutto bene?” le chiese Mary Elena.

“No,” rispose lei e si precipitò fuori dalla porta, verso la sua macchina.

Riuscì a entrarvi un attimo prima di perdere il controllo, poi cominciò a piangere disperata, il cuore spaccato in due.


Capitolo Trentotto: Due appuntamenti

Ben alzò lo sguardo sull’orologio: erano le undici e un quarto del mattino. Era seduto nella sala d’aspetto dell’ospedale ed Ella gli si era addormentata con la testa appoggiata in grembo. Una situazione che da un lato gli faceva enormemente piacere e dall’altro lo metteva molto a disagio.

Si era appisolato più volte lì sulla sedia e ora la schiena gli faceva male, ma non voleva svegliare la ragazza.

Non era così che si era immaginato il loro primo appuntamento.

Qualche minuto dopo, Ella si mosse e si mise seduta. Si scostò dal viso una lunga ciocca di capelli rossi e gli rivolse un sorriso imbarazzato. “Mi sono addormentata su di te.”

La voce di lei lo riempì di dolcezza. “Sì, una specie.”

“Mi dispiace così tanto.” Passò le mani sulla camicetta stropicciata. “Ci conosciamo a malapena. Non era necessario che restassi.”

“Non preoccuparti.” Ben era lusingato che Ella avesse chiamato proprio lui. Era sconvolta per quanto successo al fratello e aveva davvero avuto bisogno dell’appoggio di qualcuno.

“Ci sono novità su Max?” La ragazza rivolse uno sguardo ansioso alla porta della stanza.

Ben scosse la testa. “Mi sono appena svegliato anch’io. Vuoi che andiamo a chiedere?”

“Sì. Vieni.” Lo prese per mano e lo guidò verso la stanza del fratello, aprendo piano la porta. Max era steso sul letto, ancora incosciente. Il lato sinistro del suo viso era coperto di abrasioni e il braccio dello stesso lato era fasciato e steccato. Era stato davvero fortunato a uscirne vivo. E pensare che era successo ad appena qualche isolato dall’Everyday Grind!

C’era un’infermiera accanto a lui.

“Come sta?” domandò piano Ella.

“Dovrà parlarne col dottore,” rispose la donna, stringendole il braccio in un gesto di supporto mentre usciva.

Ella sedette vicino al letto e prese la mano del fratello tra le sue. “Sono qui, Max.”

Ben si sentì imbarazzato ad assistere a quel momento di intimità. “Forse dovrei andare…”

“No, rimani per favore. È confortante avere qualcuno.”

Rimasero in silenzio per qualche altro minuto, poi si udì un bussare leggero alla porta.

“Signora… Jackson Cucinelli?” Il dottore infilò la testa nella stanza.

Ella si alzò. “Sono io. Come sta?”

Oh, aspetta un attimo, era sposata?

“Sono la dottoressa Bashari.” Prese la cartella. “Suo fratello sta bene. C’era un’emorragia interna, ma ce ne siamo occupati in sala operatoria. È troppo presto per dirlo con certezza, ma ci sono buone probabilità che guarisca completamente.”

Ella gettò le braccia al collo di Ben, stringendolo a sé. “Oddio, sono così contenta.”

Lui ricambiò l’abbraccio.

Si sentì rabbrividir per quel suo desiderio, ma sperò che Max restasse incosciente ancora un altro po’.

#

Brad si guardò intorno nel piccolo ristorante italiano. Era un po’ troppo moderno per i suoi gusti ‒ preferiva lo stile del secolo passato a quello del ventunesimo ‒ ma era pulito e grazioso e il profumo che proveniva dalla cucina era sublime. “Sono sorpreso che non ci sia più gente.”

Sam annuì. “Diego è un cuoco fenomenale e Matteo un caposala di tutto rispetto, ma non credo che sappiano molto di marketing.”

Un posto come quello, nella zona dei Fab Forties, avrebbe dovuto essere strapieno il venerdì all’ora di pranzo, invece c’erano solo una decina di avventori.

Matteo arrivò al loro tavolo portando due piatti. “Ecco una delle specialità della casa. Le Piadine alla Diego Bellei.”

La piadina era una specie di focaccia piatta e calda, il cui profumo fece venire a Brad l’acquolina in bocca. Era piegata su se stessa e farcita con formaggio fuso e prosciutto.

“Mangiatela come se fosse un panino,” suggerì Matteo, mimando il gesto. “Vi porto del vino?”

“Per me no, grazie. Solo del tè freddo.”

Matteo annuì. “E per te?”

Sam scosse la testa. “Acqua, grazie.”

Brad diede un morso alla piadina. Il sapore era fantastico. Non erano riusciti a mangiare quelle che avevano preparato la sera prima. “Ohhh, è favolosa. E Diego va d’accordo con Marissa?”

“Molto.” Sam prese un morso dalla sua piadina. “Mmm. È buona davvero! Sì, Diego è fantastico con tutti, ma credo che abbia un debole per lei.”

Matteo arrivò con il tè freddo.

“Potresti sederti qualche minuto con noi?” Voleva sentire cosa ne pensava della sua idea.

L’uomo annuì. “Lasciate che prima faccia il giro degli altri tavoli e poi sono tutto vostro.”

Tornò qualche minuto dopo e prese una sedia. “Di cosa volevate parlare?”

“Di quell’idea che ho avuto ieri sera. Abbiamo moltissimi ragazzi al Centro che sono stati cacciati di casa, proprio come Marissa. Le loro famiglie non li accettano.”

Matteo annuì. “Succede anche in Italia, purtroppo.”

“Noi cerchiamo di trovare loro un posto dove stare, ma hanno anche bisogno di un’esperienza lavorativa. Ho appena ricevuto una donazione che vorrei usare per finanziare un programma pilota. Sai di cosa si tratta?”

Matteo scosse la testa. “Boh, un programma per piloti?”

Brad rise. “No, è una specie di prova. E se va bene potrebbe diventare permanente.”

“Ah, sì. Ora ho capito.”

“Vorrei mandare qualcuno dei ragazzi, quelli a cui interessa, a lavorare da voi. Vi pagheremmo.”

Lo sguardo di Matteo si illuminò. “Sarebbe fantastico.”

“E il Centro potrebbe diffondere la voce nella comunità che questo ristorante è di proprietà di una coppia gay.” Sam lo guardò pieno di aspettativa.

Brad annuì. Aveva riflettuto sulla loro situazione. “Uno dei compiti del Centro è di sostenere le attività gestite da gay. Ti sei iscritto alla Camera?”

“La Camera?” Matteo scosse la testa.

“È un gruppo di attività i cui proprietari fanno parte del mondo LGBT. È un ottimo modo per farsi pubblicità e incontrare altre persone appartenenti alla comunità”

“Ah, sì. Mi piacerebbe.”

“Perfetto. Butto giù una bozza di contratto e poi fissiamo un incontro per la settimana prossima. Mi piacerebbe che le cose si muovessero rapidamente. Quei ragazzi vengono ingoiati sempre più in fretta.”

“Vengono ingoiati?” Matteo gli rivolse uno sguardo interrogativo.

“Si perdono nei meccanismi del sistema.”

“Ah, ho capito. È una bellissima idea. Lasciami solo questo weekend per parlarne con Diego.”

“Perfetto.” Brad sorrise. Aveva sperato di espandere l’influenza del Centro sin da quando ne era stato nominato direttore e ora sembrava che ne avesse la possibilità.


Capitolo Trentanove: Vagabondi ed emarginati

Marissa, persa nei suoi pensieri, camminava con passo pesante lungo il corridoio diretta in mensa. La sera prima si era divertita da Carmelina. Era stato quasi come avere di nuovo una casa, almeno finché tutto non aveva cominciato a trasformarsi in un disastro.

C’era una puzzola in casa! Una cavolo di puzzola. Come se fosse qualcosa che si vedeva tutti i giorni!

E la cucina di Carmelina… le aveva ricordato la stanza che aveva visitato con la mente la prima volta che Diego aveva spiegato come preparare le piadine. Era calda. Accogliente. Era casa.

Marcos era dolce, ma viveva in un appartamento impersonale. Era bello dormire in una camera, ma non la sentiva davvero sua.

Qualche volta le mancava sua mamma. La mamma adottiva. Per quanto ogni tanto si comportasse da stronza insensibile.

Le mancava anche la sigaretta elettronica. Marcos non le permetteva di fumarla, neanche se ormai era già quasi maggiorenne.

Forse Jason ne aveva una.

Svoltò l’angolo della mensa e si fermò di botto. Il tavolo a cui si era seduta con Jason era sormontato da un enorme striscione vergato a mano su cui campeggiava la scritta “Club dei reietti”. In piedi, proprio lì sotto, c’era Jason, che sorrideva entusiasta.

E non era solo.

Saltellò da lei come un cucciolo adorante. “Guarda, ‘Rissa! Fantastico, vero? L’ho fatto la notte scorsa insieme alla mamma.”

Sotto lo striscione c’era una folla di ragazzi ‒ bassi, magri, grassi, con l’acne, con i piercing, con gli occhiali ‒ e tutti si voltarono a guardarla come se aspettassero qualcosa. Sii la nostra guida, dicevano i loro occhi tristi.

Era troppo. Marissa non si era aspettata tutta quella gente.

Si voltò e corse via, la voce di Jason che la inseguiva.

La trovò nell’aula di inglese della signora Cluskey, mentre mangiava un panino tutta sola soletta. Quando vide il suo viso inquadrato nel vetro della porta, Marissa si voltò dall’altra parte. Non voleva parlargli, non in quel momento.

La porta si aprì.

“Marissa… stai bene?”

“Va’ via.” Si sentì, con crescente imbarazzo, come se avesse di nuovo cinque anni.

Jason sedette al banco accanto al suo e rimase per qualche secondo in silenzio.

Lei finì il panino senza neanche degnare l’amico di un’occhiata. Marcos le aveva preparato anche una busta con delle carote e un’altra con gli orsetti gommosi. Mise via la prima e prese la seconda.

“Non me ne vado,” disse alla fine Jason.

“Vorrei che lo facessi, invece.” Si pentì immediatamente di averlo detto. Jason era un bravo ragazzo e non meritava di essere trattato in quel modo.

Tuttavia non sembrò essersi offeso. Invece, le posò una mano sulla spalla.

Lei si agitò per scrollarla via. “Ehi, non farlo mai più! Potrei picchiarti.”

Il ragazzo rise. “Non lo faresti mai. Mi fido di te.” Poi le sorrise.

Si fidava di lei.

Ci mise qualche minuto per accettarlo. Quello sciocco ragazzino si fidava di lei.

Non aveva fatto niente per meritarselo. Anzi, esattamente il contrario: era scappata via da lui e dal suo stupido striscione.

Eppure, Jason era venuto a cercarla.

Magari avrebbe potuto sforzarsi di comportarsi da persona responsabile. Almeno per una volta. “Sai che sei un idiota, vero?”

Lui annuì. “Me l’hanno già detto diverse volte. Che dici se torni di là con me e conosci gli altri?”

“Devo proprio? Non sono brava guidare gli altri, io.”

Jason rise di nuovo. “Chi è stato a salire sul tavolo ieri e chiamare tutti gli sfigati a raccolta?”

Aveva ragione. “Va bene, andiamo. Ma non ti prometto niente.”

Alla fine scoprì di avere dodici nuovi amici e alleati e di non dover guidare proprio niente.

#

Carmelina entrò nel proprio vialetto in uno stato di profonda prostrazione. C’era una Mercedes parcheggiata davanti a casa sua.

Daniele era seduto sui gradini d’ingresso. “Che diavolo ci fai qui?” gli chiese lei, uscendo dalla macchina. Era nervosa e non aveva proprio voglia di avere a che fare con le sue stronzate.

Lui si alzò e le rivolse un sorriso imbarazzato. “Buon pomeriggio anche a te. Sono venuto a scusarmi.”

“Scuse accettate. Ora lasciami in pace. Ho avuto una brutta giornata e la serata si prospetta anche peggiore.” Doveva decidere cosa fare con la casa e il solo pensiero di quello che l’aspettava dentro la deprimeva. Fece per passargli accanto, ma lui la prese per un braccio e la costrinse a fermarsi.

“Bellezza, mi dispiace davvero. Ho reagito male quando mi hai chiesto del tatuaggio a forma di croce che ho sul polso. Ha… un significato molto personale.”

Il tono della sua voce la fece sciogliere.

Cercò di resistere. Davvero. Si era comportato da bastardo due notti prima, quando l’aveva ringraziata in fretta per la sveltina e poi se l’era filata.

Eppure, era bello da togliere il fiato.

Doveva almeno sentire cos’aveva da dirle, no?

“Bene, vieni dentro, ma ti avviso, è come cacciarsi in un girone infernale.” Aprì la porta e lo fece entrare.

L’odore pungente della puzzola aleggiava ancora nell’aria, facendole lacrimare gli occhi.

Aprì le finestre del soggiorno. “Potresti pensare alle altre. Bisogna arieggiare le stanze.”

Daniele fece una smorfia. “Che è successo?”

“È una lunga storia. C’è un fantasma che mi perseguita.”

L’aveva detto per scherzo, ma lui annuì e si guardò intorno. “Può darsi. Tuo marito…”

“Arthur?” Fece una risatina divertita. “Credi che sia Arthur?”

Daniele annuì di nuovo. “È possibile. Mia madre crede negli spiriti: maledizioni, fantasmi e tutta quella roba paranormale. Quando ero piccolo uno dei miei zii ha infestato casa nostra per un mese. È morto qui?”

Carmelina chiuse gli occhi, tornando con la memoria a quel giorno funesto di tre mesi prima. “Sì.”

“Forse non è pronto a vederti andare avanti. Non ancora.”

“Non so se ci credo. Ma se lo facessi… come si fa a liberarsene?” E avrebbe dovuto? Se si fosse davvero trattato di Arthur…

“Devi fare un esorcismo.”

Carmelina lo guardò allibita. “Un esorcismo? Ma sono solo assurdità.”

Osservò la stanza. Puzzava come una fogna a cielo aperto, le pareti erano imbiancate di farina, il bagno era un disastro. La bruciatura al centro del tavolo sembrava guardarla con ostilità.

Chi non risica, non rosica.

“Dove trovo un bravo prete?”


Capitolo Quaranta: Primo appuntamento

Ben si aggirava cauto nel negozio di fiori dell’ospedale alla ricerca del mazzo perfetto, e alla portata del suo portafoglio. Guardò l’orologio. Sei meno un quarto: ora di cena, ormai.

Il suo lavoro da barista gli piaceva molto perché gli permetteva di spaziare con la mente e programmare le mosse future del povero Jesse. Gli piaceva molto anche incontrare nuove persone, benché la paga lasciasse un po’ a desiderare.

La donna dall’altra parte del bancone lo guardava con le sopracciglia aggrottare dietro gli occhiali dalle lenti spesse. Stava cercando di leggerlo. Ben sapeva di aver raggiunto l’aspetto che aveva sempre desiderato ormai, ma di quando in quando qualcosa che faceva, che diceva, o forse qualcosa di indefinibile nel suo atteggiamento e di cui neanche si rendeva conto lo tradiva e faceva scattare qualcosa nel cervello della gente.

Prese un mazzo di rose rosa – rose perché erano romantiche e rosa perché il rosso non sembrava appropriato, viste le circostanze – e lo appoggiò con malagrazia sul bancone. Costavano il giusto.

Era stato molto attento con i soldi durante gli ultimi sei mesi. Il magro stipendio dell’Everyday Grind e la liquidazione che aveva ricevuto dalla Intel quando aveva lasciato il lavoro dovevano bastargli per almeno altri sei mesi, in modo da dargli l’occasione di finire il suo romanzo. Dopo di che… in realtà cercava di non pensare a cosa sarebbe successo dopo.

“Altro?” gli chiese Katia, la cassiera, con una voce appena più bassa di quanto si sarebbe aspettato e il viso appena più pieno.

E Ben vide. Anche lui era capace di leggere.

“No, sono a posto.” Sorrise e lei ricambiò, il segreto condiviso che aleggiava nell’aria fra loro.

“Quindici dollari e trentasei,” disse allora Katia.

Ben le passò la carta di credito, chiedendosi per l’ennesima volta quante altre persone come loro ci fossero al mondo. Quante scivolassero tra le pieghe della vita indossando una nuova identità, la maggior parte inosservata. E cosa si provava a restare intrappolati in un ruolo inviso? Firmò la ricevuta.

“Spero che il destinatario le apprezzi,” lo salutò Katia.

Ben rispose con una strizzata d’occhio, infilandosi le rose sotto il braccio e il portafoglio nella tasca posteriore.

Poi si avviò lungo gli asettici corridoi dell’ospedale. Cercò di non pensare a quanto li odiasse. Suo padre aveva trascorso i suoi ultimi giorni di vita proprio in un ospedale, mentre il suo corpo cedeva piano piano. L’Alzheimer era una gran brutta bestia, e nel caso del padre gli aveva rubato il ricordo di come si facesse a respirare.

Sua madre aveva detto a Ben di andarsene. Gli aveva detto che il padre non doveva vedere che razza di fenomeno da baraccone pornografico fosse diventata sua figlia. Così Ben aveva preso l’abitudine di andare a trovarlo di nascosto a tarda sera.

Poi, come ennesimo gesto di spregio, gli aveva addirittura proibito di partecipare al funerale. Da allora non si erano più viste né parlate; erano passati cinque anni.

Qualche minuto dopo aprì piano la porta della stanza dove si trovava Max.

Ella era seduta a fianco del fratello, bella come sempre, mentre gli teneva la mano in un quadro perfettamente silenzioso. Aveva la fronte leggermente aggrottata.

Ben si schiarì piano la gola.

Lei sollevò lo sguardo e un sorriso le illuminò il viso. “Ciao.”

“Novità?”

La ragazza scosse la testa. “È stabile. Ma non mi dicono altro.”

Ben annuì. “È già qualcosa. Hai fame?”

“Non lo so. Dovrei. Non ho mangiato quasi niente per tutto il giorno.”

“Devi mantenerti in forze.” Le fece un gesto con la mano. “Andiamo.”

“Odio il cibo degli ospedali.”

“Anch’io, ma cercheremo qualcosa di commestibile.” Le prese la mano e la tirò gentilmente dietro di sé in corridoio.

“Che hai in mente?” chiese lei, scoccando un’occhiata alle sue spalle, verso la porta della stanza del fratello.

“Hai avuto una giornata pesante. Fidati di me.” Le rivolse un sorriso incoraggiante.

In breve raggiunsero la caffetteria dell’ospedale, che a quell’ora era piena di persone. Ben la guidò verso un tavolo nell’angolo. Quando Ella lo vide, fece un risata. “Che hai combinato?”

Aveva preso in prestito un lenzuolo e lo aveva usato per apparecchiare un piccolo tavolo, insieme a due candele comprate al negozio di regali e ai fiori. “In fondo oggi doveva essere il nostro primo appuntamento,” disse.

Le persone che li circondavano eruppero in un applauso. Ben arrossì. Non era stato nelle sue intenzioni che la serata diventasse uno spettacolo pubblico.

Come cena aveva fatto una corsa fino al ristorante Centro e aveva preso un burrito per lei e un piatto di tacos di manzo per sé. “Ho pensato che ti piacesse la cucina messicana, non per niente ci siamo incontrati da Zocalo.” Le allontanò la sedia dal tavolo e le porse un tovagliolino di carta. “Okay, non è esattamente come l’avevo immaginato…”

“È tutto bellissimo.” Gli occhi di lei erano arrossati.

Ben provò subito ad alleggerire l’atmosfera. “Non è Zocalo, ma la cucina è ottima lo stesso. Sempre considerando gli standard del messicano di Sacramento.”

Ella rise. “È vero che avevo promesso di uscire con te, ma Max…”

“Va tutto bene.” Le prese la mano, cercando di trasmetterle attraverso il contatto della pelle tutto il suo affetto e appoggio. “Stai da lui? Mangia, prima che si raffreddi.”

Ella prese il suo burrito. “Sì, per un paio di mesi, finché non trovo un posto tutto mio.” Diede un morso. “Mmm, è buono!”

Ben annuì. “Hai davvero bisogno che qualcuno ti faccia vedere la città. Puoi trovare un sacco di cose senza spendere una fortuna.” Tranne che per gli affitti. Lui era fortunato: il suo era bloccato da un paio d’anni. “Allora, cosa ti ha portato a Sacramento?”

L’espressione di lei si rabbuiò. Accigliata, guardò dall’altra parte della sala. Quando rispose, la sua voce era cupa. “Un brutto divorzio.” Rimise sul piatto la metà avanzata del burrito.

“Ehi, non volevo rattristarti,” le disse lui, quando la vide ritrarsi. “Possiamo parlare d’altro.”

Ella scosse la testa. “Mi dispiace. Non ho tutta questa fame. Non avrei dovuto lasciare Max da solo.” Si alzò e gli posò un bacio sulla fronte. “Sei stato molto dolce, Ben. Grazie.”

La guardò allontanarsi, confuso da quanto appena successo. Era evidente che avesse toccato un argomento scomodo.

Possibile che il suo ex fosse tanto stronzo? Oddio, e se fosse morto?

Lasciò il suo taco e la rincorse. Non c’era verso che lasciasse finire in quel modo il loro primo appuntamento.


Capitolo Quarantuno: Segreti Svelati

Ben raggiunse Ella fuori dalla camera di Max. “Ehi,” la chiamò, un po’ a corto di fiato. “Hai scordato queste.” Le porse le rose.

“Sono così belle,” fece lei, prendendole e portandosele al naso. “Penserai che sono un disastro.”

“Non più di quanto lo sia io.”

Ella sbuffò. “Non ci giurerei. Mi sono appena trasferita, mio fratello è in ospedale e piango non appena vedo muovere una foglia. Descrivimi un elemento della tua vita più folle di quanto lo sia la mia in questo momento.”

Ben inspirò a fondo. “Sono un transessuale innamorato di una cisgender.”

Lei lo guardò con gli occhi sgranati. “Sei un trans?”

Ben sospirò. “Sì, mi dispiace. Probabilmente è il momento sbagliato per dirtelo.”

“E perché mai?” Gli posò una mano sulla guancia. Era calda e soffice.

“Perché… perché è sempre il momento sbagliato. Guarda, mi dispiace. Ora vado. Devi pensare a tuo fratello.” Fece per voltarsi. “Non avrei dovuto……”

“Ben.” La voce di lei era decisa e lo costrinse a fermarsi.

“Cosa?”

“Non mi importa.”

“Di cosa?”

“Non mi importa se sei un trans.” Si lasciò cadere sulla panca appoggiata al muro e lo tirò giù con sé. “Anche mia mamma è trans.”

“Tua mamma?”

Lei annuì. “Lexi. Prima era Alex, mio padre. Ha cambiato sesso circa dieci anni fa.”

Ben impiegò qualche momento a digerire quelle parole.

“Avevo pensato che tu potessi esserlo. Oddio, non perché sei effeminato o altro, però ho imparato a riconoscere i segnali. Credo che sia una delle cose che mi sono piaciute di te quando ci siamo conosciuti.”

Ben era senza parole. Non gli era mai successo niente di simile prima. In genere, le ragazze che gli piacevano scappavano a gambe levate non appena lo scoprivano. “Scusa, non so che dire.”

“Smetti di chiedere scusa,” rispose Ella. Poi si protese e gli diede un bacio veloce. Durò solo un secondo, ma spalancò un mare di possibilità nella testa di Ben. “Dovresti andare a casa e riposare. Io starò bene e se succede qualcosa ti chiamo.”

Ben annuì. “Posso tornare a trovarti domani?”

Ella sorrise. “Sarà meglio. Dopotutto il tuo primo appuntamento non è stato esattamente un successo strepitoso e me ne devi un altro.”

#

C’era qualcuno che bussava con insistenza alla porta.

Scocciato, David mise il pausa il lettore DVD. Era solo una replica di Una mamma per amica, poteva aspettare. “Chi è?”

“La tua fastidiosa padrona di casa.”

Dave sorrise e aprì la porta. “Che diavolo vuoi? Entra, su.”

Carmelina si accomodò in una della larghe poltrone di pelle del salotto e sospirò. “Ho finito di mettere a posto il caos che avevo in casa, finalmente. E non grazie a te.”

“Scusa, ho avuto da fare,” mentì lui.

La donna si guardò attorno. “Sì, lo vedo.”

C’erano riviste sparse dappertutto, la sua coperta preferita era ammucchiata accanto a lui sul divano e sul tavolino da caffè era appoggiata un’enorme di gelato variegato mezzo sciolto. “È stata una giornata difficile. Ho avuto a che fare con un cliente del centro che voleva licenziare tutti i suoi dipendenti e spostare l’azienda in Cina.”

“Maledetti capitalisti bastardi.”

Dave sbuffò una risatina. “Più o meno. Allora, che succede?”

“Ti dispiace se rimango qui da te un altro paio di giorni?”

“Certo che no. Non devi neanche chiederlo. È casa tua, dopo tutto.”

“Lo so, ma non mi piace imporre la mia presenza.” Spostò lo sguardo sul buio fuori dalla finestra, verso casa propria. “Solo fino a domenica mattina.”

“Che succede domenica mattina? Viene l’idraulico?”

Lei scosse la testa. “È già venuto e andato. No, devo fare un altro lavoro.”

Dave annuì. “Non c’è problema. Ehi, che ti hanno detto le suore? Qualche notizia di tua figlia?”

Gli occhi di Carmelina si riempirono immediatamente di lacrime. Era raro che mostrasse le sue emozioni, persino a lui. Dave si alzò e la raggiunse sul bordo della poltrona. “Che è successo?”

Lei scosse la testa. “È stupido. Sono passate decine di anni da quando l’ho data via. È probabile che lei neanche mi pensasse mai.”

“Cosa?”

Sollevò lo sguardo su di lui e Dave notò solo in quel momento che aveva gli occhi cerchiati di rosso. “È morta. Qualche bastardo ubriaco l’ha investita e io neanche lo sapevo.”

“Merda.” La prese fra le braccia e la strinse a sé. “Oddio, mi dispiace.”

Lei gli pianse sulla spalla, aggrappata alla sua schiena. Ci aveva sperato così tanto. Prima Arthur e ora quello. “Non sono neanche riuscita a vederla,” disse tra i singhiozzi. “A dirle che le volevo bene.”

“Sono certo che lo sapeva.”

Alla fine lo lasciò andare e si asciugò gli occhi. “Non hai idea di cosa significhi averti qui. Quando Arthur è morto ero certa che non sarei mai più riuscita a dormire in quel letto.”

“Lo so. Ricordo com’è.” Gli ultimi mesi con John, quando aveva dovuto fare tutto per lui, dall’imboccarlo a pulirgli il sedere, erano stati lunghi e spietati. Ma anche preziosi, al punto che non c’erano parole per descriverli. Quando alla fine se n’era andato… “Lo so,” ripeté.

Carmelina si soffiò il naso. “So che capisci.” Poi quella piccola scintilla le illuminò lo sguardo. “Allora… Marcos?”

Dave la guardò con gli occhi sbarrati. “Ma stai scherzando? Da crollo nervoso a sensale in sessanta secondi netti?”

Carmelina si strinse nelle spalle. “Ebbene sì. Mi fa sentire meglio. Ora sputa il rospo.”

Lui sospirò. “Abbiamo un appuntamento per domani.”

“Oddio, è fantastico!”

“Non farti troppe illusioni, però. Sono un po’ arrugginito. È probabile che mi guardi, giri sui tacchi e se la dia a gambe levate.”

Lei gli afferrò il mento. “Ascoltami. Sei un uomo meraviglioso e gentile e Marcos sarà fortunato se potrà passare del tempo con te. Ci siamo capiti?”

“Sissignora.” Era spaventosa quando diventava così seria.

“Bene. Ora, credi che domenica mattina sarà qui?”

“Tu ci sarai?”

Lei lo ignorò. “Rispondi.”

“Um… lo spero?”

“Bene. Potete venire tutti e due al mio esorcismo.”


Capitolo Quarantadue: Fast Food e lunghe notti

Sam lanciò uno sguardo astioso allo schermo del computer.

Qualche volta le parole scorrevano come un fiume in piena. Tutti gli scrittori sapevano cosa si provava. C’erano dei momenti in cui avevi la sensazione di essere entrato in un universo parallelo, un mondo reale che nasceva sotto i tuoi occhi via via che digitavi e le parole si riversavano sulla pagina come se tu fossi solo un mezzo attraverso cui la storia narrava se stessa.

E poi c’erano momenti come quello.

Cody guardò il file…

Cody guardò il file di traverso…

Cody scoccò un’occhiataccia al file…

“Cody non ha idea di che cazzo sta facendo!” Sam si era autoimposto di inviare il nuovo romanzo all’editore entro la fine di ottobre, di lì a ventinove giorni. Ma a quel passo sarebbe stato fortunato se avesse scritto metà della prima stesura.

Magari avrebbe fatto meglio ad aspettare il NaNoWriMo. Il National Novel Writing Month lo spingeva sempre ad andare avanti come un treno, costringendolo a ignorare il suo critico interiore.

Controllò l’orologio. Erano già le nove e un quarto di sera. Dove cavolo è finito il tempo?

Non aveva mangiato più niente dall’ora di pranzo e il suo cervello si rifiutava di collaborare. Non ne poteva più di fissare quello schermo vuoto.

Neanche avesse aspettato il momento adatto, Brad infilò la testa nel suo antro. Indossava l’accappatoio, ma anche in quel modo riusciva ad essere sexy. A trent’anni, il suo compagno era in splendida forma, come se avesse messo a buon frutto ciascuno di quegli anni.

“Hai finito?”

Sam annuì e chiuse il portatile. “Per stasera chiudo qui. Prendo qualcosa dal frigo per cena…”

Brad scosse la testa. “Seguimi.”

Lo guidò in salotto. Le luci erano spente e la stanza era immersa nel bagliore delle candele. Una delle loro coperte era stesa per terra e alcune scatole di cibo cinese da asporto erano disposte al centro.

“Quando hai avuto il tempo di preparare?” Fu allora che notò anche un fuoco che scoppiettava nel caminetto.

“Sono andato a prendere il cibo una mezzoretta fa. Ho visto quanto ti stai impegnando per il libro e ho pensato che una pausa ti avrebbe fatto bene.”

“Sei incredibile,” disse Sam, attirandolo a sé per dargli un bacio. “Allora, cos’abbiamo?”

“Mmm, pollo all’arancia, noodles Thai al basilico, pollo al curry.” Aprì le confezioni, poi gli passò un paio di bacchette. “Oh, e del riso integrale.”

Sam prese una scatola e ne estrasse un grosso pezzo di pollo all’arancia. “È fantastico,” disse tra un boccone e l’altro. “Tieni, provalo.” Ne mise un po’ in bocca a Brad.

“Cavolo! Buono davvero.”

“Dove l’hai preso?”

“Pf Chang. È una catena, lo so. Ma il cibo è buono.”

“Cristo, ho davvero fame,” esclamò Sam prima di spazzolarsi metà porzione. “Ricordo ancora il giorno in cui ci siamo trasferiti qui, l’anno scorso. Quando tutto appariva ancora nuovo ai nostri occhi.”

Brad annuì. “È già passato un anno?”

“Il mese scorso. Ohh, devi provare i noodles.” Sollevò le bacchette e un po’ di spaghetti caddero sul petto di Brad. “Scusa,” disse, anche se in realtà non gli dispiaceva affatto. Invece, si allungò e leccò i fili dal petto irsuto del compagno.

“Non cominciare se poi non hai intenzione di finire,” lo avvisò questi guardandolo in quel modo.

Per tutta risposta, Sam lo spinse gentilmente all’indietro fino a farlo stendere e poi gli rovesciò un bel po’ di noodles sul petto.

Tutto sommato, la notte si stava facendo interessante.

#

Matteo lanciò un sguardo astioso allo schermo del computer.

Lui e Diego avevano passato ore ad analizzare i conti, alla ricerca di un modo per tagliare le spese e risparmiare un po’ di soldi.

Era necessario abbandonare uno degli importatori di prodotti italiani. Diego avrebbe ridotto il menu per tagliare un po’ sul costo degli ingredienti che dovevano sempre essere presenti in cucina. E per qualche tempo avrebbero anche rinunciato ai loro salari.

Considerati tutti insieme, i cambiamenti avrebbero loro permesso di tirare avanti per un altro mese. Forse due, se stavano attenti. In ogni caso, abbastanza da dare il tempo al nuovo progetto con il Centro di ingranare.

Sulla carta era sembrato un buon piano, ma ora il suo pc stava facendo i capricci.

Diego gli aveva detto che avrebbe dovuto comprare un Mac, ma i Mac costavano davvero troppo.

Più avanti, pensò. Sempre se fosse loro rimasto qualcosa.

Era tardi. Diego era andato a letto un paio d’ore prima, ma Matteo era stato troppo agitato, ossessionato dal pensiero di non aver fatto abbastanza. Che c’era qualcosa che gli sfuggiva, qualcosa che avrebbe magicamente risolto i loro problemi.

Ma se c’era, lui non riusciva a vederla.

Sentì un tonfo alle sue spalle.

Balzò in piedi, guardandosi intorno spaventato.

Un album di fotografie giaceva aperto per terra dopo essere caduto da uno degli scaffali allineati lungo le pareti del piccolo studio.

Lanciò un’occhiata alla camera. A quanto pareva, il rumore non aveva svegliato Diego.

Matteo si alzò e andò a recuperare l’album.

Era pieno di fotografie della sua infanzia, viaggi per l’Italia e l’Europa che aveva fatto con la famiglia. Foto della scuola. La vecchia casa a Imola, dove era cresciuto. “I sta per Imola…” sussurrò, scorrendo velocemente le pagine. Dov’era finita? Ogni altra cosa era al suo posto.

Poi la vide.

La foto del viaggio che avevano fatto a Roma quando aveva otto anni. Si erano fermati a una tavola calda, una specie di Mac Donald all’italiana, ma molto più buono. Avevano mangiato dei piatti incredibili, preparati con amore e abbastanza economici.

Osservò a lungo l’immagine sgranata.

Se solo fossero riusciti a farlo funzionare anche lì.

C’era un grosso campus nelle vicinanze e legioni di macchine che transitavano dalla mattina alla sera. Se avessero venduto cibo italiano, servito in fretta e a prezzi ragionevoli…

Tornò al computer e cominciò a cercare dati tangibili su Internet. Doveva essere certo che avrebbe potuto funzionare prima di presentare l’idea a Diego.


Capitolo Quarantatre: C’è qualcosa che brucia?

“Pensavo che andassi fuori.” Marissa era seduta al tavolo da pranzo a fare i compiti di matematica, anche se a quanto pareva trovava più interessante la vita amorosa di Marcos.

“E io pensavo che tu dovessi prepararti per una verifica,” ribatté lui mentre controllava il sugo per la pasta. Si sentiva molto più a suo agio con la cucina messicana che a preparare una semplice cena italiana. Gli bastavano un sacco di fagioli pinto, un po’ di pollo e un paio d’ore e avrebbe preparato un pasto in grado di far concorrenza alla cucina di sua madre. Era stata lei stessa a dirglielo.

Tuttavia, aveva promesso a Dave che gli avrebbe preparato una cena italiana e italiana sarebbe stata.

“Ho tutto il fine settimana per studiare. Che è successo? Perché non uscite?” La ragazza si avvicinò per guardare cosa stava preparando. “Il profumo è buono.”

L’acqua aveva cominciato a bollire. Marcos ci immerse la pasta di grano duro – quella di Trader Joe era la migliore per il rapporto qualità prezzo – e controllò il pane all’aglio in forno.

Una rapida occhiata all’orologio gli confermò che aveva ancora un quarto d’ora prima dell’arrivo del suo ospite. “Sei successa tu. Mi sono reso conto che non era una grande idea lasciarti da sola il sabato sera.”

Marissa sbuffò. “Come se avessi qualcosa da fare.”

“Pensavo che ti fossi fatta dei nuovi amici.” Assaggiò il sugo. Non male, anche se mancava un po’ d’aglio.

“Jason e i derelitti? Non sono proprio il massino sulla scena sociale, se capisci cosa intendo.”

Marcos rise. “Non ne ho idea. Ehi, dato che non studi, ti andrebbe di apparecchiare?”

“Certo.” Riportò i libri in camera. “Piatti?”

“Quelli bianchi e blu.”

“Oh, belli! Deve proprio piacerti questo tizio.” Rimase qualche secondo a osservare il tavolo. “E io che mi faccio per cena?”

“Tu mangi insieme a noi, ovviamente.”

“Al tuo appuntamento?” Fece una smorfia. “Non è… strano?”

“Fai parte della mia vita adesso. Inoltre, voglio fare le cose con calma questa volta.”

“Come vuoi.” Apparecchiò per tre. “Perché non hai nessuno?”

“Ho te.”

“Lo sai cosa volevo dire.”

Era una domanda che anche lui si era posto più volte, ma non esisteva una risposta precisa. “Immagino che non fossi ancora pronto. Mi piaceva andare per locali. Incontrare persone nuove, sentirmi perennemente giovane.” Sospirò. “L’anno prossimo compirò quarant’anni. Ormai i bei ragazzi non si voltano più al mio passaggio come succedeva una volta.”

“Cavolo, sei vecchio!”

La colpì con l’asciughino. “Aspetta di avere la mia età e essere ancora sola.” Sentì nell’aria un odore aspro.

“Mmm… ho l’impressione che il pane stia bruciando.”

“Cazzo!”  Marcos aprì lo sportello del forno e la cucina fu immediatamente invasa da una nuvola di fumo. “Non è malaccio.” Osservò i tronconi anneriti. “Magari posso grattare le parti messe peggio.”

“Scordatelo,” disse Marissa, sbirciando seria da sopra la sua spalla. “È una causa persa.”

“La pasta almeno viene bene…” Assaggiò il sugo e lo sputò immediatamente nel lavandino. “Merda. Mi sa che ho esagerato con l’aglio.”

La ragazza assaggiò a sua volta. “Eh, sì, è piuttosto immangiabile.” Gettò uno sguardo alla pentola che bolliva. “Gli spaghetti però sembrano a posto.”

“Arriverà tra dieci minuti. Non ho il tempo per ricominciare tutto da capo!” Gettò il sugo nello scarico e andò ad aprire la finestra per far uscire il fumo. Ecco perché odiava gli appuntamenti!

“Stai calmo e dammi il telefono.”

“È sulla mia scrivania. A che ti serve?”

“Caviale.”

“E di cosa ce ne facciamo? Non mi piace. E comunque dove speri di trovarlo?”

“È un’app per la consegna a domicilio. Ci porteranno la cena in men che non si dica. Prendo qualcosa da Paesanos. Tu pulisci questo casino. In fretta.”

#

Dave bussò alla porta. L’appartamento di Marcos era in un bel condominio, uno di quelli ristrutturati.

Sperò che l’uomo avrebbe apprezzato i fiori. Li aveva presi al Safeway di R Street e aveva scelto quel mazzo perché era tinto con i colori dell’arcobaleno. Ora però non era più tanto sicuro. I colori dell’arcobaleno… quanto era scontato? Si guardò freneticamente intorno alla ricerca di un posto dove nasconderli, ma il corridoio era spoglio. Forse se…

La porta fu aperta all’improvviso e Marissa, la ragazza che Marcos aveva in affido ‒ forse, non ne era proprio sicuro ‒, si presentò sulla soglia.

“Ciao Dave. Vieni, accomodati.” Lo fece entrare. “Marcos, è arrivato il tuo ragazzo,” urlò poi. “E ha portato dei fiori.”

Dave sospirò.

L’appartamento di Marcos assomigliava molto al suo proprietario: raffinato, moderno e caldo. Appoggiata a una parete c’era una libreria piena di volumi, biografie per la maggior parte, a occhio e croce. Una copia della biografia di Justin Trudeau era appoggiata sul tavolino del soggiorno. Le poltrone e i divani in pelle nera suggerivano l’impressione di trovarsi in un loft, e i pavimenti graffiati in legno aggiungevano il loro tocco all’effetto.

Marcos emerse dalla cucina. “Scusa se ti ho fatto aspettare.”

“Per te,” disse lui, offrendogli i fiori con un sorriso timido. “Spero che ti piacciano.”

“Sono bellissimi.” Li Prese, poi si mise a cercare un vaso, dentro al quale li adagiò con attenzione. “Accomodati.”

C’era odore di fumo. “C’è qualcosa che brucia?”

Marcos fece un sorriso triste. “Ho rovinato la cena. Stavo facendo troppe cose tutte insieme e mi sono perso.”

“Possiamo andare fuori se preferisci.” Bello sapere che anche lui è umano.

Marcos scosse la testa. “Marissa ha ordinato la cena tramite un’app. Spero che la cucina di Paesanos ti piaccia.”

“Io vado in camera mia,” li salutò Marissa con un sorriso. “Chiamatemi quando arriva la cena.” Poi si chiuse la porta alle spalle.

“Sembra una brava ragazza,” osservò lui.

Marcos sembrava un po’ sconsolato.

“Che c’è?”

“Mi piaci molto,” rispose l’uomo dopo qualche secondo.

Dave rise. “Anche tu mi piaci. Che c’è di male?”

Marcos si mosse a disagio. “Non… non voglio venire a letto con te.”

Ahi. “Okay, capito. Non mi trovi attraente.” Fece per alzarsi.

“No. Voglio dire, sì. Ti trovo molto attraente. È da giovedì che non faccio altro che pensarti.”

Dave tornò a sedersi sul divano in pelle. “Ah, okay… Quindi?”

“Ho la brutta abitudine di andare a letto con tizi che conosco appena, solo per scoprire, il giorno dopo, che siamo totalmente incompatibili.” Lo guardò negli occhi. “Penso che potremmo stare bene insieme. Non voglio commettere lo stesso errore con te.”

Dave sorrise. Aveva avuto paura di risalire in sella tutto d’un colpo, quindi andare piano gli andava più che bene. “Va benissimo per me.” Si protese per baciarlo.

Fu un bacio dolce che gli fece battere forte il cuore.

Furono interrotti dal campanello.

Gli occhi di Marcos brillavano. “Ecco la cena.”


Capitolo Quarantaquattro: Una proposta

Diego Mise via gli ultimi piatti e pulì il pavimento della cucina. Avevano avuto quasi quaranta coperti quella sera, il che era una buona cosa, ma avendo dovuto da poco rinunciare all’aiuto di Justin, il carico di lavoro era inevitabilmente ricaduto sulle loro spalle.

“Sarà più facile una volta che ci saremo abituati,” aveva detto Matteo quando avevano deciso di imbarcarsi in quella folle avventura. “Assumeremo un bravo direttore, avremo delle serate libere. Vedrai.”

Sì, be’, aveva visto. Erano le undici e un quarto e stava ancora pulendo la cucina dopo una lunga giornata di lavoro. E Matteo?

Matteo era di sopra, al computer.

Non che Diego avesse il diritto di lamentarsi. Il compagno gli aveva perdonato qualcosa di molto più grave.

Mise via secchi e detersivi, si guardò intorno un’ultima volta e salì nell’appartamento.

Come c’era da aspettarsi, Matteo era nel suo piccolo antro, il viso illuminato dalla luce azzurrina che proveniva dallo schermo del pc.

“Che fai?” gli chiese in italiano mentre si toglieva la divisa, il tono un po’ lamentoso.

“In inglese,” lo riprese Matteo.

“Sono troppo stanco per parlare in inglese.”

Matteo gli rivolse uno sguardo compassionevole, ma passò alla loro lingua madre. “Tutto pulito e chiuso di sotto?”

Diego annuì. “Abbiamo avuto un bel da fare oggi. Se fosse sempre così…”

“… potremmo assumere un aiuto.”

“Magari!” Si abbassò i pantaloni.

Matteo lo osservò dalla testa ai piedi e fischiò. “Il mio sexy fidanzato italiano.”

“Marito.”

“Non al momento. Inoltre, è piuttosto eccitante pensarti come fidanzato.” Chiuse il portatile e si alzò, stiracchiandosi.

Dopo tutti quegli anni, era sempre bello agli occhi di Diego.

“Vieni in doccia con me?” gli chiese, facendo girare allusivamente la biancheria sulla punta di un dito.

“Mi chiedevo cosa aspettassi a chiedermelo.”

#

Dopo rimasero sdraiati a letto, ancora stanchi per la giornata e la doccia appena fatta. Matteo fece scorrere una mano lungo la schiena del compagno.

“Oohh, sì, lì,” gemette Diego, inarcandosi. “Gratta lì.”

Matteo gli fece passare lentamente le unghie su e giù lungo la spina.

“Dio, è meraviglioso.”

Matteo gli salì sulla schiena e cominciò a massaggiargli le spalle. “E così?”

“Oddio, sì!”

La schiena di Diego era ricoperta di piccole lentiggini, ma erano quasi completamente nascoste sotto l’abbronzatura integrale. A Matteo quelle lentiggini erano sempre piaciute.

Sapeva che Diego, ogni volta che ne aveva il tempo, saliva sul tetto per prendere un po’ di sole. La questione era: quando ne aveva il tempo?

Quella mattina Matteo aveva chiamato l’ospedale: Max era ancora incosciente.

“Ho preso un appuntamento con un avvocato specializzato in immigrazione, per lunedì,” disse. Sentì Diego irrigidirsi sotto le sue mani.

“Sei sicuro che sia una buona idea?”

“È indispensabile. Se ci scoprono… se Max si sveglia… potremmo essere espulsi e mai più riammessi.”

“Mi chiedo…”

“Andrà tutto bene. Me lo ha raccomandato Brad.”

“Gliene hai parlato?” Diego si voltò a guardarlo.

“No. Ho solo detto che ci serviva qualche consiglio.” Gli posò un bacio sulla fronte, guadagnandosi un profondo sospiro.

“Mi dispiace di averti trascinato in questo casino.”

Matteo si abbassò per baciarlo. “Quel che è fatto è fatto. Troveremo un modo per venirne fuori. E a proposito… Ho avuto un’idea.”

“Riguardo a Max?”

“Riguardo al ristorante.” Era arrivato il momento di mettere le carte in tavola. “E se esistesse un modo per tagliare sui costi e guadagnare di più?”

Diego si mise supino e Matteo gli si stese accanto. “Come? Non ho intenzione di prendere ingredienti di seconda scelta. Se devi fare un lavoro…”

“…fallo bene. Lo so. Lo so. Guarda qui.” Prese la foto che aveva trovato la sera prima e la passò a Diego.

Il compagno la guardò e sorrise. “Eri così carino!”

“Ora non lo sono più. Sono grasso. E brutto.”

“Ora sei bellissimo.” Gli sfiorò delicatamente il viso. “Quanti anni avevi?”

“Otto, circa. Credo.”

“Vorrei che ci fossimo conosciuti allora.” Girò la foto. “Quindi, che significa?” La tenne fra loro.

“Stavo controllando i conti, quando uno degli album è caduto dallo scaffale e ne è uscita questa foto. Ricordo quel viaggio. Era la prima volta che andavo a Roma e c’era questo fantastico ristorante. Il cibo era ottimo ed era già pronto, così potevi prenderlo e andare.”

“Non sono sicuro di voler servire del cibo preparato in anticipo.”

“Pensaci. L’università è a pochi chilometri. E c’è tutta la gente che passa per Folsom Boulevard per tornare a casa.”

“Magari…”

“Ho trovato il ristorante di Roma su Facebook. C’è ancora dopo tutti questi anni.” Riprese la foto e la guardò. Il ricordo di quel giorno era ancora vivo, quasi si trovasse di nuovo lì. “Mi hanno risposto questa mattina. Hanno detto che sarebbero contenti di darci qualche consiglio. E con i ragazzi del centro… Credo che potremmo farcela, Diego. Davvero.”

Diego sbadigliò. “Sono troppo stanco per pensarci adesso. Che dici se ne riparliamo tra un giorno o due?”

“Come vuoi.” Si protese e gli diede un bacio. “Ti dispiace spegnere la luce?”

Diego allungò il braccio e premette l’interruttore sul comodino. Poi gli si avvicinò e gli appoggiò la testa sulla spalla.

Ci sarebbe stato abbastanza tempo il giorno seguente per discuterne. Al momento, Matteo era soddisfatto di stare in quel modo, con Diego stretto tra le braccia.


Capitolo Quarantacinque: Fardelli

Ben fissava il suo telefono.

Nel piatto lì accanto una fetta di pizza di Eatuscany mangiata a metà si stava rapidamente raffreddando.

“Che succede? Non ti piace?”

Ben sollevò lo sguardo. Stefania, la proprietaria, lo osservava incuriosita.

“È buona,” rispose. “Davvero. Solo che oggi non sono dell’umore giusto, immagino.”

La donna allungò la mano. “Vuoi che te la riscaldi?”

“Naa, va bene così. Magari tra un po’ ti chiedo un po’ di gelato.”

“Bene, avvisami quando sei pronto,” si congedò lei con una pacca sulla spalla.

A Ben quel posto piaceva molto, e trovava delizioso l’accento italiano di Stefania. Anche il cibo era buono. Era seduto a uno dei tavolini che davano sul marciapiede e guardava la gente che passava. C’erano quelli che avevano in mano i dolcetti di cioccolato di Ginger Elizabeth, il negozio proprio lì di fianco, o quelli che mangiavano il frozen yogurt dell’attività all’angolo.

La sua mente era però rivolta a quanto successo la sera prima. La situazione gli era sfuggita completamente di mano quando era andato all’ospedale per il suo secondo appuntamento con Ella.

#

Mentre in una mano stringeva un mazzo di rose rosse, con l’altra premette con impazienza il bottone dell’ascensore. Ella non aveva risposto ai suoi messaggi, ma forse lì all’ospedale c’era poco segnale. O forse era solo troppo impegnata.

Le porte si aprirono e Ben uscì in uno degli sterili corridoi del terzo piano. Era lì che si trovava Max dopo che era stato spostato dalla stanza del pronto soccorso. Ben controllò due volte il numero della stanza che gli avevano comunicato alla reception.

Una volta raggiunta la porta di Max esitò un attimo.

E se Ella avesse cambiato idea? Se non avesse voluto vederlo più?

Forse la sua era una pessima idea. Forse avrebbe solo dovuto lasciarla in pace per un po’. Farsi indietro.

La decisione gli venne però strappata dalle mani quando la porta si aprì e Ben si trovò faccia a faccia con una donna alta e bruna. Aveva circa cinquant’anni e i lineamenti di Ella.

«Ah, devi essere Ben,» gli si rivolse senza sorridere.

Salvo errori madornali, quella doveva essere Lexi, una delle mamme di Ella. La ragazza doveva averle parlato di lui. «Sì, sono Ben. Sono venuto a vedere come sta. Lei è sua madre?»

Lexi sorrise a quel punto. «Sì, in un certo senso. Senti, Ella è dentro che dorme.» Si chiuse piano la porta alle spalle. «Stavo andando a prendere un caffè. Ti unisci a me?»

«Ehmm… okay.»

Lo allontanò con gentilezza dalla stanza tirandolo per il braccio. Ben guardò indietro in direzione della porta chiusa: era stato così vicino!

«È bello conoscerti. Ella mi ha detto tutto di te quando questa mattina sono arrivata.»

Tutto di me? «Come… come sta Max?»

«È ancora incosciente, ma i dottori sono ottimisti. Grazie per l’interessamento.»

Arrivarono alla caffetteria. «Il caffè è tremendo, ma contiene la caffeina che mi aiuta a stare sveglia. È già sera tardi, là da dove vengo.»

«E sarebbe?» Ben si prese una Pepsi. In quanto barista, non era certo che sarebbe riuscito a sopportare il caffè dell’ospedale.

«Una cittadina negli Hamptons. Long Island.»

Ben annuì come se sapesse cosa significava. La cosa più vicina agli Hamptons che conoscesse era Royal Pains in Tv.

Pagarono le bevande e si accomodarono a un tavolo d’angolo.

«Innanzi tutto vorrei ringraziarti per essere stato vicino a Ella quando è successo questo disastro.» Gli coprì una mano con la sua. «È stato un sollievo sapere che non ha dovuto affrontare tutto da sola.»

Ben annuì. «Mi ha fatto piacere. Ella è meravigliosa.»

«Sì, davvero. Immagino che ti abbia raccontato di me.»

«Sì.» Non aveva senso negarlo. «È molto fiera di lei.»

Quelle parole la fecero sorridere. «È reciproco. Sai anche tu quanto è difficile la transizione. Ho trascorso i primi quindici anni della mia vita nella confusione più totale; all’epoca non c’era ancora un nome per quello che sentivo dentro. Poi, altri trentatré anni a cercare di vivere come qualcun altro. Immagino che tu sappia come ci si sente.»

Sì, Ella aveva detto davvero tutto alle sue mamme. «Sì, lo so.» Ma non era sicuro di dove la donna volesse andare a parare. «Molti membri della mia famiglia mi hanno voltato le spalle quando ho cominciato la transizione. È stato doloroso, ma l’alternativa era peggio.»

«Sì.» Sorseggiò il caffè. «Dio, ha davvero un sapore orribile!»

Ben rise. «Lavoro all’Everyday Grind, una caffetteria. Posso portarle qualcosa di più buono domani, se vuole.»

«Non credo sia una buona idea, Ben.»

«Davvero, non è un problema. E mi creda, la mia miscela è infinitamente migliore di quella brodaglia.»

«Voglio dire che non credo che dovresti tornare. Ella sta affrontando un brutto periodo e siamo entrambe preoccupate per Max.»

«Prego?»

«Guarda. Sappiamo entrambi che la vita da trans è difficile e si porta dietro molti fardelli. E io vorrei che mia figlia stesse… con qualcuno di meno complicato.»

Ben non riusciva a credere alle proprie orecchie. Guardò il mazzo di rose sul tavolo. La mancanza d’acqua le stava già facendo appassire. «Non vuole che esca con sua figlia… perché sono un trans?»

«Non la metterei proprio così, ma il succo è quello, sì.»

«Ma anche lei è una trans!»

Lexi rise, e questa volta c’era una nota amara nella sua voce. «Sì, sì, decisamente. Quindi so bene a cosa lascerei che mia figlia andasse incontro, no?» Finì il caffè con una smorfia e si alzò, porgendogli la mano. «Immagino che ci siano capiti, vero?»

Immobilizzato dalla sorpresa, Ben rifiutò di stringerla.

Lei si strinse nelle spalle e si allontanò. «È stato un piacere conoscerti, Ben.»

#

E ora eccolo a fissare il telefono decidendo cosa fare.

La vita da trans è difficile e si porta dietro molti fardelli.

Più ci pensava e più si arrabbiava. Sì, certo aveva dei problemi. Ma chi non ne aveva? Non erano certo solo i trans ad avere l’esclusiva dei problemi.

Doveva rinunciare a Ella perché sua madre, trans, era transfobica?

Non ci penso proprio. Non finché non fosse stata Ella stessa a dirglielo.

Prese il telefono e le inviò un messaggio.

Possiamo vederci?

Un minuto dopo arrivò la sua risposta

Domani. 12:00. EG.

A quanto pareva avrebbero avuto il loro secondo appuntamento, dopotutto.


Capitolo Quarantasei: Esorcizzare il passato

Carmelina stava disperatamente cercando di non ridere.

Padre Murphy, il prete che era arrivato con Daniele, le ricordava terribilmente Emmet Walsh. Era basso, con ciuffi scompigliati di capelli grigi e un atteggiamento di fiducia in se stesso e nel ruolo che ricopriva nel mondo che le sembrava ‒ e il solo pensarlo la faceva sentire cattiva ‒ terribilmente fuori luogo.

Erano fuori ed era una bellissima mattina domenicale. «E adesso è… in pensione?» gli domandò.

L’uomo annuì solennemente. «Sì, ma mi tengo impegnato con qualche comunione, qualche battesimo, benedizioni ed esorcismi. Francamente, è da un po’ che non mi capitava un bell’esorcismo su una casa. Cosa le fa credere che sia infestata?»

«Sono successe cose strane da quando mio marito è morto.»

Anche Marcos e Dave si erano presentati per assistere all’evento. «Io qualche volta vedo un mostro con i capelli rossi aggirarsi per le stanze,» aggiunse il vicino, serio in viso.

«Mostro con i capelli rossi? Interessante.»

«Taci!» mimò lei con la bocca, rivolta all’amico.

Dave le fece linguaccia da dietro le spalle del prete.

«Quello che intendono,» intervenne Daniele con un’occhiataccia all’uomo, «è che nell’ultima settimana si sono verificati molti strani incidenti. Io credo che suo marito non sia trapassato completamente, dopo la sua morte.»

«Che tipo di incidenti?» chiese padre Murphy sollevando un cespuglioso sopracciglio bianco.

Daniele si voltò verso di lei.

«Be’, vediamo: un bagno intasato, piadine bruciate, un blackout e, ah sì… una puzzola che ha infestato la casa con il suo odore.»

«A me sembrano cose piuttosto normali…»

«Non quando accadono tutte in meno di mezz’ora.»

Padre Murphy si portò una mano dietro l’orecchio alla ricerca di qualcosa che non trovò. «Dove ho messo quella matita?» Si guardò intorno, confuso.

«Ce l’ha in mano padre.» Si può sapere dove l’hai trovato? domandò silenziosamente a Daniele.

«Ah, eccola!» esclamò il prete con un sorriso felice. «Spesso è difficile stabilire se una casa è infestata. Magari potremmo cominciare con un esorcismo semplice e vedere se funziona.»

Carmelina si strinse nelle spalle. «È lei l’esperto.»

«E poi, scusate, perché complicare un esorcismo?» aggiunse Marcos.

Padre Murphy sembrò non cogliere il sarcasmo. «Sì, sono d’accordo. Vogliamo entrare?»

«Certo, però vi avviso che c’è ancora un po’ di tanfo.» Aveva messo in ordine, ma il fetore della puzzola era ancora forte. In ogni caso, fece strada all’interno.

«Sì, in effetti è piuttosto pungente,» disse Padre Murphy, arricciando il naso. «Oh, bene, prima si comincia, prima si finisce.» Tirò fuori una bottiglia di acqua Kirkland. «L’ho consacrata io stesso,» disse, con un sorriso gentile.

«Se non dovesse bastare, a casa ne ho una cassa,» sussurrò Dave.

Carmelina lo zittì.

Il prete aprì la bottiglia e si versò qualche goccia sul palmo. «È qui che ci sono state le manifestazioni più intense?» chiese guardandosi intorno nel salotto.

Carmelina annuì. «L’attacco della puzzola ha avuto luogo proprio in questa stanza.»

Anche Padre Murphy annuì, poi cominciò a schizzare il pavimento, le pareti e i mobili con l’acqua santa minerale.

«Non il Baumgardner!» esclamò Carmelina, afferrando l’acquerello – una giostrina di cavalli che aveva comprato in una piccola galleria sulla Carmel l’anno prima – e tirandolo giù dal muro appena in tempo. «Lo riporto in camera.»

Dopo aver finito con la stanza, il sacerdote benedì a turno anche tutti loro.

Carmelina si asciugò l’acqua dal viso, infastidita.

A quel punto, Padre Murphy aprì un grosso libro rivestito di pelle e cominciò a leggere. «Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Amen. Dio Padre onnipotente, che vuole la salvezza di tutti…»

«Sai che sono tutte balle, vero?»

Carmelina si voltò e vide Arthur – il suo Arthur – seduto sulla sua poltrona preferita che la guardava attraverso gli occhiali spessi come fondi di bottiglia.

«Se volevi che me ne andassi, bastava chiedere.»

Carmelina lo fissava a bocca aperta. Non era possibile! Era morto da più di tre mesi.

Nessuno degli altri sembrò aver notato la strana eppure assurdamente normale apparizione, con le sue ciabatte marroni di velluto e l’accappatoio azzurro. La pipa era appoggiata sul posacenere, sopra il tavolinetto accanto alla poltrona, e un sottile filo di fumo si innalzava dal fornello.

«Non sei davvero qui,» disse Carmelina, corrugando la fronte. «Devo avere la febbre e le allucinazioni. Devo essere malata, o ammattita…»

«Come vuoi. Tanto avevi sempre ragione tu.»

Non era una frecciata. Arthur le aveva detto, poco dopo il matrimonio, che per quanto lo riguardava, lei avrebbe avuto sempre ragione.

Aveva bisogno di sedersi.

Si accomodò accanto al (defunto) marito, sul piccolo divano che avevano comprato insieme dieci anni prima, con la sua tappezzeria ricamata a fiori e le gambe in stile chippendale.

«È davvero bravo a blaterare, vero?» commentò Arthur con un sorriso malizioso, lanciando un’occhiata al prete.

«…incatenalo e gettalo nell’inferno più profondo, ove non possa più sedurre i popoli…»

Carmelina non seppe impedirsi di sorridere. «Lo so, lo so. Lo sto facendo solo perché Daniele mi ha convinto che fosse una buona idea.» Naturalmente. Che idiota che era! «Daniele. È per quello che sei arrabbiato?»

Arthur fece una risatina. «Non sono arrabbiato. Voglio vederti felice.»

«Vorrei che tu fossi ancora con me,» rispose lei, toccandogli la mano. Sembrava calda, viva.

«Anch’io, ma quando il Signore chiama…»

«…avresti dovuto inserire la segreteria telefonica.»

Arthur rise, quella sua risata calorosa e un po’ ragliante, e Carmelina si sentì stringere il cuore.

Lui le coprì la mano con la propria. «Promettimi una cosa.»

Carmelina annuì. «Tutto quello che vuoi.» Però rimani con me ancora un po’.

«Chiedi a Daniele del ventitré settembre.»

«Che vuoi dire?» chiese lei inarcando un sopracciglio.

«Prometti solo che lo farai.» L’attirò a sé e le diede un bacio leggero sulle labbra. «Addio, mia cara. Ti ho amata moltissimo.»

«Non andartene!» cercò di afferrarlo, ma la sua mano strinse solo l’aria.

«… per restare al sicuro. Ti supplichiamo attraverso Cristo nostro Signore. Amen

Altra acqua le bagnò il viso e Carmelina batté le ciglia, asciugandosi gli occhi. Era in piedi accanto a Dave e Marcos.

«Dovrebbe bastare,» disse Padre Murphy. «Fanno cento dollari.»

«Prego?»

«Assegno o contanti. E… ecco a lei,» disse, porgendole un biglietto da visita.

«Matrimoni & esorcismi. Rose e rosari. Notevole.»

Dave ghignò.

«Lo giri.»

Carmelina guardò l’altro lato. «Servizi: matrimoni, funerali, benedizioni, battesimi ed esorcismi… due per tre.» Scoccò un’occhiataccia a Dave. «Non dire una parola.»

«Se dovesse avere ancora bisogno di me, per ripetere l’esorcismo o se qualcuno dovesse passare a miglior vita… il prossimo servizio sarà gratuito.»

«Oh… grazie.» Lo accompagnò alla porta e gliela chiuse alle spalle.

«È stata un’esperienza educativa,» disse Dave, sempre sorridendo.

«Andatevene, tutti!» Spinse fuori Marcos e Dave. «Ci vediamo dopo da Ragazzi.»

Poi, però, tirò di nuovo dentro Daniele. «Ci vediamo per cena?»

L’uomo annuì. «Mi dispiace per Padre Murphy. È un amico di mia madre.»

«Non c’è problema. È stato… illuminante.»

Daniele le diede un bacio leggero e la mente di Carmelina corse ad Arthur. «Alle sette?»

«Qui?»

«Passa a prendermi. Questo posto non è ancora pronto per una cena.» Si era abituata alla puzza, ma di certo le serviva una doccia.

«Aggiudicato.» Poi anche Daniele andò via.

Ventitré settembre.

Carmelina si avvicinò al caminetto per cercare la foto di Arthur. La prese e scoppiò a ridere.

Il marito non la guardava più accigliato, ma le stava facendo l’occhiolino. Carmelina se la strinse al petto e sorrise.


Capitolo Quarantasette: Sala a tuo gusto

Diego aveva già preparato i polli per la lezione di cucina di domenica. Gli piaceva il ruolo dell’insegnante: condividere con le altre persone alcuni dei piatti che sua madre gli aveva trasmesso.

Una cosa era prepararli nella cucina di Ragazzi, da solo o con l’aiuto del sous chef, e un’altra insegnarli a un gruppo di persone, che poi li avrebbero portati a casa con loro e li avrebbero fatti propri.

Quel giorno aveva in programma di mostrare loro un classico italiano: il pollo alla cacciatora con patate alla contadinaChicken Cacciatore, in americano.

Aveva preparato tre polli, immaginando che fossero sufficienti per la sua poco numerosa classe.

La campanella sopra la porta suonò.

«Ciao bella,» salutò, rivolgendosi alla nuova arrivata.

«Ciao bello,» rispose Carmelina, dandogli un bacio su ogni guancia.

Marcos e Marissa arrivarono poco dopo, portando con loro anche il ragazzo nuovo, Dave, che aveva partecipato alla serata disastrosa a casa della donna.

«Che prepariamo oggi?» chiese Marcos.

«Cosa? Ah… sì… cosa facciamo, eh?» Cercò le parole giuste. «In inglese… Kitchen… no, chicken cacciatore

«Ooh, mi piace il pollo alla cacciatora,» disse Carmelina. «Mia nonna lo preparava sempre con la ricetta del sud.»

«Questa è la… versione?… del nord.»

«Sì, versione.»

La campanella suonò ancora. Questa volta era Sam, seguito da Brad, e dopo di loro arrivò anche Ben.

Diego sorrise. «Siamo tutti, credo…»

Ma la campanella suonò di nuovo. E poi di nuovo. Un altro gruppo di persone: tre coppie, due gay e una lesbica, all’apparenza.

Carmelina e Marcos corsero a prendere altre sedie.

La campanella.

Da dove stava arrivando tutta quella gente?

«Potrei aver detto ad alcuni amici di passare,» fece Brad, con un sorriso malizioso.

A conti fatti, c’erano più di venti persone, più della metà nuove. Gli sarebbero serviti altri polli.

«Salve, amici vecchi e nuovi,» salutò, un po’ in italiano e un po’ in inglese. Poi sollevò un pollo. «Oggi prepariamo il pollo alla cacciatora. Si chiama alla cacciatora perché è come lo… preparavano?… i cacciatori.» Guardò Carmelina per conferma.

«Sì, preparavano,» annuì lei.

«Bene. Con le cipolle, gli odori, i pomodori… e ovviamente il vino.»

Per prima cosa, mostrò loro come rosolare il pollo.

#

Marissa versò il vino bianco nella padella, ridendo quando lo vide sfrigolare e poi evaporare. Le piaceva cucinare, cosa piuttosto strana di per sé.

«Ti viene naturale,» disse Carmelina.

Marissa arrossì. «Lo credi davvero?» I suoi genitori non le avevano mai fatto i complimenti per qualcosa. L’opposto, in effetti. Sua madre si lamentava sempre di quanto fosse pigra, di come non concludesse mai nulla, e lei aveva sempre pensato che fosse inutile provare a farle cambiare idea.

«Sì. Non tutti ci riescono bene. C’è stato addirittura un periodo in cui si pensava che se eri una vera femminista non dovevi cucinare affatto.» Fece una risatina. «Da parte mia, mi è sempre piaciuto. È questo il segreto: fare le cose che ti piacciono.»

Era divertente in effetti. «Ma io non sono una femminista. Non odio gli uomini.»

Carmelina mise in padella i pomodori a cubetti e le cipolle tagliate a fette sottili. «Hai un sacco da imparare sul femminismo, e devi mostrare un po’ di rispetto a noi che lo siamo,» disse, accigliandosi. «Abbiamo lottato per tutto quello di cui ora benefici. Pensa che un tempo le donne non potevano neanche votare. Quando io ero giovane, ci si aspettava che trovassimo un uomo e ci sistemassimo. La tua carriera era solo una: a casa, a crescere i figli.»

Marissa girò lentamente il contenuto della padella. Il profumo era delizioso. «Non sono sicura di volere dei figli.»

Carmelina le mise una mano sulla spalla. «Puoi fare quello che vuoi della tua vita. Se vuoi avere dei figli e stare a casa e cucinare per loro, puoi farlo. Ma se vuoi aprire un tuo ristorante e diventare uno chef famoso, puoi fare anche quello.»

«O diventare presidente?»

Carmelina annuì. «Se siamo fortunati, anche quello.» Sbuffò. «Anche se tutti, uomo o donna, vogliono quel lavoro…»

«Per cambiare le cose,» la interruppe Marissa. «Così i ragazzi potrebbero permettersi il college e non finirebbero a vivere per strada.» C’erano così tante cose sbagliate al mondo.

Carmelina la guardò attentamente. «Farai la differenza. Non so come, ma lo sento.»

Marissa arrossì. «Lo spero.»

«Io lo so.»

#

Al bancone, Dave e Marcos stavano preparando il loro pollo.

«Sono terribile in queste cose,» disse Marcos. «Di solito il pollo lo compro da Nugget.»

«Non è così difficile. Mia madre mi ha insegnato a cucinare dalle basi. Era davvero brava. Doveva esserlo per forza, con quattro figli.» Prese il coltello. «Si taglia qui, qui e qui. Vuoi provarci?»

Marcos scosse la testa. «Fai tu, io guardo.» Gli piaceva guardare le mani di Dave. Aveva una pelle bellissima e le dita si muovevano con eleganza e precisione.

«Ecco fatto. Ora che dobbiamo fare secondo la ricetta?»

«Come va?» chiese Diego, guardando da sopra le loro spalle. «Bei tagli.»

«Grazie,» rispose Dave con un sorriso. «Il tuo inglese sta migliorando.»

«Matteo mi fa… esercitare tutti i giorni.» Sollevò gli occhi al cielo.

«Magari poi ti insegniamo anche lo spagnolo,» disse Marcos. «Scommetto che sarebbe molto più facile per te.»

«È simile all’italiano. Forza!» Diede loro una pacca sulla spalla e proseguì nel suo giro.

Marcos guardò il compagno. Dave era davvero un bell’uomo. Un po’ più vecchio rispetto ai ventenni che di solito si portava a casa, ma solido. Reale. Immaginò come potesse essere sotto la camicia rossa e i jeans…

«Ehi, mi aiuti o no?» L’uomo lo stava guardando male, ma c’era una luce divertita nei suoi occhi.

«Scusa! Che vuoi che faccia?» Sì, dimmelo, ti prego… Si abbandonò di nuovo alla fantasia. Quelle bellissime labbra…

«Che dice la ricetta?»

«Un secondo.» Cercò il foglio di carta. «Bene. Metti il pollo in padella con la salvia, il rosmarino e l’aglio schiacciato, e sala a tuo gusto…» Gusto. Immaginò di leccare il collo di Dave.

Sì, era proprio cotto a puntino.


Capitolo Quarantotto: Un piccolo consiglio

Ben pelava le patate, svuotando il grosso sacchetto con indubbia efficienza. Sua madre gli aveva insegnato a cucinare fin da piccolo.

«Devi tenerla così, Alice, e sbucciarla in questa direzione,» era solita dirgli, mostrandogli come fare e gettando le bucce nel lavandino con indiscussa abilità. Pochi secondi e la patata era spoglia. «Fai attenzione alle dita, però. Non vorrai mica spellare anche quelle, vero?»

Chiuse gli occhi. Aveva odiato il nome Alice. Non solo era un nome da ragazza, cosa che lui di certo non era, ma era anche fuori moda.

A sua madre erano sempre piaciute le cose tradizionali. Era stata orgogliosa del fatto che il marito guadagnasse abbastanza alla fabbrica per il confezionamento della carne da poterla mantenere e permetterle di restare a casa a crescere i due figli, Ben e suo fratello Mason, seguendo la tradizione. Era stata orgogliosa della sua casa tradizionale in stile vittoriano a Mansion Flats. Ed era stata orgogliosa della sua famiglia tradizionale: marito perfetto, due figli e Golden retriever.

Gli faceva ancora male che la madre lo avesse rinnegato. Ogni tanto si chiedeva come stesse. Suo fratello lo chiamava a intervalli pressoché regolari per aggiornarlo sulle ultime notizie, ma lui sentiva semplicemente la mancanza della mamma.

Quella storia con la madre di Ella lo aveva davvero spiazzato, riportandogli alla mente il rifiuto della sua stessa famiglia, come se fosse appena successo.

«Come va?» gli chiese Diego, prima in italiano e poi in inglese, mettendogli una mano sulla spalla.

«Ho quasi finito.» Indicò la grossa scodella piena di patate pelate.

«Sei un bravo… come si dice…» Mimò il gesto di mescolare il contenuto di una pentola.

«Cuoco?»

«Sì! Un bravo cuoco!» Diego gli diede un’altra pacca sulla spalla e sorrise, prima di spostarsi verso il gruppo successivo.

«Hai finito?» chiese Sam.

«Sì, me ne mancano un paio.» Era stato accoppiato, o forse era meglio dire attriplato, con Sam e suo marito Brad. Finì di sbucciare le patate e portò la scodella al loro angolo della postazione. Diego aveva suggerito di cuocerle tutte insieme, per risparmiare spazio sui fornelli.

Presero un coltello ciascuno e cominciarono a tagliarle, gettandole dentro un’altra grossa ciotola.

«Non riesco a credere a quante persone siano venute oggi,» disse Sam, guardandosi intorno.

«Ho sparso la voce giù al Centro,» fece Brad con un sorriso. «C’è un sacco di gente che ama sostenere le imprese queer.»

«Stai bene, Ben?» gli chiese Sam, scoccandogli un’occhiata preoccupata. «Sei silenzioso oggi.»

«Sì… sì, sto bene.»

«Dai, c’è qualcosa che ti tormenta. Spara.» Lo guardò con gli occhi da cucciolo speranzoso.

Ben scosse la testa. «È una stupidaggine.»

Sam Rise. «Se sapessi quante stupidaggini mi hanno fatto preoccupare ultimamente…»

«Forse dovremmo lasciarlo in pace,» intervenne Brad, aggrottando la fronte.

«No, va tutto bene,» sospirò Ben. «Ho appena cominciato a uscire con questa ragazza, Ella, e sua madre non vuole che ci vediamo perché sono trans.»

«Ah.» Sam scosse la testa. «La gente a volte è davvero meschina.»

«Tu usciresti con un transgender?» gli chiese lui.

Sam ci rifletté un momento. «Hm, credo di sì. Non mi è mai successo, ma credo che dipenderebbe dalla persona.»

Un sacco di ragazzi gay dicevano la stessa cosa, ma Sam sembrava sincero. «Quando ho cambiato sesso, mi sono costruito questa fantasia… che sarei stato semplicemente un ragazzo come tutti gli altri. Che le persone mi avrebbero guardato e avrebbero visto un maschio.»

«E invece?»

«Il più delle volte nessuno lo nota. Ma ogni volta che comincio a dimenticare di essere un trans, ogni volta che la mia mente si lascia il passato alle spalle, arriva qualcuno che me lo ricorda.»

Brad annuì. «Vale anche per i gay. Qualche volta ti scordi che sei un uomo a cui piacciono gli uomini, che la società non lo accetta ancora completamente, finché non arriva uno stronzo omofobo e te lo ricorda.»

Ben annuì. «La cosa buffa è che anche la madre di Ella è transgender.»

«Ma dai!» Sam si grattò il mento. «E ti ha detto perché non vuole che tu frequenti sua figlia?»

«Ha paura del fardello che mi porterei dietro nella relazione. E immagino che sappia di cosa parla, no? Ma forse sono solo uno scemo. Forse dovrei uscire con altri trans. Sarebbe più facile.»

«Ma a quel punto i fardelli non sarebbero due?» chiese Sam con un sorriso.

«Sì, be’, in effetti.» Ben tagliò l’ultima patata.

«Quanti anni ha?»

«Chi?»

«Ella.»

«Non lo so… sui trenta, credo.»

«Allora quello che vuole la madre conta fino a un certo punto, no? Siete due adulti.» Sam finì le sue patate e posò il coltello. «Dovete fare quello che è più giusto per voi.»

«Immagino di sì.»

Sam posò la mano sulla sua. «Ben, sei un ragazzo incredibile. Solo perché il tuo percorso è stato diverso dal mio o da quello di Brad non vuol dire che sia da meno, in nessuno modo. Non sei un coglione, lasciatelo dire da chi ha una vasta esperienza in proposito.»

Ben sorrise a sua volta. «Questo potevo anche evitare di saperlo.»

«Allora, sono pronte quelle patate?» urlò Carmelina dai fornelli.

«Abbiamo appena finito. Un secondo.» Ben prese la scodella. «Grazie, ragazzi.»

#

Diego chiuse la porta dietro l’ultimo allievo. La lezione era andata davvero bene, nonostante le persone in più. Erano addirittura riusciti a ricavarne un profitto e gli era venuta un’idea di cui voleva parlare con Matteo.

«Matte?» lo chiamò dal fondo delle scale.

«Arrivo.»

Diego raccolse i piatti, le pentole, le padelle e portò ogni cosa in cucina. Aveva appena cominciato a lavarli quando sentì i passi di Matteo sulle scale. «Siamo soli?»

«Andato tutti,» rispose.

«Andati tutti,» lo corresse l’altro. «Com’è andata?»

Tradusse mentalmente la frase prima di rispondere. «Bene!» Gli passò una spugna e si misero a lavorare insieme. «Era in venti oggi.»

«Erano… Oh, non importa. È fantastico!»

«Ho avuto un’idea,» continuò Diego in italiano. «Che ne dici se estendessimo le lezioni ad altri pomeriggi durante la settimana? Teniamo chiuso dalle due alle cinque, tanto non è che lavoriamo molto in quell’intervallo.»

Matteo annuì, concentrato. «Potrebbe funzionare.»

«Con il servizio di tavola calda a pranzo e alla sera la cena come al solito, potremmo davvero aumentare la liquidità. Guarda!» Si asciugò le mani e gli fece vedere i soldi guadagnati quel pomeriggio.

«Liquidità? Allora mi ascolti quando parlo.»

Diego sorrise. «Sì, caro, quando non mi annoi a morte.»

«Ehi, non sono noioso!»

«Certo che no.» Gli diede un bacio sulla guancia. «Allora, che ne dici?»

«Continua a flirtare e arriverai lontano.»


POLLO ALLA CACCIATORA CON PATATE ALLA CONTADINA

Ingredienti per il pollo alla cacciatora

1 pollo
1 cucchiaio di strutto freschissimo
2 cipolle tagliate sottili
3 o 4 pomodori maturi (o 1 scatola di pomodori a pezzetti)
1 bicchiere di vino bianco secco
1 rametto di salvia
1 rametto di rosmarino
1 spicchio di aglio
sale grosso e pepe.

Ingredienti per le patate alla contadina
1 kg di patate
1 spicchio di aglio
1 rametto di rosmarino
1 rametto di salvia
1 bicchiere di olio

un pizzico di sale

Per cucinare il pollo alla cacciatora è preferibile usare lo strutto per due motivi e sono:  il pollo che si trova oggi è molto più magro di quello che si comperava tempo fa e poi perchè lo strutto rende più saporita la preparazione senza appesantirla troppo. Se si acquista il pollo con la testa e le zampe e non volete usarli per questa ricetta, usateli per fare il brodo di carne.

Fiammeggiate sulla fiamma del fornello il pollo,  in modo da togliere l’eventuale peluria rimasta sulla pelle. Lavatelo sotto l’acqua corrente e asciugatelo, poi tagliatelo a pezzi seguendo le giunture, staccate anche le eventuali zampe e testa.  In una padella grande mettete lo strutto e fatelo sciogliere.    Unite i pezzi del pollo posandoli dalla parte della pelle, la salvia, il rosmarino, lo spicchio d’aglio schiacciato, salate con sale grosso  e fate rosolare a fiamma vivace e a tegame scoperto.  Quando il pollo è ben rosolato sfumate con il vino bianco e quando è evaporato aggiungete le cipolle e i pomodori spezzettati. Mescolate con cura, unite un bicchiere di acqua calda, aggiustate il gusto con un po’ di pepe, coprite il tegame e proseguite la cottura a fiamma dolce per una trentina di minuti coprendo con il coperchio.

Mentre il pollo cuoce, sbucciate le patate, tagliatele a tocchetti o in quarti e mettetele a sbianchire in acqua bollente per due minuti dalla ripresa del bollore dell’acqua. Scolatele e fatele finire di cuocere in una casseruola dove avrete fatto scaldare bene l’olio con il rosmarino e la salvia. Mescolate spesso perchè si attaccano spesso. Salate quando saranno cotte e servitele con il pollo.

Un buon vino da abbinare al Pollo   è Un vino rosso Cabernet, speziato dolce ma morbido, adatto per contrastare l’acidità del pomodoro.


Capitolo Quarantanove: Un solo secondo

Il Roxy era tranquillo, quella sera. La sala era piena solo per un terzo, cosa per niente strana per una domenica.

Carmelina sorrise gentilmente a Daniele quando questi scostò la sedia per farla accomodare. Era piacevole essere di nuovo in compagnia di qualcuno che sapeva comportarsi da gentiluomo. Poi, però, scorse per un attimo la croce tatuata sul suo polso e si accigliò. Era il promemoria di un’altra serata finita in modo tutt’altro che ideale.

Daniele scivolò al suo posto dall’altra parte del separé e le rivolse il suo sorriso più affascinante.

Carmelina non era ancora pronta a far tornare le cose com’erano prima. «Non vengo qui da anni,» disse, studiando il menù. I peperoni farciti avevano un’aria particolarmente gustosa.

«Mi dispiace per stamattina,» si scusò l’uomo. «È stata mia madre a raccomandarmi quel prete. A quanto pare le ha dato un sacco di buoni consigli sul feng shui, qualche tempo fa.

Carmelina non seppe trattenere una risatina. «Si occupa anche di religioni orientali?»

«Come ho detto: mi dispiace.»

«Almeno ci siamo divertiti.» Continuò a leggere il menù. «Che dici se cominciamo con le zucchine fritte? Sono ottime.»

«Sì, certo.»

Il loro cameriere, un giovanotto con una camicia bianca immacolata e che avrebbe potuto avere l’età di suo nipote, se ne avesse avuto uno, si fermò accanto al tavolo. «Buonasera. Sono Jason. Volete ordinare da bere, intanto?»

Carmelina gli sorrise. Erano così carini a quell’età, ma Dio, se era giovane. «Sì certo… Avete qualcosa della cantina Six Hands?»

«Sì, dovremmo avere sia il Cabernet Sauvignon che lo Chardonnay.»

«Un bicchiere di Cabernet, allora.» Posò il menù. «Daniele?»

«Per me niente. Sì, be’, una bottiglia di Perrier.»

Il cameriere annuì. «Arrivo tra un minuto.»

Curioso, pensò Carmelina «Non bevi mai?» chiese poi a Daniele.

L’uomo scosse la testa. «Ho imparato molto tempo fa che è meglio per tutti se non lo faccio.»

«Brutta dipendenza?»

«Qualcosa del genere.»

Jason tornò e prese i loro ordini. Dopodiché Carmelina si appoggiò alla sedia e si mise a osservare Daniele dall’altro lato del tavolo. «Non sono sicura di averti perdonato.»

«Per l’esorcismo? Lo so. È stata una pessima idea…»

«Per essere scappato via dopo che abbiamo fatto sesso.»

«Ah.» Lo vide arrossire. «Lo so. Ma, ecco… quella sera mi hai preso alla sprovvista.»

«Riguardo al tatuaggio?»

L’uomo annuì. «Rappresenta un periodo davvero brutto della mia vita.»

Carmelina si sporse sopra il tavolo e gli coprì una mano con la propria. «Daniele, che è successo il ventitré settembre?» Lo sentì irrigidirsi e trattenere il fiato.

«Chi te l’ha detto?»

Aveva fatto centro, allora! «Diciamo solo che non hai sbagliato poi tanto riguardo al fantasma dell’amato marito defunto.»

Daniele ricambiò per un secondo il suo sguardo, poi sembrò sgonfiarsi come uno di quei palloni a forma umana quando viene loro tolta l’aria.

«Ehi, va tutto bene. Puoi dirmelo. Non ti giudicherò.» Gli strinse la mano.

«Succedono brutte cose quando mi ubriaco,» si arrese lui alla fine.

Carmelina annuì. «L’avevo intuito. Va’ avanti.»

«Uscivo sempre coi i miei amici dell’università nei weekend, e ci ubriacavamo come spugne, ma in modo intelligente. Prendevamo un taxi per andare al locale e uno per tornare a casa.»

«Mi sembra giusto.» Aveva la sensazione di sapere dove quella storia sarebbe andata a parare.

Daniele distolse lo sguardo, concentrandosi su qualcosa che solo lui vedeva. «Una sera eravamo solo io e Jeff. Voleva provare quel nuovo locale a Davis, ma era troppo lontano per andare in taxi. Così presi la macchina.» Sì asciugò un occhio col dorso della mano. «Siamo rimasti quattro ore e abbiamo bevuto parecchio. Ma non pensavo di essere tanto ubriaco. Mi sentivo bene. Siamo risaliti in macchina poco dopo le due del mattino.» Fece un pausa e contrasse un lato della bocca. «Stavamo attraversando il centro, J Street, quando questa macchina ci è sbucata davanti, lenta come una lumaca. Io mi sono innervosito e ho cercato di superarla, ma il conducente doveva essere più ubriaco di me, perché andava a zig zag…»

«Ecco le zucchine.» Jason appoggiò il vassoio al centro del tavolo. «Fin qui tutto bene, vero?» Era fin troppo sollecito.

«Tutto a meraviglia,» rispose Carmelina, facendogli segno di allontanarsi. «Continua,» disse poi a Daniele.

Lui bevve un lungo sorso d’acqua. «L’ho sorpassato a destra vicino a Marshall Park, appena prima della Business 80. Ma devo aver valutato male le misure perché sono salito sul marciapiede, per qualche secondo…» Fece un singhiozzo strozzato e si coprì gli occhi con la mano.

Carmelina gli strinse l’altra. «Va tutto bene. Sono qui. Che è successo poi?»

«È stato un secondo, ma questa donna stava uscendo da uno dei bar, credo, e me la sono ritrovata davanti all’improvviso, e…» La guardò. Aveva gli occhi umidi. «Ripenso continuamente a quel momento. Lo rivivo nella mia testa. Mi chiedo cosa avrei potuto fare di diverso. Se solo fossi rimasto a casa. O non avessi bevuto. O avessi preso la Highway 50 invece di J Street.»

«E lei è…»

Daniele annuì. «Quasi sul colpo. Mi sono fatto il tatuaggio per ricordare quello che è successo. Quello che ho fatto.»

Carmelina sfiorò la croce con le dita, percorrendone i contorni. Quanto dolore!

«Hanno detto che è stato un incidente. Ero appena sotto al limite quindi mi hanno lasciato andare. Ma non sono mai riuscito a perdonarmi…»

«Eccoci. Chi ha ordinato i peperoni ripieni?» chiese un aiuto cameriere, portando la loro ordinazione.

«Sono miei,» rispose Carmelina, facendo spazio. I camerieri avevano l’abitudine di presentarsi sempre al momento sbagliato.

«E per lei il pollo.»

Daniele annuì. «Grazie.» Si asciugò gli occhi con il tovagliolo. Poi furono di nuovo soli.

«Quindi è per questo che non bevi?» Che modo terribile di imparare la lezione!

«Non tocco un goccio d’alcol da quella notte.» Fu lui ora a prenderle la mano. «Puoi perdonarmi? Per come mi sono comportato l’altra volta? E per quello che ho fatto?»

«Certo che sì.» Gli posò una mano sulla guancia. «Facciamo tutti degli errori. Grazie per avermelo detto.» Liberò la mano con un sorriso gentile, ma dentro di sé era combattuta.

Si era esposto raccontandole qualcosa di così doloroso e personale. Era un punto a suo favore, ma quello che aveva fatto… spezzare una vita.

Abbassò lo sguardo sul proprio piatto: aveva un aspetto delizioso. «Mangiamo, prima che si raffreddi.» Prese una forchettata. Era buono, ma la sua mente vagava altrove.


Capitolo Cinquanta: Il tempo che ci resta

Ben controllò nervosamente l’orologio. Era mezzogiorno e un quarto e di Ella nessuna traccia. Magari aveva deciso di non venire. Magari sua mamma aveva trovato i loro messaggi e le aveva proibito di vederlo.

Aveva trent’anni, però. Perché lasciava ancora che i genitori le governassero la vita?

Era un tiepido pomeriggio d’ottobre a River City. Ben sorseggiava un Chai latte all’ombra della grossa quercia davanti al Grind e osservava i passanti. Un po’ più tardi sarebbe cominciato il suo turno, ma fino ad allora era libero.

Aveva trascurato la scrittura durante tutta l’ultima settima. Il problema era che non riusciva a concentrarsi come avrebbe dovuto. Non quando gran parte della sua energia mentale era impegnata a pensare a Ella.

«Ciao, scusa, sono in ritardo!» La ragazza gli posò una mano sulla spalla. «Non sono riuscita a liberarmi prima. Io e la mamma abbiamo pranzato al Cafe Bernardo. Alla fine le ho detto che avevo bisogno di stare un po’ da sola. Che volevo fare una passeggiata.»

È venuta. Ben le sorrise e l’abbracciò forte. «Va tutto bene. Mi stavo solo godendo la giornata.»

«Vieni, allora?»

«Venire dove?»

«A fare una passeggiata con me. Sono stata chiusa dentro quell’ospedale per giorni!»

«Hmm… si certo. Dove vuoi andare?» Si alzò e si mise lo zaino in spalla. «Non devo tornare qui prima delle due.»

«Capitol Park? È una giornata talmente bella.»

«Ottimo.» Si avviarono lungo la passerella davanti al MAARS Building. Ella però sembrava un po’ sulle sue. «Grazie per essere venuta.»

«Mamma mi ha raccontato della vostra conversazione. Mi ha fatto davvero arrabbiare, ma aveva le sue ragioni.»

Ben aggrottò la fronte. La ragioni della mamma erano che lui era trans e lei non voleva che sua figlia dovesse affrontare tutto il suo ‘fardello’. «Che ti ha detto?»

Svoltarono l’angolo e scesero gli scalini fino al marciapiede. «Fermiamoci da Devine per un gelato,» disse la ragazza con un sorriso stanco. «Possiamo mangiarlo al giardino delle rose mentre parliamo.»

Si fermarono alla gelateria, che come ogni domenica era piena di gente.

«Qual è il tuo gusto preferito?» volle sapere Ella, le mani appoggiate alla vetrina.

«Mmm… forse la stracciatella. O il miele alla lavanda. Ma non insieme.»

«Anch’io sono sempre stata golosa di cioccolato.»

«Allora vedrai che con il doppio cioccolato non sbagli.»

Alla fine, le prese un cono con tre gusti diversi di cioccolato e si avviarono verso il parco. Trovarono una panchina al sole, rivolta verso il centro del giardino, dove l’acqua gocciolava sopra una fontana bianca circondata da un quartetto di vasi fioriti a forma di cuore. Rimasero in silenzio per alcuni minuti mentre finivano il gelato. Ella guardava la fontana e Ben guardava lei.

«Mi ha detto che sono troppo impegnativo per te,» disse alla fine. «Tua mamma.»

Lei si voltò e lo osservò per qualche secondo, poi annuì. «Probabilmente è stato più facile per lei dare la colpa a te.»

«Che vuoi dire?» Ben aggrottò di nuovo la fronte. «Sei tu che non vuoi più vedermi?»

Ella distolse di nuovo lo sguardo, senza rispondere.

«Mi dispiace, non so che ho fatto per allontanarti. Ho detto qualcosa di sbagliato? Pensavo che le cose stessero ingranando bene…»

«Ben, sto morendo.»

Rimase completamente senza fiato. «Che significa?» Non capiva. Era lì, integra, vivace… e bellissima. Era più viva di qualsiasi altra persona conoscesse.

«Soffro di una patologia neurale degenerativa chiamata malattia di Fahr. Si è manifestata spesso nella mia famiglia nel corso delle ultime generazioni.» Sospirò e si girò a guardarlo. «Vivevo a Chicago con la mamma, aspettando di morire. Ma alla fine mi sono stancata di nascondermi.»

«E sei venuta qui.»

«Sì. Max è qui, tanto per cominciare. Pensavo di ricominciare da capo, per il poco tempo che mi è rimasto.» Tirò su col naso e si asciugò col dorso della mano. «Mi ha detto di aver trovato questa cura sperimentale alla clinica universitaria Davis, ma il programma era già al completo. Ha detto di avere la possibilità di mettere insieme i soldi per comprarmi un posto.»

«Ella, mi dispiace.» Soffriva a vederla in quel modo.

«Va bene. Lo so da un paio d’anni ormai. Qualche volta faccio fatica a controllare i miei movimenti. Va e viene, ma d’ora in poi può solo peggiorare.» Gli posò una mano sul braccio. «Non puoi stare con me Ben. Soffriresti e basta.»

Fece per alzarsi, ma lui la tirò indietro.

«Ti ho visto, Ella. In una visione.»

«Cosa?» Si accigliò lei. «Non è divertente.»

«È successo il giorno in cui ci siamo incontrati. Ti ho vista insieme a me in questa piccola, adorabile cucina tutta nostra. Quando ti ho incontrata, sapevo che eri tu.»

«Se anche ti credessi,» disse lei, guardandolo, «non funzionerebbe mai. Sono malata, Ben. Non potrò mai essere la ragazza dei tuoi sogni.»

«Ma non lo capisci? Lo sei già.» L’attirò a sé e la baciò.

Lei si oppose all’inizio, ma poi ricambiò, avvolgendogli le braccia attorno al collo e stringendoselo contro con forza.

Alla fine lo lasciò andare. «Non dovremo farlo,» disse piano. «Non è giusto nei tuoi confronti.»

«Lascia che sia io a decidere cosa è giusto e cosa no.» Gli chiuse la mano a coppa attorno al viso. «Ella, voglio stare con te, per tutto il tempo che ti rimane, che sia un anno, un mese o anche solo una settimana.»

«Sei sicuro?»

«Più di quanto lo sia stato da molto tempo.»

«Non so…»

«Non devi decidere subito. Posso aspettare.» La prese per mano e la tirò in piedi. «Andiamo. Mi hai promesso o no una passeggiata?»

Si diede malato al lavoro e trascorsero il resto del pomeriggio a camminare per la città e a parlare.


Capitolo Cinquantuno: Di madri e mostri

Marcos gettò le chiavi nell’apposita ciotola, appoggiata sul tavolino di vetro e metallo accanto alla porta. Marissa non era ancora tornata, quindi aveva la casa tutta per sé.

Aveva sgobbato fino ad allora al Temple Coffee, cercando di finire un lavoro per un cliente nuovo. Il tizio era simpatico, ma non aveva la più pallida idea di come funzionasse un programma o WordPress, costringendolo a trascorrere l’ultima settimana a gestire le sue aspettative. Il risultato finale era un sito così pieno di personalizzazioni che non si sarebbe stupito di vederlo crollare al primo aggiornamento di sistema.

Gli piaceva stare nel mondo reale quando programmava. Aveva trascorso troppo tempo stipato in un minuscolo cubicolo quando lavorava alla Intel a Folsom, prima di essere sostituito da un lavoratore straniero con un visto speciale e uno stipendio molto più basso.

Ma non importava. Preferiva di gran lunga quell’indipendenza, anche se le entrate non erano regolari. Ormai aveva un portafoglio clienti discreto, più o meno quanti riuscisse a gestirne.

Si lasciò cadere sul divano e cominciò a sfogliare la posta. Costco aveva un pacco di robaccia in offerta, come al solito. Avrebbe guardato più tardi.

La Banca del cibo chiedeva dei soldi. Aveva già fatto un’offerta lo scorso Natale e probabilmente ne avrebbe fatta un’altra il prossimo, o forse per il Ringraziamento, ma mancava ancora un mese e mezzo.

La successiva era una lettera del Tribunale per i minori di Sacramento. L’aprì e la lesse. Poi la richiuse e la ripose ordinatamente dentro la sua busta.

Marissa arrivò a casa mezz’ora dopo. «C’è nessuno?»

«Sì. In cucina.»

Si era ambientata bene durante i nove giorni in cui aveva abitato lì. «Ooh, che buon profumo! Cos’è?» Sbirciò da sopra la sua spalla.

«Vecchia ricetta cinese,» rispose lui, sorridendo.

«Cosa?» fece lei, issandosi a sedere sull’isola. In mano aveva una busta di carta.

«Una vecchia pubblicità degli anni settanta.» Ridacchiò. «Sul serio, sono calabacitas. In spagnolo vuol dire ‘zucchine’. Mia mamma le preparava sempre in questo modo, con un intingolo brodoso di pomodoro e un sacco di formaggio. Che hai lì?»

Marissa aprì la busta per mostrargli il contenuto. «Mi sono fermata alla pasticceria Freeport e ho preso un paio di paste per dessert.»

«Ooh, mi piace quel posto.» Assaggiò il brodo: mancava qualcosa. Un po’ di sale all’aglio, magari? «E come sei arrivata a casa? Hai corrotto l’autista dell’autobus per farti aspettare?»

«Assolutamente no. Mi ha dato uno strappo la mamma di Jason. Doveva fermarsi alla pasticceria e vo-i-là.»

«Si pronuncia vu-a-là.» Poi si fermò un attimo a riflettere. «Chi è questo Jason? Qualcuno di cui dovrei preoccuparmi?»

«Te ne ho parlato. È il ragazzo gay a cui mi hanno assegnata. Sai, per tenermi fuori dai guai.»

Marcos rise. «Un lavoro a tempo pieno.»

«Non ho idea a cosa ti riferisca.» Gli rivolse un sorriso innocente.

«Dai, prendi un paio di piatti fondi, le posate, i nachos e la salsa. Sono quasi pronto.»

«I piatti colorati?»

«Quelli che preferisci.»

«Ehi, e questa cos’è?» In mano teneva la lettera del Tribunale.

«Prima sediamoci, poi ne parliamo.» Aveva paura che ci rimanesse male. Servì a entrambi due mestoli di zuppa. Non era esattamente come quella che faceva la madre ‒ ci aveva aggiunto del pollo ‒ ma il profumo gli ricordava sempre casa. Non vedeva i genitori dalle ultime vacanze a Palm Springs, dove si erano stabiliti qualche anno prima.

Marissa assaggiò una cucchiaiata. «Ooh, è buona!»

Marcos affondò uno dei suoi nachos nella salsa TJ che era al centro del tavolo. «Allora.»

«La lettera?»

«Sì. Probabilmente hai già capito di cosa si tratta.»

«Riguarda il ‘furto’, vero?» Fece il segno delle virgolette.

Marcos annuì. «L’udienza è fissata fra tre settimane.»

«Quella stronza di Jessica…»

«Ehi, un po’ di rispetto. È pur sempre tua madre.»

«Mostro adottivo, prego.»

«Come ti pare. Però non puoi perdere le staffe così davanti al giudice.»

Marissa si accigliò.

«Deve pur esserci stato un tempo quando le cose tra voi andavano bene.»

«Quando ero piccola mi portava allo zoo ogni domenica. Davamo da mangiare alle giraffe e poi facevamo un picnic sul prato.»

«Vedi? È una bella cosa.»

«Sì, ma aspetta. Quando avevo sette o otto anni mi ha detto che ero stata adottata. Eravamo al Raleys, in fila alla cassa. Io volevo delle M&M’s e lei non voleva prendermele, così ho cominciato a strillare. Immagino che stessi dando spettacolo.»

«Eri una bambina.»

«Forse. Ma lei disse, e ricordo le parole esatte: “Vorrei che non ti avessimo mai adottata, piccola selvaggia che non sei altro”.»

Marcos fece un fischio. «È terribile.»

«Dopo quella volta, ha cominciato a ripeterlo ogni volta che facevo qualcosa di sbagliato. E immagino che io mi comportassi male solo per vedere se aveva il coraggio di dirlo ancora e ancora. Perché se era vero, allora era possibile che non fossi come lei. Che non sarei diventata maligna com’era lei.»

Marcos le prese le mani. «Marissa, non sei affatto maligna. Sei una testona rompiscatole, questo è certo, ma guarda quello che hai fatto per quei ragazzi a scuola.»

«Ma è stata un’idea di Jason…»

«Forse, ma tu l’hai sostenuta.» Si appoggiò alla sedia, tornando indietro con la memoria alla sua adolescenza. «Se c’è una cosa che ho imparato è che ognuno di noi è responsabile della persona che diventa. Quando i miei genitori mi hanno cacciato di casa, avrei potuto annegare nell’amarezza. Avrei potuto lasciare che mi rovinasse la vita, invece ho scelto di andare avanti. Di essere ciò che sono indipendentemente da tutto.» Aggrottò la fronte. «Sto ancora imparando come fare. Ho vissuto gran parte della mia vita cercando qualcosa, orientato verso la prossima festa, il prossimo ragazzo. Non voglio più farlo. Sei entrata nella mia vita e ho cominciato a guardare alle cose… in maniera diversa.»

«Intendi… con Dave?»

«Sì, anche.» Stava già aspettando con impazienza il loro prossimo appuntamento il mercoledì successivo. Prese la busta. «Dai, l’affronteremo insieme. Deciderai che cosa fare dopo e io ti appoggerò.» Le rivolse un sorriso ironico. «E chi lo sa, forse il tuo mostro adottivo cambierà idea.»

Marissa sbuffò. «Aspetta e spera.»

«Dai, ora mangiamo prima che si raffreddi. Mia madre non mi perdonerebbe mai se rovinassi il suo piatto migliore, e poi non vedo l’ora di assaggiare il dolce.»


Capitolo Cinquanta Due: Quindici Minuti

Matteo si guardò intorno nel piccolo ma ordinato ufficio. Le pareti erano di un giallo brillante con la cornice bianca, e la luce che entrava dalla finestra affacciata su J Street lo faceva sembrare più spazioso di quanto non fosse in realtà.

Dietro la grossa scrivania di mogano, che sembrava occupare più di metà dello spazio, c’era una libreria piena quasi esclusivamente di tomi legali.

Una felce di un verde brillante dentro un vaso blu, posizionato su un piedistallo accanto alla finestra, faceva del suo meglio per attenuare i toni scuri e seriosi del mobilio.

All’improvviso, la porta si aprì. “Scusate se vi ho fatto aspettare.” Dana Pearce era vestita impeccabilmente con un completo pantalone gessato sui toni del grigio. Era bassa, con capelli cortissimi di un rosso acceso. Sedette alla scrivania appoggiandosi alla sedia. “Mi stavo preparando per la prossima udienza e il giudice ha respinto la mia richiesta di rinvio. Ho circa…” guardò l’orologio. “… quindici minuti. Ditemi, cosa posso fare per voi?”

“È stato Brad del Centro a indirizzarci da lei,” cominciò Matteo, preso un po’ alla sprovvista dai modi spicciativi della donna. “Cercavamo un avvocato omosessuale…”

“Fermi lì. Pregiudizio comune, ma io sono bisessuale. Andate avanti.”

Matteo annuì. “Va bene. Volevamo semplicemente qualcuno che potesse comprendere la posizione in cui ci troviamo.”

La donna si protese e appoggiò i gomiti sulla scrivania, le mani a sostenere il mento. “Perché non mi dite esattamente di che situazione si tratta.”

“Ecco, vede, ci siamo sposati due anni fa qui negli Stati Uniti…»

“Dodici minuti.”

“Siamo sposati, dicevo, ma Diego era già sposato con una donna in Italia, e non hanno mai divorziato.”

“Ah, eccoci.” Dana tornò ad appoggiarsi alla sedia, studiandoli entrambi. “Sapeva di non essere divorziato quando ha sposato il suo uomo?” chiese a Diego.

“Cosa…? Divorziato?”

“Deve scusarlo, il suo inglese non è ancora abbastanza buono.” Poi si rivolse a Diego in italiano. “Sapevi che Luna non aveva firmato le pratiche per la separazione quando mi hai sposato?

“No. No! L’ho saputo dopo.”

“Okay, quindi non c’è stata malizia.” La donna tamburellò le dita sulla scrivania. “E l’Immigrazione lo sa? Immagino che abbiate un visto.”

“Io ce l’ho,” rispose Matteo. “Lui è qui in quanto mio marito.”

“Ah, è questo il problema allora.”

Matteo annuì. “Che facciamo?”

“La cosa migliore sarebbe investire. Avete un’attività?”

Matteo annuì. “Ragazzi, un ristorante sulla Folsom, a Sacramento est.”

“Oh, sì, ne ho sentito parlare. Brad dice che si mangia bene.” Prese un bloc-notes e cominciò a scrivere qualche appunto “Okay, come dicevo l’opzione più rapida è investire così da ottenere un visto EB-5. Matteo, lei è già coperto, quindi è Diego che ne ha bisogno. Di quanto disponete?”

Matteo scosse la testa. “Non tanto. Di quanto avrebbe bisogno?”

“Almeno cinquecentomila, e dovreste prendere dieci dipendenti.”

Matteo sbiancò.

“Porco cane!” sbottò Diego.

“Questo allora l’ha capito.” Sorrise Dana prima di guardare l’orologio. “Otto minuti.”

“Quali sono le altre opzioni?”

“In tutta onestà? Dal momento che l’Immigrazione non si è ancora fatta sentire, come prima cosa dovreste risolvere la faccenda del divorzio e poi potrete risposarvi legalmente. Dopodiché, potrete andare a parlare con l’Immigrazione. Sua moglie è disposta a concedere il divorzio?”

Matteo spostò lo sguardo su Diego. “Vuole sapere se ora Luna ti concederebbe il divorzio.”

Diego si strinse nelle spalle come a dire che non lo sapeva. “Spero di sì,” rispose in italiano.

“Spera di sì.”

“Allora gli suggerisco di sbrigarsi a divorziare. Poi vedremo il da farsi.”

“Ecco… potrebbe essere un problema. In Italia non si fa nulla in fretta. Specialmente i divorzi.”

“Sarebbe a dire?”

“Hanno appena approvato un nuova leggere che permette di sveltire le pratiche.”

“Perfetto. E qual è il problema?”

“Sveltire significa sei mesi invece di tre anni.”

“Ahi.”

“Dopo altri tre di separazione.”

“Ah.”

“Quindi?”

“Quindi non avete tanta scelta.” Prese una foto dalla sua scrivania e gliela mostrò. Ritraeva lei in compagnia di un bell’uomo con una camicia hawaiana e un paio di jeans. Alle loro spalle, il Grand Canyon si estendeva in tutta la sua gloria. “Lui è mio marito Ken. Ci siamo incontrati a Londra quando ho fatto sei mesi di studi all’estero. Siamo sposati ora, ma ci sono voluti tre anni di lotte con l’Immigrazione.”

“È… incoraggiante.”

“Lo ama?”

Matteo annuì. “Più di ogni altra cosa.”

“Lui la ama?” Lanciò un’occhiata a Diego.

Quest’ultimo annuì. “Naturalmente.” Sorrise.

“Quello che voglio dire è che ne varrà la pena, se riuscirete a restare insieme nonostante le difficoltà.” Guardò l’orologio. “Il tempo è quasi scaduto. C’è altro?”

“Qualche altro consiglio?”

“Tenete la testa bassa. Niente incidenti, niente multe, niente di illegale. Ricordate che state vivendo con del tempo preso in prestito.” Sorrise a Diego. “Lei in particolare. Ha l’aria di uno che porta guai.”

Cosa? Che ha detto?” Sembrava esserci rimasto male.

“Te lo dico poi.” Matteo gli diede un colpetto sulla gamba.

“Per vostra fortuna, in questo momento l’Immigrazione è concentrata sui lavoratori che vengono dal sud America, quindi, se non provocate onde, la navigazione sarà tranquilla.”

“Grazie infinite. Cosa le dobbiamo?”

“Brad è un buon amico, questa chiacchierata la offro io, ma se deciderete di assumermi la mia parcella è di trecento dollari l’ora. Ho anche degli sconti, se il vostro reddito è basso.” Guardò un’altra volta l’orologio e annuì. “E con questo abbiamo finito.” Si alzò e salutò entrambi con una stretta di mano. “È stato un piacere conoscervi. Una volta che il divorzio sarà effettivo, tornate a parlarmi e cercheremo di studiare una strategia.” Prese la valigetta e uscì con un sorriso e un cenno della mano.

Allora? Che ha detto?” chiese Diego.

Matteo sospirò. Aveva sperato in qualcosa di più facile. “Che devi andare in Italia e divorziare.”


Capitolo Cinquanta Tre: Là dove risposa la verità

Carmelina passò in rassegna la magnifica selezione di fiori freschi del negozio di proprietà della famiglia di Daniele, Fiori Amorosi. Daniele non c’era, ma lei aveva avuto lo stesso voglia di vedere di nuovo il negozio: erano passati anni dall’ultima volta che c’era entrata.

Era un posto bellissimo, con uno stucco veneziano giallo scuro alle pareti che dava un tocco Vecchia Europa e spessi scaffali di legno pieni di fiori, vasi e oggettistica varia.

“Posso aiutarla?” La giovane donna dietro al bancone, che a occhio e croce non doveva avere più di diciannove anni, le rivolse un sorriso scintillante, mettendo in piena mostra l’apparecchio.

“Sì, vorrei comprare un centinaio di fiori. Qualcosa di… allegro. Colorato.”

“Hmm… per una festa?”

Carmelina aggrottò la fronte. “Non esattamente. Sono… per mia figlia. È morta molti anni fa. Storia lunga.”

La ragazza le sorrise di nuovo. “Capisco. Ci sono i garofani. Li abbiamo di diversi colori…”

“Niente garofani.” Le ricordavano il ballo del diploma, una brutta notte che si era conclusa in lacrime.

“Hmm… i crisantemi?”

“No. Troppo frivoli.”

“Hmm…”

Quel verso cominciava a darle sui nervi. Si guardò intorno e notò un mazzo di narcisi gialli. “E quelli?” Aveva sempre amato i narcisi.

Arthur gliene aveva regalati per un mese prima che lei accettasse il suo invito a uscire.

Ogni giorno ne mandava uno in più. Uno il primo, due il secondo, tre il terzo, fino a che alla fine non aveva ricevuto un mazzo con trenta narcisi gialli e un biglietto. “Accetta, ti prego. Sto finendo i soldi.”

La commessa aggrottò le sopracciglia in un’espressione fastidiosamente dolce. “Hmm… mi lasci controllare.”

“Sì, grazie,” rispose Carmelina, cercando di non digrignare i denti.

Mezz’ora dopo uscì dal negozio con un centinaio di narcisi gialli.

Impiegò quindici minuti per raggiungere in macchina il cimitero di St. Mary. Era un martedì pomeriggio. Parcheggiò e osservò i partecipanti a un funerale, che si erano raccolti intorno a una tomba aperta.

Rimase seduta in macchina per qualche minuto, lo sguardo fisso sulle persone, a pensare che avrebbe voluto sapere quando c’erano state le esequie di sua figlia Andrea. Avrebbe dovuto saperlo. Avrebbe dovuto sentirlo nelle ossa quando la carne della sua carne era stata strappata da questo mondo. Invece, era probabile che stesse lavorando al County Welfare Office, o forse era in pausa caffè, oppure a pranzo insieme a Loylene, a spettegolare sulle storielle tra i colleghi d’ufficio.

Alla fine, prese la cartina che Jenna, l’impiegata della segreteria del cimitero, le aveva spedito via fax. Scese dalla macchina e cominciò a camminare fra le tombe. Il prato era giallognolo, un altro sintomo della brutta siccità che stava colpendo la California.

Impiegò circa quindici minuti, ma alla fine trovò la lapide. Era una semplice lastra di pietra appoggiata sul terreno. “Andrea Smith, 1975-2000”. Carmelina le sedette accanto e prese a tracciare le lettere col dito. “Sono qui, bimba. Con quindici anni di ritardo, ma sono qui.”

Perché l’aveva data in adozione, la sua bellissima figlia? Aveva sperato che potesse avere un futuro migliore insieme a una famiglia affettuosa. Sua madre l’aveva convinta che fosse la scelta migliore.

Se solo avesse lottato di più per lei, forse avrebbe potuto impedire quella tragedia. Si asciugò gli occhi con un fazzolettino preso dalla borsetta e si soffiò il naso.

Posò il mazzo sulla tomba adiacente e sciolse il nastro che teneva insieme i fiori. Non c’erano vasi dentro cui poterli mettere, così li appoggiò sulla tomba, uno alla volta, adagiandoli sotto la lapide.

“Quante cose vorrei poterti dire,” disse mentre i fiori cominciavano ad accumularsi. “Non è stata colpa di tuo padre se non ho potuto occuparmi di te. Ero così giovane e spaventata. Avevo quindici anni quando ti ho avuta, e non sapevo che fare.” Si chinò e depose un bacio sulla lapide. “Mi dispiace così tanto, amore mio. Giuro su Dio che avrei voluto esserti accanto.” Appoggiò l’ultimo fiore e posò la testa sul cuscino di petali.

Era una bella giornata d’ottobre, neanche una nuvola in cielo.

Quando aveva cominciato a cercare sua figlia, non avrebbe mai immaginato che sarebbe finita in quel modo. Aveva sperato che andare lì, dove Andrea riposava, le avrebbe dato pace, invece si sentiva più in colpa che mai.

Il cellulare cominciò a suonare. Lo prese, vergognandosi un po’ di non aver silenziato la suoneria. Per fortuna non c’era nessun altro in quella parte del cimitero. Si alzò, allontanandosi dalla tomba. “Pronto?”

“Pronto, parlo con Carmelina di Rosa?”

“Sì, sono io.”

“Buongiorno, sono Suor Clara. È lei che venuta a farmi visita la settimana scorsa?”

Carmelina tirò su col naso, pulendoselo col dorso della mano. “Sì.”

“Bene, volevo farle sapere che stavo riguardando la sua pratica e ho trovato una notizia interessante su Andrea. Dove l’ho messa?” Si udì lo stropiccio dei fogli. “Ah, eccola. Circa un anno prima di morire, ha avuto un figlio. È stato messo in adozione quando Andrea è morta.”

Carmelina si sentì mozzare il fiato. “Ho un nipote?”

“Così pare, sì.”

Sentì le gambe cedere sotto di lei e cadde a terra, scossa da un tremito incontrollabile. “Era… maschio o femmina?”

“Non lo so. Ma l’ufficio della Contea potrebbe essere più informato. A quanto pare se ne sono occupati i servizi sociali.”

“Grazie. Oh mio Dio, grazie. Voglio dire… senza mancare di rispetto a Dio.”

Suor Clara fece una risatina. “Capisco, date le circostanze.”

“Potrebbe mandarmi via email le informazioni che ha trovato?”

“Certo”

“Che Dio la benedica.”

Carmelina chiuse la comunicazione. Si rimise in piedi e, barcollando, tornò alla tomba di Andrea. “Hai avuto un figlio,” sussurrò. Poi la realizzazione la colpì.

“Sono nonna.”

<hr/>

Capitolo Cinquanta Quattro: ‘Riss e Tris

Marissa infilò a forza lo zaino nell’armadietto, poi chiuse lo sportello. Era stata una mattina orrenda, cominciata quando aveva dimenticato a casa il compito di matematica.

Jason era malato e, per quanto strano, Marissa sentiva la mancanza di quell’amico che la seguiva come un cagnolino.

Per finire, poi, l’ultima bella notizia.

Osservò di nuovo l’appunto che Mr. Davis le aveva passato durante l’ora di inglese. Mrs. Dominguez, la consulente scolastica, voleva vederla dopo pranzo.

Non aveva bisogno di parlare con un consulente. Cosa pensavano ci fosse che non andava in lei? Andava a scuola tutti i santi giorni, faceva i compiti (anche se qualche volta li scordava a casa) e si era persino fatta degli amici. Perché diavolo non la lasciavano in pace?

Si mise in fila, guardando cupamente verso i portavivande. Pure la mensa ci si metteva, la ciliegina di merda sulla torta di merda di una giornata di merda! Cavolo bollito, sandwich al manzo salato e broccoli al vapore. Credevano per caso che fosse San Patrizio? Anche se forse in genere i broccoli non andavano insieme alla Guinnes e ai quadrifogli.

Però sempre verdi erano.

Per fortuna c’era almeno il frullato di cioccolato, e magari avrebbe potuto affogare il resto nel ketchup. Ne prese dieci bustine. Dovrebbero bastare, pensò.

Sedette al suo posto al tavolo dei Reietti, sperando che il resto del gruppo la ignorasse.

Non ebbe fortuna.

“Ciao, ‘Riss,” la salutò Caity, sorridendo. I suoi occhi spalancati dietro le lenti spesse come fondi di bottiglia la facevano assomigliare a un gufo. “Stavamo discutendo su chi tra le Reds dovremmo ricoprire per prima di pece e piume.” Le Reds erano le tre ragazze più popolari della scuola, Tabby, Shalisha e Hayley, così chiamate perché tutte e tre portavano la stessa sfumatura di smalto rosso.

“Tabby,” rispose senza esitazione. “È quella che strillerebbe più forte.” Strizzò una dopo l’altra tutte le bustine di quel ketchup stranamente arancione sopra il cibo, poi assaggiò una forchettata di cavolo. Non male.

“Io credo che sarebbe meglio Shalisha.” La gaytudine di Clark brillava come un faro nella notte. Era adorabile. “Morirebbe se dovesse indossare qualcosa che non è firmato.”

“Non saprei… a me non sembrano male,” si intromise una voce sconosciuta. “Vi dispiace se mi siedo con voi?”

Marissa sollevò lo sguardo e vide un ragazzo nuovo in piedi lì accanto. Era alto almeno uno e ottanta, magro, con una testa piena di capelli scuri e un plug a ciascun orecchio. Entrambe le braccia erano coperte da tatuaggi. Era carino, ed esattamente il suo tipo. “Sicuro. Accomodati.” Si spostò per fargli spazio.

“Grazie. Mi chiamo Tristan,” disse lui, offrendole la mano.

“Marissa.” Guardò verso il suo piatto. “Ehi, com’è che tu hai hamburger e patatine?”

Il ragazzo sorrise. “Mia mamma lavora in cucina.”

“Oh. Mio. Dio. Devo diventare tua amica.”

Lui rise. “Vuoi favorire?”

“Sì, grazie,” rispose lei prima di rubargli qualche patatina dal vassoio. “Perché non ti ho mai visto prima?” chiese poi con la bocca piena.

“Ci siamo trasferiti la settimana scorsa da Santa Cruz. Ti piacciano proprio le patatine, eh?”

Marissa si fermò, la mano sopra il vassoio di lui che stringeva la terza manciata. “Scusa. Ehm… vuoi un po’ di questi?” Gli offrì un broccolo ricoperto di ketchup.

Il ragazzo storse il naso. “No, grazie. Ma sei stata gentile a chiedere.”

Lei rise. “Hai capito che questo è il tavolo dei reietti, vero?”

“Sì, qualcuno deve avermelo detto. È il mio posto.” Diede un grosso morso all’hamburger e le strizzò l’occhio.

Il suo braccio destro era coperto da un tatuaggio raffigurante un drago che sputava fiamme. “Mi piace,” disse lei indicandolo. “Che rappresenta?”

Tristan arrossì. “Mi piacciono molto la fantascienza e il fantasy. Si tratta di un drago di bronzo e del suo cavaliere. Da Pern.”

“Pern?”

“Anne McCaffrey. Dovresti provare a leggerli, davvero.”

Marissa annuì. “Lo farò.” Lanciò uno sguardo all’ora. “Scusa… devo scappare. Ho appuntamento con la consulente.” Trangugiò il frullato al cioccolato e si alzò.

“Non suona bene. Tendenze antisociali?”

“Di sicuro. Piacere di averti conosciuto!”

“Idem.”

La sua giornata stava già migliorando.

#

Bussò alla porta dell’ufficio della consulente.

“Avanti,” rispose la voce di Mrs. Dominguez dall’interno. Era bassa e rotondetta e anche un po’ vecchia… sui quaranta forse. I capelli tagliati corti e il modo di fare spiccio dicevano chiarante che era lesbica. “Prego, si sieda, Miss Sutton.”

Marissa prese posto. “Sono nei guai?”

Mrs. Dominguez sollevò lo sguardo e corrugò la fronte. “No, per niente.” Voltò la testa verso il computer. “È solo che abbiamo ricevuto una richiesta… insolita. Sua madre vorrebbe incontrarla.”

Marissa si sentì gelare il sangue. “Non è mia madre.”

“Prego? Qui dice…”

“Sono stata adottata.”

“Ah, capisco. In ogni caso chiede se possiamo occuparci di favorire l’incontro. Tecnicamente, è ancora il suo tutore legale. Ma prima volevo parlare con lei per sapere cosa ne pensa. È stata… c’erano dei problemi a casa?”

Marissa sbuffò. “Vuole sapere se mi picchiava?”

“Be’, sì. È stata maltrattata?”

“Non fisicamente. Ma mi ha cacciata quando le ho detto che mi piacevano le ragazze.”

Il cipiglio di Mrs. Dominguez si fece più accentuato. “Oh, è stato brutto da parte sua. Bene. Quindi non vuole vederla, o sbaglio?”

“Potrà vedermi al processo.”

“Prego?”

“Ha detto che mi sono introdotta illegalmente in casa mia. L’udienza è a fine mese.”

Mrs. Dominguez divenne, se possibile, ancora più seria. “È assurdo. Dovrebbe vergognarsi. Bene. Le dirò che non posso favorire l’incontro, ma potrebbe doverla vedere comunque.”

“Grazie. Posso andare?”

“Sì, però… Marissa?”

“Mi dica.”

“Se dovesse aver voglia di parlare, la mia porta è sempre aperta.”

Marissa annuì e si precipitò fuori.

Tristan l’aspettava in corridoio. “Com’è andata?”

Lei scosse la testa. “Mia madre vuole vedermi.”

“E non va bene?”

“Lunga storia.”

Lui annuì. “Vuoi raccontarmela dopo la scuola?”

Era carino e gentile. Che aveva da perdere?

“Certo. Ci vediamo alle tre.”


Capitolo Cinquanta Cinque: Il Vuoto

Carmelina entrò nell’ala centrale della Biblioteca Pubblica di Sacramento, un magnifico edificio ispirato al Rinascimento italiano, e attraversò la galleria meravigliosamente decorata e inondata di luce. Il sole del mattino penetrava dalle alte finestre ad arco che davano sulla strada, immergendo il lungo corridoio in un bagliore ambrato.

Aveva cercato online gli articoli relativi alla morte della figlia, sperando di trovarvi qualche indicazione riguardo al, o alla, nipote, ma gli archivi del quotidiano SacBee erano un po’ troppo farraginosi e Carmelina non era stata capace di accedere agli articoli dell’anno duemila.

Si era allora rivolta al sito della biblioteca, ma era necessaria la tessera di iscrizione per poter fare ricerche online e a quel punto aveva deciso che sarebbe stato più semplice andarci direttamente.

Si mise in fila al banco dell’accettazione, cogliendo l’occasione per guardarsi intorno. Il sole entrava dalle finestre posizionate sopra le file interminabili di scaffali in legno e l’odore della carta e dell’inchiostro la riportò indietro nel tempo a quando era solita frequentare quelle sale durante il college.

Sembravano così fuorimoda le biblioteche nell’era di Amazon e dei lettori eBook, eppure eccole lì, ancora in piedi, ancora piene di libri, di sapere e del fragrante dell’aroma della letteratura.

“Posso aiutarla?”

La bibliotecaria era completamente diversa da come se l’era aspettata: una giovane di forse vent’anni, un lato della testa rasato e l’altro coperto da un caschetto corto. Il braccio sinistro era decorato da un tatuaggio che riproduceva un tralcio di rose rosse.

“Buongiorno, Brianna,” la salutò Carmelina, leggendo il nome sulla targhetta e cercando di apparire quanto più amichevole possibile. “Sto cercando degli articoli del Sacramento Bee risalenti all’anno duemila.”

“Capisco. Credo di poterla aiutare.” Il sorriso caloroso che la ragazza le rivolse cancellò all’istante ogni preconcetto Carmelina potesse avere sul suo aspetto esteriore. “Mi segua.”

La guidò verso una lunga fila di computer e la fece sedere di fronte a uno di essi. “Clicchi qui per accedere agli archivi del Bee,” le disse poi, indicando un punto da sopra la sua spalla. “Può scegliere un termine di ricerca e un anno.”

Il corpo della giovane era caldo vicino al suo e Carmelina si chiese se suo o sua nipote assomigliasse a quella donna: forte, indipendente, con un senso dello stile tutto particolare che esibiva con fierezza. Annuì. “Capito. Posso anche stampare?”

“Certo, c’è una stampante proprio laggiù.” Indicò verso il fondo del tavolo. “Però cerchi di limitarsi all’indispensabile. Può scegliere le pagine che le servono nell’apposita finestra. Siamo un po’ scarsi con la carta, questo mese.”

“Okay. Grazie infinite!” Salutò la gentile bibliotecaria e si mise al lavoro, digitando ‘Andrea Smith’ e ‘annunci mortuari’.

Trovò la notizia quasi immediatamente.

Andrea Smith, maestra

15 agosto 1975 – 23 settembre 2000

Andrea Smith è deceduta al Mercy Hospital dopo essere stata investita da un guidatore ubriaco nelle prime ore del mattino fuori da un club in centro. La signorina Smith era una stimata insegnante della scuola materna Caleb Greenwood a River Park.

Carmelina si trovò senza fiato mentre leggeva l’annuncio. Sua figlia era stata una maestra e la Caleb Greenwood era proprio in fondo alla sua strada. Quante volte c’era passata davanti? Quante volte l’aveva vista là fuori senza mai sapere chi fosse? Una, due, cento?

Continuò a leggere.

Ha lasciato una bambina di due anni, Gracie Smith. I suoi genitori, James e Dorothea Smith, l’hanno preceduta in un incidente d’auto nel 1998. La signorina Smith non aveva altri parenti conosciuti.

Quindi Andrea aveva perso anche i genitori adottivi. Però aveva una figlia! E questa aveva un nome: Gracie.

Carmelina chiuse un attimo gli occhi, cercando di immaginare la bambina. Aveva i capelli rossi come i suoi? Rimase qualche secondo a fissare la foto in bianco e nero di Andrea. Oppure il nasino all’insù come la mamma?

Desiderò poter infilare le mani nella fotografia e tirarne fuori la figlia per abbracciarla. Desiderò non lasciarla andare mai più.

Con un sospiro si apprestò a stampare l’articolo. Suor Clara aveva detto che era stata la Contea a occuparsi dell’adozione. Ora che aveva un nome, poteva chiamare Loylene e sentire se l’amica era ancora in contatto con qualcuno dei vecchi colleghi in grado di aiutarla.

A quel punto cercò ‘Andrea Smith’ e ‘guidatore ubriaco’. La lista degli articoli era lunga, ma uno in particolare attirò la sua attenzione.

Abitante della zona uccisa da guidatore ubriaco

Andrea Smith è stata investita da un guidatore ubriaco mentre stava uscendo dall’Harlow Restaurant e Nightclub alle 2:15 di ieri notte. Una macchina, che procedeva in direzione est sulla J Street, ha invaso il marciapiede e ha preso in pieno la signorina Smith, ferendola gravemente. La donna è stata immediatamente trasportata al Mercy Hospital, dove è deceduta subito dopo a causa dei traumi riportati.

Il nome del conducente non è stato reso pubblico, ma l’uomo è stato trattenuto in custodia con il sospetto di guida in stato di ubriachezza…

Le mani di Carmelina iniziarono a tremare.

Daniele le aveva raccontato di un incidente simile, un incidente di cui era stato responsabile. Aveva sentito pena per la donna allora, ma… non poteva essere! O Dio del Cielo, non poteva essere! Non Daniele. Non la sua bambina.

Tornò a inizio pagina per controllare la data. 23 settembre.

Arthur aveva provato a dirglielo.

Si staccò dal tavolo, facendo quasi cadere il monitor e corse verso il bagno, i crampi che le stringevano lo stomaco mentre sentiva la nausea montare.

Riuscì ad arrivare allo stallo un attimo prima che il vomito le schizzasse fuori dalla bocca e continuò a rimettere finché anche il suo stomaco, come il suo cuore e la sua mente, non fu completamente vuoto.

Poi si accasciò sul pavimento freddo del bagno, disperata e sola, con un solo pensiero che le rimbombava dentro la testa.

Ha ucciso la mia bambina.

Capitolo Cinquanta Sei: Un esercito di adolescenti

“Abbiamo finito tutto,” disse Diego.

Matteo sollevò lo sguardo dall’app Registratore di cassa del suo iPad. “Dici sul serio?”

Diego sorrise. “In inglese, prego.”

Matteo scoppiò in una risata. “Dici sul serio?” ripeté in inglese. Era Diego, ora, che lo riprendeva sulla lingua. Incredibile!

In ogni caso, il compagno annuì. “Finito tutto.” Indicò la nuova vetrina frigorifero che avevano preso in prestito da un suo amico chef mentre aspettavano di vedere se la nuova idea avrebbe funzionato. “Le piadine… vanno alla grande.”

“Fantastico.” La maggior parte dei clienti erano stati studenti universitari, ma anche qualche abitante della zona si era fatto vedere per un salutino. “Abbiamo guadagnato…” controllò l’applicazione sul tablet. “… quattrocento dollari netti. Quasi a sufficienza per pagarti il biglietto aereo.”

Diego appoggiò le mani aperte sul bancone e sospirò. “Ho paura.

“Lo so. Anch’io.” Era logico che Diego avesse paura: doveva affrontare la sua ex. E se lei avesse rifiutato? E se invece avesse acconsentito, quanto tempo ci sarebbe voluto? Cosa sarebbe successo se dopo non lo avessero fatto rientrare negli Stati Uniti? Avevano trovato uno chef per sostituirlo, ma se la sarebbe cavata nella loro cucina?

Troppe cose di cui preoccuparsi, ora che finalmente le cose stavano ingranando bene.

Tuttavia, Matteo non espresse i suoi crucci a voce alta. Invece, allungò la mano per fare una carezza sul braccio del suo uomo e disse: “Andrà tutto bene.”

Diego cominciò a dire qualcosa, ma proprio in quel momento la campanella della porta suonò.

“Salve ragazzi, mi avete lasciato qualcosa?” chiese Marcos, guardandosi intorno. “È il gran giorno, no?”

“Non è rimasto niente,” rispose Diego con un sorriso soddisfatto. “Ma ti preparo qualcosa al volo.”

Matteo salutò l’amico con un abbraccio. “Hanno spazzolato tutto fino all’ultima briciola. Dev’essere l’ottima cucina di Diego.”

“O il bellissimo direttore.” Marcos si accomodò su uno degli sgabelli del bar. “Ho pensato di fare un salto prima di andare a prendere Marissa a scuola. Siete pronti per l’esercito di adolescenti che sta per invadervi?”

“Ado-che?” chiese Diego mentre accendeva la cucina e metteva dell’acqua a bollire.

“L’esercito di adolescenti,” ripeté Matteo. “I nostri nuovi aiutanti.”

“Ah, sì. Non… vedo l’ora.”

“Ne riparleremo alla fine della giornata!” rise Marcos.

“Vuoi qualcosa da bere?” chiese Matteo, chiudendo la porta a chiave ed esponendo il cartello con la scritta ‘chiuso’.

“Sì, grazie. Una birra?”

Matteo gli passò una Peroni.

L’uomo la guardò stranito.

“È una specie di Budweiser italiana.”

Marcos si strinse nelle spalle. “Le cose cominciano ad andarvi bene. Sono contento. Salute!” Prese una sorsata e fece una smorfia. “Almeno è fredda.”

“Ed economica.” Matteo scambiò un’occhiata con Diego. Lui annuì. “Sabato Diego deve partire per l’Italia.”

“Solo Diego? Non starete…” Guardò dall’uno dall’altro.

“No, no tranquillo.” Matteo fece una risatina. “Il contrario. Non l’abbiamo detto a nessuno, ma… abbiamo appena scoperto che il suo primo matrimonio non è mai stato annullato.”

“Porca merda!”

“Esattamente. Porca merda.” Il sorriso di Diego era amaro.

“Potrebbe causarci dei problemi se le autorità lo scoprono, così dobbiamo stare attenti finché Diego non risolve la situazione con la sua ex.”

Marcos annuì. “Sarò una tomba.” Si alzò e abbracciò di nuovo Matteo, il quale lo ricambiò un po’ imbarazzato. Gli americani e le loro dimostrazioni d’affetto! Poi fu il turno di Diego.

Dopo aver controllato il telefono, il loro nuovo amico, disse: “Devo correre a prendere Marissa. Ci vediamo tra un po’.”

Matteo lo fece uscire e lo salutò con la mano, mentre l’uomo correva lungo la via.

Sei sicuro che dirglielo sia stata una buona idea?” chiese Diego in italiano.

“Forse no. Ma dovevo parlarne a qualcuno. E di lui mi fido.”

Il suo uomo annuì. “Vieni, dobbiamo prepararci per il nostro esercito di adolescenti.”

#

Marcos si fermò ad aspettare Marissa davanti alla McClatchy High.

La ragazza apparve sulle scale qualche secondo dopo, in compagnia di un ragazzo moro, alto e slanciato.

Marcos si chinò per guardarlo meglio.

Sembrava la pubblicità vivente di una tavola da skateboard.

Poi Marissa lo baciò.

Marcos tornò ad appoggiarsi al sedile, sconcertato. Marissa si era fatta il ragazzo!

Non se l’era aspettato. A essere sincero, non sapeva ancora come comportarsi con lei, ma ormai non poteva più tirarsi indietro. Di certo, in ogni caso, non sapeva come gestirla con un ragazzo. O una ragazza, a seconda dei casi.

Lo sportello si aprì e la diretta interessata si accomodò sul sedile del passeggero. “Ciao!” lo salutò, dandogli un bacio sulla guancia.

“Ciao. Allora, successo qualcosa di interessante, oggi?”

Lei scosse la testa. “Stessa noia di sempre. Dai, andiamo! Non voglio arrivare tardi.”

Anche lui scosse la testa, ma per scacciarne i pensieri, dopodiché si immise nel traffico.

Marissa aveva un ragazzo.

Doveva fare qualcosa in proposito?

E se sì, cosa?

#

Diego guardò i membri del suo nuovo staff allineati davanti a lui: i ragazzi che il Centro pagava per lavorare lì dalle quattro alle sette, tre volte alla settimana. Erano in cinque, tra cui Marissa, che aveva dimostrato un certo talento durante le lezioni di cucina della domenica.

Lesse il discorso che si era preparato in inglese. “Ciascuno di voi imparerà tutti gli aspetti della gestione di un ristorante.” Non era sicuro di pronunciare tutto nel modo corretto, ma i ragazzi sembravano capire il senso. “Cominceremo con Marissa in cucina insieme a me come sous chef, Danny all’accoglienza con Matteo, e Meghan, Ricky e Q penseranno a pulire i tavoli. Chiaro?”

Marissa strizzò l’occhio a Ricky. Devono essere amici, pensò Diego.

Lui e Matteo trascorsero l’ora successiva a spiegare ai ragazzi i loro compiti. Gli ricordavano se stesso quando stava ancora imparando il mestiere.

Matteo spiegò ai tre aiuto camerieri dove si trovavano i piatti, le posate e i tovaglioli, e come tenere d’occhio i clienti senza essere importuni. Poi mostrò a Danny come accogliergli con un sorriso e come organizzare i tavoli.

Nel frattempo, Diego lavorava con Marissa, illustrandole quello che avrebbero fatto e come preparare la pasta fresca, le verdure e i sughi.

“Fate la pasta da soli?” chiese la ragazza, mentre lui le mostrava come fare.

“Sì. È necessario. Il sapore è molto migliore. Dai, seguimi.”

#

Marcos osservava Marissa con un sorriso ancora disorientato. Era attenta, eccitata e si dava da fare. Era meraviglioso vederla sbocciare in quel modo, ma, a quanto pareva, il lavoro al ristorante non era l’unica causa di quella gioia.

Presto avrebbero dovuto fare la chiacchierata e Marcos non aveva idea di come affrontarla.

Nel frattempo, però, meglio correre a casa per prepararsi al suo appuntamento.


Capitolo Cinquantasette: Riso e rose

Dave assaggiò il riso alla spagnola. Non gli veniva mai buono come quello che preparava sua madre. Era lei ad avere il tocco magico in cucina: un pizzico di quello, una cucchiaiata di quell’altro e le sue ricette riuscivano sempre. Con un sapore delizioso per di più.

La calavacita, il nome che sua madre dava alla zuppa di zucchine e formaggio, era quasi pronta, e il chili verde, il suo piatto preferito, si stava praticamente sbriciolando.

Dave, però, aveva imbrogliato sulle tortillas e ne aveva presa una busta di marca Micaela da Nugget. Erano buone quasi come quelle originali, e molto meno complicate da preparare.

Erano passati secoli da quando aveva cucinato per qualcun altro, ma i gesti erano riaffiorati con una naturalezza tale che sembrava non avesse mai fatto altro.

Sua madre ne sarebbe stata fiera.

Solo il dessert non era messicano: un ciambellone ricoperto di panna e decorato con fragole e banane. Non era tradizionale nel senso lato del termine, ma faceva parte della tradizione della sua famiglia.

Forse stava esagerando. Con la sua fortuna – praticamente inesistente ‒ tutto quel cibo avrebbe spaventato Marcos.

In ogni caso, meglio mostrarsi qual era che fingere di essere altro.

#

Marcos si fermò nel vialetto della casa di Dave, un grazioso cottage di mattoni e legno, dipinto di un bel giallo vivace. Si trovava appena dietro l’angolo rispetto a Carmelina ‒ in effetti avevano solo il garage a dividerli.

Parcheggiò la Prius e scese, prendendo il mazzo di rose rosse e la bottiglia di vino dal sedile del passeggero.

Salutò un uomo e una donna che passavano in bicicletta. Loro ricambiarono e furono seguiti in rapida successione da un ragazzino con un cane, un padre in compagnia di tre bambine piccole e una Ghia Karmann verde che rombava in direzione opposta.

Gli sembrò di essere in quel vecchio film, The Truman Show, dove il bambino cresceva in diretta TV dentro questa specie di cupola, e gli stessi sei gruppi di persone passavano a intervalli regolari davanti alla sua finestra, ancora e ancora.

Marcos aspettò qualche secondo per vedere se la coppia in bicicletta si sarebbe ripresentata.

Non ebbe fortuna.

Scosse la testa e andò a bussare alla porta.

Dave l’aprì e gli sorrise. “Ciao!”

“Ciao a te.” Gli diede un bacio sulla guancia. “Mhm, bel grembiule.”

C’era rappresentata la statua del David di Donatello. Dave abbassò lo sguardo sul sesso minuscolo dell’uomo in marmo. “Eh, povero lui.” Sorrise di nuovo. “Dai, entra!”

Marcos lo seguì all’interno della casa. Era un ambiente pieno di calore, le pareti di un bel giallo ocra e le candele che spandevano una luce tremolante tutt’intorno. “Molto carina. E che odore meraviglioso! Oh, queste sono per te.” Gli porse le rose.

“Sono meravigliose.” Dave ne inalò la fragranza. “Accompagnami in cucina. Le metto in un vaso.”

La cucina era vecchia, con i mobili, le piastrelle e l’intonaco bianchi.

“Scusa, la padrona di casa non ha ancora ristrutturato questa parte.”

“Carmelina?”

Dave rise. Aveva una bellissima risata. “Continuo a dirle che non importa e che tanto mi fermerò per poco.” Sospirò. “O, perlomeno, era quello che pensavo cinque anni fa.”

Marcos abbassò lo sguardo sul pavimento di linoleum. “Ah, capisco. Posso aiutarti in qualche modo?”

Dave stava pareggiando i gambi delle rose. Le mise dentro al vaso pieno d’acqua e glielo porse. “Vorresti portarle di là e appoggiarle sul tavolo da pranzo? Credo che ormai la cena sia pronta.”

Marcos obbedì.

Seguì una selezione pressoché infinita di cibo messicano. Chili verde. Riso. Una specie di zuppa di zucchine. Tortillas. Un pico de gallo fatto a mano. Guacamole.

“Ehi, aspettiamo qualcun altro?” chiese, guardando la distesa di cibo.

Dave si bloccò con una scodella di fagioli saltati in mano e arrossì. “Troppa roba, vero?”

Marcos rise e scosse la testa. “Mai troppa. Solo molta.”

“Siediti.” Dave appoggiò i fagioli sopra un sottopentola. “È colpa di mia madre. È così che è fatta. Ti fermi a casa sua, lei ti dice di accomodarti e che ti preparerà qualche stuzzichino, e prima che te accorga ti trovi davanti un pranzo messicano per sei.”

Marcos sedette. “Anche mia madre era così: geneticamente incapace di cucinare per meno di otto persone.”

“Era? Oh, Marcos, mi dispiace…”

“Oh, no. Non è come pensi.” Sorrise. “Vive a Palm Springs ora, e lei e mio padre hanno un cuoco che pensa a tutto. Lei entra in cucina solo per le feste comandate quando la famiglia si riunisce.”

“Capito. Dai, su, serviti.” Gli indicò il cibo. “Scommetto che stai morendo di fame.”

In effetti era così. Era stata una giornata lunga tra il lavoro e i giri con Marissa. Prese una cucchiaiata di riso con i fagioli e si servì anche una porzione di chili verde. E anche un po’ di salsa. Poi usò una tortilla come cucchiaio per assaggiare ogni pietanza. “Cavolo, è buono!” disse con la bocca piena.

Dave fece una specie di burrito con le cose che aveva nel piatto e lo ingurgitò.

“La zuppa è celestiale,” continuò Marcos. Prese una cucchiaiata di brodo, zucchine e meravigliosa, filante morbidezza al formaggio.

“Si chiama calevacitas. È una delle specialità di mia madre.”

“Dev’essere una cuoca eccezionale.” C’era qualcos’altro che avrebbe voluto dire, ma non sapeva se ne aveva il coraggio. “Ti ho… pensato. Molto,” confessò alla fine, senza guardarlo perché aveva paura di una reazione negativa.

“Anch’io.”

Marcos sollevò lo sguardo. “Forse potremmo… non andare più tanto piano?”

Il viso di Dave si illuminò. “Davvero?” Allungò un amano per toccare la sua. “Mi piacerebbe.” Guardò il cibo. “Questo può aspettare ancora un po’.”

Toc toc.

Dave rise. “Di nuovo interrotti. Aspetta un secondo… mi libero in fretta di chiunque sia.” Balzò in piedi e corse ad aprire la porta, mentre lui mangiava qualcos’altro. Doveva mantenere le forze dopotutto.

“Mi dispiace disturbarti.”

Marcos riconobbe la voce.

“Non preoccuparti,” disse Dave. “Vieni, dai.”

Carmelina entrò e Marcos notò subito, anche da lontano, che aveva pianto.

Lo sguardo di lei si posò sulle candele e poi sul tavolo. “È un appuntamento, vero? Vi ho disturbato. Mi dispiace… torno dopo.” Si avvicinò alla porta.

Dave lo guardò e lui annuì. “Non essere ridicola. Siediti a tavola con noi. Abbiamo una montagna di cibo.”

Carmelina tirò su col naso. “Siete sicuri? Non voglio rompervi le scatole.”

Dave annuì e la guidò verso una sedia. “Su, siediti. Ti porto un po’ di acqua frizzante.”

“Grazie.”

In men che non si dica si ritrovarono tutti e tre attorno al tavolo.

“Dai,” fece Dave, appoggiando la mano su quella della donna. “Dicci che succede.”

E mentre lei raccontava quello che aveva appena scoperto, Marcos si voltò a guardare Dave. L’uomo era completamente preso dalle sue parole, la sua espressione un misto di affetto e preoccupazione. Aveva messo da parte ogni cosa senza pensarci per aiutare un’amica in difficoltà.

Fu in quel momento, avrebbe capito molto dopo, che Marcos cominciò a innamorarsene.


Capitolo Cinquantotto: La scatola dei sogni e delle speranze

Carmelina riattaccò la cornetta. Quella telefonata era stata una delle cose più difficili di tutta la sua vita: chiedere a Daniele di passare da lei per… per…

Non sapeva neanche lei perché.

Forse per avere qualcuno da biasimare. Qualcuno contro cui urlare. Qualcuno che l’assolvesse dal suo senso di colpa.

Perché era lei che aveva sbagliato in primo luogo e lo sapeva. Se tanti anni prima non avesse dato in adozione la sua piccola, meravigliosa bambina…

Ma non c’erano se o ma. Solo un senso di colpa assillante, tanta rabbia e domande su domande.

Daniele sapeva che la donna che aveva ucciso era sua figlia? Probabilmente no. Altrimenti che senso avrebbe avuto confessarle solo una mezza verità, se sapeva che alla fine sarebbe venuta a conoscenza anche del resto?

Sentì la rabbia riaccendersi in lei, una fiammata rossa che per un attimo l’accecò e la fece barcollare, costringendola ad appoggiarsi al muro della cucina, e che fu subito seguita da un altrettanto intensa ondata di tristezza.

Respira, Carmelina, respira.

Prese un respiro profondo, poi un altro e un altro ancora, contando mentre inspirava ed espirava. Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Sei. Alla fine riaprì gli occhi.

Una volta aveva nutrito così tanti desideri segreti e speranze per sua figlia; doveva ritrovarli, oppure quella disperazione l’avrebbe sopraffatta.

Andò in camera e aprì lo sportello dell’armadio. Si trovava di certo ancora lassù, da qualche parte. Prese lo sgabello dal bagno e accese la torcia del telefono, ispezionando la mensola.

La trovò quasi subito, nascosta sotto un mucchio di vestiti di Arthur che aveva messo via per l’Esercito della salvezza. Li appoggiò sul comodino e prese la scatola.

Era una cappelliera di un blu intenso che era appartenuta a sua madre. Sedette sul letto e se la mise accanto, sollevandone il coperchio.

Dopo aver dato la bambina in adozione, aveva preso quella scatola e per diversi anni ci aveva messo dentro degli oggetti per sua figlia, uno alla volta, ciascuno legato a un sogno o a un desiderio.

In cima c’era un paio di scarpine rosa e bianche, comprate quando la piccola avrebbe dovuto avere un anno. In quell’occasione, aveva sperato che Andrea, così l’avevano chiamata, camminasse, danzasse, corresse, scalasse ed esplorasse il mondo con indosso un paio di scarpe simili a quelle.

Accanto c’era un unicorno di plastica. Avrebbe voluto che sua figlia vedesse la meraviglia e la magia che circondavano ogni cosa, in modo da non perdere mai il senso della possibilità.

Poi c’era una maglietta di Harvard che aveva comprato durante una visita a Cambridge, all’epoca in cui Andrea si avvicinava all’età del college. Aveva sperato che fosse intelligente, che ricevesse una buona educazione e che avesse successo nella vita.

L’oggetto successivo le spezzò il cuore. Era un sonaglino: un anello imbottito con sopra un orsetto rosa. L’aveva comprato sperando che Andrea avesse un giorno un figlio o una figlia suoi e che facesse scelte diverse da quelle che aveva fatto lei.

Con una mano se lo strinse al petto e si portò l’altra alla bocca, trattenendo un singhiozzo. Mi dispiace così tanto, Andrea.

Marcos e Dave erano stati dolcissimi: l’avevano abbracciata e le avevano detto che non era colpa sua. Che aveva fatto quanto necessario per consentire a sua figlia di avere una vita migliore. La sua cattolicissima madre le aveva fatto capire sin da subito che non c’era posto per una ragazza madre in famiglia.

I ragazzi erano rimasti con lei, a parlarle e consolarla invece che cacciarla fuori di casa, nonostante avessero previsto una serata a due.

Eppure, anche le loro parole le sembravano vuote in quel momento.

Avrebbe dovuto esserci sempre per sua figlia, a qualunque costo. Avrebbe dovuto sentire quando era morta. Da qualche parte, nei recessi del suo cuore, avrebbe dovuto saperlo.

I suoi pensieri furono interrotti dal campanello.

#

Ciao bella.” Daniele la baciò su entrambe le guance. “Mi hai detto di venire subito, quindi eccomi…” La guardò in viso e si accigliò.

Carmelina aveva pianto a intermittenza per ore e sapeva di dover avere una brutta cera.

“Che c’è che non va?”

È troppo difficile. Chiuse gli occhi e si preparò. “Entra e siediti, per favore.”

“Certo.” Daniele obbedì, ma la ruga che gli attraversava la fronte non si distese. “Che succede?”

Carmelina sedette sulla sua poltrona e prese la busta gialla, porgendogliela senza aggiungere altro.

“Cos’è?” L’uomo aggrottò le sopracciglia, preoccupato.

“Leggila e basta, ti prego.” La sua voce arrivò cupa e inanimata persino alle sue stesse orecchie.

Daniele aprì la busta e cominciò a leggerne il contenuto. Carmelina vide il momento in cui la comprensione si fece strada sul suo viso. “È…”

Lei annuì, sentendosi avvolgere da uno strano senso di calma. La sua mano sinistra, quella più vicina alla poltrona di Arthur, si scaldò all’improvviso, come se il marito l’avesse coperta con la propria.

Daniele finì di leggere, richiuse la busta e l’appoggiò sul tavolino da caffè in vetro. “È successo molto tempo fa,” disse piano, alzando lo sguardo su di lei. “Ne abbiamo parlato, ricordi? Ero una persona diversa allora.”

Lei annuì. “Sì. Sì, sono certa che lo fossi.” Prese il sonaglino dalla tasca del cardigan e lo strinse in mano. Mi dispiace così tanto Andrea. “Era mia figlia.”

Daniele la guardò, poi guardò la busta e infine tornò a lei. “Non… capisco.”

“La ragazza che hai ucciso la notte in cui eri ubriaco fradicio.” Cercò di non lasciar trasparire l’amarezza nel tono della voce e appoggiò il sonaglio sul tavolo, accanto alla busta. “Si chiamava Andrea. L’ho data in adozione quarant’anni fa.”

“Porco cane!” Sembrò quasi che le parole l’avessero colpito alla stregua di un pugno, facendolo cadere indietro sul divano. “Non lo sapevo.” Si portò le mani dietro la testa, il corpo intero scosso da un tremito.

Anche la calma di Carmelina si stava sgretolando, consumata dalla rabbia, dal senso di colpa e dalla tristezza. Si sforzò di non perdere del tutto il controllo. “Credo… che ora sia meglio se vai.”

Il viso di Daniele si contorse in una smorfia di dolore. “Non lo sapevo,” ripeté, raddrizzandosi e allungando una mano nella sua direzione. “Mi dispiace, Carmelina. Per favore, lascia che ti aiuti.”

Lei si ritrasse dal suo tocco. “Non riesco a starti vicino, adesso,” ribatté, la voce fragile come il vetro.

“Non possiamo semplicemente finirla qui. Non così.” Il dolore che vedeva sul viso di Daniele era lo specchio del proprio. “Parliamone, ti prego.”

Carmelina chiuse gli occhi. “Non lo so. Magari più avanti, una volta che mi sarò… Ora ho solo bisogno che tu vada via. Ti prego.”

Daniele la guardò un’ultima volta, come un cane che è stato appena preso a calci. Annuì e si alzò. “Mi dispiace,” sussurrò ancora una volta dalla soglia. Poi uscì.

Carmelina chiuse a chiave la porta, riprese il sonaglio e corse in camera. Raccolse tutto il contenuto della scatola – le scarpe, l’unicorno, la maglietta, il sonaglio – e se li strinse con forza al petto, singhiozzando senza controllo per quello che aveva perso.

Per quello che non aveva mai avuto.


Capitolo Cinquanta Nove: Semaforo verde

Era il terzo giorno.

Marissa sapeva di aver preso una bella sbandata se stava addirittura contando da quanti giorni aveva conosciuto Tristan.

Avevano in programma di incontrarsi con degli amici a Sweets & Sugar dopo la scuola e avrebbe assaggiato una cosa chiamata Mangonada.

Non era un appuntamento. Non uno vero. Ma c’era Tris.

Stava seguendo l’ultima lezione del giorno, annoiata a morte, e guardava l’orologio che scandiva con il suo ticchettio lo scorrere dei minuti. Più si avvicinava alle tre e più sembrava rallentare. Sullo sfondo, Mrs. Markhan non la finiva più di parlare.

Marissa si soffermò sulla lancetta dei secondi. Ognuno sembrava protrarsi al punto che tra un tic e un tac si sarebbe potuto cantare il ritornello di “Can’t Feel My Face”.

Alla fine la campanella si decise a suonare e lei schizzò via dal banco, tanto era ansiosa di vedere Tristan.

Chi si trovò davanti, invece, fu Jessica, la madre adottiva, che la stava aspettando. Marissa digrignò silenziosamente i denti.

“Ciao, Marissa.”

Jessica era perfetta. Indossava un maglioncino rosa e una gonna abbinata, al polso portava dei braccialetti intarsiati di corallo rosa e orecchini simili le pendevano dai lobi, mentre al collo aveva delle perle. Perle. I capelli biondi erano freschi di salone. Jessica Sutton non era tirata a spigolo vivo. Era lo spigolo vivo.

“Ciao, Jessica.”

La donna si accigliò e piccole rughe delicate si tratteggiarono ai lati della sua bocca. “Ti prego, non chiamarmi così. Sono tua madre…”

“Non sei mia madre.” Non aveva fatto nulla per guadagnarsi il diritto di essere chiamata in quel modo.

“Invece lo sono,” insisté la donna, “e non voglio che litighiamo più.”

“Questa sì che è bella,” ribatté lei, con un tono di voce più stridulo di quanto avesse voluto.

“Tutto bene lì?” chiese Mrs. Markham dalla cattedra.

“Sì, tutto bene, professoressa,” rispose Marissa. Poi si rivolse a Jessica. “Che vuoi?”

La donna aveva un’aria imbarazzata e si toccava nervosamente la manica del maglioncino. “Vogliamo che tu torni a casa.”

“Vogliamo?” Marissa di guardò intorno. “Dove sono Phillip e Oliver? Non li vedo.”

“Tuo padre è al lavoro. E tuo fratello a scuola al Bella Vista, dove dovresti essere anche tu.”

“Sto perfettamente bene qui alla McClatchy.” Prese lo zaino e le passò accanto.

“Ritirerò le accuse,” esclamò allora Jessica.

Marissa si fermò, la mano sulla maniglia. “Cosa?”

“Ritirerò le accuse di effrazione e furto.”

Marissa si voltò lentamente. “In cambio di cosa?”

“Mi manchi.” L’espressione triste sul viso della donna sembrava quasi una maschera.

Marissa avrebbe voluto crederle. Davvero avrebbe voluto, ma la conosceva troppo bene. “In cambio di cosa?” ripeté, la voce pericolosamente bassa.

“Voglio solo che tu torni a casa. Il vicinato e quelli del club stanno facendo domande e…”

Ah, eccoci. “Incredibile! Sei qui a causa di quello che la gente potrebbe pensare? Dopo che mi hai buttata in mezzo alla strada perché sono… com’è che mi avevi chiamata… una lesbica disgustosa?” Stranamente, era sorpresa. Quello era davvero troppo meschino, persino per Jessica.

“La consulente della scuola dice che hai un ragazzo,” disse piena si speranza la donna, ignorando la sua rabbia. “Sono sicura che tutta la storia dell’essere lesbica fosse solo una fase. Possiamo lasciarcela alle spalle, ti prego.”

Marissa sentì la rabbia farsi sempre più bruciante. Storia dell’essere lesbica? Solo una fase?

Inspirò a fondo per calmarsi. Non avrebbe ottenuto niente urlandole contro, non in pubblico almeno. “Non so neanche… Abbiamo chiuso.” Guardò la donna che avrebbe dovuto essere sua madre e vide solo amarezza e delusione. “Ci vediamo in tribunale, Jessica.”

Aprì la porta e uscì, richiudendosela poi con forza alle spalle.

Una volta nel corridoio prese a correre, ansiosa di allontanarsi quanto più possibile da quella donna orribile.

#

Tristan l’aspettava davanti alla scuola. “Ciao,” la salutò con un sorriso. “Sembri… nervosa.”

“Infatti.” Si diressero verso la strada. Era un giovedì caldo e soleggiato, specialmente per essere l’inizio di ottobre. “Ho dovuto parlare con Jessica.”

“Chi è Jessica?”

“La mia presunta madre adottiva.”

“Pensavo che vivessi insieme a un tutore.”

“Sì, Marcos. Una brava persona.”

“Senza dubbio.” Tristan si grattò il collo. “Che voleva, Jessica?”

“Voleva che tornassi a casa. Voleva che tornassi a essere la piccola e graziosa bambola di porcellana nel suo piccolo e perfetto mondo.”

Tristan rise. “Non ti ci vedo come bambola. Quindi che è successo? Perché non stai con lei?”

Marissa sospirò. Aveva sperato che la sua nuova vita fosse meno complicata, ma la vecchia continuava a ficcare il naso senza riguardo. “Mi ha beccata insieme a una ragazza e la cosa non le è piaciuta, così mi ha sbattuta fuori.”

“Sei… bisessuale?”

“Sì.”

“Figo.”

Erano arrivati all’angolo. Marissa spostò lo sguardo dall’altra parte della strada, verso Sweets & Sugars. I loro amici li stavano aspettando, ma lei non aveva molta voglia di raggiungerli. “Senti, ti dispiacerebbe se passeggiassimo un po’?”

“Certo. Tutto quello che vuoi.”

Risposta giusta!

Imboccarono Freeport, sotto l’ombra dei vecchi alberi di quercia e olmo, e Marissa gli raccontò di com’era stato crescere in casa Sutton e di come, alla fine, si era liberata. O piuttosto, di come era stata spinta via.

Per qualche ragione, parlarne con lui spogliava quei ricordi di parte del dolore. Tristan ascoltò con attenzione, interagendo ogni tanto con le risposte e le esclamazioni di rito.

A un certo punto, durante la camminata, le prese la mano e, quando raggiunsero il sottopasso dell’autostrada, Marissa aveva cominciato a sentirsi a suo agio in sua compagnia. “Non importa più, comunque. Tra due settimane sarò maggiorenne e potrò fare quello che mi pare.”

Tris le strinse la mano. “È positivo.”

Si fermarono all’angolo aspettando che il semaforo pedonale diventasse verde.

Marissa lo guardò. Era carino, dolce e un buon ascoltatore, inoltre, con tutti quei piercing e tatuaggi rappresentava esattamente il tipo di ragazzo che Jessica avrebbe detestato.

Lo attirò a sé per un bacio e lui non oppose resistenza. Le loro labbra si incontrarono e per la prima volta in tutto il giorno Marissa si sentì davvero, davvero bene.

Il semaforo diventò verde, ma nessuno dei due lo notò.


Capitolo Sessanta: Colpo di frusta

“Ehi ciao! Ce l’hai fatta!” esclamò Sam salutando Ben con un grosso abbraccio. “Sono contento che tu sia riuscito a venire nonostante il poco preavviso. Ho pensato che magari poteva interessarti.” Il marciapiede davanti al centro congressi era affollato di persone in attesa dell’inizio della convention.

Ben sorrise. “Una convention queer in centro? Come facevo a rifiutare?”

“Noi scrittori dobbiamo fare gruppo.” Sam si tolse la giacca di velluto. Faceva caldo per essere metà ottobre e lui stava già cominciando a sudare. “In teoria è una convention sulla cultura della diversità. Per questo c’è un nutrito contingente queer.”

Ben ridacchiò. “Va bene lo stesso. Mi manca tanto così a finire il romanzo, e avevo bisogno di riposare un po’ la testa prima di affrontare l’ultima parte.”

“Come va con Ella?” Sam sapeva che le cose tra loro erano difficili.

“Hmm… meglio. Abbiamo avuto una lunga discussione lo scorso lunedì. Ha detto che avrebbe parlato con sua madre, che è trans, ma non vuole avere niente a che fare con quelli come noi, ti sembra possibile? Inoltre Ella è stata parecchio insieme a suo fratello Max.” Scosse la testa. “Avevo in mente di chiamarla questo pomeriggio dopo aver finito il libro.”

“Dio, so come vanno queste cose. Sono un fascio di nervi quando arrivo alle ultime pagine. Dopo le settimane e i mesi passati a scrivere ho solo voglia di togliermi il peso. E non faccio altro che chiedermi se il finale funzionerà o se si trasformerà in una poltiglia triste tipo spaghetti scotti.”

“Esattamente.” Ben gli diede una pacca sul braccio. “Ma tu almeno ne hai pubblicato uno.”

“Sì, ma serve solo a far aumentare la pressione per il prossimo.” La folla si mosse in avanti. “Credo che stiano aprendo le porte.”

Seguirono le altre persone all’interno del centro congressi.

“Che pensavi di fare dopo il rinfresco di benvenuto?”

Sam estrasse un foglio ripiegato dalla tasca. “Ho letto il programma e fatto una lista. Il primo panel a cui voglio assistere si chiama ‘Politica 1: la scrittura legale’. So che potrebbe sembrare noioso ma spiega come far funzionare una trama legale nei libri e negli script. Ci sarà uno degli sceneggiatori di Law & Order, e con lui Roald Stone, l’autore di Legally Blind.”

“Non è quella serie sul detective cieco che ‘vede’ i casi molto meglio dei suoi colleghi?”

“Esattamente. È un po’ sdolcinata, ma mi piace come il protagonista riesce a pescare tutti quei cavilli legali e usarli a suo vantaggio.” L’ultimo libro era nel suo Kindle, letto già a metà.

“Sembra interessante. Posso unirmi a te?”

“Se puoi? Mi piacerebbe un sacco!” Era bello avere per amico un altro scrittore.

Si registrarono e mangiarono qualcosa al buffet di benvenuto, dopodiché andarono alla ricerca della sala 105. La individuarono in fondo al corridoio e arrivarono praticamente per ultimi, trovandosi costretti a sedersi in prima fila, visto che erano gli unici posti rimasti.

“Quindi, quante serie di Law & Order CSI ci sono ora?” chiese Ben. “Una volta guardavo CSI, quando c’era il tizio con i capelli…”

“Buongiorno a tutti.” Un giovane uomo con un microfono in mano camminò fino a mettersi davanti al tavolo dei relatori. Probabilmente era uno dei volontari che collaboravano con l’organizzazione. “Mi dispiace annunciarvi che siamo stati costretti a operare un cambiamento nel programma. Il professor Hans Satterlee è stato trattenuto a Seattle e al suo posto abbiamo il professor Jameson Cort, del Dipartimento di Inglese dell’Università dell’Arizona.”

“Questa poi è bella,” ridacchiò Ben. “Il professor Corte che parla di letteratura legale.”

Sam, invece, era rimasto senza parole.

Eccolo davanti a lui, l’uomo per il quale era fuggito da Tucson, bello e sicuro di sé come al solito, i capelli ordinatamente pettinati all’indietro e gli occhialini cerchiati d’oro che aggiungevano un velo di sofisticata raffinatezza alla sua pelle abbronzata e al pizzetto. La giacca sportiva grigia e i jeans, inoltre, contribuivano a renderlo l’immagine perfetta del professore di letteratura figo.

“Stai bene?” gli chiese Ben, agitandogli una mano davanti al viso. “Sei un po’ pallido.”

Lo sguardo di Jameson percorse il pubblico e si fermò su di lui. L’uomo sorrise, poi guardò altrove.

Sam scosse la testa. “Sto per sentirmi male.”

“Che succede?”

“È il mio ex.”

#

Sam fece di modo di resistere per tutta l’ora che durò il panel, principalmente evitando di guardare Jameson. Quando l’uomo parlava, lui abbassava lo sguardo sulle proprie mani.

Se però chiudeva gli occhi gli sembrava quasi di risentire il suo tocco – le sue dita sul viso, le labbra sul collo. Quel modo crudele e sbrigativo di trattarlo che, paradossalmente, glielo aveva fatto solo desiderare di più.

E poi, quando si era stancato di lui, erano arrivati gli altri…

“Sam, svegliati, è finito,” disse Ben, scuotendolo gentilmente per una spalla.

“Cosa?” Si guardò intorno. Tutti gli altri partecipanti si stavano alzando, probabilmente diretti al panel successivo. “Se n’è andato?”

“Sam Fuller… che piacevole sorpresa!”

Sam sollevò lo sguardo su quello azzurro di Jameson. I suoi occhi erano fissi nei suoi, e Sam sentì la scarica elettrica che passava tra di loro.

“Salve, io sono Ben.” L’amico gli offrì la mano, interrompendo il contatto. “Sono il suo ragazzo. Piacere di conoscerla, professor Corte. Come vi siete conosciuti?”

Sam riprese a respirare e ringraziò sottovoce Ben. “È stato il mio professore durante l’ultimo anno all’università. Non sapevo che avrebbe preso parte a questa convention, professor Cort.”

“È stata una decisione dell’ultimo minuto,” spiegò Jameson, guardando dall’uno all’altro un po’ perplesso. “Devo ammettere che è stata una sorpresa vederti qui, anche se ho letto il tuo libro. Notevole, tra l’altro.”

“Grazie,” disse Sam, indeciso su cos’altro aggiungere.

“Mi fermerò un paio di giorni. Se hai tempo magari potremmo vederci, bere un caffè e riprendere… i rapporti.” Il suo tono non lasciava dubbi su cosa intendesse.

Bastardo. “Vedremo. Sono abbastanza impegnato questo fine settimana.”

“Ti lascio il mio biglietto. Chiamami se dovessi riuscire a trovare il tempo.” Strinse la mano sia a lui sia a Ben. “Piacere di averla conosciuta, Ben.”

Quando si voltò per parlare con altre persone, Sam abbracciò stretto l’amico.

“E questo per cos’era?”

“Per essere intervenuto.” Inarcò un sopracciglio. “Il mio ragazzo, eh? Pensavo che tu giocassi per l’altra squadra.”

“Di solito sì, ma qualche volta ti serve un sostituto battitore alla fine del nono inning.”

“Non farò neanche finta di sapere cosa significa.”

“Che facciamo ora?”

Sam riprese il programma. “Vediamo. C’è una discussione su come si costruisce un mondo che credo sarà interessante.”

“Ottimo.” Ben guardò la propria copia del programma. “Dovrebbe essere nella sala 102. Andiamo, questa volta voglio dei posti migliori.”

Sam lo seguì fuori dalla sala, lanciando un’ultima occhiata a Jameson, che stava chiacchierando con due altre partecipanti.

Gli sembrò quasi di sentire ancora il suo tocco.

Fu percorso da un brivido e seguì Bene fuori dalla stanza.


Capitolo Sessantuno: Coraggio Alcolico

Jesse guardò la vecchia foto rovinata e strappata.

Jessica lo fissava, i bellissimi capelli neri che le incorniciavano il viso.

Aveva impiegato sette anni per arrivare a quel punto, per spostarsi da là qui.

Ma ora basta con le scuse. Basta con il doversi conformare. Basta con Jessica.

Usò l’accendino per dar fuoco alla foto, tenendola per un angolo con la punta delle dita mentre la carta lucida bruciava e si spargeva nell’aria sotto forma di cenere. L’odore gli fece arricciare il naso.

Jessica era morta, che sua madre lo accettasse o no.

E Jesse aveva tutta una vita da vivere.

Ben staccò le mani dalla tastiera.

Era finito. Nel bene e nel male, il suo libro era finito.

Si appoggiò allo schienale, lo sguardo fisso sullo schermo del computer. Erano sei mesi che ci lavorava. Sei mesi da quando aveva preso un congedo dal lavoro. Anche se, a dire la verità, erano passati più di sei anni da quando aveva metaforicamente appoggiato la penna sul foglio.

Dovrei sentire qualcosa. Si sarebbe aspettato di provare un’ondata di eccitazione. Un profondo sollievo. O persino un’oscura preoccupazione che la sua scrittura potesse non piacere.

Invece, non sentiva niente.

Stampò l’ultimo capitolo e mise i fogli in una busta, così da poterli spedire a Sandy. Dopodiché si fermò in cucina per festeggiare con un bicchierino di tequila. Beveva poco ma, nelle rare occasioni in cui lo faceva, preferiva roba buona, e quel giorno, forse, l’avrebbe anche aiutato a sciogliersi.

Sedette al piccolo tavolo e sorseggiò lentamente il liquore, assaporandolo.

Un tenue calore si diffuse nel suo stomaco, spandendosi poi in tutto il corpo.

Si mise comodo e chiuse gli occhi. Ella apparve immediatamente, il suo sorriso dolce che sembrava chiamarlo a sé.

Dopo la lunga passeggiata di lunedì, l’aveva lasciata in pace. Lei gli aveva detto che stava morendo, che non c’erano speranze e che non voleva essere un peso.

Aveva avuto un senso, fino a quel momento, ma la tequila riusciva a ingarbugliare i suoi pensieri logici e ordinati. Faceva uscire allo scoperto tutto quello che nascondeva quando era sobrio, sbattendoglielo sotto il naso come un gatto faceva con un topo morto.

Ella era bellissima. Le piaceva stare con lui, ma soprattutto lo capiva. Non si sentiva a disagio per il suo essere trans. Ben aveva visto abbastanza, nei suoi trentacinque anni, da sapere quanto inestimabile fosse quel dono.

L’amo.

Quel pensiero lo colse alla sprovvista. Che diavolo dico? Si erano incontrati da una settimana e mezzo. Non poteva amarla – si conoscevano appena. Era un’idea assurda.

Però continuava a pensarci, lasciando che si facesse strada nella sua mente.

L’amo.

Si costrinse a ricordare i punti salienti. Sua madre non vuole che la veda. E sta morendo. Non aveva senso innamorarsi di qualcuno che forse non avrebbe neanche superato Natale. Era il più basilare degli istinti, quello di conservazione, a dirlo. Non avevano un futuro.

L’amo.

I gineprai emotivi non portavano mai a niente di buono e le persone ti davano tutte le spalle, prima o poi. Come avevano fatto i suoi genitori, i suoi vecchi amici, la sua ultima ragazza… se lasciavi avvicinare qualcuno, stai pur certo che ti saresti ritrovato con il cuore spezzato.

L’amo.

Doveva vederla.

Mise via la tequila e il bicchiere sporco e prese la busta per Sandy. Saltò sulla sua vecchia e affidabile VW Bug color carta da zucchero – aveva sedici anni più di lui – e si diresse verso il centro. Avrebbe lasciato la busta all’ufficio postale e poi avrebbe attraversato il ponte per raggiungere la città.

Sapeva dove trovare Ella. Sperava solo che lei sarebbe stata felice di vederlo.

Entrò nel parcheggiò del garage e occupò il primo stallo libero, praticamente inchiodando. Un uomo diretto alla propria macchina lo guardò male e lui si scusò con un cenno della mano e un sorriso contrito. “Scusi!”

Aveva troppa fretta: rischiava di spaventarla se non si fosse calmato. Chiuse gli occhi. Pensa, Ben, pensa.

Come prima cosa doveva scuotersi di dosso gli effetti dell’alcol. C’era una succursale dell’Everyday Grind lì all’ospedale. Caffè, e poi un piano.

Trovò il negozio e ordinò un caffè nero. Gli serviva bello forte. Sedette a uno dei tavoli e bevve tutto il contenuto del bicchiere in un’unica sorsata, sbattendolo poi sul ripiano.

Cercò di pensare a qualche discorso d’effetto, appuntandoselo sul telefono, ma tra la tequila e la caffeina si sentiva ancora più confuso.

Forse non era stata esattamente una buona idea. Forse avrebbe fatto meglio a tornare a casa e provarci un’altra volta.

Si alzò e si diresse verso l’ascensore, ma andò a sbattere contro qualcuno e cadde a terra, tirandosi dietro l’altra persona.

“Mi scusi!” Si liberò e si trovò faccia a faccia con Ella. “Ciao.”

“Ciao. Bisogna che tu cominci a guardare dove vai.” Usò un tono secco, ma le sue labbra si incurvarono in un lieve sorriso. Indossava un paio di jeans, un maglioncino bianco e un cappello di lana dello stesso colore.

“Speravo di vederti,” rispose lui, sorridendo a sua volta. Magari era la tequila a parlare al posto suo.

“Ahi. Brutta cosa.” Rise. “Molto brutta. Mi aiuti ad alzarmi?”

Ben si alzò e le porse la mano, sollevandola dal pavimento.

“Davvero cercavi me?”

La guardò in quei suoi occhi castani e la paura si dissolse, così come fece anche il suo discorso. “Sì. Mi mancavi,” rispose.

Ella scosse la testa. “Non possiamo.” Distolse lo sguardo, il viso una maschera di tristezza. “Sai che non possiamo. Sono malata, Ben…”

Ben le prese il viso fra le mani e lo sollevò gentilmente verso il suo. “Non m’importa. Prenderò quello che viene. Mi sei mancata.”

Gli occhi di lei cercarono i suoi. “Non voglio essere un peso. Ti ho già chiesto troppo.”

“Ella, sei senza dubbio la donna più bella che abbia mai incontrato, dentro e fuori. Non è mai troppo. Voglio solo stare insieme a te. Ti prego, non impedirmelo.”

Lei chiuse gli occhi.

Assomiglia a un angelo.

Alla fine annuì. “Va bene.”

Ben la strinse tra le braccia e la ragazza rispose con altrettanta forza.

Non sapeva davvero in cosa si fosse cacciato, ma non aveva avuto altra scelta.


Capitolo Sessantadue: Allo zoo

“Perché siamo qui?” chiese Dave, sollevando lo sguardo sull’ingresso coperto dello Zoo di Sacramento. Non ci metteva più piede da quando era bambino.

Marcos l’aveva chiamato all’improvviso e gli aveva chiesto di raggiungerlo lì quanto più in fretta possibile.

Era accanto a lui, in quel momento, e gli sorrideva. “Voglio farti vedere una cosa.” Gli mise in mano un biglietto e controllò l’ora sul telefono. “Sbrighiamoci o faremo tardi.”

“Ohh, quanti misteri! Che c’è, è la stagione degli accoppiamenti dei leoni? Una coppia di pinguini gay? Oppure vuoi farmi vedere uno spettacolo di foche?”

“Meglio.”

Mostrarono i biglietti e attraversarono i cancelli.

Lo zoo non era grande rispetto agli standard nazionali, ma ti permetteva comunque di trascorrere una o due piacevoli ore a girare tra le gabbie e i recinti. Da piccolo, sua madre ce l’aveva portato spesso, insieme ai fratelli. Non avevano mai avuto molti soldi, ma lei era sempre riuscita a trovarne per l’abbonamento annuale, così da poter andare tutte le volte che ne avevano voglia.

Marcos lo guidò oltre le gabbia delle tigri e dei leoni, ma non oltre quella degli orsi ‒ anche se notò un paio di orsi umani che osservavano con interesse i grossi felini. “Leoni… tigri…”

Marcos rise. “Troppo facile.”

Svoltarono a sinistra dopo il recinto delle lontre. Marcos se lo stava ormai tirando dietro, praticamente di corsa.

“Dove diavolo mi stai portando? Non c’è rimasto granché:”

“Vedrai!”

Girarono un altro angolo e si trovarono davanti una piccola fila di persone di fronte a uno dei recinti.

Dave allungò il collo per vedere quale animale ospitasse.

E quest’ultimo fece lo stesso per guardare lui.

“Giraffe?” Marcos l’aveva portato fin lì per vedere delle giraffe?

L’uomo annuì, il sorriso splendente come quello di un bambino.

“Okay, ammetto di non capire. Ho già visto delle giraffe, dozzine di volte. Voglio dire, sono belle e… chi non vorrebbe avere un collo che ti fa arrivare ai sei metri? Ma…”

“Aspetta e vedrai,” rispose Marcos dandogli un bacio veloce sulla guancia. “Oh, e voltati verso di me. Non voglio che ti rovini la sorpresa.”

Che c’è? Ne portiamo una a casa? Dave scosse la testa, ma fece come gli era stato detto e diede le spalle al recinto. La posizione rese le cose un po’ complicate quando la fila cominciò ad avanzare, ma lui imparò alla svelta a camminare di lato.

Dietro di sé sentiva una serie di “Ohh” e “Ahh”. Fece per voltarsi ma Marcos lo fulminò con lo sguardo. Si sentiva come un bambino di cinque anni che aspettava di poter aprire un regalo.

“Due?” chiese una guardiana di nome Marcie, quando raggiunsero il recinto.

“Sì, grazie,” rispose Marcos, dandole qualche dollaro.

“È la sua prima volta?” domandò ancora la donna, spostando lo sguardo su di lui e sorridendo.

“Sì. È vergine.”

“Ehi! Urlalo visto che ci sei, che ne dici?” esclamò lui con un’occhiataccia.

Marcos rise, poi si fece pensieroso. “Aspetta… non sarai… non lo sei, vero?”

“Stai scherzando?” Gli strizzò una natica. “Ho un sacco di esperienza.”

“Siete una bella coppia,” disse Marcie. Fece loro segno di passare attraverso il tornello e salire una piccola rampa di scale, che Dave percorse all’indietro, facendo attenzione. “Divertitevi!”

Un altro guardiano, Carlos, diede loro un paio di ramoscelli.

“Interessante.”

“Okay, ora puoi girarti.”

Dave gettò uno sguardo da sopra la spalla e rimase senza fiato.

C’erano due giraffe, una adulta e una piccola, a poche decine di centimetri di distanza, le teste che sporgevano verso di lui da sopra la recinzione di legno. “O mio dio!” Erano bellissime. Il manto, di un marrone rossiccio piuttosto scuro e con le macchie, assomigliava al velluto a pelo lungo.

Non le aveva mai viste così da vicino.

“Vai. Dagli da mangiare. Hanno fame.” Marcos lo spinse avanti con gentilezza.

“Sporga il ramoscello, ma stia attento alle dita,” suggerì Carlos. “Non sono pericolose, ma ogni tanto diventano un po’ voraci.”

Dave obbedì di nuovo.

La giraffa più piccola gli si avvicinò e lui sollevò il ramo pieno di foglie come se fosse una spada. “È maschio o femmina?”

“Maschio.”

Il piccolo prese il ramo in bocca, masticando e tirando Dave verso di sé. “Ehi, calma, amico. Posso toccarlo?”

Carlos scosse la testa. “Sono sempre animali selvaggi e si innervosiscono se uno li tocca.”

“Mi sembra giusto.” Sorrise e Marcos. “Lo chiamerò Macchia.”

“Davvero creativo,” rispose l’amico, dandogli il proprio ramo mentre l’animale finiva il suo. Fece uno sbuffo e Dave quasi cadde tra le braccia di Marcos, sorpreso. L’uomo rise forte. “Non ti farà niente,” gli disse poi. “Dai, dagli l’altro ramo.”

Dave si sporse, il ramo davanti a sé.

La giraffa lo annusò e si voltò.

“Ooh-ooh, snobbato da una giraffina.”

“Sì, divertente… Ehi!” Mentre si era girato per fare la linguaccia a Marcos, l’altra giraffa aveva allungato il collo verso il ramo e glielo aveva strappato di mano.

Lo masticò piano, guardandoli dall’alto verso il basso con quella che sembrava un’espressione divertita. “E tu sei Imbroglione.”

Ma l’imbroglione non sembrò particolarmente impressionato.

“È incredibile,” disse Dave, mentre la giraffa piccola lo annusava. Non si era mai reso conto che fossero animali così belli e maestosi.

“Ne è valsa la pena?” chiese Marcos, mentre scendevano dalla piattaforma.

Per tutta risposta, Dave lo spinse contro la ringhiera, lo abbracciò e lo baciò.

L’altro lo strinse a sé con forza fecendolo sentire sicuro, amato e desiderato.

“Lo prendo come un sì?”

“Decisamente sì. È stato… non avevo mai provato niente del genere. Grazie.”

“Di niente…. Senti, visto che abbiamo i biglietti, che dici se facciamo un giro per lo zoo? Hai detto che non ci venivi da parecchio.”

“Da quando ero bambino.”

Marcos lo prese per mano e lo trascinò giù dalla piattaforma.

Dave gettò un’ultima occhiata alle giraffe, quella più grande che piegava la testa per prendere un ramo dalla mano di una ragazzina, che rideva estasiata.

Che esperienza incredibile e inaspettata gli aveva regalato Marcos!

Era stato in quel momento, si rese conto molto tempo dopo, che aveva cominciato a innamorarsi.


Capitolo Sessantatré: Progenie

Diego era seduto al suo posto, in attesa che l’aereo raggiungesse la pista e decollasse. Matteo l’aveva scaricato fuori dall’aeroporto per tornare di corsa al ristorante e aiutare il suo sostituto a impratichirsi con la cucina di Ragazzi.

Spostò lo sguardo fuori dal finestrino, osservando sconfortato la lunga fila di aerei in attesa davanti al loro.

Il ritorno a casa avrebbe dovuto essere un’occasione festosa, visto che gli dava la possibilità di rivedere la sua famiglia ‒ specialmente sua madre e sua sorella ‒ e tutti i suoi vecchi amici.

E Matteo avrebbe dovuto essere lì con lui.

Invece, Diego stava andando in Italia da solo con lo scopo preciso di far cambiare idea a Luna e trovare il modo di svincolarsi da un matrimonio vecchio di trent’anni, prima che questo storia rovinasse la sua nuova vita.

E quella di Matteo.

Doveva ricordarsi che tutta quella storia non riguardava solo lui.

Per quanto, con le nuove riforme, i tempi per ottenere il divorzio si fossero sensibilmente accorciati, nella maggior pare dei casi ci volevano ancora almeno sei mesi. Troppo. Se l’ufficio immigrazione lo avesse beccato prima che riuscisse a regolarizzare la sua posizione, rischiava di essere espulso per sempre dagli Stati Uniti.

Imprecò contro il sistema legale italiano.

Non aveva idea di come sgarbugliare quella matassa, sapeva solo di doverci provare.

Ho un figlio. Ecco l’altro problema da affrontare. Se Luna diceva la verità – e con lei non era mai un fatto sicuro – c’era un giovane uomo che aspettava di conoscerlo. Lui e Luna erano stati insieme per un breve periodo nel 1987, quindi suo figlio avrebbe dovuto avere, quanto? Ventisette anni.

Era difficile imparare a convivere con l’idea di avere un figlio di quasi trent’anni che non aveva mai visto.

Sapeva di lui? Lo odiava? Si chiedeva perché suo padre non fosse mai andato a trovarlo? Perché non faceva parte della sua vita?

Luna avrebbe dovuto avvertirlo. Avrebbe dovuto permettergli di compiere le sue scelte riguardo al bambino… all’uomo.

Aveva scritto una lunga e-mail alla sorella, spiegandole tutto quello che stava succedendo con Matteo e Luna. Le aveva chiesto di organizzare un incontro con la donna, così da poter… merda, non aveva idea di cosa poter dire o fare. Però doveva provarci.

Il telefono vibrò. Aveva dimenticato di metterlo in modalità aereo.

Ricordati che ti amo, qualsiasi cosa succeda.

 

Sorrise. Matteo lo stava pensando, nonostante l’ora di punta al ristorante. Ed era per loro due che lui stava facendo quel viaggio: per occuparsi di qualcosa che avrebbe dovuto risolvere anni prima.

Non doveva dimenticarlo.

Spense il telefono e se lo mise in tasca proprio nel momento in cui l’aereo si preparava al decollo, dando potenza ai motori e accelerando lungo la pista fino ad alzarsi nel cielo di quella tarda mattinata.

#

Carmelina era seduta sulla comoda sedia imbottita nella nicchia vicino all’entrata della dipendenza dell’Everyday Grind più vicina a River Park. Dall’altra parte della strada, il vecchio edificio della House of Fashion sembrava osservarla con le sue orbite vuote. Era un bellissimo vecchio palazzo bianco, un po’ rovinato dal passare del tempo, ma era stato testimone di così tanti avvenimenti da aver raggiunto una specie di eternità.

Carmelina lo capiva.

Aveva avuto due giorni per digerire quello che aveva scoperto riguardo a Daniele e sua figlia e si sentiva ancora scossa fin dentro l’anima.

Perché mai Dio le aveva giocato un tiro simile? Perché aveva mandato quell’uomo nella sua vita col solo scopo di trapassarle il cuore con il crudele stiletto del destino?

Dave la salutò dalla vetrina.

“Ehi, ciao,” le disse entrando. “Che ci fai qui tutta sola e triste?”

“Ciao tesoro,” rispose lei baciandolo sulle guance.

Dave si tolse la giacca e si lasciò cadere sulla sedia di fronte alla sua. “Allora, che succede? Tutto bene?”

“Grazie per essere venuto. Pima prenditi un caffè e poi parliamo.” Dave riusciva sempre a farla sorridere.

“Come vuoi. Ma appena torno voglio che tu mi racconti ogni cosa.” E mentre le passava accanto diretto al bancone le strizzò una spalla.

Dave era stato la sua spalla su cui piangere sin dalla morte di Arthur. Era una roccia e trovava sempre tempo per lei, indipendentemente da quanto fosse occupato.

Fu di ritorno nel giro di pochi minuti con una tazza di decaffeinato e una piatto di scones limone e cioccolato. “Questi sono per te,” disse, sedendosi e sorseggiando il proprio caffè. “Ora su, dimmi cosa è successo.”

“Gliel’ho detto.”

“Oh, cazzo!”

Carmelina annuì. “È stata la cosa più difficile di tutta la mia vita, tranne seppellire Arthur. Ma dovevo sentirlo dalla sua bocca.”

“E lui che ha detto?”

“Ha ammesso tutto. Anche se non sapeva che si trattava di mia figlia… O almeno così ha raccontato.” Chiuse gli occhi richiamando alla memoria la foto della figlia così come l’aveva vista sul giornale. “Era bellissima.”

“Non ne dubito, considerato chi è la madre.”

Gli rivolse un sorriso stanco. “Mi ha implorata – mancava solo che si inginocchiasse per terra – perché gli permettessi di restare.”

Dave la guardò serio. “E tu che hai fatto?”

“L’ho mandato via. Mi faceva troppo male vederlo.” Bevve un sorso del suo tè al mango.

“Dio. Deve’essere stato atroce.”

“Già.”

“Già.” Allungò una mano e la posò sulla sua.

Lei cercò di impedirselo, ma non seppe trattenere le lacrime. Dio, sono un disastro. Era stata una fontana negli ultimi giorni. “Non so che fare, Dave.”

L’amico si alzò e la prese tra le braccia, stringendola nel suo calore. “Lo immagino.”

Era piacevole sentirsi abbracciare da qualcuno che non voleva niente da lei. Che non chiedeva niente in cambio.

Qualche secondo dopo la lasciò andare e prese la sedia, portandola accanto alla sua. “Che pensi di fare ora? Se c’è qualcosa che posso fare per aiutarti, sai che puoi contare su di me.”

“Lo so.” Ci pensò su un secondo. C’era solo una cosa che voleva. Di cui aveva bisogno. “Voglio trovare mia nipote.”


Capitolo Sessantaquattro: La gente lo fa

Marcos era seduto al tavolo da pranzo nel suo appartamento e lavorava al portatile, tenendo però d’occhio la porta del bagno. Aveva udito dei rumori provenire dalla stanza di Marissa un’ora prima e poi la ragazza aveva fatto una brevissima apparizione solo per dileguarsi di nuovo in bagno, senza dargli la possibilità di dire altro se non “Marissa, vorrei parl…”

Ormai era chiusa lì dentro da quarantasette minuti… Non che stesse tenendo il conto, comunque.

Prima o poi sarebbe dovuta uscire e lui ne avrebbe approfittato per farle il discorso.

Era terrorizzato.

Non aveva mai dovuto farlo prima e, a essere onesti, nessuno lo aveva neanche mai fatto a lui. Suo padre lo aveva preso da parte una volta per parlargli di ‘quella cosa del sesso’, ma all’epoca lui lo stava già facendo da qualche mese con un bel compagno di scuola di nome Russ. I genitori non avevano ancora indovinato le sue inclinazioni, quindi le spiegazioni sulle vagine, i reggiseni e il modo giusto di trattare una donna gli erano entrate da un orecchio e uscite dall’altro.

E, comunque, preferiva la versione di Absolutely Fabulous: “Tesoro, le persone lo fanno.”

Eppure eccolo, ora, a dover interpretare il ruolo dell’adulto. Era una parte per la quale si sentiva totalmente impreparato, ma non aveva scelta.

La porta del bagno si aprì e Marissa uscì dal suo bozzolo.

“Ehi, senti…” provò a chiamarla, ma lei fu di nuovo troppo veloce.

“Devo scappare. Ci vediamo stasera a cena!” gli disse, svolazzandogli vicino come una farfalla e dandogli un bacio sulla fronte.

Lui le afferrò una mano e la tirò gentilmente verso di sé. “Aspetta un attimo, Speedy Gonzales. Ho qualcosa da dirti prima che tu vada. Ti sto aspettando da un’ora, siediti per favore.”

Marissa sedette un po’ riluttante su una delle sedie. “Che c’è? Sono già in ritardo…”

“Hai fatto i compiti?” Cristo, sembrava davvero suo padre.

“Metà. Il resto lo faccio domani. È tutto?” Fece per alzarsi.

“No, aspetta. L’altro giorno ti ho visto insieme a qualcuno.”

Lei sorrise. “Spiegati meglio.”

“Con un ragazzo. Ti ho visto baciare un ragazzo davanti alla scuola.” Cristo, ma quant’era difficile?

Marissa rise. “Sì, è abbastanza normale alla mia età.”

“Lo so.” Sospirò esasperato. “Senti, non rendere questa cosa più difficile di quanto già non sia. So che probabilmente hai degli stimoli…”

“Ehh, aspetta una attimo. Stiamo per parlare di sesso?” Arricciò il naso come se fosse un po’ schifata.

“Ehm… sì. Perché, sto sbagliando?”

“Non ne sono sicura, ancora. Va’ avanti.”

“Bene. Allora, non so se i tuoi genitori ti…”

“Genitori adottivi.”

“… se i tuoi genitori adottivi ti hanno parlato di sesso. Immagino che tu sappia che quando un uomo e una donna fanno sesso…”

“Tesoro, sì. So tutto della procreazione. Sai, ci insegnano anche educazione sessuale a scuola ormai.”

“Giusto.” La sua educazione sessuale era stata una serie di film dell’orrore a cui avevano costretto la sua classe ad assistere il primo anno: gli effetti delle malattie sessualmente trasmissibili sui genitali. Qualche volta gli capitava ancora di sognare le pustole. “Okay, parliamo di regole allora.”

“Vai.”

“Primo, vorrei che tu ti sentissi libera di parlarne con me se dovessi avere dei dubbi. Sono qui per te.”

“Okay.”

“Secondo: non credo che tu sia ancora pronta per il sesso. Il sesso… cambia tutto. Puoi conoscere tutto a livello teorico eppure non sapere cosa sia realmente. E una volta che l’hai fatto, non si torna indietro… Non l’hai fatto ancora, vero?”

Lei lo guardò negli occhi. “Vuoi davvero saperlo?”

“Sss… se vuoi dirmelo. O parlarmene. Ci sto provando, dammi tregua.”

Marissa annuì. “Lo so.” Assunse un’aria pensierosa. “Non l’ho fatto con il ragazzo che hai visto. Si chiama Tristan, in ogni caso.”

“Tristan. Bene.”

“Ma l’ho fatto. Con qualcun altro. Prima.”

“Capito.” Allungò una mano sotto il tavolo. “So che sei un’adolescente, quasi un’adulta. So di non potertelo impedire se decidi di… hai capito.”

“Lo so.”

“Se vuoi farlo, meglio che usi… una protezione.” Le passò la busta di carta contenente i profilattici e il lubrificante che aveva preso al Centro.

“Sai che sei parecchio più figo del mio padre adottivo?” fece lei ridendo. Prese il lubrificante. “E sai che questo non mi serve, vero?” Poi prese un preservativo e se lo rigirò tra le dita. “Aspetta, dove li hai presi?”

“Al Centro LGBT. Li distribuiscono gratis. Perché?” Forse non sono quelli di moda.

“Lo so. Ci andavo anche io, te lo ricordi? Tu non li stai usando, vero? Dimmi che non li hai usati.”

“No, non li ho usati. Perché?”

Marissa lo guardò come se fosse un po’ tonto. “Forse dovrei essere io a farti il discorso. Sono scaduti.”

“Oh cazzo!” Sono un disastro come genitore. “Fammi vedere.” Cavolo, aveva ragione, erano scaduti da sei mesi.

“Voi due fate sesso sicuro, vero?” Marissa aveva un’aria molto seria. “Sai che potresti prenderti chissà quale malattia se non stai attento.”

“Cosa?” No, aspetta, gli stava davvero facendo lei il discorso?

“Tu e Dave.”

“Non… non… No. Abbiamo deciso di aspettare.”

“Grazie a Dio. Non credo che tu sia ancora pronto. Ma quando lo sarai, vieni pure da me se avessi delle domande.” Gli diede un bacio sulla guancia. “Sono qui per te.” Si alzò e andò verso la porta.

“Te ne prendo di buoni in farmacia,” le urlò dietro lui.

“Non preoccuparti. Ho i miei. Ci vediamo stasera!”

La porta si chiuse alle sue spalle.

Marcos rimase a guardarla a lungo, chiedendosi quando esattamente fosse diventata lei l’adulta.


Capitolo Sessantacinque: Appuntamento a cena

Ceniamo insieme?

Sam inviò il messaggio poi si mise ad aspettare con impazienza la risposta di Jameson. Nel frattempo controllò di nuovo il proprio aspetto allo specchio del bagno. Aveva indossato la sua migliore tenuta da saltami addosso… camicia nera a maniche lunghe, aperta fin quasi alla vita; jeans consumati che gli mettevano in mostra il culo alla perfezione; stivali da cowboy e il pezzo forte, Stetson nero.

Era uno spettacolo. E decisamente scopabile.

Non riusciva a credere a quello che stava per fare, ma ne sentiva il bisogno.

Sì, sono libero. Mi fa piacere che tu abbia deciso di contattarmi.

Avrebbe funzionato.

A dopo. *emoji cetriolo*

 

“Sei sicuro di volerlo fare?” Brad infilò la testa in bagno, il viso leggermente tirato.

Sam annuì. “Devo. Sono contento che tu capisca.”

“Non del tutto,” rispose il compagno perplesso. “Ma starò bene. Assicurati solo di tornare a casa da me.”

Sam gli diede un bacio sulla guancia e chiamò un Uber. Cinque minuti dopo era in macchina verso la sua destinazione.

Si sentiva un fascio di nervi: paura, eccitazione e nausea facevano a cazzotti dentro di lui. Aveva deciso di farlo solo mezz’ora prima. Era passati quasi due anni dall’ultima volta che si erano visti e allora l’uomo lo aveva accalappiato, usando la sua posizione di professore per approfittarsi di lui. Eppure…

Ma ora eccolo lì.

Seduto sul sedile posteriore di una Prius, faceva ballare il ginocchio su e giù.

“Programmi interessanti per la serata?” gli chiese l’autista, un uomo di nome Hector, mentre gli sorrideva attraverso lo specchietto retrovisore.

“Sì, in un certo senso.”

“È solo che… sembri nervoso.”

“Sì.” Spostò lo sguardo fuori dal finestrino, sugli edifici che costeggiavano la 16ma strada. “Devo incontrare una persona.” Una buca nell’asfalto fu lì lì per scatenargli un attacco di nausea.

“Hock’s Farm è un bel posto. Ci ho portato la mia ragazza una volta.”

“Davvero?” Sam chiuse gli occhi cercando di non pensare, di non sentire.

“Dovresti provare l’hamburger. Ti piace il blue?”

“Non vado matto per i formaggi stagionati.” Gli bastò pensare all’odore di muffa del blue per sentirsi quasi male. Fece un respiro lungo e lento nel tentativo di rilassarsi.

“Allora prendi la pasta al formaggio. Hanno tutti prodotti locali e…”

“Scusa amico, ma non sono in vena di chiacchiere.”

“Sì, come vuoi.”

Hector si zittì e Sam ebbe la sensazione di averlo offeso. “Senti, scusa…”

“Non importa. Siamo arrivati.”

“Ti do cinque stelle, va bene?” cercò allora di rimediare Sam, mentre prendeva il telefono.

Il gesto gli fece guadagnare un piccolo sorriso. “Lo apprezzo. E in bocca al lupo con la tua ex!”

“Non è la mia ex.”

Ma Hector era già ripartito.

Sam chiuse gli occhi. Sono davvero sicuro di volerlo fare? Era ancora in tempo per fuggire.

“Sam!” Jameson lo salutò con la mano da qualche decina di metri. Era probabile che stesse venendo direttamente dal centro congressi. Lo squadrò dalla testa ai piedi. “Stai proprio bene. Ti sei messo in tiro per me?”

Sam arrossì. “Anche tu non sei niente male.” Gli erano sempre piaciuti gli uomini più vecchi, specialmente quelli con l’aria da intellettuali.

“Grazie. Entriamo?” Gli tenne aperta la porta e Sam accettò di buon grado il gesto galante.

“Cort, due persone,” disse il suo accompagnatore alla direttrice di sala. “Sai che il tuo messaggio mi ha sorpreso? Tu e il tuo ragazzo… Ben, se non sbaglio, vero?”

“Br… Ben. Sì, è giusto.”

“Sembravate molto affiatati alla convention.”

“Ha da fare questa sera.”

Jameson gli fece l’occhiolino. “Mi sembra chiaro.”

La direttrice di sala li accompagnò a un tavolo vicino alla finestra. Sam cercò di non guardare il suo compagno.

“Sembra un bel posto,” disse l’uomo, soddisfatto.

“È uno dei miei locali preferiti. Servono solo prodotti freschi. Sacramento è un enorme chilometro zero.” Guardò il menu e scelse un panino con arrosto di maiale. “Allora… stai con qualcuno?”

Jameson scosse la testa. “Non esattamente. C’è stato un ragazzo la scorsa estate, ma… non ha funzionato.” Lo guardò da sopra il menu. “Devo confessarti una cosa.”

“Non sei qui solo per la cena?”

Jameson scoppiò a ridere. “No, non esattamente.” Lo guardò per qualche secondo, poi continuò. “E neppure sono a Sacramento per la convention. Speravo di incontrarti.”

Sam sentì il cuore accelerare i battiti. “Cosa? Perché?”

“Perché eri quello giusto.”

Sam lo guardò. Davanti a lui c’era l’uomo di cui si era innamorato all’università e con cui aveva sperato di trascorrere il resto della vita, prima… E a quanto pareva Jameson era venuto per scusarsi. “Mi hai ferito parecchio, lo sai.”

L’uomo annuì. “Lo so. E mi dispiace. Davvero.” Posò la mano sulla sua. “Senti, io non ho poi questa gran fame. Vorresti… venire in albergo con me? Sto all’Hyatt. Qui vicino.”

Sam esitò. Aveva davvero il fegato di andare fino in fondo? Il tocco fece riaffiorare tutti i vecchi ricordi, e alla fine fu proprio quello a farlo decidere. Annuì. “Andiamo.”

Jameson sorrise e gli prese la mano. Passarono accanto alla cameriera. “Scusi. Un’emergenza. Dobbiamo scappare.” E si ritrovarono fuori.

Dentro l’ascensore che li portava al settimo piano, Jameson allungò la mano per sfiorargli l’inguine.

Sam gliela allontanò con gentilezza. “Non ancora. Sii paziente.”

“Oddio, mi sei mancato,” disse l’altro baciandogli il collo.

Sam sentì il cuore partire all’impazzata.

Raggiunsero la stanza e l’ex amante lo attirò a sé per un bacio.

Sam distolse il viso. “Vorrei lavarmi prima,” gli sussurrò all’orecchio. “Perché non mi aspetti a letto? Arrivo tra un secondo.” Si chiuse la porta del bagno alle spalle e rabbrividì.

Era più difficile di quanto avesse creduto. Si guardò allo specchio. Era davvero quello che voleva?

“Sono pronto,” lo chiamò Jameson dalla stanza.

Sam annuì al proprio riflesso. Doveva farlo. “Arrivo.” Prese il telefono dalla tasca e quando aprì la porta si trovò davanti Jameson steso sul letto, con indosso solo un preservativo. “Sorridi,” gli disse allora, e scattò tre foto in rapida sequenza.

“Che diavolo pensi di fare?” chiese l’uomo, coprendo le proprie vergogne con la trapunta.

“Mi prendo la giusta vendetta. Quello che mi hai fatto è sbagliato. Ti sei approfittato di uno studente molto più giovane di te che è stato così cretino da credere a tutte le bugie che gli hai propinato. Poi mi hai messo da parte e hai ricominciato tutto da capo con qualcun altro.” Gli mostrò il telefono. “Ora però ho queste. Se solo mi giunge voce che sei di nuovo invischiato con uno studente, le foto e la mia storia finiranno dritte dritte sulla scrivania del rettore. Buona notte, professore.” Mi mise il telefono in tasca e uscì dalla stanza, sbattendo la porta in faccia a un indignato e tremante Jameson Cort.

Uno degli studenti di letteratura che Sam aveva notato quel giorno alla convention era in piedi nel corridoio e in mano stringeva una chiave magnetica.

Sam alzò gli occhi al cielo. “Se fossi in te non lo farei,” disse con un sorriso machiavellico. “A meno che tu non voglia prenderti le zecche.”

“Oddio, no! Grazie, amico!” Si voltò e quasi corse verso l’ascensore.

Jameson aveva la fila fuori dalla porta. Venuto per vedere me un cazzo! Era il solito pezzo di merda fedifrago che era sempre stato. Sam aveva temuto che si sarebbe sentito in colpa, ma si era sbagliato: stava da dio.

Prese un altro Uber per tornare a casa.

“Com’è andata?” gli chiese Brad.

“Bene.” Sorrise. “Ci penserà due volte prima di fare altre stronzate.”

Brad sospirò di sollievo. “Mi hai fatto preoccupare.”

“Sei tu l’unico uomo di cui ho bisogno.” E lo prese tra le braccia, là dov’era il suo posto.


Capitolo Sessantasei: Casa

Diego recuperò la valigia dalla cappelliera e guardò fuori attraverso il piccolo oblò. Era una giornata tediosa a Bologna, e il tempo rispecchiava perfettamente il suo umore.

Sapeva che avrebbe dovuto essere contento: sua sorella Valentina sarebbe venuta a prenderlo lì all’aeroporto e, non appena avessero raggiunto Bertinoro, avrebbe potuto riassaggiare la cucina casalinga di sua madre.

Il pensiero gli strappò un sorriso. Gli erano mancati i passatelli fatti in casa di sua mamma, una ricetta che avevano ereditato dalla nonna, ed era stato contento di passarla a sua volta ai suoi allievi di Ragazzi.

E se questo lo rendeva un ‘mammone’, allora pace. C’erano cose peggiori al mondo che farsi coccolare dalla mamma.

La fila cominciò finalmente a scorrere e Diego salutò l’hostess con un cenno della testa, quando le passò davanti. “Grazie mille.”

“Buona giornata,” rispose lei con un sorriso affabile. “Benvenuto in Italia.”

E alla fine, eccolo libero dall’abbraccio claustrofobico dell’aereo. Quattordici ore di prigionia erano davvero troppe!

Si guardò intorno alla ricerca di Valentina e rimase deluso quando non la vide. Aveva appena tirato fuori il cellulare per chiamarla, quando sentì uno strillo acuto.

“Diego!”

Sorrise e si girò appena in tempo per prenderla tra le braccia. Lei lo strinse forte, attirando gli sguardi malevoli di alcuni altri passeggeri. “Sei arrivato! Sei a casa!” esclamò prima di baciarlo su entrambe le guance.

“Sì, sono arrivato.” Non riuscì a non sorridere davanti alla gioia di lei. Aveva l’aria un po’ affannata e i capelli neri elettrizzati, ma era il suo stato normale.

“Andiamo!” Si sciolse dal suo abbraccio e lo prese per mano, tirandolo lungo il corridoio. «Hai messo il bagaglio in stiva?»

«No, ho solo questa valigia e lo zaino.»

Dopo nove mesi negli Stati Uniti era strano vedere insegne italiane, sentire parlare italiano e in generale essere circondato da cose italiane. Una volta tanto non si sentiva isolato. Cazzo, se mi mancava! pensò.

“Perché hai tutta questa fretta?” gemette rivolto alla sorella.

“Perché non voglio pagare un’ora intera di parcheggio.»

“Dove sono Bianca e Dante?” Si era aspettato di vedere anche i nipoti insieme a lei. Aveva portato a entrambi una maglietta con la scritta Ragazzi.

“Sono a casa con la mamma.» Uscirono nell’aria fresca dell’esterno e Valentina lo guidò verso il parcheggio coperto.

C’era più o meno un’ora di strada dall’aeroporto di Bologna a casa sua, e Diego aveva intenzione di sfruttare quel tempo per parlare con la sorella. “Vedo che hai sempre la tua vecchia Fiat.”

“Non mi dà problemi,” rispose lei, aprendo il bagagliaio così da poterci mettere dentro la valigia. “Diversamente dal mio ex.”

Diego sbuffò. Quando Valentina lo aveva incontrato, Roger era in Italia per uno scambio studentesco. Avevano condiviso una breve e intensa storia d’amore, un matrimonio disastroso e un divorzio pieno di acredine.

Salirono in macchina. “Lo senti ogni tanto?”

Lei scosse la testa e accese il motore. “Non ci sentiamo dal duemiladodici, quando il mio avvocato era riuscito a rintracciarlo. Però continua a non mandare i soldi.” Ingranò la retromarcia e partì senza neanche guardarsi dietro, guadagnandosi una sonora strombazzata da parte di una Peugeot.

Valentina rispose con un gestaccio e accelerò.

Diego scoppiò a ridere.

“Che c’è?” fece lei con un’occhiataccia.

“Niente,” rispose lui. “Ma è bello essere a casa.”

In breve si trovarono sull’autostrada, a frecciare accanto a case coloniche e campi dorati. Dopo qualche altra chiacchiera di poca importanza, arrivarono alla ragione della sua presenza in Italia. “Quindi quest’uomo, Max… ha cercato di ricattarti?”

“Sì, ha scoperto l’esistenza di Luna e che non abbiamo mai divorziato. Avrei dovuto dirlo a Matteo, ma non pensavo che fosse importante. E in ogni caso fino a quest’anno i gay non potevano sposarsi qui in Italia.”

“E ora potresti avere seri problemi con l’Ufficio immigrazione se dovessero scoprirlo.”

“Sì. Devo convincere Luna a divorziare. E non è detto che basti.”

Valentina annuì. “Io ho dovuto aspettare tre anni, nonostante lui avesse lasciato il paese e abbandonato i suoi figli.”

“Lo so.” Sospirò, lo sguardo puntato sulla campagna che scorreva a fianco della strada. Non aveva idea di cosa sarebbe successo, ma doveva provarci. Per il ristorante. Per Matteo.

“Luna ha consentito a incontrarti martedì. Ho pensato che prima ti servissero un paio di giorni con la famiglia.”

Diego annuì. “Non vedo l’ora…”

“…di mangiare i passatelli di mamma, lo so.” Rise, e quel suono fu come un balsamo per la sua anima. “Non parli d’altro. Li farà per pranzo.”

Diego sorrise. “Come stanno i ragazzi?”

“Sono delle pesti, come sempre.” Gli passò il suo telefono. “Guarda le foto.”

Diego le fece scorrere. Bianca indossava la divisa da calcio e aveva un ginocchio sbucciato. Dante aveva un’espressione più riservata, come sempre. Era un ragazzino tranquillo, ma con un cervello sopraffino. “Che gli era successo?”

“Bianca era caduta dalla bicicletta e si era procurata qualche brutto taglio. Dante aveva portato a scuola, dentro lo zaino, un paio di topi che poi sono scappati.”

“Cavolo. Dev’essere stato divertente.” Com’era che si stava perdendo tutto?

“L’hanno sospeso per tre giorni.”

Uscirono dall’autostrada e cominciarono a salire verso le colline. Diego sentiva un nodo alla gola via via che si avvicinavano al paese. Era cresciuto lì, in una casetta appena fuori le mura. Era uno di quei vecchi borghi medioevali, forse diecimila anime.

Ancora qualche minuto e Valentina si fermò davanti casa sua in Via Giovanni Bovio. “Eccoci arrivati!” Scese e si sbatté la portiera alle spalle.

“Ciao, Valentina!” la salutò una donna dall’altra parte della strada.

“Salve signora Ricci! Diego è tornato a casa!” Lo indicò orgogliosa.

“Benvenuto a casa, Diego,” lo accolse contenta la vicina, l’abito a fiori e i capelli grigi che sventolavano nella brezza. “Vieni a trovarmi quando hai un secondo di tempo.”

“Certo, signora Ricci. Ci conti,” rispose lui.

Prese la valigia e alzò lo sguardo sulla casa a due piani intonacata di bianco e con il classico tetto di coppi rossi. Sembrava che avesse bisogno di una bella imbiancata.

Si strinse nelle spalle e seguì Valentina all’interno, dove fu immediatamente assalito dal profumo migliore del mondo: quello dei passatelli.

Lasciò cadere i bagagli e corse in cucina. “Mamma!”

Sua madre, ormai vicina ai settanta, appoggiò il cucchiaio e si voltò, la gioia che traspariva dal suo viso rugoso. Aprì le braccia. “Oh, Diego, quanto mi sei mancato!” Lo abbracciò stretto, mentre la farina che le si era depositata sul grembiule lo faceva starnutire.

Ma non gli importava.

Era a casa.


Capitolo Sessantasette: Chef per Caso

“Che vuol dire che oggi non puoi venire?” esclamò Matteo, lo sguardo fisso sullo schermo del telefono. Aveva inserito il vivavoce e si stava massaggiando le tempie.

“Mi dispiace,” disse Phil, il sostituto chef. “Te l’ho detto, sono ammalato.” E per ribadire diede due colpi di tosse.

Matteo sollevò la testa verso l’orologio a muro. “Sono le otto e quarantacinque di domenica. Tra due ore dobbiamo aprire per il pranzo. Come faccio a trovare qualcun altro con questa… velocità?”

“Non è un mio problema, capo.”

La loro collaborazione era cominciata male e finita peggio il giorno prima. Personalmente Matteo non era stato convinto sin dall’inizio che Phil andasse bene per il loro locale, ma Diego aveva insistito che il suo curriculum era perfetto e che aveva ricevuto ottime referenze dal precedente posto di lavoro ‒ una carretto di hamburger a occhio e croce, considerato tutto il grasso e la farina che aveva sparso ovunque. Avevano discusso animatamente alla fine del servizio e Matteo aveva passato le successive due ore a ripulire da solo, dopo che l’uomo si era precipitato fuori dalla porta.

E ora si ritrovava senza uno chef per il servizio domenicale e senza nessuno che potesse tenere la lezione di cucina.

“Ti abbiamo assunto per fare un lavoro,” insisté con tono irritato. “Ti aspetto qui tra mezzora.”

“No posso. Domani, forse. Se non mi sento troppo male.” Altro colpo di tosse.

“Presentati entro trenta minuti o cercherò un altro chef!” Premere un pulsante colorato su uno schermo era molto meno gratificante che sbattere giù una cornetta.

Erano le dieci. Gli serviva uno chef, e in fretta.

Chiamò una mezza dozzina di amici di Diego. Erano tutti impegnati o fuori città.

Alla fine riuscì a trovare Dyson Clay, uno degli chef che lavoravano da Lucca. “Sì, posso darvi una mano, ma devo essere fuori di lì entro l’una e mezzo, una e quarantacinque al massimo.”

“Grazie, grazie, grazie! Oddio, non hai idea del problema che mi risolvi.”

“Mi piace rendermi utile. Tra un’ora sono lì.”

Matteo riattaccò e, per la prima volta in quella mattina, sentì di poter respirare liberamente. Il pranzo era a posto. Era quella la cosa importante.

Ora gli restava solo da sistemare la lezione.

#

“Eccoci qua. Fatto tutto.” Dyson si stava lavando le mani al lavandino della cucina dopo che avevano finito di caricare la lavastoviglie. “Bel movimento oggi.”

Matteo annuì. “Stiamo facendo… come si dice? Un bel lavoro di bocca?”

Dyson proruppe in una gran risata. Nonostante fosse vicino ai settanta, lo chef era ancora un gran bell’uomo, quello che lì chiamavano una volpe d’argento. O, nel suo caso, un orso d’argento. “Lavoro di bocca. Questa sì che è bella. Comunque ogni volta che posso dare una mano…”

“Stasera?” rilanciò Matteo speranzoso. Non aveva proprio voglia di chiamare di nuovo Phil.

“Ah, mi piacerebbe, ma ho una dimostrazione in un ristorante.” Si asciugò le braccia forti e irsute. “Ti piacciono i Kings?” L’uomo era tanto bello quanto irrimediabilmente etero.

“Non troppo.”

“Peccato. Sarebbe stato divertente andare a una partita insieme a Diego e Alyson. E quando l’anno prossimo apriranno il nuovo stadio…”

“Avremmo molto più lavoro perché le tariffe dei parcheggi nella vostra zona si alzeranno,” finì lui con un sorriso predatorio.

Dyson sbuffò. “Probabile.” Si tolse il grembiule e andò verso la porta. “Ci vediamo presto.”

“Grazie di nuovo.”

Guardò l’orologio. Aveva circa un quarto d’ora per preparare tutto l’occorrente per la lezione. Non era uno chef, ma c’era qualcosa che sapeva fare bene.

Un dessert.

#

Carmelina fu la prima ad arrivare da Ragazzi.

Aveva quasi deciso di restare a casa. Gli ultimi giorni erano stati desolati, come se il mondo si fosse inclinato e tutto il colore fosse scivolato via, ma non era il tipo da crogiolarsi nella malinconia.

Matteo era in piedi dietro al bancone, anche lui con un’aria sconsolata.

Ciao, bello!” lo salutò.

Ehilà!” rispose lui, sollevando la testa e rivolgendole un sorriso luminoso.

“Dov’è Diego? È in ritardo?”

Matteo scosse la testa. “È in Italia. Aveva… delle questioni famigliari da risolvere.”

“Bene, allora credo che ci conosceremo un po’ meglio, ti pare?”

Matteo rise. “Direi proprio di sì.”

“Che prepariamo oggi?” Sbirciò verso il bancone, coperto di frutta e tavolette di cioccolato, sia bianco che fondente. “Per ora mi piace quello che vedo.”

“Non sono uno chef, ma so preparare un ottimo dessert. È uno dei prefe… rati di Diego.”

“Preferiti?”

“Preferiti, grazie. Si chiama Spiedini di Frutta al Cioccolato,” continuò Matteo in italiano.

Carmelina sorrise. “Oohh, nome affascinante. Che significa?” Finché c’era del cioccolato, era sicura che le sarebbe piaciuto.

La campanella sopra la porta tornò a trillare e questa volta entrarono Carlos e Marissa.

“Oohh, cioccolato,” esclamò la ragazza lasciandosi cadere a sedere davanti al bancone. “Posso?”

Matteo annuì. “Certo. Ne abbiamo ancora.”

“Ciao, bella donna,” la salutò intanto Marcos dandole un bacio sulla guancia.

“Ciao, tesoro.”

“Come si chiamano in inglese?” continuò intanto Matteo. “Bastoni di frutta e cioccolato?”

“Bastoni?” Poi la lampadina si accese. “Ah, spiedini.” All’angolo del bancone c’erano un mucchio di spiedini di metallo. “Che dobbiamo fare?”

“Volete cominciare a tagliare la frutta? Li useremo come dessert per il servizio di questa sera.”

“Certo.” Si lavò le mani, prese un kiwi e un coltello e cominciò ad affettare. Era bello avere qualcosa da fare.

#

Una volta finita la lezione, Matteo prese Carmelina da parte. “Devi aiutarmi.”

Sembrava davvero preoccupato. “Certo. Che ti serve?”

“Non abbiamo uno chef per il servizio di questa sera. Per domani siamo coperti, credo, ma tra un po’ la gente comincerà ad arrivare…”

“Quindi ti serve uno chef.” Cosa le stava chiedendo?

Lui annuì, l’aria abbattuta.

“Matteo, non sono uno chef…”

“Però sai cucinare.”

Lei scosse la testa, decisa. “Non c’è verso che possa mandare avanti la cucina di un ristorante. Non l’ho mai fatto prima.”

“Hai cucinato per la tua famiglia, no?”

“È diverso. A casa prepari uno o due piatti.” Doveva essere completamente impazzito.

L’uomo annuì. “Perfetto. Proprio quello che ci serve. Diremo che è un menu speciale. Tu prepara il tuo piatto forte.”

“Ma non so…”

Matteo le prese la mano, guardandola con i suoi grandi occhi castani. “Ti prego. Non so cos’altro fare.”

Carmelina rifletté un secondo. C’erano un paio di piatti che sua nonna faceva spesso e che anche lei sapeva preparare senza ricetta. E l’avrebbe aiutata a non pensare ad Andrea. E a Daniele. “Va bene. Ti aiuto.”

“Grazie.”

“Ma tu stai qui e mi dai una mano. Non puoi lasciarmi da sola.”

Matteo annuì.

“Okay, mi servono farina, uova, pomodori… e la padella più grande che avete.”

Mezz’ora dopo, un bel cartello scritto a mano fece la sua comparsa contro il vetro della finestra accanto all’entrata.

Menù speciale a prezzo fisso
I ravioli fatti a mano di Mamma Carmelina.
Vino rosso
Spiedini di frutta al cioccolato
$12.99


SPIEDINI DI FRUTTA AL CIOCCOLATO

Ingredienti (12 persone):

8 stecche di cioccolato da 100 gr
cioccolato bianco gr 100
12 acini d’uva
12 pezzi di ananas
12 fragole
12 pezzi di kiwi
12 spiedini
1/2 tazza di granella di nocciole

Sciogliete a bagnomaria separatamente il cioccolato bianco e quello fondente. Infilzate su ogni stecco una fragola, un pezzo di ananas, uno di kiwi e un acino di uva.

Tuffate gli spiedini nel cioccolato fondente, sgocciolate l’eccesso e fateli asciugare su un foglio di carta da forno, per evitare che si attacchino. Inserite il cioccolato bianco fuso in un conetto di carta da forno e tagliate la punta, creando un piccolo forellino, e con questo praticate delle striature decorative sugli spiedini. Servite solo quando si saranno asciugati bene. Potete guarnire ulteriormente con della granella di nocciole.

Ricetta di Fabrizio Montanari


Capitolo Sessantotto: Tribes

Marcos era in piedi sul marciapiede di fronte al Capital Stage e osservava le auto che passavano per J Street. Faceva ancora caldo, troppo caldo per una sera di metà ottobre, ma non se ne curava troppo.

Le persone gli passavano accanto per andare a prendere i loro biglietti all’interno dell’anonimo palazzo a un piano. Anonimo per tutto tranne che per il vivacissimo disegno che ricopriva il muro rosso. La stagione era appena cominciata, così come appena cominciato era il murale che il Cap Stage commissionava ogni anno per la sua facciata, aggiungendo un pannello per ciascuno dei sei spettacoli in programma.

Marcos non era esattamente un tipo da teatro, ma Dave sì, e a quanto pareva quella era una delle attività obbligatorie quando si usciva con qualcuno. Lui comunque preferiva i film, con le loro colonne sonore leziose, i vasconi di popcorn e le poltroncine con gli effetti speciali.

Andava però detto che Marcos era un po’ arrugginito con tutto il discorso degli appuntamenti. Per la maggior parte della sua vita adulta era più stato il tipo da una botta e via, maestro delle avventure da una notte.

E guarda dove l’aveva portato: a essere e sentirsi solo. A quarant’anni.

Era arrivato il momento di provare qualcosa di nuovo, e quindi eccolo lì, di domenica sera, in centro, a vedere uno spettacolo teatrale.

Gettò uno sguardo ai biglietti. La pièce si chiamava Tribes e parlava di un tizio sordo e della sua famiglia. Di più non sapeva.

«Ehi ciao. Scusa il ritardo.» Dave lo salutò con un rapido bacio. Indossava un maglioncino azzurro e un paio di jeans neri che gli stavano alla perfezione, anche se forse sentiva un po’ di caldo con tutta quella roba addosso.

«Ti ho aspettato con piacere.»

Dave sorrise. «È bello essere atteso. Pronto a entrare?»

Marcos aprì la porta e lo fece passare per primo, cogliendo l’occasione per ammirare la schiena e il sedere.

La donna dietro al bancone li salutò con un gesto della mano. L’edificio era chiaramente vecchio, anni cinquanta come la maggior parte di quella porzione di strada, ma era stato ben ristrutturato. Un lungo corridoio portava a un salone moderno in stile industriale, completo di un piccolo snack bar.

«Che ne dici di un caffè?»

Marcos sorrise. «Mi piacerebbe. Ohh, quei dolcetti sembrano deliziosi.»

«Allora che aspetti a prenderne uno?»

Lui scosse la testa. «Fanno ingrassare.»

Dave rise. «Non credo che possano fare tanto danno. Secondo me stai magnificamente.»

«Perché non mangio mai i dolci.»

«Be’ io ne prendo uno. Sono stato bravo oggi: frutta a colazione e insalata a pranzo.» Gli fece linguaccia. «Tu fai quello che vuoi.»

Marcos valutò il rischio calorie contro il piacere di condividere qualcosa con un ragazzo e cedette.

«Siete adorabili insieme,» disse il barista con un sorriso.

«Hai sentito?» fece lui, dando a Dave un bacio al volo. «Siamo adorabili.»

«Sì, ma non montarti la testa.»

Marcos allungò al ragazzo un biglietto da venti.

Dave gli scostò la mano. «Ti ho invitato io, pago io.»

«Ma hai già pagato i biglietti!»

«Non prenda i suoi soldi.» Poi, rivolto a lui: «Mettili via. Tanto non la spunti.»

Marcos si strinse nelle spalle, sconfitto. Altra esperienza nuova: era la prima volta che un ragazzo pagava anche per lui. Quella cosa degli appuntamenti aveva bisogno di un po’ di pratica.

Entrarono nel cortile dietro la sala e Marcos rimase colpito dalla fontana. Era un pianoforte verde, ma al posto dei tasti c’erano dei getti d’acqua. «È bellissimo,» disse, avvicinandosi per osservarlo meglio.

«Vero. Mi piace come hanno arrangiato questo cortile. Prima altro non era che una spoglia colata di cemento.»

Trovarono un paio di sedie e sedettero per bere il caffè e mangiucchiare i biscotti.

Marcos si sentiva in imbarazzo. Aveva esaurito tutta la sua capacità oratoria alla fontana. Di che diavolo parlavano i ragazzi quando non volevano portarsi reciprocamente a letto? Non che gli sarebbe dispiaciuto…

Aveva anche preso una nuova scatola di preservativi, tanto per non farsi trovare impreparato. L’attesa stava cominciando a pesare, ma Dave valeva la pena di un po’ di sofferenza.

Le luci lampeggiarono.

Un calo di tensione? «Che succede?»

«È l’avviso che mancano cinque minuti all’inizio.» Dave lo tirò in piedi. «Andiamo a sederci.»

Trovarono i loro posti in prima fila e Marcos si preparò a vedere in cosa consisteva quella cosa del teatro.

#

Due ore dopo le luci si riaccesero e gli attori si inchinarono.

Marcos li guardava, sbalordito.

«Allora, che ne pensi?» Dave lo scrutava ansioso.

«È stato… oddio, è stato come rivedere la mia famiglia sul palco.» La rappresentazione lo aveva colpito in maniera quasi viscerale, sia la storia in sé che l’immediatezza della recita dal vivo. Se avesse allungato la mano avrebbe quasi potuto toccare gli attori, mentre questi si spostavano da un lato all’altro tessendo la trama del loro racconto.

Era stato come osservare la propria infanzia.

Dave inarcò un sopracciglio. «Non sei sordo.» Si alzarono e seguirono il resto degli spettatori all’esterno.

«Non lo so. È difficile da spiegare.» Guardò su e giù per J Street. «Ti va di andare al Grind per un caffè e qualche chiacchiera?»

«Certo.» Dave lo prese per mano e si avviarono fianco a fianco lungo la strada. Quelle dimostrazioni di affetto pubbliche lo mettevano ancora un po’ a disagio, ma il gesto del compagno non ammetteva repliche.

Camminarono in silenzio verso la caffetteria, ciascuno perso nei suoi pensieri.

Una volta presi i caffè andarono a sedersi lungo il marciapiede, sotto la quercia gigante. Era stata una serata praticamente perfetta.

«Lo spettacolo ti ha colpito, vero?» chiese Dave alla fine, inclinando la testa.

Marcos annuì. «Sì. Non… non è mai piaciuto il teatro. Voglio dire, non l’ho mai considerato. Mi sembrava pretenzioso.»

Dave rise. «A volte. Ma può anche essere lancinante, spaventoso o illuminante. E qualche volta ti cambia.»

«Ti cambia. È una bella definizione.» Il modo in cui Billy, il personaggio sordo, era isolato all’interno della sua famiglia. Il modo in cui loro non si erano nemmeno presi la briga di imparare il linguaggio dei segni o come non si curassero minimamente di renderlo partecipe di quello che veniva detto. «Era come se fosse un estraneo nella sua stessa casa.»

«Ah.»

«I miei genitori non mi hanno mai capito quando ero un bambino. Secondo mio padre giocare con le bambole o mettermi lo smalto erano aberrazioni che dovevano essere curate a suon di botte, così da fami diventare un vero uomo.» Si fermò un attimo a riflettere. «Quando alla fine Billy ha incontrato qualcuno disposto a insegnargli il linguaggio dei segni, quando ha trovato un’intera comunità di persone come lui…»

«È stato il suo coming out.»

«Esattamente.» Lo spettacolo sembrava una metafora, intenzionale o no, dei ragazzi omosessuali. E della sua stessa adolescenza. «Non ci avevo mai pensato in questi termini, ma anche io ero un estraneo nella mia stessa tribù.»

Dave appoggiò la mano sulla sua. «Ora però hai una nuova tribù.»

Marcos lo guardò negli occhi. Erano pieni di affetto e comprensione.

E amore.

Lo attirò a sé e lo baciò a lungo, guadagnandosi i fischi e gli applausi di apprezzamento di un paio di coppie di passaggio. «Andiamo da me?» chiese, la voce piena di speranza.

«Marissa c’è?»

«Dorme da un’amica. La casa è tutta per noi.»

Dave sorrise. «Ho portato un cambio di vestiti.»

Marcos si alzò e lasciò il caffè a raffreddarsi sul tavolo. Fece alzare anche Dave e lo tirò verso casa sua.

Anche la notte si rivelò perfetta.


Capitolo Sessantanove: Orario di ricevimento

Carmelina, un post-it stretto nervosamente tra le dita e lo guardo puntato sul telefono, era seduta a un tavolo per due al Temple Coffe.

Undici e trenta.

La tazza di caffè che aveva accanto si stava raffreddando senza che ne avesse bevuto nemmeno un sorso.

Aveva trascorso gran parte della mattina negli uffici del Sac Bee a cercare di convincere la giovane impiegata che si occupava dei necrologi ad aiutarla a trovare quello di Andrea. Prima di allora, ci aveva già provato da sola via internet, ma il sito del giornale non le aveva fornito nessuna informazione.

Dopo tante pene, tuttavia, si era procurata una copia del giornale e aveva scoperto i nomi dei genitori adottivi di sua figlia: Susan e Darryl Smith.

“Smith” era un po’ una rogna – ce n’erano a bizzeffe – ma alla fine era riuscita a rintracciare un Darryl Smith. Insegnava archeologia alla Sac State, ad appena pochi minuti da casa sua, e Carmelina aveva il suo numero dell’ufficio.

Sac State.

Chiuse gli occhi chiedendosi quante volte la sua bambina era stata lì insieme al padre. Così vicina. Carmelina passeggiava spesso per i prati dell’università, percorrendo i sentieri sotto gli splendidi alberi e godendosi l’energia giovanile che impregnava l’aria. Quante volte si erano incrociate, e forse anche viste?

Il senso di colpa la consumava.

Una madre non avrebbe dovuto riconoscere sua figlia? Non avrebbe dovuto esserci una scintilla, qualche tipo di attrazione improvvisa? Aveva frugato nei meandri della memoria, cercando di ricordare un momento in cui magari l’aveva vista tenuta per mano da un estraneo, un momento in cui i loro occhi si erano incrociati e lei aveva sentito la connessione.

Ma non c’era niente.

Da qualche parte là fuori, tuttavia, aveva una nipote. Da qualche parte nel mondo, c’era una piccola parte di sé, e di sua figlia.

Fu quel pensiero che la fece decidere.

Prese il telefono e digitò il numero del professor Smith.

Tre squilli.

«Pronto?» Una voce maschile. Un po’ infastidita.

«Professor Smith?»

«I miei orari di ricevimento sono dalle due alle cinque. La prego di richiamare in…»

«Mi scusi se la disturbo, non sono una sua studentessa.» Inspirò a fondo, poi si buttò. «Lei è Darryl Smith, marito di Susan Smith?»

Un rantolo improvviso seguito da una lunga pausa. «Chi vuole saperlo?»

«Avrei una domanda…»

La chiamata fu interrotta.

Carmelina sospirò. Probabilmente avrebbe fatto la stessa cosa se qualcuno l’avesse chiamata all’improvviso facendo domande personali sulla sua famiglia.

Ma quella reazione le aveva anche rivelato qualcosa: era la persona giusta.

E l’orario di ricevimento cominciava alle due.

#

Stava aspettando seduta su una spartana sedia di legno fuori dall’ufficio poco dopo le due, quando vide avvicinarsi un signore anziano. Avrà avuto sui sessantacinque anni, una bella barba grigia e un principio di calvizie.

«Salve,» le disse mentre apriva la porta. «Posso aiutarla?»

«Professor Smith?»

«Così è scritto sulla porta.»

Carmelina rise, ma l’uomo non si unì a lei. «Ehm, potrebbe concedermi un momento?»

Lui la guardò dalla testa ai piedi e alla fine dovette decidere che non sembrava pericolosa. «Entri. Può mettere quei libri là per terra.»

I libri di cui parlava erano appoggiati su una delle due sedie posizionate a un lato della scrivania, anch’essa ingombra. Così come ingombri di volumi, vecchi e nuovi, erano gli scaffali che tappezzavano tutte e quattro le pareti. Carmelina alzò i libri dalla sedia che le era stata indicata – “Roma antica”, “Case e rovine”, “La Pompei nascosta” – e li posò con attenzione per terra. «Ha molti libri,» disse, dimenticando per attimo la ragione della sua visita.

«Ha detto che le serviva un momento?» L’uomo si accomodò sulla sua vecchia sedia di pelle verde, che scricchiolò. «Temo di non avere molto di più da dedicarle. Aspetto uno studente per le due e mezza e dovrei anche controllare la posta.»

Carmelina fissò lo sguardo sui libri che ricoprivano la scrivania. C’era un computer nascosto da qualche parte là sotto? Scosse la testa e andò dritto al sodo. «Ho chiamato prima a proposito di Andrea…»

L’uomo digrignò i denti. «Voi giornalisti, sempre a caccia di qualcuno da spremere. È stata vittima di un incidente d’auto ed è morta e sepolta. Non ho altro da dire. Ora, se vuole scusarmi.» Si alzò e indicò la porta.

«Mi serve solo…»

La fece alzare e la indirizzò verso l’uscita. «La prego di non disturbarmi più.» Le diede una spintarella e cominciò a chiudere la porta alle sue spalle.

Carmelina non aveva il tempo di sentirsi offesa per quel comportamento maleducato. «Professor Smith… Darryl… per piacere. Era mia figlia!»

La porta si fermò.

Si guardarono per un momento attraverso lo spiraglio. «Che vuol dire?» La voce dell’uomo aveva un timbro brusco.

«L’ho… l’ho data in adozione nell’agosto del 1975. Ho scoperto da poco che è morta. Per favore… la prego, lasci che le parli.»

L’uomo abbassò lo sguardo sul pavimento e, per un secondo, Carmelina fu sicura che avrebbe rifiutato. L’aria tutt’intorno sembrò ribollire.

Scosse la testa. Si stava facendo trasportare dall’immaginazione.

Alla fine, Darryl annuì e riaprì la porta. «Entri.»

Carmelina gli sedette di fronte. «Grazie.»

«Ho sempre pensato che prima o poi questo giorno sarebbe arrivato. Quando adotti un bambino ti chiedi sempre perché qualcuno abbia voluto dare via una cosa tanto preziosa.»

«Ero molto giovane.» Prese dalla borsa la busta contenente i documenti dell’adozione e gliela porse. «Così saprà che non sto mentendo.»

L’uomo la prese e scorse i fogli. «Quindici anni. Era davvero giovane.» Non sembrava comprensivo, tuttavia. «Bene, cosa posso fare per lei signora…»

«Di Rosa. Speravo di parlare con lei e la signora Smith…»

«La signora Smith è morta quindici anni fa, non molto tempo dopo la scomparsa di Andrea.»

«Oh, mi dispiace. Che le è successo?»

«Cancro.»

Oddio. Annuì. «Terribile. Io ho perso mio marito appena qualche mese fa.»

«Condoglianze.»

Carmelina si accorse che stava piangendo, appena un po’. Arthur, poi quello… era davvero troppo.

«Ecco, prenda un fazzolettino.» Il professore le passò una scatola di kleenex e lei ne prese uno con gratitudine, usandolo per tamponarsi gli occhi e soffiarsi il naso. «Cosa posso fare per lei? La prego di capire che non sono sempre così. Quella parte della mia vita è stata molto dolorosa e persino ora riaprire quelle ferite fa molto male.»

Carmelina annuì. «Cercherò di fare in fretta, allora. Ho saputo che Andrea aveva una figlia.»

«Sì. Si chiamava Mary. Quando Susan è morta aveva quasi due anni.» Distolse lo sguardo e arrossì. «Eravamo solo noi. Nessuno dei due aveva una famiglia. È per quello che adottammo… che decidemmo di dare una casa a qualcuno che non aveva nessun altro. Quando Susan morì, io non riuscii… non ci riuscii.» Stava tremando.

Mary. Sì sentì male per averlo costretto a rivivere quei momenti, ma doveva sapere. «Quindi l’ha data in adozione.»

L’uomo annuì.

«Ma lei ha una famiglia, Darryl,» disse piano lei. «Ha me. Lei Susan avete fatto tutto il possibile per Andrea. E ora io voglio trovare Mary e fare lo stesso.» Ovunque fosse, era probabile che avesse già una famiglia, ma ci avrebbe pensato più avanti.

Lui annuì. «Mi lasci la sua email. Vedrò quello che riesco a trovare e glielo manderò stasera o domani.» La guardò negli occhi. «Le è mancata sua figlia, dopo?»

Carmelina tirò su col naso, le lacrime di nuovo vicinissime. «Ogni singolo giorno.»

«Anche a me. Se la trova… posso incontrarla?»

Lei annuì. «Mi piacerebbe.» Gli porse la mano e lui la strinse.

«Le scriverò presto.»

«E io aspetterò.»

A quel punto lo lasciò e, per la prima volta da giorni, sentì dentro di sé un raggio di speranza.

Si chiama Mary. Ho una nipote.


Marcos osservava con sguardo cupo l’avvocato seduto dall’altra parte della scrivania.

Mort Zimmermann era un vecchio amico di famiglia e la persona a cui sua madre l’aveva indirizzato quando l’aveva chiamata per raccontarle ciò che stava succedendo con Marissa e i suoi genitori. L’uomo, però, non si era mostrato troppo fiducioso. Mai niente che vada bene, cazzo!

Marcos aveva preso Marissa alla fine delle lezioni e l’aveva accompagnata a quell’incontro, ma si era aspettato che le cose andassero meglio. «Allora… giusto per essere sicuro di aver capito bene: nonostante abbia denunciato la sua stessa figlia e la stia portando in tribunale, non c’è niente che possiamo fare per dimostrare che è una cattiva madre? Per l’amor del cielo, l’ha denunciata!»

Mort scosse la testa piena di capelli grigi. «Non ho detto questo. Affrontiamo una questione alla volta: la prima cosa di cui dobbiamo occuparci sono le accuse di furto con scasso.» Si voltò verso Marissa, guardandola da sopra gli occhiali cerchiati d’oro. «Hai preso niente che non ti appartenesse?»

Lei scosse la testa. «Solo qualche vestito. Il mio orsacchiotto. E un po’ di soldi che avevo…»

Quella era una novità per Marcos. Chissà cos’altro non sapeva!

«Dove erano questi soldi?» chiese con gentilezza Mort.

«Nel cassetto delle calze, dentro a un carillon che mi aveva regalato mia zia.»

Mort sospirò. «Questo sì che potrebbe essere un problema. Potrebbero affermare che il denaro apparteneva ai tuoi genitori.» Digitò qualcosa sul suo portatile, i tasti che picchiettavano rumorosi nel silenzio della stanza. «Quando li hai visti l’ultima volta? I tuoi genitori, intendo.»

Bella domanda. «Quando l’hanno sorpresa in camera…»

Mort sollevò una mano per imporgli il silenzio. «Lo stavo chiedendo a Marissa.»

Marcos spostò lo sguardo sulla ragazza, che ballettava nervosamente al suo posto. «Giovedì,» disse alla fine.

«Cosa??» esclamò lui, schizzando su dalla sedia prima ancora di rendersi conto che si stava muovendo. Ripiombò giù a peso morto, il viso che gli bruciava. «Dove l’hai vista? E perché non me l’hai detto?»

Marissa, sbiancata in volto, si guardava le mani allacciate. «È… venuta a scuola per parlarmi. Ha detto che se fossi tornata a vivere con lei, se avessi lasciato perdere tutta la storia della lesbica, avrebbe ritirato la denuncia.» Lo guardò. «Mi dispiace di non avertelo detto. Volevo solo scordarmi che era successo.»

«E tu cosa le hai risposto?» Sapere che glielo aveva nascosto lo metteva molto a disagio.

«Di andare al diavolo.»

Marcos fece un verso con la gola. «Scommetto che non l’ha apprezzato.» Era tutto esattamente come quando lui era ancora un ragazzino e i suoi genitori lo avevano cacciato di casa. Aveva sperato che il mondo fosse cambiato, invece erano ancora lì, punto e a capo. E sì, anche lui avrebbe potuto tenerselo per sé, a quell’età. «Allora, che facciamo?» chiese all’avvocato.

«È la prima infrazione. Diremo che non ha fatto male a nessuno o che non ha davvero rubato, dal momento che tutti gli oggetti le appartenevano. Faremo notare che sono stati i genitori a gettarla in mezzo alla strada, quindi la responsabilità è anche loro. Marissa, compi diciotto anni il giorno dopo il processo, vero?»

«Il ventotto ottobre.»

L’uomo annuì. «Tecnicamente sei ancora minorenne. Ci aggrapperemo anche a quello. Signor Bianco, lei è disposto ad assumere un ruolo più permanente come tutore di Marissa? Tra poco sarà lei stessa un’adulta per la legge, ma la corte potrebbe essere più disposta a darle un’occasione se sapesse che ha accanto una persona matura che la controlli.»

Marcos inspirò a fondo. Non aveva messo in conto nulla di tutto ciò quando le aveva porto la mano quella prima volta fuori da Ragazzi. Era una bella responsabilità.

Guardò Marissa.

Anche lei lo guardava, in attesa della sua risposta.

Marcos abbassò lo sguardo sulle proprie mani.

«Va bene lo stesso, se anche non mi vuoi.» Il suo tono però diceva il contrario. Aveva bisogno di lui. «Sono capace di prendermi cura di me stessa.»

Marcos scoppiò quasi a ridere. Assomigliava così tanto a com’era lui alla sua età da fargli male, qualche volta. Fu quel pensiero a farlo decidere. «Certo che ti voglio,» disse, guardandola. «Fai parte della mia vita ormai, indipendentemente da quanto tu la movimenti.»

Marissa lo scrutò, quasi a volersi assicurare della sincerità delle sue parole. Poi un sorriso le si aprì sul viso, e gli saltò addosso, gettandogli le braccia al collo. «Ti voglio bene, zio Marcos.»

Zio Marcos. Fece una risatina. L’avrebbe sopportato.

#

«È stato notevole là dentro,» disse Marissa mentre risalivano sulla Prius di Marcos. Era ancora un po’ scioccata dal fatto che l’uomo avesse accettato di diventare il suo tutore permanente.

«L’avvocato dici?»

«No, quello che hai detto. Su di me.»

«Era vero. Potrai sempre contare su di me, ‘Riss,» le disse Marcos, abbracciandola.

La sensazione di quelle braccia calde le piacque.

«Però non devi avere paura di raccontarmi quello che ti succede, okay?» La lasciò andare e lei si asciugò gli occhi prima che lui notasse le lacrime.

Annuì. «Ci proverò. Mi lasceresti al Rick’s?» gli chiese, cercando di non tirare su col naso.

Marcos accese il motore e si immise su I Street. «Ti piacciono i dolci, eh?»

«In un certo senso.» Era una settimana che lei e Tris uscivano insieme e avevano deciso di festeggiare con una fetta di cheesecake al cioccolato.

«Devi incontrare degli amici?»

«Sì, una specie.»

«Un amico in particolare?» insisté lui con un sorriso.

«Forse.»

Marcos scosse la testa. «Non capisco come tu faccia a mangiare tanto zucchero. Ti farà marcire dall’interno.»

«Sono giovane e bella,» recitò lei con un movimento teatrale delle braccia. «Posso permettermelo.»

Marcos rise. «E non pensare che non mi sia accorto che mi hai dato dello zio.»

«Non ho idea a cosa ti riferisca.» Prese il telefono e mandò un messaggio a Tris. Quasi arrivata.

«Senti, so che la nostra “chiacchierata” non è andata troppo bene l’altro giorno.» Accostarono davanti al Rick’s Dessert Diner. «Però stai attenta, qualsiasi cosa decidiate di fare.»

«Contaci.» Gli diede un bacio sulla guancia e fece per scendere.

«Ehi.»

«Che c’è? Sta aspettando…»

«Voglio conoscerlo.»

Marissa si voltò. «Perché?»

«È quello che facciamo noi zii e figure genitoriali. Che ne dici di venerdì? A cena.»

«Ci penserò.»

«A casa per le otto. Domani hai scuola.»

Marissa gli lanciò un bacio e chiuse lo sportello, salutandolo con la mano mentre lo guardava allontanarsi.

Tristan la stava aspettando dentro, bellissimo nella sua maglietta ‘encefalogramma piatto’, la felpa e i jeans neri.

Gli sedette accanto nel separé e gli diede un bacio. «Felice complisettimana!»

Lui rise. «È la cosa più assurda che abbia mai sentito.»

«E di questa che mi dici? Mio… Marcos vuole che ti porti a cena da noi una sera.»

«Certo. Perché no?» Le fissò un ciuffo di capelli dietro l’orecchio.

«Davvero non ti dispiace?» Era sorpresa. I ragazzi di solito odiavano dover incontrare i genitori.

Lui scosse la testa. «Deve succedere prima o poi. Ehi, vuol dire che sta diventando una cosa seria?»

Marissa ci pensò qualche secondo. «Non lo so. Forse? Non dobbiamo…»

«A me piacerebbe,» disse Tris. Poi, piano all’orecchio. «Molto seria.»

Marissa rabbrividì. Quello che la sua voce non le faceva sentire dentro… «Forse…»

«Una fetta di cheesecake al cioccolato.» Il cameriere appoggiò sul tavolo un piatto e due forchette, interrompendo la conversazione. «Buon appetito!»

Tris le offrì una forchettata di dolce. «Ci pensi?»

«Sì,» rispose e prese in bocca la cheesecake. Era deliziosa.

Le cose peccaminose erano sempre quelle che davano più soddisfazioni.


Capitolo Sessantuno: Ora lo so

Sam passò in rassegna la stanza.

Il Temple era uno dei luoghi di ritrovo preferiti di Brad: a soli pochi isolati dal Centro, la caffetteria era un’opera d’arte. I pavimenti erano ricoperti da file e file di monetine da un penny, tutte laminate nel pavimento e ai lati del bancone. Cinquecentotrentaduemila, come Brad amava ricordargli ogni volta.

Scorse il suo compagno seduto sul divano in pelle marrone, intento a leggere una copia di Outworld, la rivista locale destinata ai gay.

«Ehi, ciao!» Lo salutò con un bacio.

«Ciao!» Brad posò il giornale. «Ti ho preso un mocha… spero vada bene.»

«È perfetto.» Prese la tazza e scivolò a sedere dall’altra parte del divano. «Mi hai chiamato?» Brad di solito non lo disturbava a casa, a meno che non fosse urgente: sapeva che durante il giorno lavorava.

L’uomo annuì e posò il suo caffè. «Sì, scusa. So che stavi scrivendo. È solo che…»

«Non c’è problema.» Sam assaggiò il mocha. Era buono. In effetti aveva una voglia matta di caffè. Osservò per un attimo Brad, cercando di indovinare cosa stesse succedendo. «Ero a un punto morto, in ogni caso. Mi ha fatto piacere uscire qualche minuto. Che c’è?» Ancora scosso per via di Jameson?

Brad non rispose subito. Sollevò di nuovo il caffè e prese un altro sorso. «È… difficile per me chiederlo.» Lo guardò da sopra il bordo della tazza.

Sam gli appoggiò una mano sulla spalla. «Sputa il rospo. È per Jameson, vero?»

Brad annuì.

«Lo sapevo che avrei dovuto lasciare le cose come stavano,» sospirò lui abbandonandosi contro lo schienale del divano, lo sguardo fisso sulle proprie mani. Aveva rovinato tutto con Brad, ne era certo.

«Sì, è per Jameson. Devo chiederti ma una, ma devi rispondere con sincerità.»

«Spara.» Sam si accorse di non riuscire più a muovere il viso.

«Tu e lui… è stato il tuo primo uomo, vero?»

Sam annuì. «La mia prima storia, non il mio primo uomo.»

«Dio, farò un casino. Dimentica che…»

Sam fece una risatina forzata. «Pensavo di essere io quello che aveva fatto casino.» Lo guardò negli occhi. «Chiedimelo e basta.» Sapeva cosa passava per la testa del compagno.

«Lo… ami ancora? Provi qualcosa per lui?» Aveva l’espressione di uno la cui vita dipendeva dalla risposta a quella domanda.

«No, non lo amo.» Una volta sì. Forse. Ma non come amava Brad. Cercò le parole giuste, ma si sentiva impacciato e a disagio. «Tra noi… Quando l’ho incontrato la prima volta, ero lusingato che un uomo della sua levatura mi considerasse. Era bello, raffinato… cioè…» Sei proprio un artigiano della parola, eh Sam?

«Più grande.» Brad affinò lo sguardo. «Non hai mai voluto parlarne prima.»

«Lo so. Quando abbiamo rotto, mi ha quasi spezzato.» Ripensò a quei pomeriggi di ottobre inondati di sole, quando Jameson lo aveva preso sotto la sua ala. «Cominciò in modo innocente: la sua mano che sfiorava la mia, lui che mi urtava quando ci alzavamo. Poi, un giorno, notai… quanto davvero fosse interessato a me. In un modo diverso.» Quei jeans stretti non avevano nascosto niente. «È stato un errore. Era il mio professore, non avrei dovuto…»

«Non è stata colpa tua.» La voce di Brad era calma e rassicurante, la tensione svanita.

Qualcosa era cambiato, ma Sam non avrebbe saputo dire cosa. Proseguì. «In ogni caso, siamo stati insieme per tre anni. Pensavo che fossimo una coppia vera, invece lui mi tradiva di continuo.» Un lunedì pomeriggio era tornato in anticipo da una lezione e l’aveva trovato a letto con una matricola, uno del suo corso del primo anno. Non era neanche sicuro cosa gli avesse fatto più male: il tradimento o il fatto che il suo amante avesse scelto qualcuno che neanche si sognava di condividere il loro amore per la parola scritta. «Il passato non si cancella e quando l’ho rivisto alla convention…» Tornò ad abbassare lo sguardo sulle proprie mani. Aveva sentito la scintilla dell’attrazione. Faceva un male cane ammetterlo, persino con se stesso.

Brad gli strinse la mano. «Provi ancora qualcosa per lui?» domandò di nuovo.

Sam provò una sensazione strana, come se Brad riuscisse a leggergli dentro, come se capisse ciò che pensava. «No. C’è stato un attimo di… come dire… lussuria? Intesa? Un ricordo vago di ciò che pensavo avessimo. Ma questo è tutto.» Lo guardò.

Brad aveva gli occhi umidi e lo strinse in un abbraccio quasi soffocante. «Non hai idea di quanto ti ami. Nessuna idea.»

Sam ricambiò la stretta. «Che succede?»

Brad tirò su col naso, poi si staccò, allontanandolo da sé. «Avevo bisogno di sentirtelo dire. Quando lo scorso anno sei entrato nella mia vita, mi hai cambiato. Mi hai reso migliore. Ma poi Jameson è tornato e io ho avuto così tanta paura di perderti.» Gli prese le mani nelle sue. «Ora lo so.» Lo lasciò andare e scivolò in ginocchio accanto al divano. Cercò nella tasca e ne estrasse una scatolina di velluto nero. Sollevò lo sguardo su di lui, gli occhi che risplendevano. «Sam Fuller, vuoi sposarmi?» Aprì la scatolina per rivelare una fascia d’oro bianco, completamente liscia.

L’intera sala ammutolì.

Sam si sentì quasi soffocare, gli occhi appannati dalle lacrime. «Cris… Oddio, sì! Certo che sì!Mi hai… un anello… Oddio!!» Tirò su il suo amore e gli passò le braccia attorno alla vita, le dita infilate nei passanti della sua cintura. Lo tirò su e lo strinse passandogli le braccia attorno alla vita, le dita infilate nei passanti della sua cintura.

Brad lo baciò.

Gli spettatori lanciarono grida di giubilo.

Dopo qualche secondo, si separarono, appena un po’. Brad appoggiò il mento sulla sua spalla.

«Ti amo, Brad Weston,» sussurrò Sam. Come era successo? Appena qualche momento prima aveva avuto paura di perderlo e ora… siamo fidanzati!

Brad si tirò indietro per guardarlo. «Non voglio aspettare neanche un minuto. Sposiamoci oggi. Questa sera! Potremmo andare a Las Vegas e…»

Sam rise. «Cos’è questa fretta?»

«Sono pronto. Lo sono da molto ma ora… Non voglio aspettare. Tu non ti senti pronto?»

«Sì. Sì, certo. Però prendiamo almeno fiato. Voglio che ci sia mia madre, e voglio invitare i nostri amici.»

Brad annuì. «Va bene. Aspettiamo. Che ne dici del primo novembre. È il nostro anniversario.»

Sam aggrottò la fronte. «Il nostro anniversario è il dieci aprile.»

«Il primo di novembre è il giorno in cui ci siamo incontrati. Il giorno in cui sei entrato nel mio ufficio per la prima volta.»

«Ti ricordi il giorno esatto?» Sam era impressionato.

«Come se fosse ieri. Avevo capito già allora che mi avresti cambiato la vita. Solo che non immaginavo quanto.» Lo baciò di nuovo. «Allora, che ne dici?»

Sam lo strinse di nuovo a sé. «Dico sì.»


Capitolo Settantadue: E al diavolo tutto il resto

Ben aspettava l’arrivo di uno dei direttori del ristorante. Si appoggiò al muro e osservò il viavai di camerieri e aiuti-camerieri che schizzavano di qua e di là portando piatti di enchiladas guanajuato (le sue preferite) e empanadas.

Zocalo non aveva mai momenti di stanca. Era uno dei suoi ristoranti preferiti in centro, sia per l’arredamento confortevole che per il cibo messicano davvero strepitoso. Gli schermi sopra il bar trasmettevano una qualche partita di basket, lo stridio della gomma e l’occasionale boato della folla che creavano un rumore di sottofondo perpetuo al cicaleccio dei clienti ‒ coppie e gruppi che stavano consumando un pranzo un po’ in ritardo.

Ben sentiva lo stomaco fare capriole impossibili, tanto era agitato per il lavoro. Ne aveva bisogno. Il suo conto in banca stava pericolosamente scivolando verso il rosso.

Non voleva tornare a fare il pubblicitario.

Abbassò lo sguardo sul telefono, sperando di distrarsi. Ella gli sorrideva dal salvaschermo, l’espressione particolare che gli procurò un brivido lungo la schiena. Avevano trascorso insieme gli ultimi giorni, ed era stato incredibile.

Bastava che lei gli sfiorasse la mano o gettasse indietro i lunghi capelli rossi perché il suo mondo cominciasse a brillare e poi cambiasse forma.

Sperava di poterle dare una bella notizia al prossimo appuntamento.

«Ciao Ben,» lo salutò Carlos, il direttore, stringendogli la mano e rivolgendogli un sorriso neutro. «Grazie per essere tornato.»

«Grazie per avermi chiamato. Spero che tu abbia buone nuove da comunicarmi.» L’anno sabbatico era stato una manna dal cielo per la sua scrittura, ma ora che il romanzo era finito, Ben aveva davvero bisogno di un’entrata extra. Sapeva che il suo libro non sarebbe mai stato un successo planetario e tra quello che gli restava dei suoi risparmi e uno stipendio decente, sperava di riuscire a barcamenarsi mentre cominciava la stesura del successivo.

«Sì, se sei ancora interessato a lavorare qui.» Presero posto a un lungo tavolo nella sala riservata agli eventi nella parte più interna del ristorante. «Sono rimasto molto colpito dal tuo curriculum. Anzi, se devo proprio essere onesto, mi sembri fin troppo qualificato.»

Ben rise. «È per via dell’esperienza in pubblicità e della laurea?»

Carlos annuì. «Sì. Quindi dimmi, cosa ti spinge a voler lavorare in un ristorante?»

Ben sospirò. «Se vuoi la verità, il mondo della pubblicità mi stava risucchiando l’anima. Per un paio d’anni ho lavorato a Los Angeles per un’agenzia molto importante e alla fine della giornata mi sarei buttato dalla finestra.»

«E ora?»

«Ora incanalo tutta quell’energia creativa nella scrittura. Un lavoro come questo… mi permetterebbe di mantenermi e al tempo stesso mi darebbe la flessibilità necessaria a proseguire la mia carriera di scrittore.»

Carlos lo studiò per qualche secondo. «Ha un senso. Ma in genere non assumo nessuno che non sia appassionato di cibo, e in modo particolare di cibo messicano. E dovresti cominciare dal fondo, come aiuto-cameriere e poi fare strada piano piano.»

«Nessun problema in proposito. Il cibo messicano mi piace. Il vostro guanajuato è uno dei miei piatti preferiti in tutta la città e Mayahuel ha una zuppa di poblano per cui sarei pronto a uccidere.»

Carlos rise. «Lo sai che non dovresti parlare dei piatti dei nostri concorrenti durante un colloquio di lavoro, vero?»

«Forse no. Però hai detto di volere qualcuno che amasse il cibo messicano.»

«Giusto,» fece Carlos con un sorriso. Gli porse la mano. «Allora, quando cominci?»

#

Ella lo aspettava al Cafe Bernardo, a un paio di isolati dall’ospedale. Aveva l’aria stanca; il tempo che passava in quella camera ad aspettare che il fratello si svegliasse cominciava a presentarle il conto.

Ben era un po’ preoccupato: non era sicuro che le facesse bene alla salute.

«Ciao!» la salutò, nascondendo la preoccupazione dietro a un sorriso.

«Ciao bellissimo!» rispose lei. Gli diede un bacio sulla guancia, soffermandosi un po’ più del normale, poi sedettero a un tavolo accanto alla finestra. La stanza intorno a loro risplendeva di colori vivaci.

«Come sta Max?» le chiese con nonchalance mentre scorreva il menù.

«Nessun cambiamento.» Prese anche lei il menu e lo guardò per qualche istante senza interesse, poi lo rimise giù. «Com’è andato il colloquio da Zocalo?»

Ben fu contento che avesse pensato a lui nonostante tutte le preoccupazioni che l’assillavano. Sorrise. «Ho avuto il lavoro!»

«Grande!» Il sorriso che gli rivolse era luminoso quanto il suo, mentre gli prendeva una mano e la stringeva. «Quando cominci?» La mano le tremava, così si affrettò a tirarla via e nasconderla sotto il tavolo.

«Dopodomani,» rispose Ben. Poi aggrottò la fronte. Ella non avrebbe dovuto vergognarsi. Non con lui.

«Granshe.» Tossì per coprire la difficoltà di pronuncia e distolse lo sguardo, fissandosi d’istinto una ciocca fulva dietro l’orecchio. La sua malattia.

Ben gli appoggiò una mano sulla guancia. «Sono i sintomi?»

Lei annuì, ma senza guardarlo.

«Non c’è bisogno che me li nasconda,» le disse lui con gentilezza, accarezzandole il viso. «Lo sai, vero?»

Ella sollevò lo sguardo. Aveva gli occhi umidi. «È così frustrante. Vorrei solo shimenticarmene per questa sera.» Strinse i denti. «Voglio,» disse piano, «trascorrere una bella serata e non pensarci.»

Ben si alzò e scivolò nella sedia accanto alla sua. «Dammi la mano.»

Lei gliela porse, esitante.

Ben la prese fra le sue. Era calda e morbida. Il suo stomaco fece un’altra capriola, ma di un tipo completamente diverso rispetto a quando era da Zocalo. «Guardala, è perfetta.»

Nonostante tutto, Ella rise. «Dubito.» Ma lasciò che lui se l’avvicinasse alle labbra.

Ben vi appoggiò sopra un bacio delicato, poi la lasciò andare.

Lei prese il bicchiere con l’acqua. «A una bella serata e al shiavolo tutto il resto.»

E tale fu, in qualche modo.


Capitolo Settantatré: Il tramonto della luna

Diego fissò lo sguardo sulla porta dell’appartamento di Luna. Tremava nel freddo del primissimo mattino e il fiato gli usciva in nuvolette di vapore tinte di giallo dalla luce gialla del portico.

Valentina gli strinse la mano. Sono qui.

Lui annuì e bussò.

Era ancora mezzo addormentato. Valentina l’aveva svegliato alle due di notte, dicendogli che qualcuno l’aveva chiamata dal cellulare di Luna e le aveva detto di correre subito a Bologna. Un altro dei giochetti di sua moglie, aveva pensato lui, eppure…

La porta si aprì di un soffio.

«Entrate.» L’uomo era sulla trentina e indossava un collare da prete. «Diego?»

«Sì.» Possibile che fosse suo figlio? L’età era più o meno quella. Il destino qualche volta era un’amante crudele. «Mi hanno detto che Luna voleva vedermi.»

«Sì, sono Padre Roberto. Venga con me.»

«È… perché è qui?» Seguì l’uomo lungo il corridoio ‒ Valentina dietro di lui ‒ più confuso che mai.

«Sono il suo prete. Mi ha chiesto di venire a somministrarle l’estrema unzione. Non ci vorrà molto ormai.»

Diego barcollò. «Cosa?»

«È nella sua stanza.» Il sacerdote aprì la porta in fondo al corridoio.

Una donna era sdraiata su un letto singolo, nascosta dalle coperte e appoggiata a una pila di cuscini. La pelle delle sue braccia era giallognola e piena di lividi. Sembrava addormentata.

«Cos’ha?» sussurrò Diego al prete.

L’uomo lo guardò. «Mi dispiace, credevo lo sapesse. È allo stadio finale di un’epatopatia.»

C’era qualcun altro nella stanza. Un ragazzo di forse di sedici o diciassette anni stava seduto in un angolo e guardava Luna corrucciato. Sollevò un attimo gli occhi su di lui, poi li riabbassò.

Luna aveva un altro figlio? Strano. «Cosa devo fare?»

«Mi hanno detto che voleva vederla prima di…»

Diego deglutì, poi annuì. «Capisco.» Sedette accanto al letto e prese a osservare il viso di Luna. Aveva molte rughe, come una persona anziana, la pelle era quasi trasparente e giallognola. Sembrava così… vecchia.

Tutta la rabbia e il risentimento che provava nei suoi confronti si sciolsero come neve al sole.

Luna dovette averlo percepito la sua presenza perché aprì e gli occhi e lo guardò. «Sei venuto.» La sua voce era debole, molto diversa da quella vivace che Diego ricordava.

Sembrava una copia sbiadita di se stessa.

«Ciao.» Le accarezzò la guancia con il dorso della mano. «Se bellissima, come sempre.»

Le labbra di lei si incurvarono in un tentativo di sorriso. «Bugiardo.»

Anche lui sorrise debolmente. «Mai.» Poi si chinò e le appoggiò un bacio sulla fronte. «Luna, mi dispiace tantissimo di non essere venuto prima. Non lo sapevo.»

Lei annuì e chiuse gli occhi. Per un attimo, Diego pensò che fosse riscivolata nel sonno, ma poi, con sforzo evidente, Luna tornò a guardarlo. «Voglio…» Strinse le labbra, poi le umettò. «Voglio che tu ti prenda cura di Giovanni.»

«Giovanni?»

Luna annuì. «Tuo figlio.» Indicò l’angolo della stanza, e Diego incrociò di nuovo lo sguardo arrabbiato del ragazzo.

«Non sei mio padre,» esclamò quest’ultimo, alzandosi e mandando la sedia sbattere contro il muro. «Non importa cosa dice lei.» Poi lasciò la stanza.

È lui mio figlio? Diego lo guardò allontanarsi e fu come se il mondo gli girasse attorno. Non era possibile. Lui e Luna erano stati insieme più di vent’anni prima, mentre il ragazzo sembrava a malapena maggiorenne.

Oddio!

Quella notte.

Luna aveva fatto una breve apparizione nella sua vita diciotto anni prima, quando era venuta a chiedere soldi per tenere segreto il loro matrimonio, proprio nel periodo in cui Matteo era fuori di sé a causa della morte del padre. Una sera, dopo aver messo il compagno a letto, Diego era uscito e si era ubriacato.

Aveva sognato Luna e com’era quando stavano insieme.

O almeno, aveva pensato che fosse stato un sogno.

Diego la guardò di nuovo, il fantasma di ciò che era stata.

Lei annuì, leggendogli la domanda negli occhi. «Mi dispiace tanto, Diego.» Allungò il braccio scheletrico e gli appoggiò una mano sulla guancia. «Avrei dovuto dirtelo.»

Diego si era preparato a incontrare un figlio adulto, a incontrare la moglie e convincerla a concedergli il divorzio. Ad arrabbiarsi, urlare e strepitare se ce fosse stato bisogno, finché non avesse ottenuto ciò che gli serviva per vivere in pace la sua vita con Matteo. Ma quello…

Che diavolo doveva fare a quel punto? Come faceva ad avercela con qualcuno in punto di morte?

Disse l’unica cosa che gli sembrò appropriata. «Va tutto bene, Luna. Non preoccuparti.» L’aiutò a riappoggiare la mano sulla coperta e le fissò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Erano ispidi e radi.

Questa volta Luna gli sorrise davvero, lasciando che i suoi occhi esprimessero ciò che non riusciva a dire a parole. Poi li chiuse e scivolò di nuovo nel sonno.

Diego rimase seduto a lungo di fianco al letto, osservando il petto della donna che si alzava e si abbassava. Si sentiva la mente ottenebrata. Come diavolo sarebbe riuscito a spiegarlo a Matteo? Come diavolo sarebbe riuscito a crescere un figlio?

Sua sorella gli toccò una spalla e gli fece segno di seguirla.

Il prete prese il suo posto, restando lui accanto a Luna.

Valentina lo guidò verso la piccola cucina, con i mobili grigi e le piastrelle bianche. Aveva preparato il tè e ne aveva appoggiate due tazze sul tagliere. «Prendi uno sgabello.»

«Grazie.» Diego sedette e prese la tazza. Il tè era caldo e forte.

Valentina bevve a sua volta, guardandolo da sopra il bordo. «Ho parlato con il prete mentre tu eri insieme a lei. Mi ha aggiornato.»

Diego annuì. «Quanto le resta?»

«Forse qualche ora.» Chiuse gli occhi. «Non si sa mai con queste cose.»

Diego fu scosso da un brivido, mentre cercava di venire a patti con quella notizia. «Come è possibile? È così giovane.»

«Ha l’epatite. Da molto a quanto pare, e gli ultimi anni è andata sempre peggiorando.» Prese un’altra sorsata di tè. «Diego, devo chiederti una cosa.»

«Giovanni?»

La sorella annuì.

«Non sapevo nulla di lui finché non me lo hai scritto tu due settimane fa. Te lo giuro.»

«Quindi credi davvero che sia tuo?»

Diego sapeva cosa gli stava chiedendo in realtà e detestava doverle rispondere. «L’ultima volta che l’ho vista.. quando ha chiesto dei soldi per stare zitta… Ero molto ubriaco quella notte… Credo che… è possibile.»

Valentina distolse lo sguardo. «Ti assomiglia. Ha i tuoi occhi, e il fuoco che vi brucia mi ha ricordato te quando avevi la sua età.»

«Vuole che lo cresca.» Diego chiuse gli occhi, richiamando l’immagine del viso di lei, stanco e invecchiato. «Non so se ne sono in grado. E come faccio a dirlo a Matteo?» Gli occhi gli si inumidirono e tirò su col naso. Non aveva cercato niente di tutto quello che stava succedendo e il ragazzo lo odiava, senza neanche conoscerlo. Inoltre, aveva già fatto tanto male a Matteo. «Non so che fare.»

Valentina posò la tazza e lo abbracciò. «Oh, Diego, in che guaio ti sei cacciato questa volta?» Lo strinse a sé e gli diede un bacio sulla guancia. Diego le appoggiò la testa sul petto, mentre le lacrime gli bagnavano il viso. «Va tutto bene, polpetto. Ce la faremo.»

Dio, come sperava che avesse ragione.

Qualcuno si schiarì la gola.

Diego sollevò la testa e vide il prete sulla soglia. «Scusate se vi interrompo, ma credo che sia arrivato il momento,» sussurrò.

Come lo sa? Diego si alzò e seguì l’uomo nel corridoio.

La vita folle di Luna si stava rapidamente chiudendo e per qualche strana ragione lui era stato chiamato ad assistere al suo ultimo tramonto.


Capitolo Settantaquattro: Dimmi quando

Carmelina osservò intorno a sé l’ufficio dell’investigatore privato. Era pulito e impersonale, con normali mobili Ikea nei toni lievi del legno e del grigio. Un ficus solitario dava un tocco di colore dalla sua posizione accanto alla finestra, le cui tende verticali lasciavano che una luce soffusa filtrasse dai vetri color ambra.

Sollevò ancora una volta la foto di carta. Era già abbastanza consumata, nonostante l’avesse stampata solo due giorni prima. Non riusciva a smettere di guardarla.

Un viso infantile la studiava a sua volta con meravigliosi occhi castani; una bambina di nome Mary.

Sua nipote, una minuscola parte di sé gettata nel freddo mondo crudele.

Aveva un sorriso meraviglioso.

Darryl aveva mantenuto la parola e le aveva mandato qualche foto, inclusa quella, insieme al nome dell’agenzia che aveva curato le pratiche dell’adozione: una struttura chiamata Happy Homes a Rancho Cordova.

Carmelina sospirò. L’agenzia si era rivelata un vicolo cieco. Lei non aveva modo di dimostrare il legame di parentela tra sé e la bambina e i documenti le sarebbero stati preclusi in ogni caso. Zondra, l’impiegata con cui aveva parlato al telefono, non era stata minimamente scalfita dalla sua storia e si era rifiutata di fornirle qualsiasi informazione riguardo all’adozione.

Magari era l’universo che le stava suggerendo di rinunciare e lasciar perdere tutto prima che qualcuno si facesse male. Forse il suo arrivo nella vita di Mary, qualunque essa fosse, avrebbe solo portato confusione e dolore.

Eppure, Carmelina sentiva il bisogno di sapere.

Arthur, tu cosa faresti?

Lo spirito del suo defunto marito era stranamente silenzioso su quell’argomento.

“Signora… Di Rosa.” L’investigatore privato era completamente diverso da come se l’era aspettato: una giovane donna con indosso un completo con gonna e giacca, molto elegante e professionale, mentre i capelli biondi erano trattenuti in una crocchia legata stretta. “Sono Emily Stump.” Le porse la mano, che Carmelina strinse, dopodiché sedette dietro alla scrivania dell’Ikea.

Carmelina fece una smorfia. Emily aveva una stretta di mano molto salda.

“In cosa posso aiutarla?”

“Sto cercando di rintracciare mia nipote. E forse sono tornata a essere la signorina Di Rosa, ormai, visto che mio marito è morto qualche mese fa.” Le passò la busta contenente tutto ciò che era riuscita a raccogliere fino a quel momento.

“Mi dispiace per la sua perdita, signorina Di Rosa.”

Carmelina ebbe la sensazione di aver colto una nota di ammirazione nella sua voce per la sua determinazione ad andare avanti. “Nessuno ti insegna come affrontare questo genere di cose quando se ne vanno.”

Emily annuì. “Quindi è scappata? Sua nipote intendo.” Sfogliò i documenti.

“No. Non esattamente. Ho dato mia figlia Andrea in adozione nel 1975.” Faceva ancora male confessarlo a voce alta. “Ho da poco appreso che è rimasta uccisa in un incidente d’auto qualche anno fa e che prima di morire aveva avuto una figlia.” Il nodo allo stomaco le faceva un male cane.

“Ah.”

“Anche sua figlia è stata data in adozione. Sembra che sia un fatto ricorrente nella mia famiglia.”

“Anche lei è adottata?”

“No… intendevo… Qualche volta penso di non aver fatto scelta migliore per Andrea, e che sua figlia stia pagando per i miei errori.”

Emily appoggiò i fogli sulla scrivania. “Anche io sono stata adottata, signorina Di Rosa. Mia madre era una tossicodipendente e darmi via è stata probabilmente la decisione migliore che abbia mai preso ‒ forse l’unica buona di tutta la sua vita.” Si appoggiò allo schienale e la studiò per qualche secondo.

“Le agenzie per l’adozione sono ossi duri,” disse alla fine. “Immagino che abbia già contattato…” Scorse i fogli. “Happy Homes?”

Carmelina annuì. “Non sono serviti a nulla.”

Emily sbuffò. “Lo immagino. Mi ascolti: mi sono già occupata di casi del genere. Ottenere informazioni tramite i canali ufficiali può essere lungo, costoso e difficile.”

“Capisco.”

“Ho avuto riscontri più interessanti con metodi… meno ortodossi.”

“Non voglio che faccia niente di illegale.” Se però servisse a trovare Mary…

“Ho detto meno ortodossi. Non illegali.”

“Voglio sapere quali?”

Emily sorrise. “Probabilmente no.” Sollevò la busta. “Posso tenerla?”

“Certo. Quanto mi costerà?”

“Hmm, cinque ore a novanta dollari l’ora?”

“Ci arrivo.” Carmelina sentì un brivido percorrerle la schiena. Mary, tra un po’ ti troverò.

“Non potrà usare le informazioni che darò in tribunale e non sta a me dirle se tentare o no un approccio. Quella decisione, e le sue conseguenze, sono una responsabilità unicamente sua e di nessun altro.”

“Capisco. Quanto ci vorrà?”

“Qualche giorno. La chiamerò quando saprò qualcosa. Mi serve la sua carta di credito. Per casi come questo chiedo un anticipo di duecentocinquanta dollari.”

Ne valeva la pena. Tutto valeva la pena, se ciò l’avesse portata a ritrovare un pezzo mancante del proprio cuore e se così facendo avesse potuto dare a quella ragazza quello che aveva negato ad Andrea.

Le diede la carta di credito.

“Solo un secondo.” Emily scomparve nella stanza accanto.

Carmelina sentì vibrare il proprio telefono.

Era un messaggio di Daniele.

Possiamo parlare?

Chiuse gli occhi. Non era pronta a incontrarlo. Non era neanche sicura se lo sarebbe stata mai più.

L’uomo che aveva ucciso sua figlia.

Se solo non avessi rinunciato a te, Andrea.

Il senso di colpa che provava lei per la morte di sua figlia bastava a avanzava.

Non posso. Non ancora.

Avrebbe voluto odiarlo. Avrebbe voluto incendiarsi di una rabbia sacrosanta ogni volta che vedeva il suo nome. Avrebbe voluto cavargli gli occhi e strappargli la pelle finché non lo avesse visto sanguinare fuori quanto lei sanguinava dentro.

Invece, la faceva solo sentire vuota e desolata, specialmente quando pensava che il suo presente di adesso era la diretta conseguenza della scelta che aveva fatto allora.

“Bene, siamo a posto,” disse Emily, restituendole la carta di credito. “È stato un piacere fare la sua conoscenza, signorina Di Rosa. Ci sentiamo tra un paio di giorni.”

Carmelina si alzò e strinse di nuovo la mano alla donna. “Grazie. Aspetto la sua chiamata.” Prevedeva che sarebbero stati giorni molto lunghi.

Non era brava ad aspettare.

Emily l’accompagnò alla porta.

Non appena Carmelina raggiunse il piano terra, il suo telefonò vibrò di nuovo.

Dimmi quando, allora.


Capitolo Settantacinque: Sola con un ragazzo

Marissa seguì Tris a casa di suo padre. Le lezioni erano finite per quel giorno e aveva ancora un paio d’ore prima di dover rientrare a casa. In teoria avrebbe dovuto essere da Ragazzi per il tirocinio ma si era data malata.

L’abitazione era in realtà una villa in mattoni sulla 46th nel quartiere Fabulous Forties, separata dalla strada da un ampio prato su cui si ergeva un meraviglioso leccio.

Marissa non aveva mai visto una casa tanto grande. “È davvero bellissima,” disse.

Una scala doppia saliva dall’ampio atrio fino al primo piano.

“Grazie,” rispose Tris. “Quando mio padre l’ha comprata era la metà di com’è ora. Lui e la mia matrigna l’hanno demolita quasi completamente per ristrutturarla. Aspetta un attimo, prendo un paio di lattine e poi saliamo in camera mia.”

“Pensavo vivessi con tua madre.”

“Faccio un po’ e un po’.”

“E la tua matrigna è a casa?” gli chiese guardandosi intorno. Il pavimento era di marmo bianco e quattro grossi vasi grigi pieni di gigli bianchi erano posizionati a intervalli regolari sul tavolino all’ingresso. C’erano anche degli specchi che riflettevano la stanza asettica e davano l’impressione di essere piombati in un film in bianco e nero.

Non si era resa conto che il papà di Tris fosse ricco. O che l’atmosfera della sua casa fosse tanto fredda.

“Scusa. No, è sempre fuori con le sue amiche per questo o quell’impegno culturale. Raramente passa del tempo a casa.” Le diede un bacio e le passò una Pepsi, poi le fece segno di seguirlo al piano di sopra. “Andiamo.” Aveva un buon odore, ma buono davvero: una strana combinazione di sapone o profumo e… cos’era? Di qualunque cosa si trattasse, le faceva scorrere dei brividi lungo la schiena.

Alla base delle scale esitò un attimo.

Stava succedendo?

E in quel caso, era pronta?

“Che aspetti?” la chiamò Tris dalla cima. Le sorrise, i capelli lunghi che gli incorniciavano il viso e i tatuaggi che lo rendevano quasi un’opera d’arte.

Se stava per succedere, forse era pronta. Voleva baciarlo. Voleva che lui l’abbracciasse. Che le facesse cose che non aveva il coraggio di ammettere nemmeno con se stessa. Calmati, Marissa.

“Arrivo.” Cercò di sembrare rilassata. Se Tristan doveva essere fortunato quel giorno, non c’era motivo di farglielo sapere prima del tempo. Se lo doveva guadagnare.

Le aprì la porta della sua stanza come un gentiluomo e quando Marissa entrò scoprì che lo stile era molto diverso rispetto a quello freddo del piano di sotto.

Una parete era ricoperta completamente da album. Non CD, ma veri e propri vinili. Anche suo padre ne possedeva qualcuno ed era sempre un dire quanto migliore fosse la musica ascoltata sul vinile. Lei non era mai riuscita a sentire alcuna differenza.

La stanza era accogliente: le finestre incorniciate da tende nei colori caldi della terra, il pavimento in legno coperto da un tappeto dall’aria così soffice che faceva venir voglia di comminarci sopra scalzi. Il letto, perfettamente rifatto, aveva la trapunta più soffice che Marissa avesse mai visto, con un disegno africano che aggiungeva altra atmosfera a quella già presente. Era una stanza calda, come Tris.

“Siediti,” le disse lui, dando qualche pacca sul letto. “Vorrei farti ascoltare qualcosa.”

Marissa sedette e si tolse le scarpe, godendosi la morbidezza del tappeto.

Tris scorse tra i suoi album, ne prese uno ed estrasse il disco, poi le passò la custodia. C’era rappresentata una donna affascinante con due occhi del colore dei turchesi e uno sfondo rosso acceso. Il titolo diceva ‘Diva’.

“Mi stai dicendo qualcosa?” gli chiese, ammirando le sue braccia mentre metteva il disco su un piatto girevole e sollevava la puntina.

“Non conosci Annie Lennox?”

Marissa scosse la testa.

“È uno degli album più belli di sempre. E sul vinile…”

“…si sente tanto meglio. Lo so. Lo so. Anche mio padre è della stessa religione.”

Lui rise. “Marcos?”

“No. Il mio vero… mio padre adottivo.” Ogni tanto sentiva ancora la mancanza dei suoi genitori. Le mancava la sensazione di quando stavano insieme come una famiglia.

La musica partì. Era intensa eppure semplice, ti stregava.

Tris le prese la mano e mimò: “Whyyyyyy.”

Marissa rise. “È bellissima.”

Per tutta risposta lui la baciò.

Il cuore le batteva all’impazzata nel petto.

Strinse le braccia attorno alla schiena del ragazzo e lo attirò a sé. Caddero insieme sul letto, il corpo caldo di lui sopra il suo. Tris le baciò il collo, strappandole un altro brivido.

“Vuoi?” le sussurrò all’orecchio.

Il mondo sembrò fermarsi mentre lei decideva cosa rispondere. La stanza vibrava di musica e attesa.

Oddio, sì che voleva.

Voleva Tris più di quanto avesse mai voluto qualsiasi cosa da… da quando aveva supplicato i genitori di comprarle un orsacchiotto di peluche di nome Nathan.

Erano soli; nessuno l’avrebbe mai saputo.

Il telefono che aveva in tasca emise un beep.

Tris aggrottò la fronte.

“Scusa. Potrebbe essere Marcos.” Sgusciò via da sotto di lui un po’ goffamente e prese il cellulare. Era un messaggio di Meghan, una delle sue amiche del gruppo giovanile al Centro LGBT.

Ricky è in ospedale. Lo hanno picchiato.

 

“Oh merda!” Ricky. Si era quasi dimenticata di lui da quando era andata ad abitare insieme a Marcos. Ricky Martinez, il ragazzo che era il suo raggio di sole e leggerezza. Che si era trovato un uomo più vecchio. Che si credeva invincibile.

“Che è successo?” Tris sollevò la puntina dal giradischi e la stanza piombò nel silenzio.

“Uno dei miei amici è in ospedale…” Rispose al messaggio di Meghan. Dove?

 

Sutter. L Street

 

“È grave?”

“Non lo so. Senti, devo andare.” Si rimise le scarpe. “Mi dispiace, Tris, ma devo vedere se Ricky sta bene, anche se non ho idea di come arrivarci. Magari posso camminare. Non è poi così lont…”

“Ehi, calmati un attimo.” Le prese la mano. “Ti ci porto io.”

“Non hai una macchina.”

“Ma mio padre sì. Lamborghini o Porsche?”

“Sei sicuro?”

Tris annuì. “Tanto lui è fuori per una conferenza.”

“Va bene allora.” Gli diede un bacio. “Ti voglio bene.” E gliene voleva davvero.


Capitolo Seventy Six: Portalo qui

“Sono qui per vedere Ricky Martinez,” disse Marissa all’infermiera di turno alla reception del Pronto soccorso.

“Fa parte della famiglia?” La donna la guardò accigliata da sopra le spesse lenti degli occhiali. Assomigliava più a una bibliotecaria che a un’infermiera.

“No. Siamo amici.”

“Solo la famiglia può vederlo, mi spiace. Può attendere là.” Indicò una fila di sedie verdi.

Marissa le scoccò un’occhiataccia, ma preferì evitare di fare una scenata. Per il momento.

Sedette accanto a Tris e fissò lo sguardo sulla porta che portava agli ambulatori.

Arrivata. Tu dove 6? scrisse a Meghan.

 

Arrivo.

“Posso provare io a parlarle,” disse Tris, indicando con lo sguardo l’infermiera. Si stava comportando da vero gentiluomo.

Marissa gli strinse la mano. “Va bene così. Aspettiamo qualche minuto.” Magari, una volta arrivata anche Meghan, avrebbero potuto fare una richiesta di gruppo.

“Come vuoi.”

Tris andò a prendere qualcosa al distributore automatico.

Marissa guardò il telefono. Erano quasi le cinque. Marcos si aspettava di vederla rientrare di lì a breve.

“Sono qui per Richard Martinez.”

Marissa si raddrizzò sulla sedia. C’era un uomo al bancone, ma le dava le spalle.

“E lei è?”

“Mi ha chiamato. Sono il suo contatto di emergenza.”

L’infermiera controllò lo schermo e annuì. “Può entrare Mr. Weston. Dana le indicherà la strada.”

“Mr. Weston?” lo chiamò Marissa.

Brad si voltò e se la trovò davanti. “Ciao Marissa. Che ci fai qui?”

“Meghan mi ha mandato un messaggio. Dovevo venire a vedere come sta.”

Tris tornò con due merendine e due tazze di caffè. “Di meglio non sono riuscito a trovare.” L’abbracciò un po’ impacciato e le diede un bacio sulla guancia.

“Mr. Weston, lui è Tris, il mio ragazzo.”

“Chiamami Brad. Piacere di conoscerti Tris. Marissa, vuoi entrare insieme a me?”

“Sta bene?”

“Nessun danno serio. Ma chi lo ha picchiato c’è andato pesante. Me lo ha detto prima al telefono, anche se abbiamo parlato poco.”

Marissa tirò un sospiro di sollievo. “Vengo con lei.” Si ricordava quanto fosse dura la vita sulla strada.

“Fammi solo andare per primo e poi, se vuole vederti, mando qualcuno a chiamarti.”

“Grazie!” lo abbracciò grata.

Brad scomparve dietro la porta e lei, quando la donna le diede le spalle, fece una linguaccia all’infermiera.

“È positivo, no?” Tris le passò la merendina e il caffè. “Che sia sveglio e parli.”

“Lo spero.” Si chiese chi era stato e perché Ricky non avesse chiamato lei.

Soprattutto, però, si chiese perché si fosse dimenticata di lui.

Due minuti dopo, l’infermiera Dana tornò per accompagnarla dal suo amico.

#

Brad guardò l’incontro dei due ragazzi ‒ perché era quello che erano, nonostante si credessero adulti.

Ricky era messo piuttosto male: aveva una guancia escoriata, un occhio nero e, a quanto pareva, anche un paio di costole rotte. Appariva scoraggiato.

“Che diavolo hai fatto?” gli chiese Marissa con il suo solito tatto.

Brad rabbrividì. Il poveretto non era nelle condizioni di essere strapazzato. “Marissa, magari non dovremmo…”

“Va tutto bene,” lo interruppe Ricky, tirando fuori da qualche parte l’accenno di un sorriso. “Ha ragione. Sono stato stupido.” Sembrò ritrovare un po’ di vivacità.

“È stato il tuo uomo? Perché giuro che lo amm…”

“No. Mi ha scaricato un paio di settimane fa.” Le parole avevano un suono sibilante dovuto alla difficoltà di respirazione. “Si è preso uno più giovane.” Sospirò. “Sono tornato sulla strada.” Sollevò lo sguardo su Marissa, l’occhio mezzo chiuso sopra il livido nero. “Tu, invece?”

“Dimmi che è successo,” lo spronò invece la ragazza sedendosi sul bordo del letto e prendendogli la mano.

Ricky sospirò ancora. “Mi servivano soldi e ho sentito di questo posto a Land Park. Un tizio mi ha scelto.” Fece una pausa per prendere un respiro doloroso. “L’abbiamo fatto in un bagno pubblico e quando gli ho chiesto i soldi non… l’ha presa bene. Ed eccomi qui.”

“Immagino che tu non abbia sporto denuncia alla polizia,” chiese Brad.

Marissa gli lanciò un’occhiataccia.

Ricky scosse la testa. “Non gliene frega niente a quelli dell’immondizia come me.”

Quelle parole gli spezzarono il cuore. Quei poveri meravigliosi ragazzi non avevano nessun posto dove andare e nessuno che si prendesse cura di loro. Qualche volta gli veniva la voglia di ammazzare i genitori che li avevano cacciati in casa costringendoli a vivere per strada.

Il Centro faceva tutto il possibile per aiutarli, ma c’erano dei limiti a ciò che poteva offrire: un posto dove stare al pomeriggio, cibo, docce e un tramite con gli altri servizi.

Sacramento aveva un disperato bisogno di più case per i giovani senzatetto, specialmente quelli come Marissa e Ricky. Dovevano togliere quei ragazzi – quel ragazzo ‒ dalla strada.

Lui doveva fare qualcosa. “Torno subito.”

Marissa e Ricky annuirono.

“Dimmi di te,” sentì chiedere a Ricky mentre usciva in corridoio e si chiudeva la porta alle spalle.

L’infermiera Dana lo chiamò. “Mr. Weston, c’è qualcun altro per Ricky, Si chiama Meghan. Lo… la faccio entrare?”

Brad annuì. “Sì, per favore. Ricky sarà contento di vederla.”

“Capito,” fece la donna.

“Chiama Sam casa,” disse Brad al suo telefono, poi quasi riattaccò. Era chiedere troppo, soprattutto in quel periodo…

“Ciao bellissimo.” La voce di Sam era vibrante e allegra.

“Tutto bene con la scrittura?”

“Per ora sì. Ho appena parlato al telefono con un’officiante… Te lo racconto quando arrivi a casa. Che succede?”

Brad inspirò a fondo. “Ascolta, so che è chiedere molto con il matrimonio e le nostre vite già incasinate…”

“Che c’è?” Sam sembrava sospettoso. “Te la stai facendo sotto, vero?”

“No! Certo che no. Non vedo l’ora di sposarti.”

“Allora che c’è?”

Brad esitò. “C’è questo ragazzino. Si chiama Ricky. É uno dei ragazzi del Centro.”

“Conosco quel tono. Su, racconta.”

“Lo hanno picchiato.” Tremava di rabbia. “Oddio, Sam, dovresti vedere come è ridotto. Non è possibile che…” Si fermò. Farsi trasportare dall’emozione non l’avrebbe aiutato. “Non posso salvarli tutti, Sam. Vorrei, ma non posso.” Si sentiva gli occhi umidi e una strana costrizione al petto. “Lo so. Lo so che non posso salvarli.”

“Ho capito. Portalo a casa.”

“Cosa?” Era impossibile che Sam accettasse quella follia.

“Se riesci a mettere le cose a posto con i servizi sociali, portalo a casa.”

“E il matrimonio? La tua scrittura?”

“Troveremo un modo. Portalo a casa.”

“Sei sicuro?”

“Sì.”

Brad tirò su col naso. “Okay. Faccio un paio di controlli e poi ti aggiorno.”

“Bene.”

“Sam?”

“Sì?”

“È per questo che voglio sposarti. Credo di non averti mai amato più di quanto ti amo adesso.”

Sam rimase in silenzio.

“Ci sei?” Gli sembrò di sentire qualcuno tirare su col naso.

“Scusa, stavo cercando di ricompormi. Mi hai fatto piangere.” Fece una risatina tenue. “Sei tu quello col cuore grande, io mi limito a seguirti.”

“Dolce e umile.” Brad sorrise. “Tra due settimane non ti libererai più di me, lo sai, vero?”

“Non vedo l’ora.”

“Ti amo.”

“Ti amo anch’io.”

Brad attaccò e tornò nella stanza di Ricky, dove trovò Meghan e Marissa sedute sul letto insieme al ragazzo. “Tutto bene?”

Ricky annuì. “Marissa mi stava giusto raccontando del suo incontro con la mostra adottiva.”

La ragazza sorrise.

“Non faccio neanche finta di sapere cosa significa. Ricky, faccio qualche telefonata per trovarti un posto decente dove stare, va bene?”

“Non posso rimanere qui?”

“Per questa notte, forse.”

“Bene. Ma non foglio tornare in affido.”

“Vedo cosa posso fare. Torno tra un attimo. Voi ragazze prendetevi cura di lui. Dico a Tris che potrebbe volerci ancora un po’, Marissa.”

“Grazie, Mr. Weston.”

“Chiamami Brad.” Cristo, quei ragazzini lo facevano sentire vecchio.

Uscì di nuovo dalla stanza per fare qualche chiamata – c’era molto di cui occuparsi se voleva che Ricky tornasse a casa con lui.


Capitolo Settantasette: Dopo la catastrofe

Diego bussò piano alla porta della stanza di Giovanni.

“Lasciatemi in pace.” La voce petulante del ragazzino gli diede sui nervi.

Prese un respiro profondo. Aveva trascorso la mattina e il primo pomeriggio con sua sorella e il prete, a organizzare il funerale di una donna che non avrebbe mai più creduto di vedere in vita sua. La cerimonia era fissata da lì a quattro giorni. Luna aveva già preso accordi con un’agenzia di pompe funebri e avrebbero pensato loro a tutto. Probabilmente si sarebbero presentati alcuni amici per la veglia e il rosario, ma non aspettava nessuno della famiglia. C’era solo suo figlio, e lui aveva bisogno ti tornare a casa al più presto.

Suo figlio.

Stava facendo fatica ad accettare di avere un figlio, soprattutto se considerava che il ragazzo era ancora al liceo. A Matteo sarebbe esploso un capillare quando glielo avrebbe detto. E a ragione.

Come avrebbe fatto a occuparsi di un altro essere umano?

Bussò ancora, più forte questa volta.

“Ho detto che voglio essere lasciato in pace.”

“Mi dispiace, ma dobbiamo parlare.” Aprì la porta ed entrò, guardandosi intorno. La camera era piccola, con una scrivania in legno posizionata contro il muro sotto la finestra sporca, una sedia, un armadio e un letto a due piazze coperto da una trapunta un po’ consumata. Attaccati a una delle pareti c’erano un paio di poster malridotti del Bologna FC: bei giovanotti atletici con maglie a strisce blu e rosse lo guardavano con sdegno.

Uno sguardo non troppo diverso da quello che Diego gli stava rivolgendo dal letto.

Il ragazzo aveva un paio di auricolari bianchi infilati nelle orecchie, una maglietta del Bologna e le sue lunghe gambe magre spuntavano da un paio di pantaloncini da calcio. Leggeva la Gazzetta dello sport.

Sport. Diego scosse la testa. Avrebbero potuto avere meno in comune? Sedette sul letto.

Giovanni chiuse gli occhi e lo ignorò, muovendo la testa a tempo con la musica.

Diego si rabbuiò. Allungò la mano e gli tolse gli auricolari.

“Ehi! Stavo ascoltando!” Giovanni fece per afferrarli, ma Diego li allontanò dalla sua portata e li appoggiò sulla scrivania.

“Devo parlarti. Non sei obbligato a rispondere, ma mi ascolterai.” Ero anche io tanto difficile quando avevo la sua età?

Giovanni incrociò le braccia e gli lanciò un’altra occhiataccia.

“Ascolta, Giovanni, mi dispiace. Io e tua madre ci frequentavamo tanto, tanto tempo fa. Non avevo idea che fosse malata…”

“Gio.”

“Cosa?”

“Nessuno mi chiama Giovanni. Sono Gio.” Come se fosse stato ovvio per tutti tranne che per un emerito idiota.

Buono a sapersi. “Bene, Gio. Mi dispiace moltissimo per tua madre. Era.. unica nel suo genere.” Distolse lo sguardo, incerto su come proseguire. “Le faremo un bellissimo funerale.”

Gio non rispose, ma rimase a fissarlo con uno sguardo vacuo.

“Gio.” Diego provò un’altra strada. “Non devo piacerti per forza.”

Gio fece un verso sprezzante. “Tanto meglio.”

“Ehi, ora basta!” Lo guardò dritto negli occhi. “Ascolta, neanche io volevo che le cose andassero in questo modo. Neanche nell’anticamera del cervello immaginavo di poter avere un figlio. Pensi che una mattina mi sia svegliato e abbia pensato ‘Ehi, non sarebbe fantastico avere un ragazzino moccoloso nella mia vita?’. Eppure eccoci qua. Io non posso tornare indietro e tu non hai nessun altro tranne me. Luna se n’è andata.” Si pentì immediatamente di averlo detto, non appena vide la spavalderia di Gio crollare come un castello di carte e le lacrime riempirgli gli occhi. “Oh, Gio, mi dispiace. Non volevo dirlo così.”

Cercò di attirarlo a sé per abbracciarlo, ma il ragazzo lo spinse via. “Ti odio!” urlò prima di precipitarsi fuori dalla camera.

Diego si alzò per seguirlo, ma Valentina lo fermò nel corridoio. “Lascialo andare. È sconvolto. Deve trovare il modo di sfogare quello che ha dentro.”

“Probabilmente.” Sentì la porta d’ingresso sbattere. “Spero che torni.”

Lei gli diede una pacca consolatoria sulla spalla. “Tornerà. Vieni in cucina. Ho preparato qualcosa da mangiare.”

In effetti aveva una fame da lupo. “Arrivo, ma prima devo sentirmi via Skype con Matteo.”

Valentina annuì. “Glielo hai detto?”

“Di Gio? Settimane fa, quando mi hai scritto.”

“Intendevo se gli hai detto quanti anni ha.”

Diego scosse la testa. “Non ancora, ma devo. Pensavo che fosse più grande. Non mi ero reso conto…”

Lei lo abbracciò. “Forza. Ti aspetto in cucina.”

Diego tornò in salotto e prese il telefono. Erano circa le tre del pomeriggio in Italia, quindi in California dovevano essere più o meno le sei del mattino. Per fortuna che Matteo aveva l’abitudine di alzarsi presto.

Rispose dopo pochi squilli, senza maglietta e con un asciugamano avvolto attorno ai fianchi, ancora gocciolante dopo la doccia. “Ciao bello! Come stai?”

“Bene, anche se le ultime ventiquattro ore sono state tremende.” Si lasciò cadere sul vecchio divano di pelle, che cigolò in protesta e osservò la foto di Luna e Gio sulla mensola appesa alla parete opposta. “Luna è morta.”

“Che è successo?” Matteo si passò una mano fra i capelli, come faceva sempre quando era agitato.

“Era malata da tempo. Per quello aveva chiesto di vedermi.”

“Ah.” Matteo sedette sul letto. “Oddio.”

“Lo so.”

“Quando? Come?”

“La notte scorsa. Ci ha chiamati il suo prete.”

“Mi dispiace tanto, Diego.”

“Devo dirti una cosa.”

Matteo assottigliò gli occhi. “Non promette niente di buono.”

“Ho incontrato mio figlio. Gio.”

“È simpatico? Dovresti invitarlo a venire da noi.”

“Ha diciassette anni.”

La linea rimase muta mentre Matteo assorbiva quello che aveva appena sentito. “Merda.”

“Proprio. Mi dispiace…”

“Non ora.” La sua espressione di fece più dura. “Ne parleremo quando vieni a casa. Porti anche…Gio?”

Diego annuì. “Luna gli ha fatto avere un visto turistico.”

“Sveglia. Quando arrivate?” Era passato alle faccende pratiche ormai.

“Il funerale c’è dopodomani. Spero di poter arrivare all’inizio della settimana prossima.”

“Avvisami. Verrò a prendervi.” Continuava a passarsi le mani tra i capelli. “Devo andare ora. Ho un sacco di cose da fare.”

“Va bene.” Diego si sentiva debole. “Ti amo.”

“Ci sentiamo domani.” Poi Matteo interruppe la chiamata.

Diego rimase a lungo a fissare lo schermo nero. “Cavolo!” Doveva trovare il modo di risolvere quel casino quando fosse tornato a casa.

Andò in cucina da Valentina.

Si sentiva lo stomaco annodato e non aveva proprio voglia di mangiare, ma gli servivano l’appoggio e il consiglio di una sorella.


Capitolo Settantotto: Lei aveva sempre ragione

Matteo appoggiò il telefono.

Per un po’ rimase a guardare la strada fuori dalla finestra, le emozioni in subbuglio.

Aveva appena cominciato ad abituarsi alle rivelazioni che Diego gli aveva fatto qualche settimana prima: aveva sposato una donna, per la legge erano ancora marito e moglie, avevano un figlio.

Quello riusciva a capirlo. A digerirlo, persino. E aveva anche compreso la ragione per cui Diego avesse aspettato tanto a dirglielo.

Ma quella novità…

Il ragazzo ‒ Gio ‒ aveva diciassette anni.

Diego aveva visto Luna solo una volta da quando stava con lui e cioè nel momento in cui la donna si presentata per ricattarlo. O almeno questo era ciò che Diego gli aveva raccontato.

Era stato durante la settimana in cui era morto suo padre.

E Diego era andato a letto con la sua ex.

Matteo rilasciò un respiro profondo. Non aveva idea di come gestire quella situazione.

Il telefono squillò al numero del ristorante. “Ragazzi, buongiorno. Come posso aiutarla?”

“Matteo?”

“Sono io.” La voce dall’altra parte gli sembrava familiare.

“Ciao, sono Sam, del corso di cucina.”

“Sam! Come stai?” Matteo sorrise, nonostante il malumore. Era bello sentire una voce amica.

“Bene. Senti, mi servirebbe un favore.”

“Che succede?”

“Io e Brad ci sposiamo.”

Oddio,” esclamò in italiano, “ma è fantastico! Quando?” Erano una splendida coppia.

“Il primo novembre. È il nostro anniversario.”

“Anniversario?”

“Del giorno in cui si siamo incontrati.”

“Capito. E come posso aiutarvi?” Matteo chiuse gli occhi e ripensò al giorno in cui lui e Diego si erano sposati su una spiaggia alle Hawaii. Quanto poco sapeva, all’epoca.

“Ci piacerebbe sposarci nel tuo locale. È della giusta dimensione e ci siamo fatti dei buoni amici lì con voi. Penso che sarebbe perfetto e, a essere onesto, la maggior parte delle altre location sono già prenotate. Avete già fatto qualche matrimonio?”

“Qui?” Non ci avevano mai pensato a dire il vero, ma perché no? “Certo. Possiamo farlo. Quante persone?”

“Venticinque, più o meno.”

“Okay, ci stiamo.” Doveva controllare le prenotazioni e risolvere un paio di cose, ma era fattibile. “Volete venire per discutere i dettagli?”

“Certo. Quando?”

“Domenica dopo a lezione va bene?” La lezione. Cavolo, se n’era scordato. Tre giorni. Aveva tre giorni per pensare a qualcosa.

“Perfetto. A domenica allora. Brad ne sarà entusiasta.”

“Mi fa piacere potervi essere utile.”

“Grazie, Matteo!” Poi Sam riattaccò.

Matteo sedette, pensieroso. Un matrimonio Lì.

Per un attimo aveva persino dimenticato i problemi con Diego.

Sospirò di nuovo. Avrebbero dovuto fare una lunga chiacchierata quando fosse tornato.

Nel frattempo, c’erano dei camerieri in arrivo di sotto a cui dare istruzioni.

#

Diego mescolava gli gnocchi – erano congelati, quindi necessitavano di qualche minuto in più di cottura – nella grande pentola che bolliva sul fornello della cucina della sorella.

Valentina stava preparando la salsa: i pomodori freschi e il basilico mandavano un odore fantastico.

Gio era in salotto, in simbiosi con il suo telefono.

“Grazie per aver permesso a Gio di stare qui con noi finché non partiamo,” disse Diego, allungando il collo per controllare che il ragazzo  ‒ suo figlio ‒ fosse ancora al suo posto. Avrebbe avuto bisogno di un po’ di tempo per abituarsi.

“Bianca!” chiamò Valentina.

“Sì, mamma,” rispose la bambina, presentandosi all’appello.

“Chiama Dante e prepara la tavola. Tra una decina di minuti siamo pronti.”

“Sì, mamma.”

“Li hai educati bene.”

Valentina rise. “Si stanno comportando al meglio perché non siamo soli.”

Diego sorrise. “Ricordo quello che ci diceva sempre papà prima che arrivassero gli ospiti: ‘Se fate qualcosa che ci metta in imbarazzo davanti ai nostri amici, vi do tante di quelle sculacciate che non potrete sedervi per una settimana.”

La madre ridacchiò. “Diego è proprio come te, Dante.” Era davanti al tavolo e stava grattugiando il parmigiano.

Diego e sua sorella si scambiarono uno sguardo. La mamma aveva cominciato a diventare sempre più distratta, ma solo di recente aveva preso l’abitudine si scambiarlo per il suo defunto marito, che si chiamava anche lui Dante. “Sono Diego, mamma.”

Lei lo guardò stringendo gli occhi. “Certo che sei Diego. É quello che ho detto.”

Diego sospirò. “Sì, mamma.” Un’altra cosa di cui preoccuparsi.

“Allora, come va con Matteo,” chiese Valentina continuando a girare la salsa.

Diego osservò il primo gnocco affiorare in superficie. Ci siamo quasi, pensò. “Boh… non lo so. È arrabbiato.”

“Ne ha tutto il diritto,” ribatté lei lanciandogli un’occhiata che lo sfidava a contraddirla.

“Lo so. Ho fatto casino. Il fatto è che neanche mi ricordo di esserci andato a letto.”

“A letto con chi?” La madre sembrava confusa.

“Con Luna, mamma.”

“Ah!”

Valentina tolse la salsa dal fuoco e lo abbracciò da dietro. “Si risolverà tutto, polpetto.”

Diego annuì. “Lo spero. Non so se sono pronto a essere un genitore.”

Valentina sbuffò. “Nessuno è mai pronto. Io di certo non lo ero, eppure eccomi qua. E comunque non è che tu abbia tutta questa scelta. Ce la farai.” Gli diede un bacio e Diego si trovò avvolto dal suo profumo. Era lo stesso che piaceva anche alla mamma, Roberto Cavalli.

Diventiamo davvero come i nostri genitori.

“Spero solo che non mi cacci di casa quando torno in America. O prima.”

“Matteo ti ama. Lo supererà. Sono pronti gli gnocchi?”

“Sì.”

“Tirali su e mettili qui.” Prese da sopra il frigorifero una grossa zuppiera in ceramica su cui erano dipinti a mano dei limoni.

Diego scolò gli gnocchi con l’apposito colino e li mise nella zuppiera.

Valentina li coprì con la salsa di pomodoro, poi ci lasciò cadere sopra qualche foglia di basilico e un po’ del parmigiano che aveva grattugiato la mamma.

“Sono bellissimi a vedersi,” disse lui, inspirandone la fragranza. “Dovrei metterli nel menu del ristorante.”

“Buona idea.” La sorella gli diede un bacio sulla guancia e sussurrò. “Andrà tutto bene, vedrai.” Quando le sue labbra lo sfiorarono Diego sentì una piccola scossa. Poi tutto tornò normale.

Valentina prese la zuppiera e andò verso la sala da pranzo, chiamando: “A tavolaa!!

Diego la seguì con il pane, confortato dalle sue parole.

Valentina aveva sempre ragione.


Capitolo Settantanove: Primo Giorno

Il turno di Ben da Zocalo cominciava alle quattro.

“I tavoli sono tutti numerati. Non appena il cibo esce devi portarlo ai clienti il più in fretta possibile.” Carlos gli mostrò la mappa dei tavoli. “Vogliamo che i piatti arrivino caldi e mangiabili.”

“Capito.” La mappa era una giungla intricata di colori e numeri. Non per la prima volta, Ben si chiese se fosse dislessico.

“I camerieri sono le orecchie e gli occhi del ristorante,” continuò Carlos. “Tra una portata e l’altra devi girare fra i tavoli, riempire i bicchieri e servire salse e chips di mais fresche. Se facciamo bene il nostro lavoro, i clienti non dovrebbero mai guardarsi intorno chiedendosi dov’è il loro cibo.”

“Okay. Capisco.”

Ben era nervoso. Era la sua prima volta in un ristorante. Perlomeno, all’Everyday Grind, c’erano un bancone e una macchina per l’espresso a separarlo dai clienti. Lì, invece era completamente esposto.

Inspirò a fondo. Puoi farcela. “Dove la trovo l’acqua per riempire i bicchieri?”

“Buona domanda.” Carlos lo portò nell’angolo dove si trovava l’acqua, le salse e le chips. “Stasera farai il turno insieme a Luis.”

Uno dei camerieri sollevò la testa da dietro il bancone e lo salutò con la mano.

“Luis, ti presento Ben. Ben, Luis.”

“Piacere.” Luis gli strinse la mano. Aveva più o meno la sua età, la testa rasata e l’aria seria. E tatuaggi su entrambe le braccia. “Lavora duro e ti troverai bene.”

“Lavoro sempre duro.”

“Buono a sapersi. Fai quello che ti dico. Okay?”

Ben annuì. “Okay.”

Luis sorrise. “Ehi, rilassati. Andrà tutto bene.” Gli passò dei bicchieri e una caraffa con l’acqua. “Porta questi al tavolo… quattro.”

Ben consultò la mappa. “Quattro. Trovato.”

Si diresse nell’angolo accanto alle grandi finestre in stile officina. Il sole del pomeriggio gli batteva dritto negli occhi.

C’era un gruppo di quattro donne sui trent’anni sedute attorno al tavolo. A occhio e croce si erano prese il pomeriggio libero dal lavoro. Avevano già una caraffa di margarita sul tavolo, e dal tono della conversazione e le risate, avevano cominciato a festeggiare ancora prima di arrivare al ristorante.

“Acqua?”

“Sì, grazie,” rispose la più vicina, una bionda con indosso un vestito senza spalline verde lime. “Ehi, sei carino, sai!”

“Molto carino,” disse un’altra. Una brunetta con una camicetta bianca e dei jeans, che gli lanciò un bacio al volo.

“Acqua, signora?” chiese lui alla terza donna, cercando di ignorare le prime due.

“Sì, grazie.”

“Credo proprio che abbiamo un novellino tra noi, signore,” disse la bionda, fischiando.

“Penso anch’io.”

La bionda sbatté le ciglia. “Veniamo ogni mercoledì e non ricordo di averti mai visto.”

Ben si allungò per cercare di raggiungere uno dei bicchieri più lontani e la caraffa gli scivolò dalle mani, bagnando una rossa con indosso una camicetta blu e dei pantaloni eleganti seduta accanto alla finestra.

Ben sbiancò. “Mi dispiace…” Che aveva combinato?

“Me l’hai rovesciata tutta addosso,” fece lei imbronciata. Era bagnata dalla testa ai piedi. “Sarà meglio che fosse acqua.” Annusò la camicetta zuppa.

Ben si allontanò dal tavolo, le mani tese davanti a sé. “Mi dispiace terribilmente. Lasci che le prenda un asciugamano.”

“Signore… mi dispiace. Ben è nuovo,” intervenne Luis, frapponendosi abilmente fra lui e il tavolo. Passò un asciugamano alla cliente bagnata.

“Deve migliorare parecchio.”

“Sì, ci stiamo lavorando. Ha cominciato letteralmente cinque minuti fa. Che dite se per questa sera vi porto io le bevande e… Linny, la tua cena la offre la casa. Okay?” disse rivolto alla donna dai capelli rossi.

“Sarebbe molto apprezzato,” rispose lei. “Grazie.”

“Aggiudicato. Molto gentile da parte vostra dare al ragazzo un po’ di tregua. È una delle cose che amo di voi signore: siete sempre carine e generose.”

Loro si guardarono, poi scoppiarono a ridere tutte assieme.

“Tranquille. Ci penserò io a scambiare due paroline con nostro nuovo cameriere.” Si girò verso Ben. “Aspettami in cucina,” disse in tono severo.

Umiliato, Ben corse verso il retro, contento di allontanarsi da quelle donne.

Come diavolo aveva fatto a rovinare tutto al primo tavolo? Quel lavoro gli serviva! La prossima volta doveva fare meglio.

Luis lo raggiunse un minuto dopo. La sua espressione tetra si trasformò quasi all’istante in divertimento. “La prima volta è dura amico. Stai bene?”

“Cosa?” Ben era confuso. Si aspettava di essere cacciato su due piedi, non quello.

“È così all’inizio, e quel gruppo è un po’ casinista. Ho dovuto montare una scena per farle contente. Non preoccuparti, ce la farai. Hai il tocco.”

“Cioè, non sei arrabbiato con me?”

Luis scosse la testa. “Imparerai. La prossima volta però non avere tutta quella fretta.”

“Pensavo che mi avresti fatto licenziare.”

“Non sei tanto male, Ben. Che ne dici di seguire quello che faccio io la prossima ora, così ti mostro i basilari?”

“Lo apprezzerei.”

Seguì Luis di nuovo in sala.

“Prima cosa da ricordare,” disse il collega mentre si avvicinavano a un tavolo. “Il cliente deve essere sempre soddisfatto. Assicurati di quello e il più è fatto.”

Il resto della serata trascorse in un baleno. Quando a mezzanotte arrivò il momento di andare a casa aveva imparato quali erano i momenti di maggior affluenza, come capire subito se un cliente sarebbe stato una rottura, tre modi per alleggerire una situazione tesa, che diavolo era una ceviche de guaymas (zuppa fredda di pesce) e come far sorridere sempre i clienti.

L’ultima abilità si rivelò particolarmente utile con un tavolo di clienti gay che, alla fine della serata, lo chiamarono per lasciargli personalmente una mancia di dieci dollari.

Tornò a casa soddisfatto.

Ella aveva cominciato a stare da lui. Si infilò a letto all’una meno un quarto accanto al corpo caldo di lei.

“Com’è andata?” gli chiese assonnata.

“Bene. Torna a dormire. Domani ti racconto.”

Sospirò, contento di essere a casa. Di essere insieme a lei.

Era sopravvissuto al suo primo giorno.


Capitolo Ottanta: Stranezze

Marcos lanciò uno sguardo nervoso all’orologio.

La cucina era un caos: ogni superficie libera ricoperta di ciotole, taglieri e mucchietti di peperoni e cipolle tagliati. I fornelli erano tutti occupati da pentole e padelle e c’era farina ovunque, sembrava quasi di essere in un mulino. Perché diavolo ho deciso di fare le tortillas a mano?

La sua abuela gliele preparava sempre, dando alla pasta una forma perfettamente rotonda con le sole mani e cuocendole poi alla perfezione sul comal ‒ che lei chiamava plaque ‒ una padella in ferro che lei usava a mani nude come se niente fosse. Marcos ricordava ancora con affetto il sapore delle tortillas calde.

Guardò le sue con immenso dispiacere. Erano delle cose dalla forma indefinita e piene di bozzoli, più simili agli orologi liquefatti di Dalì che ai cerchi soffici e perfetti di sua nonna.

Il sapore, tuttavia, era accettabile.

Immerse di nuovo il dito in un bicchiere di acqua fredda per refrigerare la bruciatura che si era fatto mentre usava il comal… era chiaro che non aveva ereditato la manualità dalla nonna. Quantomeno, però, era riuscito a non staccarsi un dito.

Marissa sarebbe rientrata tra una mezz’ora. Doveva sbrigarsi se voleva che tutto fosse pronto per La presentazione. Gli sarebbe piaciuto che ci fosse anche Dave, ma l’uomo si era scusato all’ultimo momento per un’emergenza lavorativa.

Tolse il dito dall’acqua fredda, indossò il guanto da forno e buttò le verdure nella padella calda. Un profumo ben noto invase la cucina e Marcos si trovò di nuovo a casa della nonna, quando aveva sette anni…

#

Marissa allontanò Tris dalla porta del condominio e lo attirò tra le sue braccia. Si appoggiò al muro di mattoni e lasciò che lui si chinasse per baciarla.

Quando si staccarono, Tristan cercò i suoi occhi. “Che succede? Il tuo… Marcos ci sta aspettando.”

“Lo so,” rispose lei con un’alzata di spalle. “Ma ancora non sono pronta per entrare.”

Lui la guardò attento. “Non ti vergogni di me, vero?”

“No!” Persino lei rimase sorpresa dalla veemenza della propria risposta.

“Bene, meglio.” Tris si accigliò. “Allora che succede? Hai voglia di fare un tiro dalla sigaretta elettronica?”

“Naa. Sono un po’ stanca di quella roba.”

“Quindi?”

“È solo che… Marcos si comporterà in modo strano. Per quello che c’è tra noi.”

“Perché stiamo insieme?”

“Sì. E per il discorso del sesso.”

“Ma non l’abbiamo…”

“Io lo so. Ma la settimana scorsa mi ha fatto ‘il discorso’. Cioè, ci ha provato.”

Tris rise. “Davvero? Non lo sa che abbiamo educazione sessuale a scuola?”

“Sì, ma credo che si senta responsabile. È carino da parte sua, ma alla fine gli ho dato qualche consiglio.”

“Ehhh!”

“Sììì! Non ti immagini la stranezza della situazione.”

Tris appoggiò le mani al muro sopra le spalle di lei. “Ascoltami, in pratica è come se ora fosse tuo padre, no?”

“Immagino di sì.”

“I genitori devono essere strani. Fa parte del loro ruolo.”

“Prometti che non ti farai spaventare?”

“Parola di scout.”

“Eri un boy scout?” Non riusciva proprio a immaginarselo.

“Sì, per cinque anni. Ho ancora l’uniforme.”

“Ohhh… magari la tiri fuori.” Gli appoggiò una mano dietro al collo e lo attirò più vicino per un altro bacio.

“Uhm… no. Non mi va più da quando avevo tredici anni.”

“Potrei provarla io,” propose ammiccante. “Andiamo, ho fame,” disse poi tirandolo verso la porta.

“Oddio, sei… sei…”

“Perfetta?”

“Sì,” sorrise lui. “Diciamo così.”

Tris era un ragazzo sveglio. Le piaceva proprio.

#

Marcos era riuscito in qualche modo a farcela. Quando la porta si aprì, per fortuna cinque minuti dopo il dovuto, aveva preparato una cena di cui sua madre e sua nonna sarebbero state fiere.

Calabasitas, un delizioso piatto a base di zucchine e formaggio che sua mamma gli preparava sempre quando era triste. Fajitas ‒ pollo e manzo ‒ servite con verdure saltate in padella. Una zuppiera piena del pico de gallo che aveva preparato il giorno prima, così che tutti i sapori si amalgamassero alla perfezione. Una ciotola con del riso. E alla fine, il pezzo forte, la pila di tortillas dalle forme strane, tenute in caldo dentro un vassoio termico.

“Siamo arrivati!” lo avvertì Marissa dal corridoio. “Ohhh, il profumo promette bene.”

Era seguita da un ragazzo alto almeno dieci o quindici centimetri più di lei. “Buonasera Mr. Ramirez, sono Tristan,” salutò, porgendogli la mano.

Quantomeno era educato, ma Marcos non riuscì a impedirsi di guardare i tatuaggi che gli coprivano le braccia. “Tristan. Hai anche un cognome?” chiese, più brusco di quanto avesse voluto.

“Dayton, signore.”

Marissa lo guardò male.

“Bene. Venite, ho appena finito di mettere il cibo in tavola.”

“L’odore è promettente,” disse Tristan. “È uno chef professionista?”

Marcos si voltò e alzò gli occhi al cielo. Il ragazzo era un adulatore. “No, ho semplicemente imparato da mia mamma e mia nonna. Sedetevi.”

Si passarono i vassoi e in breve il piatto di ognuno fu pieno. Marcos mise un po’ di riso, verdure e fajitas su una tortilla e la piegò, prendendone poi un morso. Era davvero buona. Si chiese perché non cucinasse più spesso. Adorava il cibo messicano. Sua nonna sarebbe stata orgogliosa di lui, nonostante le tortillas. “Allora Tris… Marissa non mi ha detto quasi niente di te.”

“Ecco, mi sono trasferito da poco con mia madre da Santa Cruz.” Guardò Marissa, che annuì. “Anche mio padre vive qui… nel quartiere dei Fab Forties.”

Marcos fischiò. “Deve avere della pila.”

Marissa gli prese la mano e la strinse, le unghie che gli si conficcavano nel palmo.

“Se la passa bene.”

“Bei tatuaggi.” Marcos trasalì quando le unghie di Marissa minacciavano di fargli uscire il sangue, ma non era riuscito a trattenersi. Se un ragazzo voleva uscire con lei, doveva meritarselo.

Tris sembrò non farci caso. “Questo simboleggia la mia eredità Sioux,” disse, mostrando il braccio sinistro. “È un wakibyan, un fulmine. Per un quarto sono Sioux.”

Marcos si liberò della presa di Marissa e si avvicinò per guardare meglio. Era davvero un bel disegno e diceva che il ragazzo rispettava i suoi antenati. Almeno alcuni di loro. Lo stimò un po’ di più per quello. “E l’altro?”

“È un albero. Quando mia nonna ha avuto il cancro, le hanno asportato un seno, e lei si è fatta tatuare un albero sopra la cicatrice. Quando è morta, io mi sono fatto lo stesso disegno sul braccio.” Lo allungò per mostrarglielo meglio.

Le radici cominciavano alla base delle dita e l’albero stesso si innalzava dal polso fino alla spalla. Quindi il ragazzo rispettava anche i suoi anziani. “Che pensi di fare dopo la scuola?”

“Spero di entrare alla USC, hanno un corso di ingegneria grandioso.”

Marcos sorrise. “Mi piace,” disse rivolto a Marissa.

Lei alzò gli occhi al cielo.

“Credo che dovrebbe disapprovarmi,” gli suggerì Tris.

Marcos rise. “Mi dispiace, troppo tardi. Se vuole uscire con te, deve sapere che io approvo in pieno.”

Marissa scoccò a Tris un’occhiata che diceva chiaramente te l’avevo detto.

Marcos sorrise. “Abituatevi. D’ora in avanti sarò sempre più imbarazzante.”


Capitolo Ottantuno: Normale

“Bene, e anche il fotografo è andato. Jenni e Sarah dicono che se occuperanno loro, gratuitamente.” Sam sorrise. “O perlomeno in cambio di una pizza e di una piccola donazione alla WEAVE[i].”

“Mi pare giusto.” Brad si accigliò. “Piuttosto, sei sicuro di questi inviti?” chiese, sollevando un biglietto dell’edizione limitata di America’s Next Drag Queen dal mucchio che era appoggiato sul tavolo della cucina. “Voglio dire, anche a me piacciono le drag queen, ma Sharon Needles fa paura a volte.”

Sam rise. “In effetti ha un aspetto piuttosto unico. Però sono divertenti. E Pandora Boxx ci piace, no?”

“Sì, almeno credo.” Ricominciò a scrivere a mano gli indirizzi, un’altra cosa su cui Sam aveva insistito. Almeno la lista degli invitati era corta: una ventina tra amici e famiglia. Tra cui anche la mamma di Sam, che veniva direttamente da Tucson. “Tanto per essere chiari, non ho nessuna intenzione di vestirmi in drag.”

“Ecco, sì, a proposito…”

“Non ci sperare.”

“Mi è venuta un’idea.”

Brad stava cominciando a stancarsi delle idee di Sam. “Sarebbe?”

“La mia amica Kate…l’hai conosciuta il mese scorso alla festa di compleanno di sua moglie…”

“Sì, me la ricordo. Capelli corti e neri. Bel sorriso.”

“Quella è sua moglie, Catie.”

“Ah. Okay.”

“In ogni caso, ha la licenza per officiare matrimoni e fa questa cosa in drag king che è davvero uno spettacolo!”

“Non saprei…”

“Vieni, ti faccio vedere qualche foto.” Gli passò il telefono. Kate indossava un completo maschile. I capelli biondi erano tagliati corti e in mano aveva un bicchiere di vino. Assomigliava a Niles del telefilm Frazier.

“Quanto esattamente deve essere gay il nostro matrimonio?” disse Brad allontanando da sé l’apparecchio.

Sam lo posò. “Che vuoi dire?”

A quel punto non seppe trattenersi. Erano giorni che gli rodeva. “Oh, andiamo! Abbiamo dei garofani arcobaleno, papillon rosa e inviti che rappresentano drag queen. E vuoi aggiungere anche un drag king? Il prossimo passo sarà quello di farmi indossare ali da fatina e usare “I Will Survive” al posto della marcia nuziale.”

“Stavo più pensando a ‘Born This Way’, in effetti.” Sam gli prese la mano. “Che succede? Non ti sei lamentato finora.”

Brad tirò su col naso. “Non lo so. Volevo un matrimonio elegante e… normale.” Si pentì della scelta lessicale non appena la parola ebbe lasciato le sue labbra.

“Normale?” ripeté Sam con voce gelida.

“Sì, come quello dei miei genitori.”

“Quindi dovrei mettermi l’abito da sposa?”

“No, andiamo, hai capito cosa intendo.”

Sam scosse la testa. “Temo di no, invece.”

Brad insisté. “Smoking abbinati. Voti solenni. Un sacerdote, magari in una chiesa o in una noiosissima sala per le cerimonie. Volevo solo…”

“Cosa?”

“Tutto questo è così… gay.”

“Ah!”

“Per l’appunto.”

Sam sospirò. “I miei genitori si sono sposati in una chiesa, con un prete, in smoking e abito bianco. E sai cosa? Dopo tre anni erano divorziati.” Gli strinse la mano. “Ma non riguarda solo il matrimonio, vero?”

“Appartieni a una generazione completamente diversa…”

Sam scoppiò in una risata. “Sì, giusto. Hai solo sette anni più di me, Brad. Vuoi forse dirmi che ai tempi di Reagan quando sei nato tu non c’erano le drag queen e le bandiere arcobaleno?”

“Certo che c’erano. Ma io sono sempre stato un conservatore. Ho lasciato il partito quando ho capito che si battevano contro la parità di diritti per i cittadini LGBT e che molti di loro mi disprezzavano personalmente. Le parate mi piacciono, ma è ancora difficile per me. A volte vorrei solo amalgamarmi, invece sembra che facciamo di tutto per essere diversi.”

Sam lo soprese avvicinandosi e baciandolo. “Capisco. Hai fatto passi da gigante quest’ultimo anno.” Tornò ad appoggiarsi allo schienale e si portò le mani dietro alla testa. “Il discorso è che la normalità non esiste. Tutti siamo diversi.” Chiuse gli occhi. “Ricordo il mio primo Pride a San Francisco. Avevo diciotto anni ed era la prima volta che mettevo piede in una grande città. Ero insieme al mio amico Jack e trovammo un posto a Market Street, proprio davanti a una delle scale del BART.”

Brad annuì. “È un buon punto.”

“Vero? Non hai nessuno dietro e fino a mezzogiorno sei all’ombra.” Riaprì gli occhi, ma sembrava guardare qualcosa lontano nel tempo. “C’era un’infinità di persone. Un’infinità di persone diverse. Neri, bianchi, asiatici, lesbiche, drag queen, bisessuali, leather, gente vestita da animale. Dinne uno, e stai certo che c’era. Per la prima volta in vita mia, mi sentii normale. Non ero più quello strano, la femminuccia, il finocchio.”

“Capisco quello che vuoi dire. Io non ho fatto coming out fino a ventitré anni.” Brad cercò di immaginare cosa potesse significare essere apertamente gay al liceo.

“A scuola, gli altri ragazzi mi trattavano male, e spesso di escludevano del tutto, che era anche peggio. Ogni singolo giorno, c’era qualcuno che mi ricordava che ero diverso. Che non facevo parte del gruppo. Che non ero normale.” Puntò lo sguardo su di lui. “Poi un giorno capii: nessuno era normale. Fingevano, ma ognuno era diverso. Anna Ortiz era bulimica. Jeff Handler dislessico. Uno dei gemelli Cooper aveva una storia con la responsabile della banda. Non era essere gay il problema, ma la scuola.”

Gli strinse di nuovo le mani. “Capisco quello che dici e capisco la tua voglia di essere normale, come tutti gli altri, ma io non sono cresciuto essendo come tutti gli altri. Non mi sono sentito normale finché non ho incontrato la mia comunità. Finché non mi sono avvolto nella bandiera arcobaleno.”

Brad lo guardò a lungo. Non gli era mai venuto in mente che tutte quelle cose che Sam suggeriva per il loro matrimonio altro non erano che dimostrazioni di sostegno: non il suo modo, neanche troppo sottile, di alzare il dito medio alla volta del mondo, bensì parte della sua normalità.

Sam distolse lo sguardo. “Però devo ricordarmi che è il matrimonio di entrambi e se tu preferisci qualcosa di meno vistoso, per me va bene. Voglio solo che ci sposiamo, il come non mi importa.”

Brad gli strinse le mani. “E se lo facessimo diventare entrambe le cose? Elegante e un po’ pazzo? Siamo così, no? Perché non possiamo renderlo bellissimo e supergay?”

Gli occhi di Sam si illuminarono. “Dici davvero?”

“Hai perorato bene la tua causa,” ridacchiò lui. “Inoltre, scommetto che sarei bellissimo con un abito da sposa bianco.”

Sam proruppe in una risata. “Scusa, ma no. Due smoking o torni a casa single.”

“Come vuoi, però a una condizione.”

“Sarebbe?”

Brad prese un invito. “La signora Needles se ne va.”

“Aggiudicato. Credo che ci sia un Jujubee in più in fondo alla scatola che possiamo usare al suo posto.”

Brad sorrise. “Quindi ci sposiamo.”

“Parrebbe di sì.” Si avvicinò di nuovo e lo baciò ancora, a lungo.

Brad era davvero l’uomo più fortunato al mondo

[i]La Weave è un’associazione che si occupa di prevenire e dare sostegno alle vittime di violenza sessuale, violenza domestica e traffico sessuale. http://www.weaveinc.org/


Capitolo Ottantadue: Nuovi orizzonti

Dave sedeva in pigiama sul tappeto della camera da letto, stringendo una cornice al petto e dondolando avanti e indietro.

Era stato un incidente.

Stava frugando in garage alla ricerca di un vecchio blocco d’appunti quando aveva trovato la scatola. Si trattava di un normalissimo scatolone bianco con coperchio ed era ricoperto di polvere. L’aveva riconosciuto all’istante.

Due anni prima, nel terzo anniversario della morte di John, l’aveva riempito con tutti gli oggetti che glielo ricordavano, poi l’aveva riposto nello scaffale più alto del garage. Lontano dagli occhi… lontano dalla testa. Ma di certo non dal cuore.

La vita, tuttavia, andava avanti, e giorno dopo giorno, dopo settimana, dopo mese era sempre stato un po’ più facile.

Finché non aveva aperto la scatola.

E ora eccolo, seduto in pigiama sul pavimento della camera, con lo sguardo fisso sulla foto di loro due in vacanza a Venezia, in posa davanti al Ponte dei Sospiri. Il vetro polveroso era macchiato di lacrime.

Si era dato malato a lavoro per tutto venerdì e aveva anche annullato la cena con Marcos.

Aveva cercato di dormire, ma non aveva fatto altro che girarsi e rigirarsi nel letto, la mente che tornava incessantemente a tutti i momenti vissuti insieme a John.

Dave si rendeva conto di essere irrazionale e che avrebbe dovuto uscire da quella crisi perché John era morto e niente e nessuno glielo avrebbe mai più riportato; ma non faceva alcuna differenza. Era una recidiva e sapere che gli era già successo altre volte non lo aiutava a uscirne.

Qualcuno bussò alla porta d’ingresso. Dave alzò la testa ma non accennò a muoversi.

Bussarono di nuovo. “Dave, ci sei?” Era Carmelina.

Se fosse rimasto zitto, forse sarebbe andata via.

La donna bussò un’altra volta, poi tornò il silenzio.

Dave estrasse una maglietta dalla scatola e la tenne davanti a sé. Era una normale t-shirt grigia. Se la portò al naso e l’annusò.

Era ancora impregnata del profumo di John.

“Perché non prendi qualcosa di più colorato?”

John rise. “Il grigio e il nero mi stanno bene.”

“Che ne dici di questa?” Dave gli mostrò una camicia rossa a maniche corte.

“Neanche per sogno. Non indosso il rosso.”

“Sono sicuro che staresti benissimo.”

“Nein. Fa risaltare ogni minima imperfezione della mia pelle.”

Dave sorrise. “Sei matto? Io lo porto sempre.”

“Ma tu hai un bellissimo incarnato olivastro. Puoi indossare quello che ti pare. Io sono bianco come la neve.”

“Non sai neanche che vuol dire.”

Dave gli fece linguaccia. “So cosa mi sta bene.” Gli diede un bacio e prese altre due magliette grigie. “Prendo una di queste.” Poi ancora una.

“Ma anche quella è grigia!”

“Ma è un grigio azzurrino.”

Dave rimase seduto abbracciato alla maglietta per molto tempo, mentre un raggio di luce che penetrava dalle tapparelle inseguiva i gatti di polvere attraverso il pavimento.

Poi qualcosa lo riscosse. Lo sferragliare della chiave nella serratura. Sollevò lo sguardo.

Il rumore della porta d’ingresso che si apriva. “Chi è?”

“Dave, sono io,” rispose la voce di Marcos. “Va tutto bene?”

Quando aveva dato la chiave a Marcos? “Sì, tutto okay. Ma voglio stare solo.”

Marcos fece capolino alla porta della camera. “Eccoti.” Poi il suo tono cambiò. “Ehi, che succede?” Gli si inginocchiò accanto. “Ho provato a chiamarti tutto ieri, ma non hai mai risposto.”

“È… solo che… non posso.” Perché Marcos non lo lasciava in pace?

“Ehi, dai, va tutto bene. Sono io.” Si lasciò cadere al suo fianco e gli prese dalle mani la cornice nera. “Chi è?”

Dave serrò gli occhi. “John,” sussurrò.

“John, il tuo…”

Annuì. “È morto cinque anni fa.”

Marcos gli fece scivolare il braccio dietro le spalle e lo strinse.

Dave non sentì nulla. Come se fosse morto dentro.

Dopo averlo abbracciato a lungo, Marcos disse: “Andiamo. Hai bisogno di una doccia.”

Dave si lasciò accompagnare in bagno. Marcos lo spogliò e lo guidò sotto il getto di acqua calda. Non era… confortante. Era confortevole. Ecco, sì, quella era la parola giusta.

Dopo la doccia, Marcos lo asciugò e lo riaccompagnò in camera.

Lo mise a letto, poi lo raggiunse e lo abbracciò da dietro. Il petto caldo contro la sua schiena.

Qualcosa in quel tocco, nel calore della pelle di Marcos, lo aiutò a calmarsi. Chiuse gli occhi, contento di essere in silenzio, caldo e al sicuro.

Domani. Penserò domani a cosa fare.

#

Una vibrazione.

Marcos aprì gli occhi, rivolgendo uno sguardo assonnato alla stanza. A giudicare dalla luce che penetrava dalle tapparelle e si rifletteva sulle pareti verde oliva doveva essere già tardo pomeriggio. Con cautela si staccò da Dave, cercando di non svegliarlo.

Prese il telefono. Era un messaggio di Carmelina. Una serie di messaggi.

Devo parlarti.

Ci sei?

È importante. Dobbiamo parlare.

… e altri dieci dello stesso genere. Le rispose.

Scusa. Mi sto occupando di Dave.

Sta bene?

Credo di sì.

Possiamo incontrarci per un caffè? Domani?

Marcos spostò lo sguardo su Dave, profondamente addormentato. Con lui avrebbe parlato quando si fosse svegliato, inoltre avrebbe sempre potuto cancellare l’appuntamento con Carmelina se ce ne fosse stato bisogno. 

Credo di sì. Alle 10 all’Everyday Grind tra la J e la 38a?

Perfetto. A domani.

Si chiese cosa potesse esserci di tanto importante.

#

Dave fu svegliato dal rumore di piatti e scodelle. Si mise seduto e appoggiò i piedi a terra. Che diavolo stava succedendo? Poi gli tornò tutto alla mente. La scatola, la foto. La crisi. Non ne aveva più avute da… cinque anni. E infine… Marcos.

Si trascinò fuori dalla camera e attraversò il piccolo soggiorno con i suoi scaffali ingombri di libri, fino alla cucina. Marcos stava preparando delle uova. “Buongiorno, straniero.”

L’uomo sobbalzò. “Cristo santo, mi hai fatto venire un accidente!”

“Scusa.” Sedette al tavolo della cucina. “Dovevo essere davvero fuori quando sei arrivato.”

Marcos annuì. “Ero preoccupato. Non mi rispondevi.”

“Come sei entrato?”

“Mi hai fatto vedere la chiave sotto il sasso, non ricordi?”

“Ah già.”

“Hai fame?”

Dave ci pensò su un attimo. “Da morire.”

“Allora ecco a te.” Gli riempì metà piatto con delle uova e aggiunse un paio di tortillas. Erano ancora calde. “Le ho cotte sul fornello, come mi ha insegnato mio padre. Succo d’arancia?”

“Sì, grazie.”

Marcos sedette e cominciarono a mangiare. A quanto pareva anche lui doveva essere stato affamato. Le uova erano ottime: soffici e con un sacco di formaggio, proprio come piacevano a lui.

“Allora… che è successo?” chiese alla fine Marcos, masticando l’ultima forchettata di cibo.

“È difficile da spiegare. Qualche volta tutto quello che mi circonda diventa… troppo.”

“Tipo quando trovi una foto del tuo defunto compagno?”

“Sì. Capita che mi isolo. A mia nonna succedeva lo stesso.” Spostò lo sguardo sulle luci soffuse della sera fuori dalla finestra. “Mi è successo quattro volte prima. L’ultima è stata subito dopo la morte di John.”

“Immagino.”

“Capisco se vuoi andare via.”

“In che senso?”

“Via da me.” Era già successo in passato.

Marcos scosse la testa. “Mi piaci, Dave. Non ho intenzione di lasciarti solo perché qualche volta ti chiudi in te stesso.”

Dave fece un piccolo sorriso. “Sai che questo ti dà il diritto ad avere anche tu delle stranezze, vero?”

“Me lo ricorderò.”

Dave sorrise più convinto e gli strinse la mano. “Nuovi orizzonti si aprono.”

Marcos ricambiò la stretta. “Mi sto innamorando di te.” L’espressione sul suo viso era sincera e vulnerabile ed emozionò Dave.

In quel momento si sentì vivo. “Anch’io.”


Capitolo Ottantatre: Un’ala spezzata

Sam and Brad stavano trasferendo la pesante scrivania di legno fuori dallo studio. Le avevano trovato uno spazio in salotto. Almeno avrò una bella vista sulla strada mentre lavoro, pensò Sam.

Era una serena giornata di metà ottobre, ma Sam non aveva ancora avuto il tempo di mettere il naso fuori. Dopo aver finito con gli ultimi preparativi del matrimonio durante la mattina, aveva passato le quattro ore successive a lavorare al suo secondo libro ‘Across the Line’. Era ancora entro i termini pattuiti e se fosse riuscito a completare un capitolo ogni tre giorni avrebbe avuto abbastanza tempo – anche se sarebbe arrivato preciso preciso per la consegna. Il problema era che sarebbe stato più complicato da quel momento in poi, con il nuovo inquilino e il matrimonio alle porte, però ne valeva la pena.

“Perché mi sono lasciato convincere a comprare questo orrore?” chiese Brad, appoggiando il suo lato per terra sulla soglia dello studio.

“Perché è un vero e proprio sprazzo di antiquariato? Oppure perché è costato solo venticinque dollari?”

Brad incrociò le braccia sul petto. “No, non è quello il motivo.”

“Allora perché mi ami e sopporti tutte le mie fisime da scrittore?”

“Centro! Dai, mettiamola a posto,” continuò poi, cercando di risollevarla con un grugnito. “Cazzo!” La posò di nuovo producendo un rumore sordo. “Ci serve aiuto.”

“Vedo se Jim è a casa.”

“Bravo. È un ragazzo vigoroso.” Fischiò. “Vorrei essere anch’io così in gamba.”

Sam scavalcò la scrivania e atterrò nel corridoio. “Dai su, hai solo trent’anni! Non sei un vecchio decrepito!”

Brad rise. “Ci sono un bel po’ d’anni tra i tuoi ventitré e i miei trenta, sai?”

Sam gli posò un bacio sulla guancia. “Per me sarai sempre un virgulto. Torno subito.”

Spalancò la porta e saltellò giù per le scale. Era bello prendere una boccata d’aria.

Jim viveva nella casa blu in stile vittoriano accanto alla loro. Era un brav’uomo, non più giovane ma decisamente sexy, se doveva essere proprio onesto. A Sam piacevano gli uomini più anziani, anche se non l’avrebbe mai confessato a Brad. Non di nuovo almeno, visto che il poveretto già si sentiva vecchio. Bussò alla porta.

Si sentì il rumore di passi, poi Jim Oberkrom venne ad aprire. “Ciao Sam. Come va?”

Sam sorrise. “Stiamo spostando un po’ di mobili. Aspettiamo un ospite e ci serve dello spazio.”

Jim si grattò la ricrescita argento sul mento e sorrise. “Serve aiuto?”

Sam annuì. “Sì, grazie. Se non hai da fare.”

“No, mi stavo solo preparando per andare a pranzo al Fox and Goose con un paio di amici.”

“Ti ruberemo solo un momento.”

“Fammi prendere le chiavi. Così poi vado direttamente al ristorante.”

“Perfetto.” Sam lo guardò sparire in fondo al corridoio. Sì, era proprio belloccio. Lui e Brad dovevano assolutamente trovargli qualcuno.

“Okay, pronto.” Jim si tirò dietro la porta e la chiuse a chiave.

Sam non poté fare a meno di notare il portachiavi a forma di mela. “Sei un fanatico del chilometro zero?”

“Cosa? Oh, questo.” Mostrò il pendolo. “No, prima ero un insegnante. Guarda.” C’era scritto Al miglior maestro del mondo.

“Bel complimento.” Sam scese le scale. “Dai, vediamo di finire questa cosa.”

Quando raggiunsero casa, tenne la porta aperta per il vicino.

“Ciao Jim!” lo salutò Brad stringendogli la mano. “Grazie per l’aiuto. Questa scrivania dev’essere fatta d’oro o qualcosa di simile.”

“Oro, eh? Bella pensione, allora. Cosa devo fare?”

Sam ridacchiò. “Dovevi essere popolare fra gli studenti. Scommetto che li facevi ridere un sacco. Aspetta che rientro nello studio.” Si arrampicò sulla scrivania. “Bene. Potresti aiutare Brad con quel lato? È quello più pesante.”

“Certo. Come no.” Fece scorrere la mano sulla superficie levigata. “È un bellissimo pezzo. Dove l’avete presa?”

“A una svendita a Granite Bay. Brad la odia.”

“Non è vero! Vorrei solo che non pesasse una tonnellata.”

“La prossima volta che ci andate chiamatemi. Mi piace andare a caccia di tesori nascosti.”

Sam sorrise. “Vedi? Lui ne capisce.”

“Sposa lui, allora,” biascicò Brad.

Al tre la sollevarono tutti insieme e riuscirono a spostarla.

Camminando a piccoli passi le fecero svoltare l’angolo e la portarono in salotto. Naturalmente era dal verso sbagliato, così, tutti insieme, la girarono, mancando di un soffio una lampada e l’angolo del divano di pelle scura che stavano tra i piedi.

Alla fine la posizionarono dove era previsto che stesse.

“Sei sicuro che ti troverai bene?” chiese Brad, preoccupato. “È uno scrittore,” spiegò poi a Jim.

Sam annuì. “Ricky non può ancora fare le scale. E magari un cambio di prospettiva mi farà ritrovare l’ispirazione.” Si era bloccato sui motivi che spingevano il suo protagonista ad agire come agiva, ma era quel genere di cose che si risolvevano da sole. Prima o poi. “Jim, grazie per l’aiuto. Se dovessi aver bisogno, fai un fischio.”

“Sono certo che succerà. Prendiamo un caffè insieme qualche volta. Ormai siete qui da mesi e ci conosciamo appena.”

“Ci piacerebbe.” Brad gli porse la mano, ma Jim lo abbracciò, e poi fece lo stesso con lui. “Benvenuti nel vicinato, con un anno di ritardo.”

“Divertiti al Fox and Goose.”

Dopo che fu andato via, Sam trascorse un’altra mezzora a trasferire le sue cose dallo studio.

Si guardò intorno nella stanza vuota con un po’ di malinconia. Era il suo spazio e gli sarebbe mancato. Però serviva a un bene più importante.

#

Qualcuno bussò alla porta.

Brad aprì e si trovò davanti Ricky insieme alla sua assistente sociale, Connie Jenson. “Ciao, Connie.”

“Ciao, Brad. Ti dispiace se entro e do un’occhiata in giro?”

“Fai pure. Gli abbiamo già preparato la stanza. Sam, vuoi mostrargliela tu?” L’avevano arredata con un letto e un armadio che avevano preso in prestito da alcuni amici. Il resto sarebbe arrivato col tempo.

“Okay. Da questa parte,” disse Sam mostrando la strada alla donna.

“Ciao, Ricky.” Brad si sporse per abbracciarlo, poi si fermò. “Costole rotte, vero.”

“Salve, signor W.” Il ragazzo entrò in casa e si guardò intorno nel corridoio e nel salotto. “Carino.” I lividi che gli contornavano gli occhi erano ancora di un viola acceso, ma i bordi cominciavano a sfumare nel verde e nel rosso.

“Hai un aspetto migliore. Hai fame?”

Ricky annuì. “Mi hanno fatto pranzare, ma sono passate sei ore.”

“Dove sono le tue cose?”

“Le hai prese il bastardo. Non avevo granché.”

Brad scosse la testa e sospirò. Quello che quei poveri ragazzi non dovevano sopportare! “Andiamo in cucina. La cena è pronta. Spero che gli hamburger ti piacciano.”

Ricky annuì. “Sissignore.”

Connie emerse dalla camera da letto. “La stanza va bene, ma dovrete prendergli dei vestiti e altre cose basilari. E deve presentarsi a scuola entro i prossimi sette giorni. È qui in via provvisoria. Io mi fermerò un paio di volte alla settimana, senza preavviso, per vedere come sta. Ricky?”

“Sì, signora?”

“Se ti serve qualcosa, chiamami.” Gli passò un biglietto da visita. “Brad, il Centro può aiutarlo a procurarsi un telefono?”

Brad annuì. “Ci pensiamo noi.”

“Bene. Comunicatemi il numero quando lo avrete.” Si sporse e baciò con delicatezza Ricky sulla guancia. “Sam e Brad sono brave persone. Si prenderanno cura di te.” Dopodiché andò via, lasciandosi alle spalle solo la fragranza floreale del suo profumo.

“Mangiamo.”

“Sì, sto morendo di fame,” disse Sam, con un sorriso rassicurante.

Brad passò un braccio attorno alle spalle del ragazzo, ma questi si allontanò. “Ehi, va tutto bene. Sei al sicuro qui.”

Ricky annuì, ma aveva l’aria spaventata.

C’era più da curare che una piccola ala spezzata.


Capitolo Ottantaquattro: Porca paletta

Carmelina era in piedi davanti alla vetrina del negozio di scarpe. In bella mostra c’era il più bel paio di scarpine da bambina in pelle bianca e rosa che avesse mai visto. Una targhetta scritta a mano diceva ’12 mesi’.

Era il 15 agosto 1976, un anno esatto dopo la nascita di Andrea. Un anno esatto da quando lei, Carmelina, aveva compiuto il gesto più doloroso che si potesse immaginare: aveva affidato la sua bambina a un estraneo.

Chiuse gli occhi e sollevò le braccia davanti a sé, immaginando di cullarla. Immaginando i suoi versetti gorgoglianti, i suoi occhi blu fissi su di lei. Andrea non aveva avuto idea di cosa sarebbe successo dopo e si era affidata completamente alla sua mamma.

Nonostante la sua, di mamma, le avesse assicurato che aveva fatto la scelta migliore, Carmelina sapeva che non se ne sarebbe mai fatta una ragione. Che non avrebbe mai dimenticato quel visetto che, con ogni probabilità, non avrebbe mai più visto.

Aprì gli occhi. Forse era un’idea folle. Forse avrebbe fatto meglio a cercare un modo per lasciarsi quella brutta esperienza alle spalle.

Prese l’agenda che aveva in tasca e la sfogliò in fretta. Se avesse rinunciato al pranzo per qualche giorno avrebbe avuto abbastanza soldi da comprare le scarpine. Le avrebbe messe nella scatola blu e forse, un giorno, avrebbe potuto dargliele di persona.

Una volta deciso, spinse la porta del negozio, la campanella che annunciava le sue intenzioni.

“Scusi se l’ho fatta aspettare.” Emily Sharp si chiuse la porta dell’ufficio alle spalle, la sua voce che risvegliò Carmelina dal sogno a occhi aperti.

“Non c’è problema. Anche se non sono sicura di essere pronta a sentire quello che ha da dirmi.” E se non avesse trovato niente?

E se invece avesse trovato qualcosa?

“La capisco. Dev’essere difficile.” Emily sedette alla scrivania e si appoggiò allo schienale della poltrona, le dita intrecciate sulla pancia. “Prima di cominciare, posso chiederle una cosa?”

È incinta. Carmelina non era sicura di come facesse a saperlo. “Certo.”

“Se sua figlia fosse venuta a cercarla, lei avrebbe voluto incontrarla?”

“Senza dubbio.” L’affermazione le uscì con una veemenza che sorprese persino lei, ma davvero non aveva dubbi. “Perché? Sta pensando di cercare sua madre?”

Emily spostò lo sguardo fuori dalla finestra, un’espressione assorta sul viso. “Forse,” disse alla fine. “Io e Dani stiamo per diventare genitori, quindi ho pensato molto alla famiglia in questi ultimi tempi. Ciononostante non sono sicura di volerla conoscere. Da quello che ho saputo aveva una dipendenza da eroina. Voglio che una persona del genere faccia parte della mia vita? Di quella della mia creatura?” Si strinse nelle spalle. “Però ora basta parlare di me.” Si rimise dritta ed estrasse un plico da uno dei cassetti della scrivania.

“Sa chi è?”

Emily annuì. “Uno dei lati positivi di questo mestiere… posso investigare per me stessa.”

Carmelina si protese e le strinse la mano. “Non so dirle se incontrarla sia o meno una buona idea. Quello che posso dirle è che io farei di tutto per avere l’occasione di incontrare almeno una volta mia figlia.”

Emily tirò su col naso e si asciugò l’angolo di un occhio. “È… buono a sapersi. Ci penserò. Ora, vogliamo parlare di sua nipote?”

Carmelia si raddrizzò, mentre una goccia di sudore le scivolava lungo la schiena. “Ha trovato qualcosa, allora?”

“Ho trovato molto. So il suo nome e l’indirizzo e il telefono dei genitori adottivi. Ho anche copiato alcuni atti pubblici, tra cui delle foto.” Fece scivolare il plico sulla scrivania. Sopra, a mano, c’era scritto ‘Mary’.

Carmelina lo raccolse e se lo portò al petto. Finalmente! Le tremavano le mani e all’improvviso di sentì afferrare da un senso di panico misto a euforia.

Aprì la cartellina.

La prima cosa che vide fu la foto scolastica di una bellissima bambina bionda di sette o otto anni. “È splendida.” Riconobbe i suoi lineamenti in quelli della piccola. Con un sorriso chiuse gli occhi e baciò la foto, poi la mise da parte.

Il documento successivo era la certificazione di una scuola.

“Mi dispiace, ma credo di avere anche delle cattive notizie.”

Carmelina guardò Emily con la fronte aggottata. “Cosa?”

“È in affidamento temporaneo. Non so con chi. Se vuole posso provare a scoprire di più.”

“Che le è successo?” Possibile che fosse una delinquente?

“Una specie di litigio con i genitori.”

“Okay.” Meglio. Una cosa alla volta. Tornò alla certificazione della scuola e lesse il nome. Il suo cuore accelerò i battiti. “È il suo nome?”

“Sì, l’hanno cambiato quando è stata adottata.”

Scorse il documento alla ricerca di una foto più recente. Alla fine c’era la copia di un articolo di giornale datato 2014. Alunna delle medie superiori vince gara.

“Porca paletta.” Era lei.

Emily si accigliò. “Non ho mai visto questo tipo di reazione. Che significa?”

Carmelina chiuse il plico. “Significa che so dove trovarla.”

“Oh. Non mi era mai capitato.”

Carmelina scoppiò a ridere. Era così vicina. Ringraziò Emily e l’abbracciò. “Non ha idea di quello che ha fatto per me,” disse, stringendola forte. “Spero che decida di incontrare sua madre. Indipendentemente da come potrà andare.”

“Grazie. E io spero che l’incontro con sua nipote sia come lo immaginava.” Poi chiuse la porta dell’ufficio con un sorriso incoraggiante, la mano appoggiata sulla pancia.

Carmelina lasciò il pianerottolo e scese le scale fino a raggiungere J Street.

Marcos. Doveva parlare con Marcos.

Prese un caffè all’Everyday Grind sulla 20a, poi gli mandò un messaggio.

Devo parlarti.

Nessuna risposta. Sorseggiò il caffè sul marciapiede, sotto la grossa quercia, osservando un ciclista con indosso una tuta verde fluo che passava da lì.

Ci sei?

C’erano così tante cose di cui voleva parlare con sua nipote. Così tante domande da farle.

È importante. Dobbiamo parlare

Perse il conto dei messaggi che gli mandò via via che il pomeriggio progrediva. Era sul punto di lasciar perdere e tornare a casa, quando il telefono emise un beep.

Scusa. Mi sto occupando di Dave.

Sta bene?

Credo di sì.

Possiamo incontrarci per un caffè? Domani?

Aspettò ansiosamente la sua risposta

Credo di sì. Alle 10 all’Everyday Grind tra la J e la 38a?

Perfetto. A domani.

Aveva aspettato quarant’anni per quel momento. Altre diciassette ore non avrebbero fatto alcuna differenza.


Capitolo Ottantacinque: L’anello

Diego posò le mani sulla bara e ripensò all’ultima volta in cui aveva Luna, poco dopo la sua morte.

Aveva l’aspetto di un angelo, gli occhi chiusi, il viso pallido e i capelli biondi in ordine mentre lasciava questa terra.

Se n’era andata. Il cadavere cinereo e rigido dentro la bara assomigliava a Luna quanto lui assomigliava a George Clooney. Eppure, i morti andavano rispettati e le tradizioni seguite.

Si stirò dentro l’abito preso a prestito. Paolo, un amico di Valentina, era un po’ più magro di lui, ma era sempre meglio che doversi comprare un vestito nuovo per l’occasione.

Fece un passo indietro per permettere a Gio di restare da solo con la madre.

Valentina gli passò un braccio attorno alle spalle e lo strinse. “Stai bene?”

Diego annuì. “Voglio tornare a casa.” Gli mancava Matteo; aveva bisogno di parlare con lui e sbrogliare quella matassa.

Gio rimase a lungo accanto alla bara, la mano posata sul coperchio.

“È stato bello averti qui, anche se per una triste circostanza,” disse piano Valentina. “La mamma non sta migliorando.”

Diego annuì. “È una fortuna per me che ci sia tu con lei.”

Spostarono entrambi lo sguardo sulla madre, vestita di nero, lo stesso abito e velo che aveva indossato al funerale del marito anni prima. “Ricordo quando eravamo bambini e ci costringeva a vestirci bene per la messa. Rifiutavi sempre di indossare quegli abitini tutti fru fru.”

Valentina rise. “E per quando tornavamo a casa tu avevi sempre le ginocchia sbucciate e i pantaloni rotti. Eravamo dei gran monelli.”

Come se le sue  parole l’avessero evocato, Dante arrivò all’inseguimento di Bianca, ridendo e urlando.

Valentina lo afferrò al volo per il colletto e lo trattenne. “Fa’ a modo!” gli sibilò, facendolo sedere su una panca. “Seduto e fermo. Ci stai facendo fare una brutta figura.”

Dante mise su il broncio e cominciò ad agitarsi.

Diego trattenne una risata. Erano praticamente soli, quindi era difficile che facessero una brutta figura. Luna non aveva una famiglia e solo poche altre persone, forse amici e vicini, si erano presentati alla cerimonia funebre. Alla fine, Gio si allontanò dalla bara. “Non è lei quella lì dentro,” disse con voce piatta. “Aspetto in macchina.” E uscì.

Valentina accarezzò il braccio del fratello. “Sta soffrendo. Capirà.”

“Lo spero. Siamo pronti?” Non vedeva l’ora che quella giornata finisse.

“Certo.” Valentina gli diede un bacio sulla guancia. “Forza. Dai mamma, andiamo al cimitero.”

Diego guardò per un’ultima volta la bara, poi aiutò sua madre ad alzarsi dalla panca. L’abbracciò stretta. “Ti voglio bene, mamma.”

“Che succede?” chiese lei, ricambiando la stretta.

“Niente.”

Seguirono il carro funebre fino al cimitero, oltrepassando le torri bianche del crematorio e fino all’ultima dimora di Luna.

Era una bella giornata di sole che stonava con quello che erano venuti a fare e con la sobrietà del rito. Valentina parcheggiò quando più vicino possibile all’entrata.

Diego aiutò la madre a scendere dalla macchina.

Gio era seduto dietro e giocava con il telefono.

“Vieni?”

Il ragazzo sollevò la testa e annuì. Spense il telefono e raggiunse Diego sul marciapiede.

Poi, insieme, si unirono agli altri portatori per accompagnare la cassa fino al forno. L’erba era soffice sotto i piedi, e ancora bagnata della pioggia del giorno prima. Diego fece molta attenzione a ogni passo mentre attraversavano il cimitero fino al loro corridoio. L’ultima cosa che voleva era inciampare e far cadere Luna.

Entrano nell’edificio e Diego rimase colpito dalla pace e dalla tranquillità che vi regnavano. Appoggiarono la bara e aspettarono che il prete pronunciasse le formule di rito.

“Luna Mazzocco era uno spirito libero ed è rimasta troppo poco su questa terra,” concluse. “Giovanni, suo figlio, ha voluto che il suo ultimo viaggio fosse accompagnato dalle rose. Se volete, potete prenderne una e appoggiarla sulla bara come addio.” Diego seguì Valentina per andare a porgere il suo ultimo saluto. Prese una rosa e la posò sul coperchio, sussurrando. “Mi prenderò cura di lui.” Poi si scostò per lasciare spazio agli altri.

Chiuse gli occhi e ripensò all’estate in cui si erano sposati, quando erano ancora giovani. Quando tutto, o quasi, sembrava possibile. Per quanto Luna fosse stata folle, c’era qualcosa in lei. Una luce particolare. Erano stati il suo sorriso luminoso e la sua risata libera ad attrarlo. Faceva ancora fatica a credere che se ne fosse andata.

Alzò la testa. Tutti erano andati a salutare Luna per l’ultima volta, tranne Gio. “Gio,” gli sussurrò. “È il momento.”

“Non ci riesco.” Il ragazzo sollevò lo sguardo. Aveva gli occhi rossi e umidi.

“Andiamo.” Diego gli porse la mano. “Ti accompagno io.”

Gio lo guardò per un attimo, poi annuì, stringendogli le dita. Insieme si avvicinarono alla bara.

Diego diede al ragazzo una rosa. “Ecco. Dille quello che senti.”

Go la prese e la gettò contro la bara. “Perché dovevi morire?” esclamò, quasi un grido. “Perché mi hai lasciato?” Colpì il legno con i pugni. “Perché sei morta?” La voce si spense in un sussurro.

“Andiamo, ragazzo. Facciamo una passeggiata.”

Gio aveva il viso arrossato, ma annuì. Diede un bacio alla bara e sussurrò qualcosa, poi si voltò con un’espressione impassibile.

Diego si sentì stringere il cuore. Gli mise un braccio sulle spalle e lo accompagnò fuori, al sole. Camminarono per i sentieri attraverso le lapidi. Il sole scaldava loro le spalle e una brezza leggera muoveva la punta dei cipressi che costeggiavano il luogo. “Hai ragione,” disse alla fine, guadandolo con la coda dell’occhio. Suo figlio. “È uno schifo. Tutto il mondo è uno schifo in questo momento.”

Gio fece di sì con la testa. “Sì.” Teneva le mani in tasca e aveva un colorito grigiatro.

“Quando è morto mio padre ho pianto per settimane.” Prese un respiro profondo. “Luna era una donna splendida e ti amava alla follia. Vedo molto di lei in te e la porterai sempre nel cuore. Sarà la tua parte migliore.”

“Davvero ci assomigliamo?”

Diego ridacchiò. “Sì. Era testarda, come te. Non si lasciava mai abbattere dalla vita. E hai i suoi lineamenti.”

“Vorrei che fosse ancora qui.”

Diego salutò con la testa un uomo che posava dei fiori davanti a una vecchia lapide scrostata. “Lo so, Gio. Lo so.” Gli strinse le spalle. “Ascolta, lo so che non sono lei, ma sono qui per te e non ti lascerò da solo.”

Gio si girò e gli si lanciò addosso, cominciando a piangere. Il corpo scosso da tremendi singhiozzi.

Diego gli massaggiò la schiena. “Dai su. Andrà tutto bene. Andrà tutto bene.”

Ricordò che suo padre gli aveva detto quelle esatte parole quando sua nonna era morta. Faceva parte della catena, l’anello tra la generazione dei suoi genitori e quella successiva.

In quel momento credette alle sue stesse parole. “Andrà tutto bene.”


 

Capitolo Ottanta Sei: Caffè in tre

All’Everyday Grind, Marcos aspettava con ansia l’arrivo di Carmelina. Aveva lasciato il suo ragazzo a casa. Dave era sembrato più in sé quella mattina, e avevano chiacchierato un po’ davanti alla colazione.

In quel momento, era seduto nella piccola alcova accanto alla porta d’ingresso e guardava la gente che transitava per strada e sul marciapiede di J Street.

Una signora anziana con i capelli grigi ondulati e indosso una tuta di spandex nera e rosa era seduta sotto un ombrellone appena fuori dalla caffetteria, concentrata sul suo portatile. Stava scrivendo un libro? Oppure una lettera a un vecchio amore? O magari un saggio sulla fisica molecolare.

Due bellissimi ragazzi passarono lì accanto portando al guinzaglio un golden retriever e nello stesso momento una Harley rombò nella direzione opposta. Era una meravigliosa giornata di sole. Un altro giorno senza pioggia nel bel mezzo della siccità, ma bello comunque.

Guardò l’orologio. Le dieci erano passate da cinque minuti e di Carmelina neanche l’ombra. Di cosa doveva parlargli? Aveva qualche problema?

Poi la vide passare accanto alla vetrina con un’espressione determinata. Allora era qualcosa di grave!

Marcos si alzò per salutarla non appena la vide comparire sulla soglia. “Ciao, bellezza,” la chiamò. “Ho preso un caffelatte mentre ti aspettavo.”

“Oohh, sembra buono.” Sorrise lei, ma il calore non raggiunse i suoi occhi. “Me ne prendo uno anch’io. Torno subito.”

Marcos si guardò intorno. In genere il locale era tranquillo e quel giorno non faceva eccezione. Gli EG avevano tutti quell’atmosfera calda e accogliente, dai dipinti in stile africano sulle pareti, ai colori  caldi della terra per arrivare infine al personale sempre molto cordiale. Era arrivato al punto di chiamare quel locale il ‘suo’ Everyday Grind: era vicinissimo a casa e i baristi lo chiamavano per nome.

Carmelina tornò qualche minuto più tardi con un caffè fumante e un piatto di biscotti. “Aspetti da molto?” Sedette e appoggiò l’enorme borsa blu e oro sulla tavola.

“Dieci minuti, più o meno.”

“Non ti sto trattenendo dal lavoro, vero?” chiese accigliata.

“Un po’, ma non preoccuparti. Può aspettare.”

“Sei sicuro?” Mordicchiò un biscotto.

“Sì.”

“Dave come sta?”

“Bene. Ora però basta perdere tempo, mi stai facendo preoccupare.”

Per tutta risposta lei prese una sorsata di caffè, poi rimase a osservarlo attraverso il vapore, come se stesse decidendo di che umore fosse. Infine posò la tazza. “Sapevi che stavo cercando mia nipote, vero?”

Marcos annuì. “Tua figlia è stata data in adozione e se non sbaglio le è successo qualcosa.”

“È stata uccisa da un ubriaco in un incidente.”

“Vero. Mi dispiace molto.”

Carmelina fece un debole sorriso. “Grazie. Lo conosco bene, il senso di perdita. Ho scoperto della sua morte solo di recente… immagino di aver sempre sperato che un giorno venisse a cercarmi. Quando fosse stata pronta.”

“Naturalmente. Dev’essere stato terribile saperlo.” Appoggiò la mano su quella di lei. “Stai bene?”

“Sì. Abbastanza.” Carmelina tirò via la mano e l’avvolse attorno alla tazza, come se ne cercasse il calore. “Ho assunto una persona per cercare mia nipote.”

Marcos annuì di nuovo. Anche lui l’avrebbe fatto. “L’ha trovata?”

La donna abbassò la testa “Sì. Mi sono vista ieri con l’investigatrice.”

“È fantastico! Oddio, sono così contento per te.” Marcos sorrideva da orecchio a orecchio. “Ero un po’ nervoso riguardo a questo appuntamento. Mi avevi fatto davvero preoccupare con tutti quei misteri. La incontrerai presto?” Cercò di immaginare come sarebbe stato vedere qualcuno che avevi creduto perso per sempre.

“Quello dipende da te” Carmelina infilò una mano dentro la borsa e ne tirò fuori una grossa busta gialla, che gli porse.

Senza capire, lui l’aprì. All’interno, c’era la fotografia di una bambina. “È davvero bella, ma non capisco cosa c’entri…”

“Va’ avanti.”

Il documento seguente era un rapporto scolastico. Lo prese. Non male, in fondo, nessun voto, ma c’è una ragione. “E si chiama…” Gelò sul posto.

“Marissa.”

Sollevò lo sguardo su Carmelina, sommerso da un fiume di emozioni: incredulità, dubbio, sorpresa, e rabbia. “Non può essere lei.”

“Va’ avanti.”

Tornò a guardare il contenuto della busta. C’erano ancora un articolo di giornale e alcune foto. Era lei, la sua Marissa. “L’investigatrice è sicura?”

Carmelina annuì. “Quanto può esserlo senza un test del DNA. Ha trovato i documenti di adozione originali.”

Marcos scosse la testa. Non poteva essere vero. Lui e Marissa erano diventati una famiglia. Nell’ultimo mese la ragazza era entrata prepotentemente a far parte della sua vita. Ovviamente, Marcos sapeva che la corte avrebbe potuto vederla diversamente quando si fosse trovato davanti ai genitori adottivi, ma quello… quello non se l’aspettava.

“Capisco che sia difficile da digerire. Ero scioccata quanto te e non voglio mettermi tra voi due. Sei stato esattamente ciò di cui lei aveva bisogno.”

“E allora cosa vuoi?” Avrebbe combattuto per tenere Marissa, se ce ne fosse stato bisogno.

“Voglio solo parlarle.” Lo guardò con decisione. “È sangue del mio sangue.”

Marcos chiuse gli occhi, sentiva già le lacrime premere per uscire. “Mi dispiace, e sono contento per te. Davvero. Ma io e Marissa…” Cosa siamo io e Marissa? Non aveva nessun diritto su di lei. Gli era stata data in affido e nient’altro.

“Marcos, guardami.” Carmelina gli prese le mani tra le sue, stringendole forte. “Non voglio staccarti da lei. Cristo, non ho intenzione di crescere una ragazzina. So che razza di problema sono.” Gli lasciò le mani e si appoggiò alla poltrona, il sorriso che le moriva sulle labbra. “Voglio solo che sappia di avere una famiglia. Voglio essere sua nonna. Non mi è rimasto nessun altro.”

Marcos batté le palpebre. Per un attimo vide sua nonna Consuela seduta al posto di Carmelina: gli sorrideva, i capelli brizzolati come se fosse appena uscita dalla parrucchiera, gli occhiali con la montatura d’oro che le incorniciavano il viso. “Ti voglio bene, mijo,” sussurrò.

Marcos sbatté un’altra volta ciglia e non c’era più, ma sapeva cosa aveva voluto dirgli.

Prese un respiro profondo. “Dovresti poter far parte della sua vita. Lo meritate entrambe.”

“Sei sicuro? Per te andrebbe bene?” Le mani della donna tremavano là dove se le era appoggiate in grembo.

“Sì, sono sicuro. Lo sarò.” Espirò, lasciando che insieme all’aria uscissero anche le sue paure. “Oddio, sei sua nonna!”

Carmelina rise. “Così parrebbe.” Si alzò e lo abbracciò.

Lui ricambiò. “Quando glielo diciamo?”

“Questo pomeriggio da Ragazzi?”

“Troppa gente. Portiamola da qualche altra parte dopo la lezione.” Marcos chiuse gli occhi e così facendo non vide il chiarore che li avvolse entrambi ma, per un attimo, ne sentì ugualmente la magia.


 

Capitolo Ottantasette:
Come fare una buona salsa

Brad aveva le mani bianche di farina.

Si era lasciato convincere da Sam a partecipare al corso di cucina per la grande rivelazione, e ora stava impastando tante di quelle patate che sarebbero bastare per fare qualcosa come centomila gnocchi.

“Sei carino così,” disse Sam mentre gli dava un bacio sulla guancia, forse l’unica parte del suo corpo a non essere imbiancata. Sam era stato incaricato di bollire le patate, quindi si era schivato il reparto farina.

Carmelina era al suo fianco, anche lei intenta a impastare, ma ci stava mettendo una forza fuori del normale.

“Ehi. Vacci piano. Quella povera pasta non ti ha fatto niente.” Era chiaro che la donna avesse qualcosa che la angustiava.

Rise, ma si capiva che era forzato. Continuava a guardare Marissa e Tris, a cui Matteo aveva affidato il compito di preparare la salsa. Anche Ricky era presente, ma si teneva un po’ in disparte. Brad era leggermente preoccupato per lui.

“C’è qualcosa che non va?” chiese, indicando la coppia.

“No.” Carmelina si asciugò la fronte con il dorso della mano. “Stavo solo pensando.”

Brad abbassò lo sguardo sul proprio impasto. Era ancora una massa informe di farina, mentre quello di lei sembrava pronto per essere… tagliato? Appallottolato? Non aveva idea come si ricavassero gli gnocchi da quella roba.

“Sei pronto?” gli sussurrò Sam all’orecchio.

“Ora?” Possibile che Sam volesse farlo proprio quando lui era ricoperto di farina?

L’uomo sorrise. “Perché no?”

“Oh, okay.” Aveva pensato che avrebbero dato la notizia quando fossero stati tutti attorno al tavolo della cena, ma in quel momento assomigliavano di più a una vera famiglia, quello doveva ammetterlo. “Parli tu?”

“No, tocca a te. Sei stato a chiedermelo.”

Brad sorrise. Gli sembrava impossibile che le cose stessero precedendo a quella velocità. Si schiarì la gola. “Scusate, un attimo di attenzione… io e Sam avremmo un annuncio.” Spostò lo sguardo su Ricky. “Be’, due a voler essere esatti. Ricky Martinez, il bel ragazzo che è lì vicino a Marissa e Tris, è venuto a vivere insieme a noi.”

Ricky arrossì, ma fece un mezzo inchino accompagnato da un sorriso che lo rese ancora più adorabile.

“Secondo, io e Sam abbiamo deciso di sposarci.”

Carmelina lo avvolse in un abbraccio del tutto inaspettato, che fece sollevare tutt’intorno una nuvola di farina. “Oddio, sono così contenta per voi, ragazzi.”

Brad tossì, sventolandosi una mano davanti agli occhi mentre cercava di respirare. “Grazie.”

L’amica lo lasciò andare e gli strinse con le delicatezza le mani attorno alle braccia, mentre i suoi occhi cominciavano a inumidirsi.

“Il matrimonio è tra due settimane. Domenica primo luglio. Matteo e Diego di hanno concesso di tenere la cerimonia qui da Ragazzi.”

Matteo sollevò un bicchiere di vino in un brindisi. “Siamo contenti di avervi,” disse presumibilmente in italiano.

Brad sorrise. “Farò finta di aver capito.”

“Chi ha fatto la proposta?” Era Marcos, che era venuto insieme a Dave, il suo compagno.

“Io.”

“Ti sei inginocchiato?” Carmelina aveva gli occhi lucidi.

“Su un ginocchio solo.” Si guardò intorno. “Qualcuno di voi lo conosciamo da molto tempo. Con altri siamo amici da poco, ma tutti siete diventati la nostra famiglia. Sam? Gli inviti.”

“Oh, giusto.” Sam frugò nel proprio zaino e ne estrasse le buste dai colori vivaci. “Uno a testa, ovviamente ispirate a America’s Next Drag Queen.” Li distribuì. “Spero che possiate venire. Sappiamo che il preavviso è breve. Matteo, Diego quando torna?”

“Questa settimana.” L’italiano che normalmente era molto affabile, aggrottò la fronte.

Piano piano tutti si rimisero al lavoro, e uno alla volta i loro amici si avvicinarono per abbracciarli. Alla fine, fu Sam a stringerlo a sé e baciarlo. “Non vedo l’ora,” gli sussurrò all’orecchio.

Quando lo lasciò andare, anche Sam era coperto di farina, così come il resto della stanza.

“A quanto pare ci sarà un matrimonio in bianco,” ironizzò Dave, spolverandosi la camicia nera.

#

Carmelina si lavò le mani nel lavandino, continuando a lanciare frequenti occhiate a Marissa da sopra la spalla. Ora che sapeva che la ragazza era sua nipote, la somiglianza era evidente: la curva del naso, il modo in cui si appuntava i capelli dietro l’orecchio. E poi dicevano che i vezzi non erano ereditari!

E Andrea aveva avuto gli stessi atteggiamenti, alla sua età?

Carmelina si era persa così tanto negli ultimi quaranta, assurdi anni. Era ansiosa di rivelarsi a Marissa. Di non perdere più niente.

“Ehi.”

La voce di Marcos all’orecchio la fece sobbalzare, e uno schizzo d’acqua gli finì in faccia.

“Ehi!” ripeté con un tono diverso, asciugandosi.

“Scusa, è solo che… lo sai.”

Lui seguì il suo sguardo. “Sì, lo so. Le parleremo insieme questo pomeriggio.”

Carmelina annuì. “So che non dovrebbe pesarmi tanto aspettare. Sono solo un paio d’ore, ma…”

“Vorresti correre da lei e abbracciarla.”

Carmelina arrossì. “Sì, esatto.”

“E allora che aspetti? Vai ad aiutarla con la salsa.”

“Dici?”

“Perché no? Siete amiche.” E le diede una piccola pinta affettuosa.

“Sì, lo siamo,” borbottò lei, anche se non del tutto convinta. Asciugò le mani al grembiule, raccogliendo un altro po’ di farina, ma non le importava.

Picchiettò Tris sulla spalla. “Ti dispiace se mi intrometto?”

Il ragazzo sorrise. “Certo, nessun problema.” Diede un bacio a Marissa. “Io vado a tenere compagnia a Ricky. Sembra che si senta solo.”

“Ottima idea.”

“Come viene?” Carmelina prese un cucchiaio di legno e lo immerse nella salsa per prenderne un assaggio. “Ohh. Niente male. Però serve più basilico.”

“Ma Matteo ha detto…”

Carmelina le posò una mano sulla spalla. “Siamo noi i cuochi, no?” disse poi con un sorriso malizioso.

Marissa rise. “Immagino di sì.”

“Allora passami qualche foglia di basilico.”

Marissa ne prese una manciata.

“Io preferisco spezzarle a mano. Hanno un profumo meraviglioso e una volta finito sai che hai cucinato.” Dimostrò come faceva. “Annusa.” Passò le dita sotto il naso della ragazza.

“Oh, che buon odore!”

Carmelina annuì. “Vero? Il basilico non è mai troppo.” Assaggiò di nuovo. “Serve anche un altro po’ di aglio. Per quello bisogna usare il coltello.” Batté un capo sul tagliere e lo ruppe in una dozzina di spicchi. Poi mostrò a Marissa come tagliarlo.

“Come fai a sapere tutte queste cose? Fare una buona salsa, tagliare l’aglio eccetera?” chiese la ragazza, facendo cadere l’aglio dentro alla pentola. Poi assaggiò e un sorriso splendente le illuminò il viso. “È buonissima.”

“È stata mia nonna a insegnarmi la cucina italiana.” Le posò un bacio sulla fronte.

Così come io la insegnerò a te.


Capitolo Ottantotto: Non male

Mentre gli gnocchi stavano cuocendo, Marissa si eclissò per andare a sedersi insieme a Ricky e Tris. Non vedeva l’amico da quando era andata a trovarlo in ospedale, quattro giorni prima.

I due ragazzi si erano appartati in un angolo; le costole rotte impedivano a Ricky di sforzarsi troppo, anche per cucinare.

Parlavano fitto fitto tra loro e Marissa scivolò sulla sedia lì accanto. “Ehi Ricky, come ti senti?” chiese durante una pausa nella conversazione.

“Bene. Meglio, credo. I dottori dicono che ci vorranno un paio di mesi prima che mi riprenda del tutto.” Si picchiò con delicatezza le costole.

“Hanno trovato il tizio che ti ha aggredito?” Era ancora arrabbiata con l’amico per aver corso un rischio simile, ma non potevi prendertela con qualcuno che stava male, no?

Ricky scosse la testa. “No.”

Tris le strinse la mano. “Lo sapevi che Ricky era un… come avevi detto?”

“Prostituto.”

“Sì, ecco. Che faceva sesso per soldi?”

Marissa annuì. “Sì, lo sapevo.” Doveva ricordarsi che Tris non sapeva cosa significasse vivere per strada. E neanche cosa facessero i senzatetto. “Ci sono un sacco di ragazzi in strada che non sanno in che altro modo sopravvivere. Ricky è stato più fortunato di altri. Aveva un ragazzo fisso.”

“Uno sugar daddy, giusto?” Tris sembrò esageratamente fiero di se stesso.

Marissa rise. “Sì, esatto. Finché non è stato scaricato, e a quel punto ha scelto il tipo sbagliato.” Lanciò un’occhiataccia all’amico.

“Ehi, non sapevo che fosse il tipo sbagliato,” protestò questo.

“Allora com’è la casa nuova?” cambiò discorso lei.

“Con Sam e Brad?” Ricky sorrise. “Non male. Ho la mia stanza e Brad se la cavicchia ai fornelli.” Fece spallucce. “Mi aspetto solo che finisca tutto da un momento all’altro Finisce sempre.”

“Brad è una brava persona,” lo tranquillizzò Marissa, ma sapeva cosa l’altro intendesse dire. Ricky era passato per una dozzina di famiglie affidatarie prima di arrivare sulla strada. Alcune erano state decenti, altre… di altre non voleva parlare.

Lanciò uno sguardo a Carmelina. La donna la salutò con la mano.

“È strana oggi.” A Marissa Camelina piaceva, ma ormai cominciava a sentirsi quasi stalkerata. Eppure c’era qualcosa di lei che l’attirava, qualcosa che le dava calore.

“Non dirlo a me,” convenne Ricky, guardando Sam e Brad. “Sono iperprotettivi. Mi controllano ogni cinque minuti. Sto bene? Voglio dell’acqua? Qualcosa da mangiare? Mi fanno male le costole?” Sbuffò. “È una rottura.”

“Però è anche bello, no?” A Marissa piaceva avere di nuovo una stanza tutta per sé, un letto e una doccia da non dover dividere con chissà quante altre persone.

Ricky sospirò. “Sì, sì è anche bello.”

#

“La cena è in tavola.” Matteo sollevò la grossa scodella dipinta con limoni gialli che lui e Diego avevano comprato insieme ad Amalfi. Gli gnocchi la riempivano completamente, coperti di basilico e della salsa che avevano fatto Marissa e Carmelina.

Matteo aveva unito i tavoli formandone uno unico in mezzo alla stanza, abbastanza lungo da far sedere sedici persone. Appoggiò la scodella al centro e Carmelina portò il pane caldo all’aglio e l’insalata. Non si era ancora abituato a quella cavolata del pane e insalata prima di tutto il resto, ma erano americani…

Si riunirono tutti attorno al tavolo e presero posto. Il pane, l’insalata e la pasta fecero il giro e un chiacchiericcio piacevole si diffuse nel locale, il suono di un gruppo di amici che si riuniscono dopo essere stati separati per una settimana.

Gli tornarono in mente i pranzi della sua famiglia – i nonni, le zie e gli zii, i cugini, tutti riuniti attorno alla tavola nella piccola sala da pranzo dei suoi genitori per mangiare insieme. C’era sempre tanta vita e attività.

“È bello, no?” chiese Carmelina.

Matteo annuì. “In Italia diciamo a tavola non si invecchia.” Poi ripeté la frase in inglese.

“Ohh, mi piace.” Carmelina smi mise un po’ di insalata nel piatto e gli passò la scodella. “E noi qui abbiamo la nostra piccola famiglia italiana.”

La nostra piccola famiglia. Aveva ragione. In qualche modo, erano riusciti a creare una famiglia dal nulla, lì, su quelle coste sconosciute.

C’era solo una cosa che mancava. Il suo Diego.

Si mise nel piatto una cucchiaiata di gnocchi e un po’ di pane.

“Ehi, stai bene?” Carmelina lo stava osservando.

“Non è niente.”

Gli strinse il braccio. “Sono brava ad ascoltare.”

Matteo conosceva quello sguardo: la donna non avrebbe mollato l’osso finché lui non le avesse dato una risposta. Sospirò. “Ho appena scoperto che Diego ha un figlio. Gio.” La notizia pesava come un macigno sul cuore.

“Cavolo. E non lo sapevi?”

“No.”

“Ed è successo mentre…”

“Sì. Ha diciassette anni.” Scosse la testa. “Dovrei essere dalla parte di Diego e Gio, ma è difficile. Quello che ha fatto… probabilmente pensi che sono una persona orribile.”

Carmelina lo abbracciò. “Nient’affatto. Capisco meglio di quanto tu creda,” gli sussurrò.

“Grazie.” Si sentì un po’ meglio dopo averlo detto a qualcuno, ma si chiese anche cosa avesse voluto dire lei con le sue parole. “Puoi scusarmi un attimo?”

“Certo. E se ti viene voglia di parlare ancora, sai dove trovarmi.”

Matteo le diede un bacio sulla guancia. “Grazie, bella,” disse in italiano.

Salì al piano di sopra e prese il cellulare. In Italia era mezzanotte, ma lui aveva bisogno di parlare con Diego. E, in ogni caso, il suo uomo era un uccello notturno, quindi c’erano buone probabilità che fosse sveglio in ogni caso.

“Pronto,” rispose Diego. Sembrava mezzo addormentato.

“Ciao Diego. Sono Matteo.”

“Che ora è?” chiese l’altro in italiano, non in inglese.

Matteo lasciò perdere. In fondo, Diego si trovava in Italia. “Mezzanotte circa, dove sei tu.”

“Va tutto bene?” Sembrava spaventato. “Il ristorante…”

“Va tutto alla perfezione. Volevo solo sentirti e dirti che ti amo.”

“Gio…”

“Sono ancora arrabbiato, ma riusciremo a superarlo.” Ce la facciamo sempre.

“Okay.”

“Rimettiti a dormire. Ci vediamo giovedì all’aeroporto.”

Ti amo.”

Io di più.”

Matteo chiuse la comunicazione e rimase per qualche secondo a fissare il telefono: era bello sentire la voce di Diego, ma avevano lo stesso molto di cui discutere quando fosse tornato a casa.

Si rimise il telefono in tasca e tornò di sotto per raggiungere la sua nuova famiglia.


Capitolo Ottantanove: News

Carmelina sentiva le mani tremare.

Se le mise in grembo, sotto il tavolo dove nessuno avrebbe potuto vederle. Respira.

Avrebbe dovuto ordinare un decaffeinato: l’espresso, infatti, non la stava aiutando per niente a calmare i nervi. Inoltre, non avrebbe dovuto essere tanto nervosa: lei e Marissa si conoscevano da un mese ormai. Ventotto giorni a essere esatti. Cinque domeniche.

Ma prima non sapeva che Marissa fosse sua nipote.

La porta dell’Everyday Grind si aprì di scatto.

Respira.

“Ciao,” la salutò Marcos. Il suo sguardo correva da un punto all’altro della sala, quasi stesse programmando un’ipotetica fuga.

“Andrà tutto bene,” gli sussurrò lei all’orecchio mentre lo abbracciava, cercando di trasmettergli una sicurezza che neanche lei sentiva. “Ciao, Marissa.”

“Ciao.” La ragazza le diede un abbraccio un po’ incerto, poi sedette e ricominciò a messaggiare con una mano.

“Vado a prendere qualcosa da bere. Marissa?”

“Cappuccino scremato, grazie,” rispose quella senza sollevare lo sguardo dallo schermo.

Marcos si strinse nelle spalle e si avviò al bancone.

Carmelina si appoggiò allo schienale cercando di non fissare la ragazza. Marissa le era già sembrata a disagio per la sua vicinanza prima da Ragazzi e non voleva che si sentisse stalkerizzata.

La ragazza finì di scrivere il suo messaggio e appoggiò il telefono sul piano di marmo del tavolo. Alzò lo sguardò su di lei e le rivolse un mezzo sorriso. “Che c’è?”

“Oh, niente. Mi ricordi qualcuno, tutto qui.”

“Davvero? Che strano.” Il telefono vibrò, lei lo afferrò di nuovo e ricominciò a digitare.

Assomigliava tantissimo a com’era lei alla sua età.

“È Tristan?”

“Sì. Vorrebbe uscire questa sera.”

“Sembra un bravo ragazzo.”

“Sì, mi piace.” Fece scorrere la mano sullo schermo.

Carmelina la invidiò. Lei ci metteva sempre troppo tempo a scrivere i messaggi, persino con lo smartphone. E faceva sempre dei casini tipo perdere le email, cancellare le app. La faceva sentire vecchia.

“Eccoci.” Marcos tornò con un paio di bicchieroni di carta. “Un cappuccino per te,” disse passandone uno a Marissa. “E doppio grind per me.” Sedette accanto alla ragazza e allungò le gambe. “Mi sono perso qualcosa?”

Carmelina scosse la testa. “Marissa è stata occupata.”

“Scusate.” La ragazza si rimise il telefono in tasca e sollevò lo sguardo. “Fatto. Marcos ha detto che volevi parlarmi?”

Carmelina si era preparata un bel discorso su come spesso gli adulti prendano decisioni sbagliate e poi se ne pentano. Sulla morte di Arthur e su come lei avesse sentito il bisogno di riallacciarsi al proprio passato. Su come, spesso, quello che stavi cercando ce lo avevi esattamente sotto il naso.

Non disse niente di tutto ciò. Ora o mai più, si trovò a pensare. “Marissa, sono tua nonna.”

#

Cena da MD?

Marissa sentiva lo sguardo di Carmelina su di sé.

Marcos era stato reticente a dirle di cosa la donna volesse parlarle. Magari aveva bisogno di qualcuno che le controllasse la casa mentre era via o cose simili.

Okay. Ci sentiamo dopo.

“Scusate.” Si rimise il telefono in tasca. “Fatto. Marcos ha detto che volevi parlarmi?”

Carmelina allungò una mano per prendere la sua. “Marissa, sono tua nonna.”

Che diavolo…? “Ehmm. Non capisco. Che vuol dire?” Sua madre era morta. Glielo aveva detto la matrigna… una specie di incidente d’auto. Come faceva Carmelina a pensare che potessero essere parenti?

“Ho… dato in adozione mia figlia… tua madre… quarant’anni fa. Ho scoperto da poco che è rimasta uccisa in un incidente d’auto e che aveva avuto te. Non sapevo…”

Marissa ritirò la mano. Per tutta la vita aveva desiderato che la sua vera madre la trovasse. Che fosse viva e che venisse a prenderla e portarla via da quell’orrenda e soffocante casa nei quartieri eleganti. E ora quello. “Dove… dove sei stata tutti questi anni? E perché dovrei crederti?”

Carmelina annuì. Aveva gli occhi bagnati di lacrime. “Ascolta, so che è difficile da digerire. Ho assunto un investigatore privato per scoprire la tua identità. Mi ha dato queste…” Le passò una busta gialla.

Marissa la prese e ne scorse velocemente il contenuto. C’erano foto che la ritraevano, e anche un articolo di giornale su una gara di corsa che aveva vinto l’anno prima. Rimase a fissarli incredula. Perché proprio ora? Perché dopo tutti quegli anni, quando la sua vita stava finalmente prendendo la giusta direzione. Le piaceva vivere con Marcos, mentre Carmelina la conosceva a malapena. “Non… non posso.” Lanciò la busta in direzione della donna e si alzò tanto in fretta da rovesciare la sedia.

“Marissa!” Marcos aveva un tono arrabbiato e sembrava imbarazzato per il suo comportamento.

Non riuscì a sopportarlo. Non quello. Non da lui. “Scusa. Devo andare.” Corse fuori dalla porta spaventando una donna che stava per entrare. “Scusi,” borbottò, e si precipitò lungo il marciapiede, gli occhi quasi accecati dalle lacrime.

#

Marcos si alzò per tirare su la sedia e per correre dietro a Marissa.

“Lasciala andare,” consigliò Carmelina, la stanchezza nella voce.

“Sei sicura?” chiese lui sconsolato. “Mi dispiace,” aggiunse poi mentre tornava a sedersi. “Magari avrei dovuto parlarle da solo prima. Avrei dovuto prepararla.

Carmelina sbuffò. “Come fai a preparare qualcuno per notizie di questo tipo?” Bevve un sorso dalla propria tazza. “Inoltre, ha tutte le ragioni di essere arrabbiata. Avrei dovuto cercare mia figlia prima… molto prima. Forse l’avrei trovata. Viva.”

Marcos fissò la porta, non ancora convinto di aver fatto bene a lasciar andare Marissa. “Perché non l’hai fatto?”

“Oh, non lo so. Credo di essermi convinta che fosse la cosa migliore. Che lei stesse meglio senza di me.” Posò la tazza. “E poi c’era Arthur. Lui… non lo sapeva.”

“Sei sicura che Marissa starà bene?”

Carmelina annuì. “Dalle tempo. Deve digerire la cosa. Quando sarà pronta, tornerà.”

“Come lo sai?”

Sorrise. “Perché mi somiglia molto.”

“Aspetta, ho quell’app per rintracciare gli amici.” Sbloccò lo schermò e aprì l’app. “Posso vedere dove va.” Sollevò trionfalmente il telefono. Almeno avrebbe potuto controllarla da lontano.

“Sembra che sia diretta verso il centro. Aspetta… dov’è andata?”

Marcos fissò il telefono. Il puntino di Marissa era scomparso. “Strano.” Chiuse l’app e la riaprì. Niente da fare.

“Non vuole che tu la rintracci.”

“Merda!” Carmelina aveva ragione. Marissa amava fare di testa sua. Doveva aver disattivato il gps.

Era diventata come una figlia per lui. Il pensiero che potesse finire nei guai…

Le avrebbe dato un paio d’ore poi l’avrebbe chiamata.

Se non avesse risposto…Ci avrebbe pensato al momento opportuno. Aveva già una mezza idea di dove trovarla.


Capitolo Novanta: Cicatrici

Marcos guardò l’orologio e poi la porta del suo appartamento. Erano già le nove di sera e Marissa non era ancora tornata. Ci sarebbe stata scuola il giorno dopo!

“Sono sicuro che sta bene.” Dave lo avvolse nelle sue braccia da dietro e lo strinse forte. Era venuto a fargli compagnia e a impedirgli di mangiarsi le unghie nell’attesa. Nessuna delle due cose aveva avuto il successo sperato.

“Me lo auguro. Magari non avremmo dovuto dirglielo in quel modo. Tipo imboscata.” Si chiese come avesse fatto ad affezionarsi tanto alla ragazza in un lasso di tempo così breve.

“In un modo o nell’altro era necessario che lo sapesse.” Poi Dave scosse la testa ed emise un fischio. “E comunque, mai e poi mai avrei detto che Carmelina avesse una nipote.”

“Non te ne ha mai parlato?” I due erano amici.

“No. Immagino che fosse un segreto ben nascosto.”

Le nove e cinque. Quella storia stava diventando ridicola. “Vado a cercarla.”

“Vuoi che ti accompagni?”

Marcos fece cenno di no. “Devo parlarle da solo. Si fida di me.” Scosse di nuovo la testa. “Be’, lo faceva. Prima…” Si stava davvero chiedendo se l’idea di dirglielo in quel modo e non con più delicatezza fosse stata la scelta migliore. “E in ogni caso penso di sapere dove trovarla.”

Marcos era di nuovo davanti al Twink, il negozio di tatuaggi dove tre settimane e mezzo prima aveva trovato Marissa.

Lì accanto, il ristorante Lucca stava andando alla grande: i clienti che si godevano il patio coperto in quella serata stranamente calda.

Marcos inspirò a fondo e spinse la porta.

“Arrivo subito,” disse Rex senza sollevare lo sguardo. L’artista stava lavorando sulla schiena di qualcuno ed era impegnato a dare gli ultimi ritocchi a un fungo rosa a puntini in quella che sembrava una specie di ‘foresta magica’.

“Ciao Rex, sono Marcos.”

Rex lo guardò. “Oh, ciao.” Si rimise al lavoro. “Marissa è nel retro.”

Marcos annuì. Aveva immaginato che l’avrebbe trovata lì, nell’ultimo posto sicuro in cui era stata prima di andare ad abitare con lui. Lì o insieme a Tris, ma il ragazzo aveva detto di non sapere dove si fosse rifugiata.

Scostò la tenda in stile hawaiano che separava il retro del negozio dal resto.

Sulla sinistra c’era un bagno, a destra un magazzino e in fondo al corridoio una porta chiusa.

Bussò, osservando con ammirazione le immagini che decoravano le pareti – gli stessi disegni del catalogo che aveva sfogliato l’ultima volta che era stato lì.

Dopo un secondo, la porta fu aperta.

Marissa era in piedi davanti a lui e lo guardava. Profumava di gomma da masticare. “Puoi risparmiarti il discorso. Sto bene qui.”

Cercò di chiudere la porta, ma lui glielo impedì. “Aspetta, voglio solo parlarti.”

La ragazza si strinse nelle spalle e lo lasciò libero di entrare.

Nella stanza c’erano una scrivania e una sedia, una libreria piena di blocchi per appunti e, in un angolo, un materasso. Per terra accanto a quest’ultimo era appoggiata una sigaretta elettronica. Ecco spiegato l’odore di gomma da masticare. “Bel posto.”

Marissa fece spallucce. “Meglio della strada.”

“Sì, lo capisco.”

La ragazza sedette sul materasso, la schiena appoggiata alla parete. Raccolse la sigaretta e gliela offrì.

“No, grazie.”

Lei fece spallucce e gli indicò di farle compagnia sul materasso. “Su, parla.”

Marcos le sedette accanto, ignorando l’odore pestilenziale. Chiuse gli occhi, cercando ricordarsi com’era avere quell’età. Quando tutti parlano a te, di te, ma mai con te. “Perché sei scappata?” chiese alla fine.

“Te l’ho detto. I miei genitori…”

“No, voglio dire, perché sei scappata questo pomeriggio? Cosa ti ha spaventato?”

Lei lo osservò per un lungo istante, poi distolse lo sguardo. “Voleva portarmi via.”

“Chi? Carmelina?”

Marissa annuì. “Mi sentivo al sicuro con te. Ero felice. Avrei dovuto sapere che non sarebbe durato.”

Si sente al sicuro con me. Quella confessione lo fece sentire meglio. Allungò la mano e le appoggiò un dito sulla fronte, facendoglielo poi scorrere lungo il viso. “Hai questa cicatrice che attraversa la tua vita. Questo posto dove prima ti sentivi amata e protetta.”

Lei fece di nuovo spallucce. “Credo che tutti abbiano delle cicatrici in un modo o nell’altro.”

Marcos annuì. “I cerotti ci aiutano. Ci rendono più forti là dove prima eravamo vulnerabili. Rimettono insieme i pezzi che si erano rotti.” Anche lui aveva la sua bella collezione di cicatrici, alcune fisiche, altre mentali. “Ma le cicatrici ti rendono anche insensibile, ti assopiscono i nervi, ti fanno dimenticare com’era sentirsi interi. È una zona grigia, un ricordo del dolore che hai dovuto sopportare.”

Lei lo ascoltava in silenzio, gli occhi fissi nei suoi.

Le strinse la mano fra le proprie. “Anche io ho le mie cicatrici. I miei genitori mi hanno cacciato quando avevo la tua età e ho trascorso il quarto di secolo successivo timoroso di far entrare qualcun altro nella mia vita.” Poi si era aperto a Marissa e Dave e ora aveva una paura del diavolo di perdere uno di loro, o entrambi.

“Non voglio più soffrire in quel modo,” sussurrò lei.

“Lo so. Quando ti ho preso con me, ho promesso di tenerti al sicuro. Ero sincero, non ho cambiato idea. Puoi stare con noi per tutto il tempo che vorrai.”

Marissa sembrò dubitare delle sue parole.

“Ho parlato con Carmelina per un’ora dopo che tu sei andata via. Vuole essere tua nonna, non tua madre. Vuole solo conoscerti meglio. Anche lei ha le sue ferite da leccarsi per aver perso tua madre.”

“Cosa è successo?”

Marcos scosse la testa. “Non ne so molto. L’ha data in adozione quando aveva più o meno la tua età e non l’ha più vista.”

“Come mia madre.”

“Anche se in circostanze diverse.” Le strinse la mano. “Le nostre cicatrici si riconoscono tra loro. Tutti noi sappiamo cosa vuol dire essere feriti, essere traditi da qualcuno che amavamo. Noi tre, io, te e Carmelina, abbiamo un legame.”

“Non ne sono sicura.”

Marcos raccolse il suo zaino da terra e lo aprì. “Ti ho portato un amico.” Tirò fuori Nathan, il suo orsacchiotto.

“Sono troppo grande per gli orsacchiotti.” Eppure, gli occhi le si erano illuminati quando l’aveva visto.

Lui rise. “Mi dispiace che tu la pensi così. Io ho ancora il mio. Si chiama Andy e lo abbraccio ogni volta che sento bisogno di affetto.” Le porse il peluche.

Lei lo prese subito, poi lo abbracciò stretto.

“Hai la tua chiave?”

Marissa annuì.

“Sei una donna adulta, o quasi. Devi prendere da sola le tue decisioni, quindi ti lascio decidere. Ma sappi che tu e Nathan avrete sempre un posto con me e Dave.” Si protese e le posò un bacio sulla fronte. “Spero che tu torni a casa.”

Si alzò e la lasciò lì. Aveva quasi diciotto anni. Era arrivato il momento che decidesse da sola della propria vita, ma uscire da quella stanza fu una delle prove più difficili che Marcos avesse mai affrontato.

Tornò a casa, riuscendo a trattenere le lacrime per la maggior parte del tragitto, poi si infilò nel letto con Dave, abbracciando il suo altro amore e cercando di non pensare a Marissa. Alla fine riuscì ad addormentarsi.

Il mattino successivo, si svegliò presto e percorse in silenzio il corridoio.

Aprì di uno spiraglio la porta della stanza di Marissa e tirò un sospiro di sollievo quando la vide dormire profondamente insieme a Nathan.


 

Capitolo Novantuno: Karma

Ben era seduto nella sala d’attesa del U.C. Davis e guardava nervosamente l’ora sul proprio cellulare. La dottoressa Randall gli aveva concesso un appuntamento, anche se aveva già anticipato di non poterlo aiutare quando si erano sentiti al telefono.

Ora però era in ritardo. Erano le 10:30 e il suo appuntamento era per le 10:00. Ben sperava che fosse solo un caso e non volesse dire niente.

L’ospedale era affollato quel giorno, i pazienti e il personale che sciamavano di qua e di là.

Non aveva detto niente a Ella. Non voleva che nutrisse delle speranze, quando poi magari il suo tentativo si sarebbe rivelato un fiasco.

“Mr. Hammond?”

Sollevò lo sguardo e vide un’infermiera bionda con indosso un camice rosa che gli sorrideva dalla porta.

“Sono io.”

“Vuole seguirmi? La dottoressa Randall è pronta a riceverla.” Gli rivolse un sorriso affabile.

“Grazie.” Prese lo zaino e le andò dietro.

L’ultima volta che era stato in quest’ospedale era stato per l’operazione ai genitali e pensarci gli causava ancora un po’ di ansia. Non perché se ne pentisse, assolutamente no, ma perché la convalescenza era stata lunga e dolorosa.

“Mi chiamo Jacqueline. Va tutto bene?”

Ben annuì. “Credo di sì. Gli ospedali mi rendono nervoso.”

“Non è il solo.” La donna aprì un’altra porta. “Prego.” Gli strinse una spalla e sussurrò: “In bocca al lupo.”

Ben si voltò e si trovò di fronte alla dottoressa Randall.

Era seduta dietro la sua scrivania e stava lavorando al computer. Avrà avuto poco più di cinquant’anni, i capelli grigi tagliati corti e occhi azzurri.

“Prego, si sieda, Mr. Hammond. Sarò da lei tra un minuto.”

Ben si accomodò e cominciò a guardarsi intorno. L’ufficio era ordinato, con scaffali pieni di raccolte mediche con sovraccoperte di cuoio appoggiati al muro e cartelle mediche colorate posate sulla scrivania. “Ancora schiavi della carta, eh?”

“In parte.” Il medico digitò qualche altra lettera, poi si voltò a guardarlo. “In cosa posso aiutarla?”

“Sono qui per conto di un’amica. Più che un’amica a essere onesto.” Aprì lo zaino e ne estrasse una foto e il libretto degli assegni. “Questa è Ella.” Le porse la foto.

Lei la prese e la osservò, sorridendo appena. “È molto carina.”

“Grazie. Mi ha parlato di un protocollo sperimentale per la cura della sindrome di Fahr. Speravo…”

“Mi dispiace, Mr. Hammond, ma devo interromperla. Le posizioni sono già tutte occupate e comunque dubito che potrebbe rispondere ai requisiti per entrare a far parte dello studio. So che è penoso sentirselo dire, ma questi protocolli non vengono effettuati affinché un singolo paziente ne tragga beneficio. Lo scopo è quello di capire la malattia e individuare possibili trattamenti che possano aiutare l’intera popolazione affetta dalla sindrome.”

“Posso pagare. Ho circa diecimila dollari sul conto corrente e potrei prendere un finanziamento sullo stipendio. Lavoro da Zocalo…”

“Mi dispiace davvero, Mr. Hammond, ma non funziona così. O perlomeno, non con le istituzioni rispettabili. Non scegliamo i pazienti in base alle loro disponibilità economiche.”

“Morirà.”

“Come ho detto, mi dispiac…”

“Per i primi trent’anni della mia vita, dottoressa Randall, ho vissuto nel corpo sbagliato. Mi sono opposto ai miei genitori, ai miei amici, al mondo intero per riuscire ad arrivare a una situazione dove finalmente potessi sentirmi me stesso. Ha idea di cosa significhi?”

La donna si appoggiò allo schienale e lo guardò.

Ho esagerato, pensò Ben. Tremava e si sentiva esposto. “Mi dispiace di averle fatto perdere tempo.” Mise via la foto e il libretto degli assegni e si alzò per andarsene.

“Sì, lo capisco.”

“Cosa?”

“Mi ha chiesto se capisco cosa significhi. Lo capisco. Mia figlia Lyra è trans.”

“Oh.” Si lasciò ricadere sulla sedia.

“Quello che non capisco è cosa c’entri questo con il protocollo.”

Ben inspirò a fondo e decise di giocarsi il tutto per tutto. “Dopo essermi dichiarato non ero sicuro che avrei trovato qualcuno che mi amasse. Che mi vedesse, cicatrici incluse, e ancora avesse voglia di stare insieme a me.” Distolse lo sguardo: era difficile affrontare quegli argomenti, in particolare con un’estranea. “Molti trans hanno lo stesso problema, lo so bene. Non sono un’eccezione. Ma Ella, lei mi vede per come sono. Le piaccio per come sono. Non so se si rende conto di quanto sia rara una cosa del genere. Per tutti, ma per quelli come me in particolare.” Coprì la mano di lei con la propria. Fu come essere attraversato da una scossa elettrica e scintille verdi crepitarono dell’aria tra loro. Ben scosse la testa. Devo essere più stanco di quanto credessi.

L’espressione della donna si addolcì. Unì le mani davanti al viso e sospirò. “Come ho detto, è improbabile che risponda ai requisiti di ciò che stiamo cercando per i nostri studi. Anche se avessimo posto, cosa che non abbiamo. Qualcun altro dovrà essere escluso.”

“Lo so.”

La dottoressa Randall lo guardò per qualche altro secondo, poi aprì il cassetto della scrivania e ne prese un biglietto da visita. Glielo porse. “Le dica di contattarmi e di mandarmi i suoi referti. Darò un’occhiata e se dovesse rivelarsi una buona candidata, possiamo provare a farla venire e vedere di farla entrare. Ma, anche in quel caso, non posso prometterle nulla.”

Ben annuì. “Capisco.”

La donna si morse il labbro. “Voglio credere che anche Lyra possa trovare qualcuno da amare. Come è successo a lei. Da quando si è dichiarata… non è stato facile. Per nessuno di noi.”

“Magari il karma deciderà di darle una mano.”

Lei sorrise, anche se il suo sguardo rimase triste. “Non credo granché nel karma. Ma spero che abbia ragione.”

“Anch’io.” Le strinse la mano. “Grazie infinite, dottoressa Randall.”

“Mi chiami Susan.”

“Grazie, Susan. La farò contattare.”

Avrebbe volute fare salti di gioia, ma si trattenne, preferendo lasciare l’ufficio con ancora una parvenza di dignità. Una volta girato l’angolo, però, fece un balletto.

Il telefono vibrò. Era Ella.

Max si è svegliato.


 

Capitolo Novantadue: Cazzo!

Diego passò in rassegna le persone raccolte dietro le porte all’uscita del pullman dell’aeroporto sperando di vedere Matteo in mezzo a loro, come il compagno gli aveva promesso nel messaggio quando erano atterrati. Era stato un lungo viaggio e la mezzanotte era passata da un pezzo nella sua nuova città adottiva.

Avevano giù superato i controlli della dogana, e per fortuna nessuno degli agenti aveva avuto da ridire sul visto di Gio. Era una questione della quale avrebbero dovuto occuparsi, e presto – il permesso era valido per soli sei mesi – ma per ora poteva aspettare: Diego si sentiva esausto.

Gio lo seguiva, all’apparenza molto più sveglio ed entusiasta di lui. “È tutto talmente nuovo.” Era il primo viaggio che il giovane faceva negli Stati Uniti e, a quanto pareva, la sorpresa aveva avuto la meglio sui dubbi relativi alla sua nuova sistemazione. Per il momento, quantomeno.

“Non tutto. Ma quello che per loro è vecchio per noi è nuovo.” Era contento di vedere che il figlio era più reattivo.

“Ciao bello,” lo salutò Matteo, emergendo dalla folla per abbracciarlo.

Si baciarono e Diego lo strinse forte a sé. “È bello essere a casa,” disse in italiano. “Lui è Giovanni.”

Matteo gli porse la mano, ma Giovanni si voltò dall’altra parte.

“Gio! Scusalo. È stata una lunga notte, e una lunga settimana.”

Matteo sospirò. “Certo. Che ne dite se prendiamo i vostri bagagli e poi andiamo a casa?”

“Credo sia la cosa migliore.” Diego si sentiva su di giri per via del fuso orario, ma anche stanchissimo.

Raggiunsero la lunga scala mobile che portava di sotto, verso l’area per il ritiro bagagli.

Gio sollevò lo sguardo. “Che cazzo?”

“Gio, modera i termini…” Almeno nessuna delle persone che avevano sentito sapeva che in italiano era una parolaccia, ma ciò non impedì a Diego di ridere. La scultura di un enorme coniglio rosso appesa al soffitto sopra la scala mobile aveva attirato l’attenzione di Gio. In effetti, faceva piuttosto impressione: era lunga almeno tre metri e alta quattro. “Si chiama Leap, ma lo chiamano quasi tutti ‘il grosso coniglio rosso’.”

Gio annuì, senza perderla di vista per un attimo. “Figo.”

“Parli inglese?” gli chiese Matteo mentre si avvicinavano al piano terra. Stava cercando di comunicare con il ragazzo e Diego gliene fu grato.

“Sì.”

“Lo studia da quando era bambino,” aggiunse lui in inglese. “Se la cava meglio di me.”

“Vedi?” Matteo inarcò un sopracciglio. “Te lo dicevo che dovevi studiare.”

Diego gli diede un bacio sulla guancia. “Hai sempre ragione, bello mio.”

Gio sbuffò. Doveva imparare a comportarsi, pensò Diego.

Aspettarono i bagagli per quindici minuti, ma alla fine la grossa valigia bianca di Diego e quella arancione ancora più grande di Gio comparvero sul nastro trasportatore.

“È gigante quella cosa lì, Gio,” esclamò Matteo, lanciando un’occhiata all’enorme bagaglio.

“Ci sono dentro tutte le mie cose.” Il ragazzo si mosse a disagio sotto il suo sguardo.

“E altre sono in arrivo. Le ho spedite via nave.” Diego prese la propria valigia. “Arriveranno fra circa tre settimane.”

“Bene. Avremo tempo per trovare loro un posto, allora. Su, voi due, andiamo a casa.”

#

Misero Gio nella stanza degli ospiti. Il ragazzo appoggiò le proprie cose, si stese sul letto e nel giro di pochi secondi dormiva.

Diego mise la valigia dentro la stanza, spense la luce e chiuse la porta, ridendo piano. “Ricordo quando ci mettevo niente ad addormentarmi,” disse in italiano, sperando che Matteo non lo rimproverasse per aver usato la sua lingua madre ora che era di nuovo a casa.

“Ah, che bello poter tornare giovani.” Matteo precedette Diego nella loro stanza e chiuse la porta. “Sei abbastanza sveglio per parlare?”

Diego annuì. “Ho dormito un po’ in aereo e per me sono le dieci del mattino.” Si era appena abituato al cambio di fuso orario quando aveva dovuto fare il viaggio inverso e tornare a casa. Sedettero vicini sul letto.

“Come stanno tua madre e tua sorella?”

“Valentina sta bene. I ragazzi la impegnano molto. Mia madre… dimentica sempre più cose.”

Matteo aggrottò la fronte. “Vorresti… preferiresti stare a casa, in Italia?”

Diego scosse la testa. “È questa casa mia.” Sospirò. “Vuol solo dire che dovrò fare più viaggi per vederla.”

Matteo sorrise debolmente.

“Cosa?”

“Hai appena detto che questa è casa tua. Non l’avevi mai detto prima.”

Diego annuì. “Lo so. Casa è dove sei tu.” Sollevò gli occhi in quelli del compagno. “Allora… come siamo messi noi?”

“Vuoi dire ora che so che sei andato a letto con Luna mentre stavamo insieme?”

Diego arrossì. “Sì. Esatto.”

“Perché non me lo hai detto?”

“Ero ubriaco. È successo quando è morto tuo padre. Io… neanche me lo ricordavo.”

Matteo distolse lo sguardo. “Quindi non lo sapevi. O non lo ricordavi.”

“No.”

Il silenzio tra loro si protrasse per un minuto. Poi due.

Diego avrebbe voluto vedere cosa passava per la testa di Matteo. Era arrabbiato? Voleva che andasse via? Gli importava ancora di lui?

Alla fine, non ce le face più a resistere. “Siamo a posto?” Cercò di non apparire disperato.

Matteo lo guardò. “No,” disse alla fine.

“Oh!” Diego si sentì afferrare da una leggera nausea. “Va bene. Domani comincio a cercare un altro posto. Però ci lascerai restare almeno per questa notte? Posso dormire sul divano. E comunque non sono certo che riuscirei a svegliarlo…”

Matteo gli appoggiò un dito sulle labbra, fermandolo. “Ci sono altri segreti?”

Diego fece di no con la testa. Poi lo sussurrò.“No.”

Matteo annuì. “Ho detto che non siamo a posto. Non ancora. Ma non voglio che tu te ne vada.”

“Cosa allora?” Diego soffiò sulla piccola scintilla di speranza che sentiva bruciare nel petto.

“Ricominciamo da capo. Niente più bugie. Niente segreti.”

La fiamma della speranza si rinvigorì. Diego annuì. “Prometto.”

“Mi dai la tua fede?” chiese all’improvviso Matteo.

“Perché?” Era una punizione?

“Per favore.” Gli porse il palmo della mano.

Diego si sfilò l’anello dal dito. Era la fede nuziale che Matteo gli aveva messo quel giorno meraviglioso, il giorno del loro matrimonio trasformato poi in una menzogna dalle circostanze, e dalle sue azioni. Lo porse a Matteo.

Matteo lo prese, scivolò dal letto e si inginocchiò.

Oh merda.

“Diego Bellei, vuoi sposarmi di nuovo?” Gli offrì l’anello. Brillava, lanciando intorno a sé scintille di luce che illuminavano l’aria. “Ripartiamo?”

Era un segno. “Sì. Che cazzo, sì!”

“Modera i termini, amore mio…”

Diego rise. Si alzò e aiutò Matteo a mettersi in piedi, abbracciandolo con trasporto.

E mentre la notte cedeva il passo al mattino, celebrarono come si doveva il suo ritorno e il nuovo fidanzamento.


 

Capitolo Novantatre: Aggiustare

Ben era senza fiato quando alla fine raggiunse la stanza di Max. Bussò, sperando che la mamma non ci fosse.

“Avanti.”

La voce di Ella. Sollevato, Ben aprì la porta.

Max era seduto sul letto. Il suo viso era ancora pallido, ma almeno aveva lo sguardo vigile. Ella, invece, aveva gli occhi gonfi e le guance umide.

“Ciao, Max,” salutò Ben, porgendogli la mano. “Sono Ben.”

L’uomo ricambiò debolmente la stretta. “Piacere di conoscerti. Sei il ragazzo di Ella, vero? Mi ha molto parlato di te.”

Le sopracciglia dell’altro sollevate spinsero Ben a chiedersi se magari disapprovasse. “Sì. E so tutto della sua condizione.” Avvicinò una sedia e sedette accanto a Ella. “Ciao. Tutto bene?” Le diede un bacio.

Lei annuì. “Non speravo più che si sarebbe risvegliato.” Fece un debole sorriso. “Shono contenta.”

Ben ignorò la pronuncia. “Dove è vostra madre?”

“È andata a prendermi del caffè.” Ella restituì il bacio. “Sono contenta che tu sia qui.”

“Si parla del diavolo.” Lexi, la mamma di Ella, entrò nella stanza portando del caffè per la ragazza e dell’acqua per Max.

Ben fece una smorfia. “Senti, so di non piacerti…”

“Shhh.” Lexi lo zittì posandogli un dito dalla manicure perfetta sulle labbra. “Non importa se mi piaci o no. Ella ha preso la sua decisione e mi ha detto chiaramente che non le importa cosa penso io.” Si spinse il foulard dietro le spalle e sedette sul bordo del letto. “Inoltre, non ho mai detto che non mi piaci.” Gli strizzò l’occhio. “In effetti, credo che tu sia un bravo ragazzo.”

Ben arrossì. “Be’… grazie. Credo.”

“Ora che ci siamo tutti, avrei bisogno di dire qualcosa,” annunciò Max. Sembrava, se possibile, ancora più pallido di prima.

Lexi scattò in piedi all’istante e gli posò una mano sulla fronte. “Stai bene? Chiamo il dottor Matthews…”

“No, mamma, non è per quello.” Le strinse la mano. “Siediti, per favore.”

Lexi si accigliò ma sedette, lanciando uno sguardo a Ella che diceva tu ne sai qualcosa?

La ragazza scosse la testa.

“Ho fatto qualcosa… di brutto, prima dell’incidente.”

“Quanto brutto?” Ella aggrottò la fronte e strinse così forte la sua mano, che Ben pensò gli avrebbe conficcato le unghie nella pelle.

“Ero terrorizzato da quello che ti succede, sorellina. Avevo sentito di questa sperimentazione alla UC Davis e ho pensato che magari ti avrei fatta entrare, pagando. Forse con una sovvenzione o altro.”

“Non hai tutti quei soldi. Lo so. Ho pagato io le tue bollette in questo periodo.” Le unghie della ragazza penetrarono un po’ più a fondo.

Ahi. Ben cercò di ignorare il dolore.

“Lo so. Ho ricattato una persona.”

“Cristo santo, Max! Che diavolo ti è saltato in mente?”

“Ehi, calma. Mi sono appena svegliato dal coma, ve lo ricordate?” Max si strofinò una guancia.

“Chi hai ricattato?” Ella sembrava ancora arrabbiata.

Max scosse la testa. “Non li conoscete. Quella coppia italiana con un ristorante nella zona east. Li ho aiutati con i documenti dell’immigrazione…”

Oh merda. “Matteo e Diego?”

“Sì. Come lo sai?”

“Sono… amici. Diego è appena rientrato dall’Italia. La sua ex-moglie è morta e lui ha portato qui un figlio che neanche sapeva di avere.” Sam gli aveva raccontato tutta la storia. Poveretto, dover affrontare tutto quello e in più un ricatto da parte del fratello di Ella.

Max chinò la testa. “Mi dispiace. Ho sbagliato. Ora lo so.”

“Lo sai ora?” Ella lo costrinse a sollevare il mento e guardarla negli occhi. “Sai quanti danni avresti potuto fare?”

Max sostenne per un attimo il suo sguardo, poi girò la testa.

“Devi scusarti.” Era stata Lexi a parlare. “I motivi erano giusti, lo so che vuoi bene a tua sorella. Ma hai davvero fatto un casino.”

Max annuì. “Lo so. Quando starò meglio…”

“Credi sia giusto lasciare che questa situazione si protragga anche solo per un altro minuto? Lasciare quel pover’uomo a chiedersi se quando ti sveglierai distruggerai completamente la sua vita?” Le parole erano state pronunciate piano, ma erano affilate come un rasoio.

“No, signora.” All’improvviso Max sembrò avere di nuovo cinque anni, lo guardo abbassato sulle proprie dita incrociate mentre giocherellava con i pollici.

Lexi guardò nella sua direzione. “Puoi chiamare i tuoi amici?”

Ben controllò l’ora sul suo telefono. “Probabile che siano al lavoro. Però posso contattarli su Facetime.”

“Per favore.”

Annuì. Chiamò prima Diego. Nessuna risposta. Forse stava preparando per il servizio serale. Provò con Matteo.

“Ciao Ben.” L’uomo gli rivolse il suo meraviglioso sorriso italiano.

“Ciao Matteo. Non è che tu e Diego avreste un momento?”

“Mi dispiace, ma abbiamo un po’ di gente.”

“Bene, mi fa piacere. Però, davvero, è importante e non vi porterò via più di un minuto.”

“Va bene, un secondo.” Lo scenario cambiò.

Ben aspettò.

“Okay, ci siamo.”

Le mani di Diego erano bianche di farina. “Ciao, Ben!”

“Ciao! Sai la ragazza con cui esco? Ella? Abbiamo scoperto che conoscete suo fratello. Si è appena svegliato dal coma.” Senza aggiungere altro, angolò lo schermo del telefono verso Max.

Vide Diego irrigidirsi. “Cazzo!”

Max annuì. “Me lo merito.” Inspirò a fondo. “Volevo dirvi che mi dispiace per quello che ho fatto. Ella è… avevo i miei motivi. Ma nessuno che giustifichi il ricatto. Perdonatemi.”

Lexi annuì, stringendogli la mano.

Ben rabbrividì. Aveva la sensazione che la stanza fosse improvvisamente diventata più fredda, o che il suo corpo fosse stato attraversato da una corrente elettrica. Tornò a voltare lo schermo verso se stesso. “Tutto qui. Ho pensato che doveste saperlo.” Si aspettava di vedere facce imbronciate o arrabbiate.

Invece, Diego annuiva, un sorriso sereno sul viso. “Digli che accetto le sue scuse.”

Matteo baciò il marito, poi aggiunse: “Speriamo che si rimetta in fretta.”

Dopodiché lo schermo si spense. “Be’ è andata bene.”

Qualcuno bussò alla porta e una delle infermiere mise dentro la testa. “Devo controllare i parametri di Mr. Cucinelli.”

“Dai su, lasciamola lavorare.” Lexi li fece uscire dalla stanza e li guidò verso la sala d’aspetto.

“Sono molto contento per voi,” disse Ben osservando la porta chiusa. “È sveglio e sembra in sé.”

Ella annuì. “Lo stesso testone di sempre. Mi dispiace per quello che ha fatto ai tuoi amici. Non lo sapevo.”

“Lo so.”

Lexi li strinse brevemente tra le braccia. “Vi lascio da soli un attimo. Voglio parlare con il dottor Matthews.”

“Grazie Lexi.” Ben prese la mano di Ella. “Possiamo sederci per un attimo?”

“Sono stanca di stare seduta.”

“Ti prego. Renderà le cose più facili.”

“Non sthai per lasciarmi, vero? Perché sia Max che la mamma ti uccideranno.” Sorrise, ma l’espressione del suo viso tradì la tensione.

“Per niente. C’è una cosa che devo dirti. Riguarda la sperimentazione della UC Davis…”

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